Fake news? Ma quali hacker stranieri…

La vittoria della Brexit, la campagna di Trump contro Hillary Clinton, gli accessi alle mail di Macron per favorire una vittoria di Marine Le Pen. Tre casi di consultazione elettorale per i quali si è evocato il rischio di manipolazione dell’opinione pubblica anche per mano di “potenze straniere”. L’arma di manipolazione di massa sarebbero le vituperate fake news prodotte grazie al lavoro di hacker e di specialisti della propagazione di notizie false in Internet.

Ma siamo sicuri che il nemico della democrazia occidentale sia oltre il confine di quella che per anni è stata la cortina di ferro? In molti casi non sembra necessario ricorrere al “nemico esterno” per spiegare la diffusione di notizie false e la manipolazione della percezione da parte di frange più o meno ampie dell’opinione pubblica. Esistono evidenze dell’intreccio di mezzi di informazione tradizionali, siti di pseudo-informazione, social media, politica. Proviamo qui a raccontarne una.

Martedì 17 ottobre il Ministro dell’economia e delle finanze Pier Carlo Padoan ha illustrato i principi generali del disegno di legge di bilancio per il 2018 a Radio Anch’io, storica trasmissione di RadioUno Rai. Un ascoltatore ha posto una domanda sulle pensioni: in particolare sulla possibilità di interrompere l’adeguamento automatico dell’età di accesso alla pensione all’aspettativa di vita della popolazione. Il ministro ha risposto che il meccanismo di adeguamento serve a tenere in equilibrio i conti della previdenza sociale nella prospettiva che la vita media si allunghi.

Le agenzie di stampa riportano la risposta fedelmente, con sfumature leggermente diverse. L’Ansa (ore 8:56): “’C’è una legge concordata in sede Ue che tiene conto dell’allungamento delle aspettative di età’, ma ci sono anche ‘molti meccanismi introdotti per affrontare la questione, come per i lavoratori usuranti che hanno diritto ad andare in pensione prima’”. La Presse (ore 9:06): “’E’ una legge concordata in sede europea che tiene conto dell’aspettativa di vita, un meccanismo che ha a che fare con la demografia’. Secondo il ministro ‘il nostro sistema è uno dei più equi d’Europa e l’equità e l’inclusione sono rafforzati. Abbiamo messo risorse per una crescita inclusiva, per vaste e crescenti zone della popolazione’”. Italpress (ore 9:16): “’Per quanto riguarda l’età pensionabile, è una legge concordata in sede europea che tiene conto dell’allungamento dell’aspettativa di età’”. ADNKronos (ore 9:36): “E’ una legge già applicata, concordata in sede Ue, che ha a che fare con l’aspettativa di vita e la demografia’”. Chiaro, no?

Ebbene, ecco il titolo di apertura di Libero il giorno dopo:

“Gli italiani non muoiono mai”

tra virgolette (che dovrebbero indicare la riproduzione letterale di quanto pronunciato) e preceduto dall’occhiello “Il disappunto di Padoan”.

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Nell’editoriale che scaturisce direttamente dal titolo di apertura, in prima pagina, il direttore Vittorio Feltri scrive “il ministro dell’economia ne ha sparata una clamorosa a proposito della longevità dei nostri pensionati. Ha detto di loro: ‘muoiono troppo tardi e ciò incide negativamente sui conti dell’Inps’”. Ancora una volta con l’uso delle virgolette, che per convenzione dovrebbero essere utilizzate per riportare un discorso diretto, in modo letterale e fedele a quanto pronunciato dalla persona chiamata in causa.

Invece siamo davanti alla manipolazione. Come altrimenti vogliamo giustificare questa operazione “giornalistica”? Esigenza di sintesi? Efficacia della titolazione? Ispirazione futurista?

