Piccolo contributo di chiarificazione (si spera) sul (fantomatico) #DEF

È piuttosto triste il vociare polemico che si avverte sui media a proposito dei destini del Documento di Economia e Finanza, sintetizzato con l’acronimo DEF. Soprattutto se confrontato con lo scopo del documento. Provo sommessamente a dare qualche informazione nell’auspicio – presumibilmente vano – di promuovere un dibattito utile, nell’interesse generale.

I governi tentano di condizionare le prospettive dell’economia nazionale e di determinare i saldi di finanza pubblica con un provvedimento annuale, molto ampio, da approvare entro il 31 dicembre. Il provvedimento coincide con la principale “legge finanziaria” dello Stato perché dispone modifiche alla legislazione vigente in vista di quattro effetti finanziari:

  • diminuisce o elimina alcune imposte (con l’intento di sollecitare la crescita economica di alcuni settori, e con l’effetto di diminuire le entrate);
  • aumenta o introduce alcune imposte (per esempio allo scopo di disincentivare comportamenti nocivi per l’individuo e costosi per la collettività come il fumo, e con l’effetto presumibile di aumentare le entrate)
  • taglia alcune spese delle pubbliche amministrazioni (per esempio per eliminare sprechi, con l’effetto di ridurre le uscite)
  • aumenta alcune spese delle pubbliche amministrazioni (per esempio per accelerare il processo di trasformazione digitale o andare incontro ai cittadini in difficoltà economica, con l’effetto di aumentare le uscite)

In sintesi, questa molteplicità di effetti finanziari (maggiori/minori uscite, maggiori/minori entrate) testimonia la funzione principale della legge, che consiste nel ri-allocare risorse. E per questo la legge viene chiamata anche manovra: sposta denaro tra capitoli di entrata e uscita. Lo spostamento può lasciare inalterati i saldi (nel senso che i vari spostamenti si compensano e l’effetto sul saldo risulta neutro). Più frequentemente invece modifica anche i saldi, cioè riduce o aumenta il deficit previsto prima dell’entrata in vigore della legge finanziaria.

La ri-allocazione di risorse è la funzione primaria della politica: se le risorse fossero infinite la politica non esisterebbe, basterebbe dare a ciascuno ciò che vuole e tutti vivrebbero felici e contenti. E invece – ahinoi – le risorse sono limitate quindi occorre operare scelte: ed è questa la funzione essenziale della politica, che attraverso una meta-risorsa (il potere) è in grado di togliere a qualcuno per dare a qualcun altro. In una democrazia ben temperata queste decisioni devono essere prese con un coinvolgimento dei cittadini quanto più ampio possibile. Nelle democrazie rappresentative – quale ancora è, costituzionalmente, quella italiana – questo coinvolgimento si realizza attraverso il dibattito parlamentare nel quale i partiti politici rappresentano gruppi di elettori distinti.

Il processo attraverso cui svolgere questo dibattito e la formalizzazione della legge finanziaria è determinato in Italia dalla legge di contabilità e finanza pubblica del 31 dicembre 2009 numero 196. La legge prevede che il Governo debba presentare alle Camere un disegno di legge di bilancio entro il 20 ottobre e che il Parlamento debba discutere, emendare e approvare la legge entro il 31 dicembre. Tuttavia, per promuovere un ampio e trasparente dibattito, la stessa legge prevede che il Governo dichiari i suoi programmi per l’anno successivo con largo anticipo, sei mesi prima: entro il 10 aprile, con la presentazione al Parlamento di un documento programmatico – definito Documento di Economia e Finanza o DEF.

Il DEF non ha effetti sulla finanza pubblica, non è una legge, non è la “manovra”

Questo documento non ha effetti sulla finanza pubblica: non contiene norme nuove, non modifica quelle vigenti. È un documento, appunto, che contiene valutazioni, stime, analisi, intenzioni e orientamenti.

Il Parlamento non approva né boccia questo documento ma lo discute e i partiti propongono delle risoluzioni che vengono votati dalle assemblee delle due Camere. Le risoluzioni non comportano la modifica del documento, che è un atto del Governo, ma evidentemente possono sollecitare il Governo a rivedere le proprie posizioni in una fase successiva. La legge 196/2009 individua questa fase successiva in una Nota di aggiornamento al DEF da presentare al Parlamento entro il 27 settembre. Anche in questo caso il documento di per sé non ha effetti e il Parlamento è chiamato ad esprimersi sul suo contenuto allo scopo di orientarne le scelte in vista del disegno di legge di bilancio dello Stato.

È quest’ultimo atto, da compiersi entro il 20 ottobre, che dispone effetti concreti da realizzarsi con l’entrata in vigore a partire dall’1 gennaio successivo. È quest’atto che i partiti in Parlamento modificano per riorientare l’allocazione delle risorse. Fino ad allora i passi legati al DEF e alla nota di aggiornamento dello stesso sono snodi di un dibattito fondamentale per il coinvolgimento dei cittadini – attraverso i loro rappresentanti in Parlamento e i movimenti di opinione pubblica – senza effetti immediati.

L’accanimento di questi giorni e queste ore sul contenuto del DEF, sul rischio che possa ipotecare il futuro, su chi lo debba fare, su cosa debba contenere non è un bello spettacolo. Non è un bel servizio alla democrazia. Il Governo in carica, che ha operato sulla base della fiducia ottenuta in una legislatura ormai terminata e dimissionario dopo la nomina dei presidenti delle Camere della nuova legislatura, ha ricordato ampiamente che non può assumere impegni per il futuro del Paese. Non è legittimato a farlo sul piano formale ma è sufficiente un po’ di buon senso per comprendere che impegni per il futuro li assume chi ha la facoltà di attuare decisioni che possono influire sul futuro, non certo chi attende da un momento all’altro di lasciare onori e oneri a un successore di prossima nomina.

