Il giorno che avrò paura di rischiare non sarò più adatto a fare il leader.
Attribuita a Nelson Mandela. C’è qui l’essenza della leadership, non solo in politica.
Filed under: comunicazione politica , leadership, Nelson Mandela
28 gennaio 2012 • 22:21 0
Il giorno che avrò paura di rischiare non sarò più adatto a fare il leader.
Attribuita a Nelson Mandela. C’è qui l’essenza della leadership, non solo in politica.
Filed under: comunicazione politica , leadership, Nelson Mandela
27 gennaio 2012 • 23:23 0
Ho visto questa sera per la prima lo spot tv della Fiat per la Panda. L’ho visto in televisione, un passaggio soltanto, e non sono andato a rivederlo in rete. Provo a parlarne sulla base di quella sola impressione, quasi distratta, da telespettatore, cioè da esemplare di quel pubblico cui il film di 90″ (tanti per uno spot) è destinato.
Semplicemente non è il commercial di un prodotto, ma un tassello di una più articolata operazione di comunicazione di lungo raggio che ha l’obiettivo di accreditare al modello Fiat un valore salvifico per l’Italia. Non la Panda ma la Fiat e il suo ruolo nel Paese, attraverso le “relazioni industriali” (cioè l’atteggiamento verso il lavoro e le organizzazioni dei lavoratori), sono al centro dello spot.
Marchionne non compra una pagina del Corriere – come hanno fatto altri imprenditori, alla Della Valle – per spiegare la sua idea dell’Italia ma la mette in pratica a Pomigliano attraverso una politica industriale e poi la racconta in uno spot agli italiani. Con il quale prova a seminare valori e reputazione per sé, prima ancora che per il prodotto, che in questo caso è un pretesto: un long seller sufficientemente apprezzato, benché di fascia bassa, per veicolare a sua volta valori di stabilità e affidabilità.
La voce fuori campo ti chiede esplicitamente da che parte vuoi stare: da quella degli stereotipi deteriori o dalla parte del lavoro, della serietà, della concretezza? Dalla parte di Fiat o dalla parte dei cattivi? Promuovere questa scelta, per lo spot, è più importante della vendita di una Panda.
Filed under: comunicazione e basta , FIAT, Panda, politica industriale, pubblicità, spot, spot tv, tv
27 gennaio 2012 • 20:45 0
Trentasei chili, neanche il peso di un pensiero.
Pane al giorno: grammi trenta e rape per porci
in minestrone. La colazione è servita. Ma prima
- lo impongono igiene e profilassi – doccia gelata
su queste carcasse nude nel piazzale.
E’ stato tutto vero. Come il destino e la fortuna,
come l’oblio benevolo. E tu che ignaro c’eri,
in me tra i vivi, ricordatene un poco.
da “Stazioni di quieto esilio”, Maurizio Meschia, 2004 Book editore
Filed under: Uncategorized , giorno della memoria
24 gennaio 2012 • 14:41 0
In anteprima su YouTube il nuovo video promozionale di ShinyNote.
Filed under: status, Uncategorized , Shinynote, terzo settore
22 gennaio 2012 • 17:48 0
Un minuto prima delle 11 il direttore di SkyTg24 Emilio Carelli ha annunciato al pubblico televisivo l’intervallo pubblicitario previsto a metà della registrazione. Le telecamere nello studio SKY in via Monte Penice, al quartiere di Santa Giulia, si sono spente, le cinquanta persone che assistevano al dibattito tra il candidato Giuliano Pisapia e il sindaco uscente Letizia Moratti si sono rilassate e hanno cominciato a commentare l’andamento della prima parte del dibattito. Red Ronnie si è avvicinato a Giuliano Pisapia, ha imbracciato la sua telecamera e ha cominciato a riprenderlo.
Mi sono alzato dalla sedia in prima fila, mi sono avvicinato a lui e gli ho chiesto chi fosse e perché fosse lì. Non mi interessava che facesse parte dello staff di Letizia Moratti e quindi si ritenesse in diritto di stare nello studio e videoregistrare. Gli ho intimato di interrompere la registrazione e ho chiamato il capo dell’ufficio stampa di Sky: nel concordare le regole del confronto avevamo deciso che durante l’intervallo e anche dopo la trasmissione le telecamere di Sky sarebbero rimaste spente per evitare riprese “fuori onda”, quindi ho preteso che quella regola venisse fatta rispettare a chiunque, incluso Red Ronnie.