Il sito ilpopulista.it (che si definisce “Audace, istintivo, fuori controllo” e invita i lettori a scrivere per la testata con l’incitazione “libera la bestia che c’è in te”) riporta la pseudo-notizia di Libero trasformandola in un dato di fatto, e titola così: “Il rammarico di Padoan: gli italiani non crepano più”. Sottotitolo: “Incredibile gaffe del ministro. I pensionati? ‘Muoiono troppo tardi e ciò incide negativamente sui conti dell’Inps’”. Sul profilo Facebook della testata il titolo sotto la fotografia del ministro è “Il ministro Padoan svela il problema dell’INPS: ‘Gli italiani muoiono troppo tardi’” (ancora le virgolette). Da notare che il condirettore della testata è l’on. Matteo Salvini, segretario della Lega Nord.

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Il sito newnotizie.it (più di 750mila like su Facebook e registrazione della testata presso il Tribunale di Roma) non vuole essere da meno: “Padoan choc: ‘I pensionati muoiono troppo tardi, influisce negativamente sui conti dell’INPS’”. Lineapress.it, che nella sua pagina Facebook si definisce “Agenzia media/stampa” ed è una testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Napoli: “Il ministro Padoan svela il problema dell’INPS: ‘Gli Italiani muoiono troppo tardi’”. Adessobasta.org (replica o una affiliazione italiana dell’americano conservativepost.com con sede a Dallas, in Texas, la cui missione dichiarata sarebbe “diffondere la libertà di informazione”): “Padoan è triste: gli italiani crepano troppo tardi. La mega gaffe del ministro”. L’originale piovegovernoladro.info apre con una variante: “Il rammarico di Padoan: ‘Gli italiani crepano troppo tardi’”.

Gli “articoli” sono tutti simili eppure molti di questi siti sono registrati come testate giornalistiche. Lo è anche tecnicadellascuola.it che sembra essere un portale di settore e dichiara di essere anche accreditato presso il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca. L’accuratezza nella verifica delle fonti non sembra essere però all’altezza della prosopopea con cui si accredita presso studenti e genitori e il titolo del suo post è analogo a quello degli altri siti: “Padoan choc: gli italiani muoiono troppo tardi, Inps in crisi. Ministro chieda scusa!”. Superficialità o scelta di campo?

Ciò che va preso seriamente in considerazione è che insieme ad app, profili Facebook, Twitter e Instagram, questi siti costituiscono un ecosistema capace di amplificare una stessa “notizia” fino a raggiungere milioni di persone, tra le quali magari molte che non hanno l’abitudine di informarsi tramite media professionali. La frase imputata, che viene chiamata “gaffe” ma che non è mai stata pronunciata, si propaga nella rete e raggiunge persone nella coscienza delle quali si sedimenterà l’idea del ministro gaffeur. Idea che li porterà a commentare con violenza, come dimostra la bacheca Facebook di una delle testate citate.

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Peraltro le persone che si informano pressoché esclusivamente in rete hanno una scarsa propensione a discriminare le fonti di informazione, e i contenuti in cui “inciampano” sono proposti automaticamente dai motori di ricerca, anche sulla base di inserzioni a pagamento che profila target omogenei. In questo modo una rete di siti tra loro collegati ex-ante (per ragioni politiche o sulla base di strutture giuridiche) ovvero ex-post (perché puntano allo stesso target e propagano gli stessi contenuti, come nell’esempio proposto qui) propala presso un certo pubblico sempre lo stesso tipo di notizie. Queste persone quindi si troveranno a leggere informazione sempre più omogenea. Se poi questa informazione è basata su notizie false, queste persone saranno inevitabilmente vittime inerti di un meccanismo di manipolazione senza precedenti.

Dato che la maggior parte dei siti qui citati sono di imprese giornalistiche regolarmente registrate, è giusto che il “merito” di questa  qualità di informazione venga riconosciuto ai direttori responsabili:

  • Libero – Vittorio Feltri
  • ilpopulista.it – Alessandro Morelli (condirettore Matteo Salvini)
  • newnotizie.it – Rocco Di Vincenzo
  • tecnicadellascuola.it – Alessandro Giuliani
  • L’audio integrale dell’intervista del ministro Padoan è qui.
  • L’attendibilità del Conservative Post è analizzata dal sito Media Bias Fact Check qui dal minuto 20.
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La retorica, nemica dei fatti, sul commercio globale al #G20