E tuttavia se si prolungassero i tempi per la formazione di una nuova maggioranza politica in grado di esprimere un governo, sarebbe di qualche utilità per il dibattito pubblico disporre di un quadro delle prospettive della finanza pubblica aggiornato alla luce dell’evoluzione dell’economia nazionale, europea e globale: il cosiddetto quadro tendenziale a legislazione vigente, che stima che cosa accadrebbe ai saldi di finanza pubblica se non cambiasse nulla, se non si facesse una nuova finanziaria per l’anno successivo. Un esercizio che si fa sempre nella programmazione, in modo che gli stakeholder possano apprezzare la differenza tra la prospettiva inerziale e gli effetti di una manovra finanziaria su quella prospettiva.

[Perché è utile un aggiornamento delle prospettive di finanza pubblica a legislazione vigente? Perché rispetto alle precedenti stime si potrebbe evidenziare che le entrate sono più alte o più basse di quelle programmate, e così le spese. Questo è possibile perché gli effetti delle norme sono sempre stimati, non certi. E perché un andamento dell’economia globale o fatti nuovi (per esempio una crisi geopolitica) possono influenzare l’andamento dell’economia nazionale in modo tale da produrre effetti per la finanza pubblica. Se l’economia va particolarmente bene, per esempio, aumenta il gettito tributario. Se va male aumenta la spesa sociale (per esempio per gli ammortizzatori in caso di aumento della disoccupazione).]

Insomma, “ciclo e strumenti della programmazione finanziaria e di bilancio” (è il titolo dell’articolo 7 della legge 196/2009) sono utili al Paese e alla democrazia. Se ben usati favoriscono una valutazione condivisa ed equilibrata delle possibilità di ri-allocazione di risorse secondo gli scopi definiti dai rappresentanti dei cittadini eletti in Parlamento.

Un dibattito serio in attesa del nuovo governo sarebbe prezioso. Chiedersi se il governo attuale presenterà il DEF è invece piuttosto ozioso, perché il termine del 10 aprile previsto dalla legge è “non perentorio”, quindi sarebbe una scelta di buon senso rimandare la presentazione quanto basta per consentire a un nuovo governo di insediarsi, ottenere la fiducia in Parlamento, comunicare i propri orientamenti al Dipartimento del Tesoro – in modo che questo possa elaborare stime e simulazioni – e presentare alle Camere un DEF completo di quadro tendenziale e ipotesi programmatiche. Se in prossimità del 10 aprile il quadro politico restasse incerto senza ipotesi plausibili sui tempi necessari alla formazione di un nuovo governo, sarebbe una scelta di senso altrettanto buono la decisione di mettere a disposizione del Parlamento un documento parziale con il quadro aggiornato delle prospettive di finanza pubblica a legislazione vigente. Solo perché è utile al Paese sapere dove si sta andando. Senza che questo rappresenti un “golpe economico”.

E l’Europa? (altro fantomatico attore del nostro dibattito pubblico) La Commissione europea ha già fatto sapere che il programma di stabilità e il programma nazionale di riforma (che coincidono rispettivamente con la sezione I e la sezione III del DEF) devono essere presentati da un governo in grado di assumere impegni per il futuro. E che è già accaduto in passato che alcune scadenze siano state trasgredite in attesa della formazione dell’Esecutivo dopo elezioni. Ovviamente. Dato che l’Unione europea è composta di stati democratici dove le elezioni sono la norma e non l’eccezione. Peraltro, il termine per la presentazione di questi programmi alle autorità europee non è il 10 bensì il 30 aprile. Insomma, calma e sangue freddo. C’è tempo.

Annunci

Il #libro con più “orecchie” del 2017: #Conmoltacura di Severino #Cesari

Sì, lo so, di scritti sull’importanza delle piccole cose della vita ce n’è un sacco. Spirituali, materiali, mistici, concreti. In forma di romanzi, saggi, scritti religiosi. Ma “Con molta cura” di Severino Cesari è diverso. Certo, la particolarità delle parole di Cesari è collegata alla sua condizione di persona che vive la malattia, anzi malattie diverse che lo obbligano alla ricerca di un equilibrio volta per volta nuovo (vivere è una questione di equilibri in continua evoluzione, per questo i conservatori di destra e di sinistra hanno intrinsecamente torto). La sua è quindi una testimonianza, e in quanto tale ha una forza che altre riflessioni sulla malattia non conoscono.

Ma non è soltanto questa dimensione di realismo fatale che fa di “Con molta cura” un libro straordinario. Perché questo libro è l’edizione di un diario: il racconto di singoli momenti scritti mentre accadevano. Non solo. Il diario era pubblico (in Facebook) e quindi gli scritti pubblicati e condivisi mentre accadevano cose. Sensazioni e sentimenti messi a disposizione di una piccola comunità in tempo pressoché reale. Le parole dell’autore si alimentano anche dei commenti ricevuti.

Forza della testimonianza e potere della quotidianità in presa diretta non basterebbero a fare di questo libro un libro unico. “Con molta cura” è unico per la qualità autoriale: Severino Cesari è stato – così leggo, non lo conoscevo prima di leggere la recensione di Conchita De Gregorio su Repubblica e quella di Gianni Riotta su La Stampa – uno straordinario editor (scopritore di talenti, curatore di talenti). La sua passione per la parola scritta si ritrova tutta intera nelle sue pagine, che sono anche un viaggio nella letteratura (non soltanto quella italiana contemporanea: mi ha fatto tornare voglia di leggere Moby Dick in una traduzione recente e scoprire personaggi a cavallo tra storia patria e letteratura).

“Con molta cura” è molte cose. Per me è una preghiera laica: l’invito ad apprezzare la vita nei suoi quotidiani regali, che l’abitudine inserisce in quella parte del nostro cervello dove sono classificate le consuetudini e le cose scontate. Cesari ci invita a tirare fuori da lì i tramonti, lo stormire delle fronde degli alberi di un parco cittadino, il cappuccino del bar sotto casa, la parola gentile del farmacista, la fioritura di un profumato gelsomino. Ci ricorda che poter camminare senza un bastone e usare entrambe le mani per abbottonare la camicia non sono prestazioni del nostro corpo garantite per sempre. Ci insegna che l’unico modo per stare al mondo è starci con gli altri, con il coraggio di sentirsi immersi in un flusso di emozioni che ci attraversano perché vengono da lontano e subito si dirigono altrove.

