comunicazione è relazione

il blog di Roberto Basso sulla comunicazione di pubblica utilità e varia umanità

@claudiocerasa e il leader carismatico nel @PDnetwork ai tempi di @matteorenzi

Bravo come sempre Claudio Cerasa sul Foglio di ieri: il problema nel rapporto tra Matteo Renzi e la base del Partito democratico non è se le sue proposte siano di destra o sinistra, ma nella natura stessa del rapporto, cioè la concezione del ruolo del leader, il senso della leadership, la relazione tra leader e militanti.

Lo stile di leadership di Matteo Renzi è analogo a quello di Silvio Berlusconi e Beppe Grillo. Aggiungerei “di Benito Mussolini” se non temessi che verrebbe considerato offensivo. Ma non c’è nessuna volontà d’offesa. Piuttosto il riconoscimento che si tratta di leader capaci di fare leva sulla “emotività delle masse” (niente di nuovo, cito Max Weber, roba vecchia di un secolo). E quindi orientati a disintermediare qualsiasi soggetto collettivo (incluso il loro partito) per affascinare direttamente l’elettorato, il popolo, la “gente”.

Roberto Michels, teorico della legge ferrea dell’oligarchia dei partiti, socialista, democratico, ebbe a sostenere che la vera democrazia non coincide con il suffragio universale quanto piuttosto con la presenza di un leader (“dittatore democratico”) capace di mettersi in sintonia con l’opinione pubblica e di fornire l’interpretazione autentica dell’opinione popolare, dei bisogni e delle attese delle masse (dalle lezioni al corso di Scienze Politiche dell’Università di Roma tenute nel 1926). E su questa base ebbe una infatuazione politica per Mussolini.

Ecco, Matteo Renzi sarebbe un leader di questo tipo, capace di mettersi in sintonia con l’opinione pubblica. In altre parole avrebbe quella capacità di “parlare alla pancia della gente” che i leader di sinistra hanno perso da anni, come dimostra la composizione dell’elettorato delle diverse formazioni politiche (con i ceti più deboli che si sono spostati verso la Lega e Berlusconi). Peccato che gli elettori di sinistra abbiano qualche sospetto sull’ipotesi che una singola persona si possa fare garante della “autenticità” dell’interpretazione della volontà popolare.

Ha quindi ragione Lapo Pistelli, citato da Cerasa: per la prima volta la sinistra sta facendo i conti con il complesso del tiranno. Ma non è un conto che si fa su due piedi, perché non è scontato che la soluzione al disastro della democrazia rappresentativa di questi anni sia il dittatore democratico, o illuminato. Ben venga il capo carismatico Renzi, c’è bisogno di entusiasmo e della sua capacità di allargare il fronte del consenso. Ma per governare c’è anche bisogno di un partito. Democratico. È faticoso, certo. Ma la democrazia non si esaurisce con il voto. È una conquista che va rinnovata ogni giorno.

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Veltroni, Barca, Renzi e noi domani

In apertura del suo ultimo volume, in libreria da ieri (E se noi domani, Rizzoli, €12,00), Walter Veltroni dichiara che non si tratta di un manifesto né di un programma, e minimizza riconducendolo alla forma del pamphlet. Ma non è proprio così. Perché è un manifesto con una parola in testa: “cambiamento”. E perché contiene precise indicazioni su alcune scelte da fare, per esempio in campo istituzionale.

Il cambiamento come obiettivo e ragion d’essere della sinistra: aspirazione a un mondo nuovo, alla giustizia sociale, alla creazione di pari opportunità per tutti i cittadini a prescindere dalla condizioni di partenza. Una sinistra quindi finalmente rivendicata in quanto tale, per la quale respinge risolutamente l’aggettivazione “moderata” e al contrario reclama quella di “radicale” – anche se in un capitolo rievoca una sua passata affermazione secondo la quale il centrosinistra sarebbe la nuova sinistra (?).

Lo stesso prodotto editoriale esprime molto bene questa focalizzazione sul cambiamento: l’incipit del risvolto di copertina è

“Non c’è sinistra senza cambiamento”

la citazione per l’apertura del libro è scelta da Roosvelt e attinge alla metafora della navigazione (cambiamento, apertura) contrapposta a quella dell’àncora (conservazione) e della deriva (mancanza di visione e obiettivi); la quarta di copertina cita il passaggio del testo dove si afferma che “sinistra e conservazione dovrebbero essere una contraddizione in termini”. Solo il titolo del libro tradisce l’autore con il solo scopo di accodarsi commercialmente a una lunga e trita tradizione di pamphlet politici e spesso pre-elettorali (soprattutto con il sottotitolo “L’Italia e la sinistra che vorrei”).