La retorica può essere nemica dei fatti, in diversi modi. Prendiamo il caso del dibattito sul commercio internazionale. Il presidente degli Stati Uniti è stato eletto anche sulla base della promessa di salvaguardare i lavoratori americani dalla concorrenza internazionale, e in particolare cinese. I partner internazionali degli Stati Uniti temono che la promessa venga attuata attraverso l’imposizione di barriere doganali, cioè dazi o comunque tasse imposte alla frontiera sui prodotti importati. E questo è male, secondo gli altri leader, perché il libero commercio viene considerato da tutti un motore della crescita economica globale. Quando i singoli Stati imponevano dazi sulle importazioni, l’innovazione si diffondeva molto più lentamente di oggi, e così i progressi sociali che si accompagnano al progresso delle tecnologie.

Eppure le dichiarazioni del presidente americano e dei suoi collaboratori suonano alle orecchie dell’uomo della strada come considerazioni di buon senso. L’amministrazione americana usa espressioni come “fairness”, “reciprocity”, “level playing field”. Chiede cioè che il commercio internazionale si svolga su basi di equità e reciprocità e che la competizione abbia luogo su un terreno livellato. In altre parole, gli americani chiedono che la Cina e gli altri paesi emergenti aprano i propri mercati ai prodotti e agli investimenti dall’estero così come gli Stati Uniti e gli altri paesi più sviluppati sono penetrabili dai prodotti e dagli investimenti dei paesi in via di sviluppo.

La richiesta di simmetria nelle condizioni del commercio appare tutt’altro che inopportuna. In fondo, è la stessa richiesta che i ministri dello sviluppo economico di Italia, Francia e Germania hanno rivolto alla Commissione europea lo scorso febbraio in merito allo shopping di aziende high-tech in Europa da parte dei fondi cinesi, nell’ambito di un’azione più ampia, comprensiva di una battaglia antidumping che il ministro Calenda conduce da tempo.

La contrapposizione tra USA e gli altri leader del G20, registrata dai media in questi mesi e nella conferenza in corso ad Amburgo, potrebbe quindi essere basata su un riflesso condizionato, una reazione alla retorica trumpiana più che alle ragioni dei lavoratori americani.

Del resto la rapidità con cui molti distretti industriali sono stati pressoché azzerati dopo l’ingresso della Cina nell’organizzazione mondiale del commercio, dalle fabbriche di pentole della Val Trompia ai produttori di scarpe marchigiani, ricorda a noi italiani quanto possa essere devastante l’impatto a breve termine della competizione subitanea tra sistemi in cui vigono strutture di costo molto diverse. L’argomento dei globalisti è che nel medio-lungo termine questi “danni collaterali” vengono compensati dagli effetti delle esportazioni verso il mercato cinese. Ma il mercato cinese è un’opportunità, non una certezza, che può essere colta in misura variabile: secondo la capacità del nostro sistema produttivo di soddisfare le esigenze di quelle centinaia di milioni di nuovi consumatori, ma anche secondo la permeabilità di quel mercato. Che dipende da barriere esplicite – quali i dazi – e da barriere implicite o nascoste, disseminate per esempio nella burocrazia, nella cultura commerciale diffusa, e a volte nell’ordinamento nazionale. Per esempio imponendo agli investitori stranieri partnership e joint venture quale condizione per stabilire attività in quei mercati.

Potrebbe quindi non essere un caso se negli ultimi giorni dal dibattito emerge una distinzione tra “protezione” e “protezionismo“. Compare nella lunga intervista di Alessandro Barbera a Benoit Coeuré pubblicata ieri online da La Stampa ma anche in alcune dichiarazioni ai media del presidente Gentiloni.