Nulla è scontato. Nulla è garantito. L’unico modo per stare al mondo è di starci con gratitudine immensa.

Il confirmation bias dell’intellighentzia

In questi mesi di grande attenzione al fenomeno delle fake news si parla molto di confirmation bias: l’attitudine degli individui a prestare un’attenzione selettiva alle informazioni, privilegiando quelle che confermano le proprie opinioni a discapito dei dati che le sfidano e mettono in discussione.

Di solito se ne parla avanzando – implicitamente – il sospetto che le persone meno istruite – e più in generale nelle fasce sociali dove il capitale intellettuale è modesto – ne siano più facilmente vittime, rispetto alle persone più istruite. Si dà per scontato che i ceti più istruiti, l’establishment e l’intellighentzia di una comunità siano immuni al fenomeno. Non credo sia così. Provo a spiegare perché tramite un aneddoto.

Martedì scorso il Ministro Padoan è a Londra per diversi incontri con operatori della comunità finanziaria internazionale, nell’ambito di un’azione continuativa di recupero della reputazione nazionale che – vale la pena ricordarlo – si può tradurre in risparmi sulla spesa per il servizio del debito pubblico (insieme a tutte le altre variabili e condizioni, a cominciare dalla politica monetaria espansiva). Le domande al Ministro lasciano finalmente emergere interesse per la ripresa dell’economia e il miglioramento del quadro di finanza pubblica, ma sono ovviamente concentrate sugli aspetti critici: l’elevato debito pubblico, le recenti crisi bancarie, la disoccupazione giovanile, l’incertezza politica. Proprio quella mattina l’Istat pubblica la stima preliminare sul prodotto interno lordo nel terzo trimestre dell’anno: una crescita di 0,5% sul secondo trimestre e dell’1,8% sullo stesso trimestre del 2016. Una conferma che la ripresa economica in atto dal 2014 si va irrobustendo. Nel circuito dei commenti sono numerose le critiche di coloro che ricordano tuttavia la lentezza della crescita italiana rispetto a quella di altri paesi (secondo i detrattori l’Italia sarebbe “il fanalino di coda”). Si potrebbe ricordare a molti di questi detrattori che quando essi stessi hanno avuto responsabilità di governo l’andamento dell’economia aveva già questa caratteristica.

Ma il Ministro evita sempre le polemiche personali e decide di commentare questo dato con una prospettiva diversa. Per farlo sceglie una grandezza: l’andamento del PIL pro-capite al posto del PIL totale. Comparando la dinamica della crescita economica pro-capite dell’Italia con quella delle altre tre principali economie europee a partire dal 2014 si scopre che l’Italia cresce più rapidamente del Regno Unito, della Germania e della Francia.

Apriti cielo. Il fatto che l’Italia abbia una dinamica del PIL pro-capite migliore dei tre più grandi paesi europei è sembrato così inverosimile ad alcuni sapienti osservatori dei limiti e delle difficoltà della nostra economia da spingerli a sospettare che i dati fossero falsi. Un caso di dissonanza cognitiva, che induce a respingere dati che non coincidono con le convinzioni.

Ora, la scelta di un singolo dato o fenomeno per rappresentare una realtà complessa è necessariamente soggettiva. In questo caso si è deciso di mettere in evidenza un dato positivo, incoraggiante, benché legato a un fenomeno preoccupante, sul quale il Ministro stesso non manca di mettere in guardia ogni volta che se ne presenta l’opportunità: la crescita pro-capite è alta anche perché la dinamica demografica è deludente. In altre parole, il numero dei cittadini cresce in Italia meno che in altri paesi (anche perché molti italiani vanno all’estero e pochi immigrati vengono integrati nella nostra società).

Davanti alla mole di critiche che sempre accompagna la diffusione di un dato statistico sembra francamente legittimo che un’autorità di governo decida di accendere un faro su un fenomeno positivo. Qualcuno la definisce “cherry picking”, io la chiamo legittima difesa informativa. Del resto chi snocciola solo dati negativi non fa “adverse cherry picking”? In questo caso come in qualsiasi altro è soggettiva non solo la scelta del fenomeno o della grandezza ma anche la composizione del dato: si è scelto di confrontare il dato dell’Italia con quello delle altre maggiori economie europee (l’Italia è la quarta in questa classifica dopo Germania, Regno Unito, Francia) a partire dal 2014. La lista poteva essere più lunga a piacere, ovviamente, e avrebbe potuto includere la Spagna, quinta economia del continente, la quale registra una crescita del PIL pro-capite superiore a quella italiana. Ma allora avremmo tutti parlato di quanto sono bravi gli spagnoli, e non del fatto che a Londra potevamo stupire gli ospiti con un punto di vista originale, che li avrebbe sorpresi (e li ha sorpresi, infatti). E poi siccome – per rendere più chiara la comparazione – si è scelto di trasformare la crescita in numero indice, perché eleggere proprio l’anno 2014 quale punto di partenza? La risposta è banale: il Ministro ha assunto la carica a febbraio di quell’anno, sviluppando da allora una politica economica e di finanza pubblica lungo un percorso coerente; inoltro è proprio quello l’anno in cui l’economia è uscita dalla recessione. Quindi sussistono due motivazioni ragionevoli per una scelta che risulta certamente soggettiva ma non arbitraria.

Rispettabili commentatori molto attivi in Twitter hanno esercitato il loro legittimo diritto di critica, esplorandone tutte le possibilità: la mancanza delle fonti dei dati, la scelta della data di riferimento per la comparazione, la scelta del fenomeno stesso (la dinamica del PIL pro-capite). E via alle accuse di malafede, di disonestà intellettuale, di manipolazione dei dati (se non di invenzione), di becero propagandismo.