I giornali riferiscono degli incontri che preparano i confronti televisivi come di riunioni misteriche nelle quali un manipolo di superesperti prestano attenzione a dettagli apparentemente insignificanti ai quali però loro attribuiscono una immensa importanza. Il nostro lavoro in realtà fu semplicemente di buon senso. Il capo-redattore di SkyTg24 ci fece visitare lo studio con il direttore della produzione, ci dissero quante telecamere intendevano utilizzare e ci mostrarono come le avrebbero collocate. Era previsto un tavolo ovale con uno sgabello per ciascuno dei due candidati, mentre il conduttore sarebbe rimasto in piedi. Ci accordammo rapidamente sulla disposizione dei protagonisti: allo staff di Letizia Moratti andava bene che lei stesse a destra delle telecamere, a me che Giuliano Pisapia stesse a sinistra e quindi non dovemmo discutere né tirare a sorte per la posizione dei due candidati. Tornammo nella sala riunioni. Lì mettemmo a punto altri dettagli.
La conversazione fu cordiale, salvo un paio di battute di presunto sarcasmo del portavoce del sindaco in carica (del loro staff erano in tre: con il portavoce erano venuti la capo-ufficio stampa e un consulente). Ci accordammo rapidamente su tutto. Il capo-redattore, Luigi Casillo, ci ricordò che Sky avrebbe voluto mandare in onda la trasmissione in diretta, come sarebbe avvenuto per altri confronti tra i candidati sindaci di Bologna, Napoli e Torino. Il sindaco Letizia Moratti non era però disponibile per la data proposta dalla redazione e quindi avevamo dovuto trovare una soluzione diversa, conciliando le agende dei due candidati per registrare mercoledì 11 maggio alle ore 10:30. La trasmissione sarebbe andata in onda il giorno stesso dalle 16:00 alle 17:00. Nello staff non amavamo i confronti televisivi e in generale le arene gladiatorie in cui si trasformano le trasmissioni che si occupano della politica politicante. Però apprezzavamo tutti lo stile del telegiornale di Sky, i suoi toni, ed eravamo favorevoli a un confronto. Eravamo fiduciosi che potesse svolgersi con toni sereni, sui temi della città, che erano stati il centro indiscusso della nostra attenzione per tutta la campagna elettorale. Giuliano aveva una visione e aveva maturato un progetto con la partecipazione di più di mille cittadini: non ci interessava la politica dei professionisti, non ci interessavano le ideologie. Avevamo provato per molti mesi a raccontare che una città come Milano andava guidata verso il futuro nell’interesse di tutti, e non semplicemente “amministrata”.
Quel giovedì pomeriggio io e tre dei principali responsabili della comunicazione di Letizia Moratti dovevamo garantire ai nostri rispettivi candidati che il confronto si svolgesse lealmente, e ognuno di noi era preoccupato che l’avversario non conquistasse qualche vantaggio. Tra le altre regole proposte da Sky, ci venne spiegato che avremmo tirato a sorte per determinare a chi spettasse il vantaggio di rispondere per primo alla prima domanda del conduttore. L’ordine delle risposte si sarebbe alternato: a una domanda avrebbe risposto prima un candidato poi l’altro, alla domanda successiva l’ordine si sarebbe invertito. Ma in ogni caso all’ultima domanda l’ordine delle risposte sarebbe stato l’opposto rispetto alla prima: chi rispondeva per primo alla prima domanda avrebbe quindi risposto per ultimo all’ultima domanda. Fummo tutti concordi nel giudicare sbagliata quella regola: in questo modo, uno dei due contendenti avrebbe avuto il doppio vantaggio di presentarsi per primo al pubblico e di congedarsene per ultimo, con la possibilità di lasciare un segno più incisivo nella memoria degli elettori. Decidemmo allora che avremmo applicato la regola diversamente: chi avesse risposto per primo alla prima domanda avrebbe risposto per primo anche all’ultima, così che il vantaggio del primo intervento in trasmissione e quello dell’ultimo intervento sarebbero stati distribuiti equamente tra i due candidati.