La chiave per sciogliere il contrasto e passare dalla contrapposizione retorica a una qualche intesa, e impedire quindi che si inneschi un nuovo ciclo di restrizioni al commercio globale che nessuno sembra volere, può essere costituita da un altro schema retorico, quello che oppone il bilatelarismo al multilateralismo. L’intelligencija internazionale che si è sviluppata intorno a forum quali il G20 e il G7, e che alimenta i lavori delle organizzazioni multilaterali per eccellenza come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, l’OCSE, ritiene che lo sviluppo economico globale passi dal coordinamento simultaneo del maggior numero di soggetti coinvolti, piuttosto che da accordi intergovernativi, bilaterali. Il contrasto all’elusione fiscale su larga scala, per esempio, è possibile soltanto grazie ad accordi che fanno entrare in vigore nuove regole simultaneamente in un centinaio di paesi, mentre accordi one-to-one tra coppie di paesi si sono rivelati inefficaci.

Qui il contrasto appare radicato nella natura e nelle attitudini delle persone. Donald Trump è un businessman, un negoziatore che ha costruito il proprio successo attraverso la capacità individuale di chiudere deal con i propri interlocutori. Su basi – appunto – bilaterali. Ed è circondato da persone che hanno quel tipo di esperienza. Per contrasto, Emmanuel Macron è cresciuto a pane e multilateralismo, data la sua esperienza professionale da sherpa (gli esperti dei governi che preparano per mesi gli accordi poi ratificati nelle conferenze dei leader); Angela Merkel è cresciuta nel contesto internazionale offerto dall’Unione europea, cioè un meccanismo di relazione internazionale nato per superare gli accordi intergovernativi tra singoli stati.

L’attitudine bilateralista dell’amministrazione americana potrebbe indurre gli Stati Uniti ad adottare misure di protezione che risultino esplicitamente protezionistiche. Per evitarlo gli altri leader devono individuare misure concrete che consentano di esercitare una forma di protezione dei propri mercati (delle proprie imprese e in ultima istanza dei propri lavoratori) che non passi dal protezionismo ma piuttosto dalla maggiore apertura dei mercati di tutti i partner del G20 ai prodotti e agli investimenti dall’estero.

Caro @claudiocerasa hai ragione: ma quale populismo buono

Commento al Claudio Cerasa di oggi: che ha ragione, perché tra il tatticismo esasperato e l’elitarismo di chi ignora le esigenze di consenso della democrazia ci sono gli esempi di leader che hanno vinto con premesse che hanno potuto mantenere.

Le formule retoriche, così come gli slogan, hanno un loro tempo. È inutile, sbagliato e dannoso il tentativo di aggiornarle con l’ausilio di un aggettivo. Il populismo non è “buono” o “cattivo”. È populismo. Matteo Renzi non può fare il populista buono: è un genio uscito dalla sua lampada toscana per cambiare l’Italia, per trasportarla nel XXI secolo. Le sue chance di riuscirci non dipendo dalla qualità del populismo che potrebbe esprimere ma dalla persuasività del suo discorso politico presso il maggior numero possibile di cittadini. Regoletta che vale per chiunque in democrazia.

A distinguere il demagogo o populista dallo statista o leader epocale è il ruolo della verità nel suo discorso politico: se usa la verità potrà governare in coerenza con le promesse, se mente trascinerà la comunità nel baratro oppure dovrà contraddirsi. Ma verità e consenso sono spesso incompatibili: le anime belle delle élite ignorano questo semplice principio politologico e per questo criticano un leader che ammicca al popolo per conservarne i favori pur tenendo una direzione di marcia coerente con le necessità strutturali del tempo.

Il discorso demagogico è più efficace nel breve tempo (soddisfa una domanda esistente e radicata benché fallace) ma si rivela inadatto a selezionare il buon governo: basta dare un’occhiata alla storia italiana recente per rendersi conto che gli elettori di casa nostra continuano a sognare bacchette magiche che – ahinoi – non esistono. E più fallimenti mettiamo in fila, maggiore è l’urgenza di una nuova bacchetta magica più potente.

La buona politica è l’unica soluzione compatibile con una democrazia funzionante ma richiede tempi lunghi e soprattutto lo sforzo di costruire presso la cittadinanza la domanda per la quale si hanno le risposte. Si accompagna a una scuola buona e a buoni mezzi di informazione. Richiede il coraggio della pedagogia politica (oddìo, quanti la considerano un’eresia). Richiede una lunga marcia. 