Ora, sulle fonti la critica è assolutamente fondata: in una tabella o in un grafico bisogna sempre indicarle. Facciamo ammenda: si tratta di dati Ameco (il database macroeconomico della Commissione europea) consultati online il giorno prima, e in particolare della serie RVGDP. Ognuno può ricalcolarsi il numero indice.

Su tutto il resto c’è poco da commentare: cari economisti, opinionisti, giornalisti, osservatori, ricercatori, analisti, esercitate il vostro diritto/dovere di critica sulla valutazione d’impatto delle politiche del Governo, e fate le pulci anche a chi più modestamente cerca di divulgare alcuni fatti, così da spronarci a fare meglio il nostro lavoro (così magari non ci si dimentica delle fonti nel grafico). Ma rendetevi conto che nel XXI secolo le voci del Governo – per quanto sempre riportate dai media – sono incommensurabilmente inferiori sul piano numerico a tutti coloro che cercano 5’ di celebrità criticando il Governo stesso: gli esponenti dei partiti di opposizione, i movimenti e le organizzazioni civiche, i sindacati, i centri studi, i blogger, i giornalisti che giustamente vogliono mostrare di avere la schiena dritta e quelli che cercano il titolo più clamoroso (e negativo: good news are not news, secondo un adagio la cui validità andrebbe dimostrata ma che comunque gode di grande popolarità tra i direttori di testata), gli attivisti online, i keyboard warriors, gli haters e via digitando.

Non so se ve ne siate resi conto ma l’epoca della comunicazione di massa in cui le istituzioni avevano il monopolio delle fonti informative è storia: oggi “uno vale uno” e sui social networks la propagazione di informazioni negative (e spesso false) è preponderante, quindi la comunicazione istituzionale è soccombente perché nella circolazione dell’informazione “quantity matters”. Fatevene una ragione: sui siti dipartimentali del Ministero dell’Economia e delle Finanze potete trovare working papers, studi, analisi, montagne di dati (aperti) sui quali esercitarvi in analisi dalle quali ricavare qualche prescrizione da suggerire alle autorità; troverete anche i testi integrali dei numerosi interventi nei quali il Ministro affronta più analiticamente tutte le dimensioni dei fenomeni che deve governare, segnalando problemi, spiegando le soluzioni, accennando agli effetti delle politiche implementate quando sono disponibili delle evidenze, senza mai nascondere le questioni aperte. Su Twitter lasciateci usare quei 140-280 caratteri per divulgare qualche informazione positiva (anche perché è un modo per farla finire sui TG e sui quotidiani, come accaduto con il tweet di martedì scorso).

Fake news? Ma quali hacker stranieri…

La vittoria della Brexit, la campagna di Trump contro Hillary Clinton, gli accessi alle mail di Macron per favorire una vittoria di Marine Le Pen. Tre casi di consultazione elettorale per i quali si è evocato il rischio di manipolazione dell’opinione pubblica anche per mano di “potenze straniere”. L’arma di manipolazione di massa sarebbero le vituperate fake news prodotte grazie al lavoro di hacker e di specialisti della propagazione di notizie false in Internet.

Ma siamo sicuri che il nemico della democrazia occidentale sia oltre il confine di quella che per anni è stata la cortina di ferro? In molti casi non sembra necessario ricorrere al “nemico esterno” per spiegare la diffusione di notizie false e la manipolazione della percezione da parte di frange più o meno ampie dell’opinione pubblica. Esistono evidenze dell’intreccio di mezzi di informazione tradizionali, siti di pseudo-informazione, social media, politica. Proviamo qui a raccontarne una.

Martedì 17 ottobre il Ministro dell’economia e delle finanze Pier Carlo Padoan ha illustrato i principi generali del disegno di legge di bilancio per il 2018 a Radio Anch’io, storica trasmissione di RadioUno Rai. Un ascoltatore ha posto una domanda sulle pensioni: in particolare sulla possibilità di interrompere l’adeguamento automatico dell’età di accesso alla pensione all’aspettativa di vita della popolazione. Il ministro ha risposto che il meccanismo di adeguamento serve a tenere in equilibrio i conti della previdenza sociale nella prospettiva che la vita media si allunghi.

Le agenzie di stampa riportano la risposta fedelmente, con sfumature leggermente diverse. L’Ansa (ore 8:56): “’C’è una legge concordata in sede Ue che tiene conto dell’allungamento delle aspettative di età’, ma ci sono anche ‘molti meccanismi introdotti per affrontare la questione, come per i lavoratori usuranti che hanno diritto ad andare in pensione prima’”. La Presse (ore 9:06): “’E’ una legge concordata in sede europea che tiene conto dell’aspettativa di vita, un meccanismo che ha a che fare con la demografia’. Secondo il ministro ‘il nostro sistema è uno dei più equi d’Europa e l’equità e l’inclusione sono rafforzati. Abbiamo messo risorse per una crescita inclusiva, per vaste e crescenti zone della popolazione’”. Italpress (ore 9:16): “’Per quanto riguarda l’età pensionabile, è una legge concordata in sede europea che tiene conto dell’allungamento dell’aspettativa di età’”. ADNKronos (ore 9:36): “E’ una legge già applicata, concordata in sede Ue, che ha a che fare con l’aspettativa di vita e la demografia’”. Chiaro, no?

Ebbene, ecco il titolo di apertura di Libero il giorno dopo:

“Gli italiani non muoiono mai”

tra virgolette (che dovrebbero indicare la riproduzione letterale di quanto pronunciato) e preceduto dall’occhiello “Il disappunto di Padoan”.