Il capo-redattore di Sky non ebbe difficoltà ad accettare la variazione, dato che i rappresentanti dei candidati erano d’accordo tra di loro, e annunciò che l’ordine di risposta sarebbe stato tirato a sorte prima dell’inizio della trasmissione, il giorno stesso. Il consulente di Letizia Moratti propose però che tirassimo subito a sorte, in modo da semplificare il lavoro di tutti, candidati compresi, il giorno della registrazione, che sicuramente sarebbe stato ricco di tensione, come accade per i confronti televisivi. E io commisi un errore.
Quell’errore, con il senno di poi, può esser letto in un’altra luce. Ma per una settimana ne fui angosciato. Avrei dovuto rifiutare quella soluzione, l’estrazione a sorte sul momento, una settimana prima della trasmissione: non aveva alcuna utilità che uno dei due candidati sapesse in anticipo di disporre del vantaggio di dare l’ultima risposta della trasmissione, senza più alcuna possibilità di replica per l’avversario. Se anche l’avessimo avuto noi, quel vantaggio, che cosa ne avremmo fatto? Non avevamo promesse mirabolanti da fare, non avevamo ricette miracolistiche da proporre ai milanesi: avremmo giocato le nostre carte, quelle della credibilità di un candidato serio e convinto di potere cambiare in meglio la città grazie alla sua indipendenza da qualsiasi centro di potere e alla sua dedizione totale all’interesse generale. Ma se questo vantaggio lo avesse avuto l’avversario? Se Letizia Moratti avesse potuto dire la sua per ultima, senza possibilità di replica, come avrebbe sfruttato quel vantaggio?
Partendo dalla mano di Gabriele Bertipaglia, la moneta da un euro che avrebbe assegnato l’ordine delle risposte volò in aria: se fosse uscita l’Europa avrebbe parlato per primo Pisapia e per ultima Moratti, il contrario se fosse uscito l’Uomo vitruviano. La moneta volò in aria senza roteare e io – che avvertivo crescere una inquietudine – lo feci notare e chiesi la cortesia di ripetere il lancio, affidando la moneta al neutrale capo-redattore di SkyTg24. Non che non mi fidassi di chi aveva lanciato la monetina: ne avevo sentito parlare sempre come di un ottimo professionista e di una persona stimabile, e quell’incontro me lo stava confermando. La mancata rotazione della moneta non era certamente frutto di un’intenzione. Ma era preferibile per tutti che quella scelta importante venisse fatta in modo incontestabile. Soprattutto per la mia coscienza professionale. Nessuno ebbe da obiettare e la moneta passò nelle mani di Luigi Casillo. Non tenne l’euro sul palmo della mano ma lo posò sull’unghia del pollice. Con la punta dell’indice tirò verso il basso il pollice per poi lasciarlo di colpo. Un gesto a me familiare, quello che a Napoli fanno i ragazzini che giocano a biglie. La monetina cominciò il suo volo, roteando per aria.
Il risultato non cambiava: Giuliano Pisapia avrebbe parlato per primo, Letizia Moratti per ultima. Era destino che andasse così.
[continua... forse]
***
Moratti accusa Pisapia nel confronto diretto su Sky
L’articolo di Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera del giorno dopo, basato sui documenti diffusi alle 17 dello stesso giorno in una conferenza stampa all’aperto, in piazza della Scala, davanti alla sede del Comune. Nello stesso momento in cui distribuivamo il dossier alla stampa, lo pubblicavamo anche su Internet, riconoscendo ai nostri sostenitori il diritto a un’informazione tempestiva a di prima mano. Un’operazione di crisis management tempestiva che impedì si insinuasse il dubbio: la storia raccontata il 12 maggio da tutte le testata era diversa da quella che altrimenti avrebbe potuto affacciarsi, dato anche Gian Giacomo Schiavi, vice direttore del Corriere, aveva immediatamente pubblicato sul suo blog un post – poi modificato – nel quale pretendeva spiegazioni.
Filed under: comunicazione politica , accuse, Corriere della Sera, Emilio Carelli, furto, Gian Giacomo Schiavi, Giuliano Pisapia, Letizia Moratti, Luigi Casillo, Luigi Ferrarella, Milano, Red Ronnie, Sky, SkyTg24, tutta colpa di Pisapia
1 gennaio 2012 • 11:00 0
Cenone di San Silvestro a Rezzato, alle porte di Brescia. Con Stefania, Leonardo e me, tre coppie. I ragazzi hanno intorno ai 35 anni: figli della Brescia bene, compagni di università, tutti laureati in ingegneria. Ragazzi intelligenti, impegnati nel lavoro, tutti dirigenti o quasi in aziende bresciane: uno è reponsabile della logistica in una società quotata in borsa che esporta prodotti meccanici e idraulici in tutto il mondo, un altro responsabile aftersale di un’impresa che produce componenti per i più importanti marchi del mercato automotive, il terzo responsabile commerciale per un’azienda storica della Valtrompia che esporta prevalentemente negli Stati Uniti.