Che cosa ci dice il primo leader del PD con questo libro? Prima due cose non strettamente necessarie: per togliersi il classico macigno dalla scarpa e per rivendicare a sé risultati sottovalutati da altri. Innanzitutto accusa Bersani – senza citarlo, quasi riservandogli lo stesso trattamento scelto per “il leader del principale partito dello schieramento avverso” – della pessima gestione della campagna elettorale (un gol mancato a porta vuota) e ancor più per gli errori della fase successiva, alla fine dei quali non ha potuto far altro che allearsi con il nemico giurato; e poi D’Alema per aver guidato la retromarcia che avrebbe riportato il PD ad essere un partito pesante e chiuso. Quindi rivendica per se stesso intuizioni e visione, persino l’uso del mitico e sbertucciato “ma anche” (tirando le orecchie agli autori satirici ed evocando accanto a sé l’Obama del discorso al Cairo) nonché il miglior risultato elettorale della sinistra italiana. Ovviamente esprimendo al tempo stesso parole di stima personale per i suoi avversari politici interni, a partire da D’Alema.

Poi però illustra una visione e un programma. Innanzitutto ribadisce una idea di partito che sarebbe stata bistrattata e distorta dai suoi detrattori: un partito che rivendica di aver sempre concepito non come liquido ma come “strutturato a rete anziché a piramide”, aperto ai cittadini-elettori-non-iscritti, luogo di confronto dove a sfidarsi sono le idee e non le persone, un partito che serve a prendere decisioni. Sembra quasi il partito teorizzato da Fabrizio Barca. Che infatti l’autore cita, esattamente a metà del volume, annoverandolo tra i suoi amici di sempre, e ricordando le comuni battaglie ideali per un mondo migliore. Insomma, parlandone bene. Un po’ come fa con D’Alema. Salvo riferire che i “partiti forti” (qualunque cosa intenda Veltroni con questa definizione) che piacerebbero – a suo dire – all’ex ministro per la coesione territoriale non esistono più in nessuna parte del mondo.

Poi il programma di Veltroni si spinge dall’interno del partito all’esterno: alla società e alle istituzioni. Sul lavoro dice cose a mio avviso straordinarie: che la sinistra a lungo ha mancato di riconoscere che nel tessuto della piccola e media impresa spesso lavoratori e imprenditori costituiscono una comunità di destino, cita Adriano Olivetti e la sua visione della persona, propugna la presenza dei lavoratori nei consigli di amministrazione delle imprese come accade in Germania. Sul sistema istituzionale propone il semi-presidenzialismo sul modello della Quinta Repubblica francese come migliore compromesso tra rappresentanza e decisionismo (rammenta la marcia su Roma e la caduta della Repubblica di Weimar, e cita Calamandrei: “Le dittature sorgono non dai governi che governano e che durano, ma dalla impossibilità di governare dei governi democratici”). E per il sistema elettorale il collegio uninominale.

Esprime una visione nella quale alle tradizionali “libertà uguaglianza e fratellanza” sono affiancate 3 nuove parole d’ordine: responsabilità (diffusa), comunità (opposta all’egotismo, basata sull’identità fiduciosa nell’altro, che aiuta a unire, non a dividere), opportunità (da parificare per tutti a prescindere dalla nascita). Una rivoluzione democratica fondata sulla libertà intesa come autonomia e fiducia nelle persone.

La sensazione indubbiamente è che Veltroni soffi nella vela di Matteo Renzi, quasi proponendosi come un suo nobile predecessore, che ha perso una battaglia eppure vede nel rottamatore nuova linfa per riprendere la guerra. Forse ha ragione Claudio Cerasa sul foglio di ieri a sostenere che il discorso di Veltroni riguarda Renzi (“chiunque non voglia far morire il Pd […] deve impegnarsi in prima persona per combattere quel cortocircuito che […] ha portato l’Italia ad avere un sistema di ‘partiti deboli che partoriscono governi che non decidono nulla’”) o forse no, ma certo nel frame che ha caratterizzato l’ultima stagione del Pd il sindaco di Firenze ha presidiato proprio il vessillo del cambiamento.