IMG_2490

Nell’editoriale che scaturisce direttamente dal titolo di apertura, in prima pagina, il direttore Vittorio Feltri scrive “il ministro dell’economia ne ha sparata una clamorosa a proposito della longevità dei nostri pensionati. Ha detto di loro: ‘muoiono troppo tardi e ciò incide negativamente sui conti dell’Inps’”. Ancora una volta con l’uso delle virgolette, che per convenzione dovrebbero essere utilizzate per riportare un discorso diretto, in modo letterale e fedele a quanto pronunciato dalla persona chiamata in causa.

Invece siamo davanti alla manipolazione. Come altrimenti vogliamo giustificare questa operazione “giornalistica”? Esigenza di sintesi? Efficacia della titolazione? Ispirazione futurista?

Il sito ilpopulista.it (che si definisce “Audace, istintivo, fuori controllo” e invita i lettori a scrivere per la testata con l’incitazione “libera la bestia che c’è in te”) riporta la pseudo-notizia di Libero trasformandola in un dato di fatto, e titola così: “Il rammarico di Padoan: gli italiani non crepano più”. Sottotitolo: “Incredibile gaffe del ministro. I pensionati? ‘Muoiono troppo tardi e ciò incide negativamente sui conti dell’Inps’”. Sul profilo Facebook della testata il titolo sotto la fotografia del ministro è “Il ministro Padoan svela il problema dell’INPS: ‘Gli italiani muoiono troppo tardi’” (ancora le virgolette). Da notare che il condirettore della testata è l’on. Matteo Salvini, segretario della Lega Nord.

IMG_2496

Il sito newnotizie.it (più di 750mila like su Facebook e registrazione della testata presso il Tribunale di Roma) non vuole essere da meno: “Padoan choc: ‘I pensionati muoiono troppo tardi, influisce negativamente sui conti dell’INPS’”. Lineapress.it, che nella sua pagina Facebook si definisce “Agenzia media/stampa” ed è una testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Napoli: “Il ministro Padoan svela il problema dell’INPS: ‘Gli Italiani muoiono troppo tardi’”. Adessobasta.org (replica o una affiliazione italiana dell’americano conservativepost.com con sede a Dallas, in Texas, la cui missione dichiarata sarebbe “diffondere la libertà di informazione”): “Padoan è triste: gli italiani crepano troppo tardi. La mega gaffe del ministro”. L’originale piovegovernoladro.info apre con una variante: “Il rammarico di Padoan: ‘Gli italiani crepano troppo tardi’”.

Gli “articoli” sono tutti simili eppure molti di questi siti sono registrati come testate giornalistiche. Lo è anche tecnicadellascuola.it che sembra essere un portale di settore e dichiara di essere anche accreditato presso il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca. L’accuratezza nella verifica delle fonti non sembra essere però all’altezza della prosopopea con cui si accredita presso studenti e genitori e il titolo del suo post è analogo a quello degli altri siti: “Padoan choc: gli italiani muoiono troppo tardi, Inps in crisi. Ministro chieda scusa!”. Superficialità o scelta di campo?

Ciò che va preso seriamente in considerazione è che insieme ad app, profili Facebook, Twitter e Instagram, questi siti costituiscono un ecosistema capace di amplificare una stessa “notizia” fino a raggiungere milioni di persone, tra le quali magari molte che non hanno l’abitudine di informarsi tramite media professionali. La frase imputata, che viene chiamata “gaffe” ma che non è mai stata pronunciata, si propaga nella rete e raggiunge persone nella coscienza delle quali si sedimenterà l’idea del ministro gaffeur. Idea che li porterà a commentare con violenza, come dimostra la bacheca Facebook di una delle testate citate.

IMG_2497

Peraltro le persone che si informano pressoché esclusivamente in rete hanno una scarsa propensione a discriminare le fonti di informazione, e i contenuti in cui “inciampano” sono proposti automaticamente dai motori di ricerca, anche sulla base di inserzioni a pagamento che profila target omogenei. In questo modo una rete di siti tra loro collegati ex-ante (per ragioni politiche o sulla base di strutture giuridiche) ovvero ex-post (perché puntano allo stesso target e propagano gli stessi contenuti, come nell’esempio proposto qui) propala presso un certo pubblico sempre lo stesso tipo di notizie. Queste persone quindi si troveranno a leggere informazione sempre più omogenea. Se poi questa informazione è basata su notizie false, queste persone saranno inevitabilmente vittime inerti di un meccanismo di manipolazione senza precedenti.

Nel frattempo l’ecosistema mediatico propaga la bufala senza farsi alcuno scrupolo di verificarla. Dal circuito dell’informazione travasa in quello dell’intrattenimento (ma – attenzione – i due generi sono sempre più sovrapposti: da Striscia la Notizia a Le Iene l’intrattenimento “informa” sempre di più, mentre i talk show condotti da giornalisti contengono sempre più intrattenimento) e Maurizio Crozza nel suo show del venerdì sera usa il titolo di Libero (senza citarne la fonte) ovviamente tra virgolette, accreditando ulteriormente l’idea che Padoan abbia effettivamente pronunciato parole che non hai mai usato.

E se tutto nasce non nel dark web ma dalla prestigiosa carta stampata, alla carta stampata ritorna. Infatti dopo il giro tra web e TV ecco che la “notizia” torna su un quotidiano: Marco Travaglio nella sua rubrica del lunedì (“Ma mi faccia il piacere”) cita il titolo di Libero come fosse un dato di realtà. Possibile che né Crozza né Travaglio si siano chiesti perché quel titolo sia comparso su una testata soltanto? Possibile che non abbiano controllato le agenzie? Possibile che non si pongano il problema della veridicità di un titolo, alla luce di ciò che qualsiasi osservatore della comunicazione sa, ben spiegato da Luca Sofri (“Notizie che non lo erano”)?

“…sono soprattutto i titoli degli articoli a influenzare la nostra percezione del loro contenuto e ciò che ne conserviamo. […] in un sistema in cui il tasso di inaccuratezza dei titoli è molto superiore a quello già alto degli articoli, questo significa che ciò che conserviamo in termini di conoscenza della realtà e degli eventi accaduti è una grandissima quota di informazioni false.”