Nel 2014 Renzi è riuscito ad accorciare i tempi di questa marcia cogliendo l’attimo: in quel tempo ha dato una risposta efficace alla richiesta di buongoverno che saliva dall’elettorato, trasversalmente ai segmenti culturali, ideali e socio-politici in cui si scompone. Il 40 percento degli elettori che ha votato alle europee del 2014 ma anche il 40 percento degli elettori che ha votato sì al referendum di dicembre ha trovato soddisfacente quella risposta. Al referendum è uscito sconfitto, e una sconfitta è una sconfitta è una sconfitta. Tuttavia è un risultato strepitoso perché ottenuto da solo contro tutti (contro uno schieramento che andava dalla Meloni a Fassina passando per Berlusconi, Bersani e Camusso oltre – ovviamente – ai trasversali pentastellati).

La sfida che avrà davanti a sé da lunedì è nuova: esaurita l’intrinseca e vera qualità del rottamatore, dovrà conciliare la verità delle sfide (compresa la verità delle sfide vinte dal suo governo) con l’insoddisfazione profonda che deprime milioni di italiani dopo cinque lustri quasi interamente sprecati dai governi nazionali che non hanno modernizzato la comunità nazionale. Si atterrà all’uso della verità per riconquistare gli scettici blu sempre pronti a storcere il naso perché propensi a ignorare antidemocraticamente il primato dell’esigenza del consenso nel confronto elettorale? Riuscirà ad usarla in modo tale da renderla accettabile anche da coloro che vogliono dissetarsi soltanto di pozioni magiche e che sono molto più numerosi delle élite scettiche? Il futuro di Renzi (e del Paese) dipende dalla risposta a queste domande (e dalla legge elettorale, e dalle alleanze ecc. ecc.).

La rivoluzione non (ancora) interrotta di @matteorenzi @paologentiloni @pcpadoan & C.

Per chi lavora dentro le istituzioni la rassegna dei commenti e degli editoriali risulta certe mattine sconcertante. Nelle ultime settimane si susseguono scritti che esprimono perplessità per la propensione a riavvolgere il nastro e tornare indietro sul cammino delle riforme compiuto in questi anni. Effettivamente i tentativi di cancellare i progressi compiuti per modernizzare il Paese sono all’ordine del giorno come se l’esito referendario di dicembre avesse liberato gli spiriti conservatori e reazionari ben radicati in tutte le aree sociali.
Accanto a questi commenti perplessi ci sono dettagliate inchieste che mostrano stupore per cose che non dovrebbero stupire: come la permanenze delle Province (per cancellarle non basta una legge ordinaria e la riforma costituzionale ne contemplava l’abolizione; il no al referendum ci lascia intonse le Province). E per ultime stanno arrivando dotte analisi politologiche preoccupate che gli scenari post-elettorali condannino la comunità nazionale all’ingovernabilità, dato che non si vede come si possa formare una maggioranza – quale che ne sia il colore politico – in grado di governare. Anche in questo caso siamo nel campo degli scenari facilmente prefigurabili nell’ipotesi di una interruzione del cammino di modernizzazione intrapreso qualche anno fa.

La domanda sorge spontanea: ma non è che la critica feroce all’esecutivo negli ultimi tre anni ha sottovalutato le condizioni in cui questo si è mosso? Non è che i commentatori hanno concentrato la propria attenzione su singole questioni perdendo di vista la direzione complessiva verso la quale l’azione dell’esecutivo stava spingendo la comunità nazionale?

Vista da dentro, risulta evidente la spinta all’innovazione generata dal governo Renzi – ma in un linguaggio più specificamente politico potremmo dire che il governo ha mostrato un impulso riformista sconosciuto, se non – forse – in epoche storiche rintracciabili all’inizio del secolo scorso. Siccome non è il caso di fare qui elenchi, può essere utile rimandare alla corposa e puntuale documentazione del Tesoro, che aggiorna costantemente un cronoprogramma molto dettagliato.