Singolare invece il rapporto con il pensiero di Barca. Le enunciazioni di Veltroni sembrano coincidere in molti punti con le tesi avanzate nella sua memoria politica “Un nuovo partito per un buon governo”: l’apertura, la pratica del conflitto come mezzo per scardinare le posizioni di potere e le correnti, la cautela nell’utilizzo delle primarie e il fatto stesso che queste siano indicate come una forma di sperimentazione in democrazia, i distinguo a proposito del ruolo e dell’utilizzo della Rete, il collegamento tra partito e governo che decide, perfino alcuni riferimenti culturali come Perché le nazioni falliscono degli americani Acemoglu e Robinson e il lessico sulle classi dirigenti “estrattive”. Singolare che nonostante tutti questi punti di contatto Veltroni appiattisca la proposta di Barca invece su di un modello di partito forte che non esiste più. Ad altri lettori il compito di verificare quanto nel merito le due visioni di partito coincidano o divergano, quello che notiamo qui è che a differenza della pubblicazione veltroniana di un pamphlet, Barca si sta impegnando in prima persona in un percorso di “mobilitazione cognitiva”, durante il quale non va in giro per l’Italia a presentare un suo scritto ma a sperimentare rigorosamente forme di confronto democratico nei circoli del PD.

Ah, un’ultima domanda resta, chiuso il libro, direttamente per l’autore: Walter, ma allora dove hai sbagliato?

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E tra due anni, Silvio statista sarà Presidente

Un bel governo di larghe intese, a guida Giuliano Amato o Enrico Letta, con una maggioranza parlamentare del PD, per non fare nulla, perché su nulla si metteranno d’accordo PD e PDL. Una bella campagna permanente del PDL che riverserà sulla sinistra litigiosa e priva di identità tutte le colpe dell’ingovernabilità. Tra 18  mesi il Presidente scioglierà le camere e andremo a nuove elezioni. Berlusconi stravincerà. Davanti al nuovo Parlamento, Napolitano quasi novantenne darà le dimissioni. Silvio Berlusconi sarà eletto Presidente della Repubblica.

Ed è stato tutto costruito da questo gruppo dirigente del PD in sei fantastici mesi.

Ci vediamo tra due anni.

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Candele ed energia elettrica: il paradigma dell’innovazione in 10 righe

Dieci righe di concentrato di intelligenza per capire che cosa sia l’innovazione e perché abbiamo bisogno della ricerca di base. Dal Corriere della Sera di oggi, il direttore del CERN a pag. 23.

Sarebbe impensabile oggi negare l’impatto che le grandi rivoluzioni scientifiche occorse tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento hanno prodotto sulla nostra attuale qualità della vita, eppure, forse proprio perché siamo circondati dalle applicazioni tecnologiche di queste rivoluzioni, la tendenza a considerare la ricerca scientifica come un lusso si riaffaccia ciclicamente nelle convinzioni (e di conseguenza nelle azioni) dei policy makers.

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@fabriziobarca sulla stampa del sabato, dal sarcasmo al #catoblepismo

È divertente la rassegna degli articoli comparsi sulla stampa oggi a proposito della memoria politica di Fabrizio Barca, Un partito nuovo per un buon governo. So che arriva un po’ tardi ma pazienza, chi volesse può trovare la maggior parte dei contributi online.

Partiamo dai quotidiani “di partito”, come si sarebbe detto un tempo. Europa pubblica, nell’ordine, un editoriale dedicato al “fenomeno Barca” (lucidissimo Stefano Menichini), un commento di Antonio Funiciello (“Con Barca si tornerà a parlare di politica?”), due interviste – abbinate – a Carmine Donzelli (l’editore di Barca) e a Nicola Rossi (economista). Sul sito del quotidiano ci sono un’intera sezione dedicata a Fabrizio Barca e una dedicata a Matteo Renzi. Il direttore nel suo editoriale parla infatti anche di Renzi e alla fine dice:

Tra i due c’è uno scarto di tempo. Il sindaco è pronto: la sua partita per la leadership si gioca tra oggi e domani. Al ministro toccherà, se riuscirà, dopodomani: per la minore notorietà, per la profondità del progetto e per il conseguente obbligo (che riconosce) di dover partire dalla gavetta).

L’altro giornale del PD, l’Unità, ha già dedicato spazio ieri alle anticipazioni del “documento”, quindi oggi si limita a un pezzo titolato con formula dubitativa: “Renzi-Barca, competizione al congresso. O forse no”, di Vladimiro Frulletti, il quale fa notare che proprio nello stesso giorno in cui il ministro apre una discussione – e dopo aver manifestato a Lilli Gruber la propria ambizione a “far parte del gruppo dirigente” del partito – il sindaco manifesta un interessamento alla segreteria del partito. L’estensore dell’articolo cita il renziano Salvatore Vassallo per accreditare l’idea che l’impostazione di Barca sarebbe indigesta al sindaco, ma chiude con le parole del ministro:

“Io contro Renzi? Non è così, anche se a qualcuno farebbe comodo fosse così”.