Nel frattempo il ministro ha risposto a una persona che via Twitter ha posto una semplice domanda – anziché propagare senza approfondire o spargere odio per partito preso. Ma quanti avranno visto la replica e quanti avranno subito la bufala?

Forse dovremmo smetterla di evocare gli agenti stranieri quando parliamo di fake news e di bufale e riflettere su come l’inquinamento dei pozzi della democrazia stia rendendo imbevibile l’esito di qualsiasi consultazione. In fondo, le grandi dittature del Novecento sono nate con il consenso popolare.
PS: Dato che la maggior parte dei siti qui citati sono di imprese giornalistiche regolarmente registrate, è giusto che il “merito” di questa qualità di informazione venga riconosciuto ai direttori responsabili:

  • Libero – Vittorio Feltri
  • ilpopulista.it – Alessandro Morelli (condirettore Matteo Salvini)
  • newnotizie.it – Rocco Di Vincenzo
  • tecnicadellascuola.it – Alessandro Giuliani
  • L’audio integrale dell’intervista del ministro Padoan è qui.
  • L’attendibilità del Conservative Post è analizzata dal sito Media Bias Fact Check qui dal minuto 20.

La retorica, nemica dei fatti, sul commercio globale al #G20

La retorica può essere nemica dei fatti, in diversi modi. Prendiamo il caso del dibattito sul commercio internazionale. Il presidente degli Stati Uniti è stato eletto anche sulla base della promessa di salvaguardare i lavoratori americani dalla concorrenza internazionale, e in particolare cinese. I partner internazionali degli Stati Uniti temono che la promessa venga attuata attraverso l’imposizione di barriere doganali, cioè dazi o comunque tasse imposte alla frontiera sui prodotti importati. E questo è male, secondo gli altri leader, perché il libero commercio viene considerato da tutti un motore della crescita economica globale. Quando i singoli Stati imponevano dazi sulle importazioni, l’innovazione si diffondeva molto più lentamente di oggi, e così i progressi sociali che si accompagnano al progresso delle tecnologie.

Eppure le dichiarazioni del presidente americano e dei suoi collaboratori suonano alle orecchie dell’uomo della strada come considerazioni di buon senso. L’amministrazione americana usa espressioni come “fairness”, “reciprocity”, “level playing field”. Chiede cioè che il commercio internazionale si svolga su basi di equità e reciprocità e che la competizione abbia luogo su un terreno livellato. In altre parole, gli americani chiedono che la Cina e gli altri paesi emergenti aprano i propri mercati ai prodotti e agli investimenti dall’estero così come gli Stati Uniti e gli altri paesi più sviluppati sono penetrabili dai prodotti e dagli investimenti dei paesi in via di sviluppo.

La richiesta di simmetria nelle condizioni del commercio appare tutt’altro che inopportuna. In fondo, è la stessa richiesta che i ministri dello sviluppo economico di Italia, Francia e Germania hanno rivolto alla Commissione europea lo scorso febbraio in merito allo shopping di aziende high-tech in Europa da parte dei fondi cinesi, nell’ambito di un’azione più ampia, comprensiva di una battaglia antidumping che il ministro Calenda conduce da tempo.

La contrapposizione tra USA e gli altri leader del G20, registrata dai media in questi mesi e nella conferenza in corso ad Amburgo, potrebbe quindi essere basata su un riflesso condizionato, una reazione alla retorica trumpiana più che alle ragioni dei lavoratori americani.

Del resto la rapidità con cui molti distretti industriali sono stati pressoché azzerati dopo l’ingresso della Cina nell’organizzazione mondiale del commercio, dalle fabbriche di pentole della Val Trompia ai produttori di scarpe marchigiani, ricorda a noi italiani quanto possa essere devastante l’impatto a breve termine della competizione subitanea tra sistemi in cui vigono strutture di costo molto diverse. L’argomento dei globalisti è che nel medio-lungo termine questi “danni collaterali” vengono compensati dagli effetti delle esportazioni verso il mercato cinese. Ma il mercato cinese è un’opportunità, non una certezza, che può essere colta in misura variabile: secondo la capacità del nostro sistema produttivo di soddisfare le esigenze di quelle centinaia di milioni di nuovi consumatori, ma anche secondo la permeabilità di quel mercato. Che dipende da barriere esplicite – quali i dazi – e da barriere implicite o nascoste, disseminate per esempio nella burocrazia, nella cultura commerciale diffusa, e a volte nell’ordinamento nazionale. Per esempio imponendo agli investitori stranieri partnership e joint venture quale condizione per stabilire attività in quei mercati.

Potrebbe quindi non essere un caso se negli ultimi giorni dal dibattito emerge una distinzione tra “protezione” e “protezionismo“. Compare nella lunga intervista di Alessandro Barbera a Benoit Coeuré pubblicata ieri online da La Stampa ma anche in alcune dichiarazioni ai media del presidente Gentiloni.

La chiave per sciogliere il contrasto e passare dalla contrapposizione retorica a una qualche intesa, e impedire quindi che si inneschi un nuovo ciclo di restrizioni al commercio globale che nessuno sembra volere, può essere costituita da un altro schema retorico, quello che oppone il bilatelarismo al multilateralismo. L’intelligencija internazionale che si è sviluppata intorno a forum quali il G20 e il G7, e che alimenta i lavori delle organizzazioni multilaterali per eccellenza come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, l’OCSE, ritiene che lo sviluppo economico globale passi dal coordinamento simultaneo del maggior numero di soggetti coinvolti, piuttosto che da accordi intergovernativi, bilaterali. Il contrasto all’elusione fiscale su larga scala, per esempio, è possibile soltanto grazie ad accordi che fanno entrare in vigore nuove regole simultaneamente in un centinaio di paesi, mentre accordi one-to-one tra coppie di paesi si sono rivelati inefficaci.