Di tutto questo lavoro c’è però – a mio avviso – un segno preciso, inciso profondamente nel lavoro di questi anni: riguarda la cultura d’impresa e il lavoro. L’Italia è ancora profondamente segnata da una cultura arcaica che oppone padroni e lavoratori e ignora i fenomeni di ri-articolazione del rapporto tra capitale e lavoro e la ricomposizione della frattura maturata nelle piccole imprese e nei mestieri della conoscenza. E’ una ricomposizione innanzitutto cognitiva, dovuta alla possibilità di attribuire senso e finalità al lavoro individuale e di ridurre gli spazi di alienazione. La conseguenza: gli spazi di conflitto potenziale si sono trasformati in ambiti di cooperazione. (Questa evoluzione si accompagna alla nascita di nuove occupazioni dove l’alienazione aumenta anziché diminuire, ovviamente, ma la novità non può essere affrontata come se il telefono di un call center fosse il tornio di Gian Maria Volontè in “La classe operaia va in paradiso”). 

L’esecutivo – con gli atti formali e con i comportamenti – ha affermato con determinazione che l’impresa è un formidabile motore della società: crea occupazione, genera innovazione, amplia l’offerta di servizi e prodotti in grado di migliorare la qualità della vita.

Un segnale come questo offerto da una forza politica di sinistra è radicale, è rivoluzionario. Molto più che se fosse venuto da uno schieramento di destra – che peraltro difficilmente avrebbe accompagnato questo segnale con l’attenzione ai diritti concreti dei lavoratori e più in generale dei cittadini messa in campo in questi anni. Ovviamente questo segnale è stato interpretato dai conservatori di sinistra come la prova provata che il governo Renzi era “di destra”, ma questo atteggiamento fa parte della propensione dei conservatori a negare che il mondo evolva (a chi si scandalizzasse per l’uso dell’espressione “conservatori di sinistra” consiglio di rileggere il classico “Destra e sinistra” di Norberto Bobbio).

Si tratta invece di un cambiamento cruciale. Accompagnato concretamente da misure legislative predisposte dal Ministero dell’economia e delle finanze e dal Ministero per lo sviluppo economico (ma se ne trova traccia anche negli interventi del Ministero della giustizia e del Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione). Una rivoluzione non (ancora) interrotta perché l’esecutivo attuale sta operando in continuità con il precedente: il miglioramento delle condizioni di contesto aumenta la capacità del paese di attrarre investitori dall’estero e di sollecitare gli investimenti interni e quindi di creare occupazione. Occupazione che mostra il segno più in diverse dimensioni: più numerosa (+624mila occupati da marzo 2013 a gennaio 2017) e più stabile (il numero di lavoratori con contratto a tempo determinato è cresciuto nello stesso periodo di 624mila unità – l’aumento dei contratti a termine è compensato dalla diminuzione dei lavoratori indipendenti).

L’impegno riformista dell’esecutivo non è scemato con l’avvicendamento tra Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Al contrario, il Programma Nazionale di Riforma che verrà presto presentato nel Documento di Economia e Finanza sarà ambizioso e rilancerà l’impulso al cambiamento e alla modernizzazione del quale abbiamo uno straordinario bisogno. A cominciare dai più deboli.

PS: Qualcuno potrebbe concludere che gli esecutivi Renzi e Gentiloni e la politica economica del ministro Padoan sono di segno semplicemente liberista, ovvero di destra. Si sbaglierebbe. Esistono una politica di sinistra e una di destra, certo. Ma se vogliamo evitare che il dibattito si svolga da posizioni contrapposte sui bastioni dell’ideologia sarà meglio volgere lo sguardo alla nostra Costituzione. E in particolare all’articolo 3. Un governo che rispetti i principi di solidarietà sociale – di ispirazione cristiana e socialista che convivono nella nostra Costituzione – accompagnerà l’ampliamento dello spazio creativo dell’impresa (un convincimento di ispirazione liberale) con il rafforzamento di servizi sociali capaci di diminuire il divario delle opportunità tra cittadini classificabili in ceti diversi. Si tratta di garantire la sicurezza, la salute, l’istruzione (il recente studio dell’OCSE giudica il sistema educativo italiano come il migliore per la capacità di ridurre la disuguaglianza nelle condizioni di partenza). Ma anche la riduzione delle differenze tra i territori in termini di opportunità di connessione attraverso infrastrutture di trasporto materiali (persone e merci) e immateriali (informazioni). Tutte aree sulle quali i due esecutivi in questi tre anni si impegnati a fondo allocando risorse e avviando progetti (si guardi per esempio il progetto sulle aree interne).