Al di là del dibattito tra i diretti interessati, giustamente ospitato da chi si rivolge a iscritti, militanti e simpatizzanti del PD, bisogna proprio partire da “Love Boat”, la parodia del Foglio di Giuliano Ferrara. Imperdibile Nove colonne: dopo aver ironizzato sulla stampa italiana che aderirebbe alle tesi del documento di Barca, paragona il ministro ai “vecchi di Potere Operaio. Avevano un’altra piattaforma ma, almeno, scrivevano più chiaro.” Il Fatto Quotidiano titola invece tra entusiasmo e bonaria ironia “Barca, evviva il catoblepismo e la libertà” il pezzo di Giorgio Meletti, che gigioneggia tra caveat e warning, facendo poi una buona sintesi del “documento”. Non è online, ma c’è quello di giornata, più critico, di Chiara Paolin.

Repubblica dà spazio alle idee di Barca con una intervista di Sebastiano Messina (sintesi del titolista: “Non punto a fare il segretario. Renzi ha le carte per la premiership”). Domanda-chiave, secondo me:

“Lei non sembra attratto da Palazzo Chigi. Perché?”. Risposta di Barca: “Governare è stata un’avventura straordinaria. Ho scoperto che Nenni si sbagliava: la stanza dei bottoni c’è davvero. Ma sono andato a sbattere contro l’assenza dei partiti. E allora mi appassiona la sfida di provare a cambiare il luogo dove si forma la volontà democratica: i partiti, appunto”.

Interessante il Corriere della Sera, macchina d’opinione sempre assai ardua da decifrare. Monica Guerzoni fa buon uso di Twitter, dove intercetta la consapevolezza di Barca che gli applausi che hanno accolto il suo documento lasceranno il posto a molti schiaffoni. “Passati applausi e schiaffoni si comincerà a ragionare, forse” cita l’autrice da un tweet del ministro. Il meglio però è nel commento in cui Pierluigi Battista – e non il censore ufficiale della sinistra da via Solferino, Antonio Polito – fa l’equilibrista: è tentato (si, è tentato) di diffondere ironia a piene mani per il lessico del ministro. Ma non si fida: l’intellettuale pragmatico Barca potrebbe essere come il filoso Cacciari, che scrive difficile ma parla facile quando si tratta di competere per il consenso. Battista parte dall’assunto “implicito” che “il fatato mondo di Twitter” con i suoi entusiasmi costituisca una distorsione che ingannerebbe l’intellettuale di sinistra Barca. Il pezzo è un catalogo delle ricercate espressioni di Barca, tutte accuratamente virgolettate (il mitologico catoblepismo, ovviamente, poi forma partito, partito palestra, élite estrattiva, addendum, telaio sociale, sperimentalismo democratico, procedura deliberativa, mobilitazione cognitiva, monitoraggio in itinere, disintermediazione) ma l’autore teme molto – al punto da escluderlo esplicitamente – che il suo contributo passi per “vieto anti intellettualismo”, quindi lascia cadere la possibilità (remota) che queste parole possano “rappresentare nuove mete per un partito frastornato”, prima della chiosa sarcastica sul bisogno di mobilitazione “morale, ma anche cognitiva”.

PS: nel post-scriptum (oddìo ma si può usare un’abbreviazione latina sul Corriere?), Battista spiega che “catoblepismo” deriva da catoblepa, animale mitologico citato dal banchiere ed economista Raffaele Mattioli, descritto come quadrupede africano con il capo pesante sempre abbassato verso terra. Beh, da oggi, di catoblepismo c’è una definizione in Wikipedia. Utile anche per scoprire che Fabrizio Barca lo ha adottato per definire la degenerazione dei rapporti tra partiti politici e Stato, analogamente alla degenerazione del rapporto che Mattioli attribuiva a banche e imprese. In entrambi i casi una simbiosi degenerata in “fratellanza siamese”.

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@fabriziobarca al GR1

Fabrizio Barca ha commentato al GR1 delle 13:00 l’iniziativa politica lanciata con la sua memoria politica “Un partito nuovo per un buon governo“.