Qui il contrasto appare radicato nella natura e nelle attitudini delle persone. Donald Trump è un businessman, un negoziatore che ha costruito il proprio successo attraverso la capacità individuale di chiudere deal con i propri interlocutori. Su basi – appunto – bilaterali. Ed è circondato da persone che hanno quel tipo di esperienza. Per contrasto, Emmanuel Macron è cresciuto a pane e multilateralismo, data la sua esperienza professionale da sherpa (gli esperti dei governi che preparano per mesi gli accordi poi ratificati nelle conferenze dei leader); Angela Merkel è cresciuta nel contesto internazionale offerto dall’Unione europea, cioè un meccanismo di relazione internazionale nato per superare gli accordi intergovernativi tra singoli stati.

L’attitudine bilateralista dell’amministrazione americana potrebbe indurre gli Stati Uniti ad adottare misure di protezione che risultino esplicitamente protezionistiche. Per evitarlo gli altri leader devono individuare misure concrete che consentano di esercitare una forma di protezione dei propri mercati (delle proprie imprese e in ultima istanza dei propri lavoratori) che non passi dal protezionismo ma piuttosto dalla maggiore apertura dei mercati di tutti i partner del G20 ai prodotti e agli investimenti dall’estero.

Caro @claudiocerasa hai ragione: ma quale populismo buono

Commento al Claudio Cerasa di oggi: che ha ragione, perché tra il tatticismo esasperato e l’elitarismo di chi ignora le esigenze di consenso della democrazia ci sono gli esempi di leader che hanno vinto con premesse che hanno potuto mantenere.

Le formule retoriche, così come gli slogan, hanno un loro tempo. È inutile, sbagliato e dannoso il tentativo di aggiornarle con l’ausilio di un aggettivo. Il populismo non è “buono” o “cattivo”. È populismo. Matteo Renzi non può fare il populista buono: è un genio uscito dalla sua lampada toscana per cambiare l’Italia, per trasportarla nel XXI secolo. Le sue chance di riuscirci non dipendo dalla qualità del populismo che potrebbe esprimere ma dalla persuasività del suo discorso politico presso il maggior numero possibile di cittadini. Regoletta che vale per chiunque in democrazia.

A distinguere il demagogo o populista dallo statista o leader epocale è il ruolo della verità nel suo discorso politico: se usa la verità potrà governare in coerenza con le promesse, se mente trascinerà la comunità nel baratro oppure dovrà contraddirsi. Ma verità e consenso sono spesso incompatibili: le anime belle delle élite ignorano questo semplice principio politologico e per questo criticano un leader che ammicca al popolo per conservarne i favori pur tenendo una direzione di marcia coerente con le necessità strutturali del tempo.

Il discorso demagogico è più efficace nel breve tempo (soddisfa una domanda esistente e radicata benché fallace) ma si rivela inadatto a selezionare il buon governo: basta dare un’occhiata alla storia italiana recente per rendersi conto che gli elettori di casa nostra continuano a sognare bacchette magiche che – ahinoi – non esistono. E più fallimenti mettiamo in fila, maggiore è l’urgenza di una nuova bacchetta magica più potente.

La buona politica è l’unica soluzione compatibile con una democrazia funzionante ma richiede tempi lunghi e soprattutto lo sforzo di costruire presso la cittadinanza la domanda per la quale si hanno le risposte. Si accompagna a una scuola buona e a buoni mezzi di informazione. Richiede il coraggio della pedagogia politica (oddìo, quanti la considerano un’eresia). Richiede una lunga marcia. 

Nel 2014 Renzi è riuscito ad accorciare i tempi di questa marcia cogliendo l’attimo: in quel tempo ha dato una risposta efficace alla richiesta di buongoverno che saliva dall’elettorato, trasversalmente ai segmenti culturali, ideali e socio-politici in cui si scompone. Il 40 percento degli elettori che ha votato alle europee del 2014 ma anche il 40 percento degli elettori che ha votato sì al referendum di dicembre ha trovato soddisfacente quella risposta. Al referendum è uscito sconfitto, e una sconfitta è una sconfitta è una sconfitta. Tuttavia è un risultato strepitoso perché ottenuto da solo contro tutti (contro uno schieramento che andava dalla Meloni a Fassina passando per Berlusconi, Bersani e Camusso oltre – ovviamente – ai trasversali pentastellati).

La sfida che avrà davanti a sé da lunedì è nuova: esaurita l’intrinseca e vera qualità del rottamatore, dovrà conciliare la verità delle sfide (compresa la verità delle sfide vinte dal suo governo) con l’insoddisfazione profonda che deprime milioni di italiani dopo cinque lustri quasi interamente sprecati dai governi nazionali che non hanno modernizzato la comunità nazionale. Si atterrà all’uso della verità per riconquistare gli scettici blu sempre pronti a storcere il naso perché propensi a ignorare antidemocraticamente il primato dell’esigenza del consenso nel confronto elettorale? Riuscirà ad usarla in modo tale da renderla accettabile anche da coloro che vogliono dissetarsi soltanto di pozioni magiche e che sono molto più numerosi delle élite scettiche? Il futuro di Renzi (e del Paese) dipende dalla risposta a queste domande (e dalla legge elettorale, e dalle alleanze ecc. ecc.).

La rivoluzione non (ancora) interrotta di @matteorenzi @paologentiloni @pcpadoan & C.

Per chi lavora dentro le istituzioni la rassegna dei commenti e degli editoriali risulta certe mattine sconcertante. Nelle ultime settimane si susseguono scritti che esprimono perplessità per la propensione a riavvolgere il nastro e tornare indietro sul cammino delle riforme compiuto in questi anni. Effettivamente i tentativi di cancellare i progressi compiuti per modernizzare il Paese sono all’ordine del giorno come se l’esito referendario di dicembre avesse liberato gli spiriti conservatori e reazionari ben radicati in tutte le aree sociali.
Accanto a questi commenti perplessi ci sono dettagliate inchieste che mostrano stupore per cose che non dovrebbero stupire: come la permanenze delle Province (per cancellarle non basta una legge ordinaria e la riforma costituzionale ne contemplava l’abolizione; il no al referendum ci lascia intonse le Province). E per ultime stanno arrivando dotte analisi politologiche preoccupate che gli scenari post-elettorali condannino la comunità nazionale all’ingovernabilità, dato che non si vede come si possa formare una maggioranza – quale che ne sia il colore politico – in grado di governare. Anche in questo caso siamo nel campo degli scenari facilmente prefigurabili nell’ipotesi di una interruzione del cammino di modernizzazione intrapreso qualche anno fa.