Il degrado si può fermare. Anche a Roma

Sabato 28 gennaio il Messaggero ha ospitato nelle pagine della cronaca di Roma un mio intervento sul degrado materiale e civile della città. Qui di seguito il testo integrale, nel quale suggerisco che il processo di progressivo degrado non è inevitabile, al contrario può essere fermato. Per fermarlo occorre ripristinare la legalità a partire dal rispetto delle semplici regole che favoriscono la convivenza sulla strada, lo spazio della convivenza urbana per eccellenza. E non basta invocare l’intervento dell’autorità, occorre mobilitare gli individui e unirli in iniziative associative.

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Le denunce sul degrado che sta travolgendo Roma sono diventate costanti al punto da costituire un rumore di fondo al quale tutti rischiano di diventare indifferenti. Tuttavia chi ama questa città, che vi sia nato o che vi sia approdato, prova il bisogno di una reazione che vada al di là dell’indignazione e della denuncia.

Le domande da porsi sono almeno tre. Da dove ha inizio il processo di degrado? È inarrestabile? Se esiste una chance di riscossa, da dove si può cominciare concretamente? Vorrei provare a proporre tre risposte tra quelle possibili, a prescindere dai doveri dell’amministrazione pubblica.

Dove comincia il degrado? Il degrado materiale che si osserva nella sporcizia sulle strade, nei disservizi del trasporto pubblico, nelle condizioni stesse delle strade è anche degrado civile. Comincia da comportamenti di singoli orientati a massimizzare il vantaggio individuale a discapito di tutti gli altri cittadini (“parcheggio dove mi pare, anche in seconda e terza fila, anche sulle strisce pedonali o davanti a un passaggio per disabili o un passo carraio dal quale qualcuno non potrà uscire anche se dovesse farlo con urgenza e anche se ciò rallenterà il traffico e impedirà il passaggio degli autobus e ostacolerà i mezzi dell’AMA nello svuotamento dei cassonetti; non raccolgo gli escrementi del cane, ché è faticoso chinarsi e mi fa anche un po’ schifo; lascio nell’aiuola le bottiglie della birra che abbiamo consumato in compagnia sulla panchina per non doverle portare fino alla campana del vetro”).

Questo processo è inarrestabile? Comportamenti individuali contrari all’interesse generale sono come le pietre che cominciano a rotolare per una discesa e presto diventano frana o valanga. Vanno fermati, altrimenti innescano comportamenti imitativi anche presso persone consapevoli di ciò che è buono o sbagliato per la collettività (“parcheggio là dove non si potrebbe, tanto se non lo faccio io lo fa un altro; quest’aiuola è così sporca che una cartaccia in più non farà la differenza”). La violazione di semplici regole di civiltà non va tollerata perché alimenta il degrado e soltanto la difesa del principio di legalità nelle sue manifestazioni più elementari può arrestare il processo in corso.

Cosa fare, concretamente, per ripartire? In assenza dell’intervento imprescindibile di un’autorità che imponga il rispetto delle regole (come il Leviatano di Hobbes), occorre riscoprire l’azione collettiva che il fenomeno della individualizzazione (definito dai sociologi come l’allontanamento degli individui da appartenenze e vincoli sociali) ha progressivamente cancellato dall’orizzonte quotidiano dei cittadini. Davanti all’imbarbarimento dello spazio pubblico, i cittadini rispettosi del prossimo e delle regole della convivenza civile si chiudono nella solitudine, uno spazio dove regnano rassegnazione, rabbia e frustrazione. L’opportunità dell’azione collettiva offerta dall’associazionismo conforta sul piano psicologico e aumenta la capacità dei singoli di avere un impatto sulla realtà.