GR1 da 4:45 a 6:15

L’Italia ha bisogno di un buon governo ma lo cerca da una ventina di anni. Quel documento sostiene che per avere un governo buono bisogna modificare radicalmente la macchina dello stato. Questa riforma è dolorosa e difficile. Richiede contemporaneamente una forte riforma di tutti i partiti, e in particolare – questo è quello che a me interessa – del partito di sinistra, che divenga un luogo, la palestra dove le idee sul che fare vengono discusse fra i cittadini.

L’obiettivo è rinnovare il PD trasformandolo in una palestra dove non ci si riunisce e non si discute soltanto una volta ogni 5 anni quando si scelgono le persone ma si discute nei circoli, nei territorio dei problemi delle persone. Questo è di sinistra.

Il personalismo che caratterizza questa fase della vita italiana non aiuta. Mi auguro – questo è il mio auspicio – che attorno a questo documento, alle critiche che arriveranno, alle scoperte che si faranno, si possa aggregare una squadra di persone che dicono “sì, lavoriamo in questa direzione”.

 

 

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Tu che nella tua divisa (pensando a Lino #Aldrovandi e Patrizia Moretti)

Tu che nella tua divisa
hai retto le botte e i sassi
di gente violenta e senza fine.
Tu che sulla tua divisa
hai raccolto il sangue del compagno
colpito con ferocia insana
da uomini senza parte.
Tu che nella tua divisa
raccogli potere e imponi paura
a donne e uomini senza torti.
Tu che con la tua divisa
alzi la mano contro gente inerme
che da te aspettava amichevole protezione.
Nella tua divisa,
immagina il pensiero di una madre
che pensa il figlio stretto nella morsa
sibilare “non respiro”.
Nella tua divisa,
pensa il pensiero infinito
di quella madre.
In quel pensiero,
ritrova il dolore del mondo
e ritrova la pietà di te stesso.

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Statisti nel circo

Siamo così disabituati agli statisti, che anche quando ne riconosciamo uno, gli porgiamo le stesse domande che facciamo agli altri, e ci aspettiamo che si comporti come gli altri.

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“Facciamo votare soltanto i capigruppo”: @beppe_grillo o…?

9 marzo:

“Facciamo votare soltanto i capigruppo”

Così evitiamo quell’antipatico fenomeno del voto libero e individuale, ci risparmiamo i parlamentari che tradiscono il mandato degli elettori e soprattutto che contravvengono agli ordini del capo. Che pensa per tutti.
No dai… non starai pensando a Beppe Grillo e alla recente elezione dei presidenti di Camera e Senato?
Ma no: era il 9 marzo 2009, quattro anni fa. E l’idea è dell’allora premier Silvio Berlusconi, che arringava i deputati del Pdl in un teatro. Lanciò una straordinaria idea di semplificazione. Non solo il dimezzamento dei parlamentari (vedi come siamo tutti d’accordo? chissà perché non è stato fatto), ma un’ipotesi che avrebbe aumentato favolosamente la produttività del Parlamento: facciamo votare soltanto i capigruppo. Così 5-6 persone si trovano, votano e abbiamo risolto il problema dei “franchi tiratori”, dei “disertori”, dei “voltagabbana”, dei “traditori”.
Evidentemente il megafono Grillo e il senatore Berlusconi hanno idee affini in fatto di democrazia sostanziale.

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Piccola campagna sul rapporto media-politica

I deputati del M5S rinunciano all’appellativo di “onorevole” e la notizia fa colore, così che molto se ne discute. Già Bertinotti, quando fu presidente della Camera, mise in discussione la formula proponendo di sostituirla con “deputato”, riecheggiante delle emozioni della rivoluzione francese. Oggi nella sua “Amaca” Michele Serra rivendica di aver sostenuto in passato una piccola battaglia lessicale per l’abbandono del termine e si rammarica per l’ottusità dell’apparato che non capiva il potenziale rivoluzionario di un cambiamento formale solo apparentemente piccolo.

Anch’io ho la mia piccola campagna lessicale, che ripropongo a intervalli (quasi) regolari. Sulla confidenzialità con la quale i giornalisti parlano dei loro interlocutori politici. Spesso senza nomi né appellativi. Pensando forse di dimostrare così di avere la schiena dritta. Mah.

Il mio invito è semplicemente di fare come i colleghi inglesi o francesi: che nei loro articoli scrivono “Mr. Blair” e “M. Hollande”. Scrivere “sig. Bersani” o “sig. Monti” non cambierebbe la politica? Forse però aiuterebbe a ristabilire una opportuna distanza tra media e politica.

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