La domanda sorge spontanea: ma non è che la critica feroce all’esecutivo negli ultimi tre anni ha sottovalutato le condizioni in cui questo si è mosso? Non è che i commentatori hanno concentrato la propria attenzione su singole questioni perdendo di vista la direzione complessiva verso la quale l’azione dell’esecutivo stava spingendo la comunità nazionale?

Vista da dentro, risulta evidente la spinta all’innovazione generata dal governo Renzi – ma in un linguaggio più specificamente politico potremmo dire che il governo ha mostrato un impulso riformista sconosciuto, se non – forse – in epoche storiche rintracciabili all’inizio del secolo scorso. Siccome non è il caso di fare qui elenchi, può essere utile rimandare alla corposa e puntuale documentazione del Tesoro, che aggiorna costantemente un cronoprogramma molto dettagliato.

Di tutto questo lavoro c’è però – a mio avviso – un segno preciso, inciso profondamente nel lavoro di questi anni: riguarda la cultura d’impresa e il lavoro. L’Italia è ancora profondamente segnata da una cultura arcaica che oppone padroni e lavoratori e ignora i fenomeni di ri-articolazione del rapporto tra capitale e lavoro e la ricomposizione della frattura maturata nelle piccole imprese e nei mestieri della conoscenza. E’ una ricomposizione innanzitutto cognitiva, dovuta alla possibilità di attribuire senso e finalità al lavoro individuale e di ridurre gli spazi di alienazione. La conseguenza: gli spazi di conflitto potenziale si sono trasformati in ambiti di cooperazione. (Questa evoluzione si accompagna alla nascita di nuove occupazioni dove l’alienazione aumenta anziché diminuire, ovviamente, ma la novità non può essere affrontata come se il telefono di un call center fosse il tornio di Gian Maria Volontè in “La classe operaia va in paradiso”). 

L’esecutivo – con gli atti formali e con i comportamenti – ha affermato con determinazione che l’impresa è un formidabile motore della società: crea occupazione, genera innovazione, amplia l’offerta di servizi e prodotti in grado di migliorare la qualità della vita.

Un segnale come questo offerto da una forza politica di sinistra è radicale, è rivoluzionario. Molto più che se fosse venuto da uno schieramento di destra – che peraltro difficilmente avrebbe accompagnato questo segnale con l’attenzione ai diritti concreti dei lavoratori e più in generale dei cittadini messa in campo in questi anni. Ovviamente questo segnale è stato interpretato dai conservatori di sinistra come la prova provata che il governo Renzi era “di destra”, ma questo atteggiamento fa parte della propensione dei conservatori a negare che il mondo evolva (a chi si scandalizzasse per l’uso dell’espressione “conservatori di sinistra” consiglio di rileggere il classico “Destra e sinistra” di Norberto Bobbio).

Si tratta invece di un cambiamento cruciale. Accompagnato concretamente da misure legislative predisposte dal Ministero dell’economia e delle finanze e dal Ministero per lo sviluppo economico (ma se ne trova traccia anche negli interventi del Ministero della giustizia e del Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione). Una rivoluzione non (ancora) interrotta perché l’esecutivo attuale sta operando in continuità con il precedente: il miglioramento delle condizioni di contesto aumenta la capacità del paese di attrarre investitori dall’estero e di sollecitare gli investimenti interni e quindi di creare occupazione. Occupazione che mostra il segno più in diverse dimensioni: più numerosa (+624mila occupati da marzo 2013 a gennaio 2017) e più stabile (il numero di lavoratori con contratto a tempo determinato è cresciuto nello stesso periodo di 624mila unità – l’aumento dei contratti a termine è compensato dalla diminuzione dei lavoratori indipendenti).

L’impegno riformista dell’esecutivo non è scemato con l’avvicendamento tra Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Al contrario, il Programma Nazionale di Riforma che verrà presto presentato nel Documento di Economia e Finanza sarà ambizioso e rilancerà l’impulso al cambiamento e alla modernizzazione del quale abbiamo uno straordinario bisogno. A cominciare dai più deboli.

PS: Qualcuno potrebbe concludere che gli esecutivi Renzi e Gentiloni e la politica economica del ministro Padoan sono di segno semplicemente liberista, ovvero di destra. Si sbaglierebbe. Esistono una politica di sinistra e una di destra, certo. Ma se vogliamo evitare che il dibattito si svolga da posizioni contrapposte sui bastioni dell’ideologia sarà meglio volgere lo sguardo alla nostra Costituzione. E in particolare all’articolo 3. Un governo che rispetti i principi di solidarietà sociale – di ispirazione cristiana e socialista che convivono nella nostra Costituzione – accompagnerà l’ampliamento dello spazio creativo dell’impresa (un convincimento di ispirazione liberale) con il rafforzamento di servizi sociali capaci di diminuire il divario delle opportunità tra cittadini classificabili in ceti diversi. Si tratta di garantire la sicurezza, la salute, l’istruzione (il recente studio dell’OCSE giudica il sistema educativo italiano come il migliore per la capacità di ridurre la disuguaglianza nelle condizioni di partenza). Ma anche la riduzione delle differenze tra i territori in termini di opportunità di connessione attraverso infrastrutture di trasporto materiali (persone e merci) e immateriali (informazioni). Tutte aree sulle quali i due esecutivi in questi tre anni si impegnati a fondo allocando risorse e avviando progetti (si guardi per esempio il progetto sulle aree interne).