Impegnati anche nella loro comunità: da pedemontani pragmatici, preferiscono occuparsi di chi ha bisogno di aiuto nel proprio paese o nel proprio quartiere rispetto ai bisogni terzomondisti. Vicini al mondo cattolico operoso, attivo nel sociale, che a Brescia è molto ben radicato.
In giro tre bambini con meno di 18 mesi e un altro in arrivo tra poche settimane. Le ragazze lavorano, soffrendo per l’indisponibilità (che è prevalentemente culturale) di un part-time che consenta loro di stare più tempo accanto ai bimbi piccoli, oppure non lavorano perché non trovano un part-time che consenta loro di stare più tempo accanto ai bimbi piccoli – e a scoraggiare il ricorso full-time all’asilo nido è anche la mancanza di strutture pubbliche, con i costi conseguenti della soluzione privata. Parlano tutti almeno una lingua straniera in modo fluente, e con un’altra se la cavano.
Sono elettori potenzialmente di destra, pragmatici, capaci di distinguere tra una destra farlocca che mantiene i privilegi e quella che vorrebbe premiare il merito. Sono tutti lavoratori dipendenti, quindi pagano le tasse alla fonte. Sono insofferenti – non invidiosi – verso i loro amici che gestiscono attività commerciali e grazie al giro del nero cambiano l’auto ogni anno. Ma sono insofferenti anche nei confronti dello Stato che aumenta le accise sui carburanti e l’IVA.
Potrebbero anche avere votato per la Lega, in qualche circostanza, ma certo non sono i leghisti delle camicie verdi e dei raduni celtici. Soffrono la mancanza di una adeguata rappresentanza politica e ritengono che questo Governo – in cui pure hanno nutrito fiducia – sia partito con il piede sbagliato. Abbia fatto la cosa più semplice, che anche qualche zio avrebbe potuto fare: aumentare le tasse, appunto. Magari il Governo potrebbe comunicare meglio la molteplicità di leve su cui è intervenuto, ma certo quando passi dal distributore di carburante la tua percezione non lascia molto spazio alle sfumature e l’obiettivo macro-economico della manovra è netto. Eppure sono solo scettici, non disperati né tanto meno cinici.
Questi ragazzi lavorano molte ore al giorno e affrontano i passaggi critici delle loro aziende: viaggiano per gli stabilimenti italiani, vanno all’estero per missioni commerciali o tecniche, affrontano i problemi e se ne fanno carico come se fossero problemi personali (perché capiscono che sono problemi personali o possono divenirlo). Se gli parli di bilancio dello Stato e del peso del debito pubblico, come non comprendere la loro aspettativa che il Governo intervenga sul fronte della spesa, con tagli significativi. Anche nel pubblico impiego, anche riducendo il personale della pubblica amministrazione. Obietto che tagliare occupazione significa tagliare consumi e quindi deprimere l’economia. Ma davanti alla crisi di tante piccole e medie imprese sane e produttive messe a repentaglio da uno Stato che non paga in tempo le forniture e mette a repentaglio l’occupazione tra lavoratori che contribuiscono al PIL, il rischio è una guerra tra poveri: meglio loro, a spasso, o quella quota di impiegati pubblici assunti per fini elettorali e con logiche clientelari?
Questi sono ragazzi e ragazze carichi di energia, pragmatici ma ricchi di ideali, sanno guardare oltre il proprio ombelico e si interessano al bene comune. Vivono la gioia di avere figli e pensano che per loro dovrebbero fare qualcosa, lasciargli uno Stato migliore. Hanno tutte le carte in regola per essere la classe dirigente di questo Paese. Dobbiamo trovargli uno spazio. Il 2012 ha uno scopo.
Filed under: comunicazione politica , brescia, classe dirigente, debito pubblico, Governo, meritocrazia, produttività, pubblica amministrazione, tagli, tasse