Sono in gioco molte cose: il diritto al riposo dei cittadini nelle zone residenziali, da conciliare al diritto alla libertà d’impresa di chi apre un bar o un ristorante sperando di innescare la movida, il recupero di funzionalità del trasporto pubblico locale, l’igiene, i valori immobiliari, la sicurezza (quella effettiva e quella percepita), la capacità di attrazione turistica.

Manifestazioni come la pulizia del parco Nemorense nel quartiere Trieste a cura di un’associazione indicano una via. Che tuttavia non può essere iniziativa occasionale né può diventare sostituzione permanente delle funzioni dell’amministrazione pubblica. La sfida dell’azione collettiva oggi a Roma è nella sperimentazione di forme di recupero dello spazio pubblico (come fanno per esempio Retake Roma e altre associazioni simili) capaci di porre davanti all’amministrazione e all’autorità non soluzioni ideali ma azioni sperimentate per superare le inerzie, le resistenze attive e gli interessi particolari di gruppi di pressione (non si scomodino qui i “poteri forti”, ché bastano le tante inerzie, a cominciare da quelle di alcuni dipendenti dell’amministrazione).

I media possono aiutare l’associazionismo a evolvere in forme organizzate di partecipazione civica capaci di determinare un impatto sulla realtà. Dedicare con continuità attenzione alla dimensione dell’azione collettiva serve a ristabilire un rapporto tra coloro che abitano uno spazio urbano e il mezzo che dovrebbe rappresentare quella realtà concreta. Il Messaggero potrebbero cominciare proprio dal quartiere Trieste, dove il degrado rischia di seppellire in pochi anni una lunga storia di civiltà.

Il quartiere Trieste ha un impianto viario ben concepito: un’arteria principale sull’asse tra centro e periferia, dalla quale salgono vie strette alternate ad altre più larghe, da un lato verso Villa Ada, dall’altro verso la via Nomentana. I fasti della zona edificata da Gino Coppedè si alternano agli edifici razionalisti di Ludovico Quaroni ma anche all’edilizia popolare di qualità come si progettava all’inizio del Novecento.

A dispetto del tempo trascorso dalla sua edificazione, la viabilità del quartiere consentirebbe agevolmente lo scorrimento di un traffico privato misto a un trasporto pubblico efficiente. La conformazione delle strade consentirebbe una raccolta facile dei rifiuti e la pulizia dei marciapiedi, che ospitano negozi bar e ristoranti in grande quantità. E invece il quartiere rischia di soccombere alla carenza di servizi pubblici, all’imbarbarimento dei comportamenti e a una nuova movida che trasforma un quartiere residenziale in una terra di nessuno, dove la pulizia del parco di quartiere (progettato su via Nemorense da Raffaele de Vico, l’architetto progettista dei parchi più belli di Roma, che fu anche direttore del Servizio giardini del Comune) richiede l’intervento dell’accoppiata pensionati – nipotini.

La riscossa è possibile e può cominciare invertendo il processo di degrado in atto qui attraverso la sperimentazione di prototipi di azione collettiva replicabili in altri quartieri, monitorati dai mezzi di informazione, e successivamente proposti all’amministrazione municipale e comunale.

Al #referendum di domenica voterò “sì”

Non sono un esperto costituzionalista e del resto agli elettori non si chiede questa competenza. Però mi sono fatto un’idea della riforma in generale e di alcuni punti in particolare. 


Sul piano generale, direi culturale, la riforma è un cambiamento con lo scopo dichiarato di rendere il Paese più semplice e più veloce. Cambiamento, semplicità, velocità: non c’è dubbio che siano obiettivi da perseguire in Italia più che altrove. Si può discutere se questa riforma consegua gli obiettivi dichiarati. E il giudizio è oggettivamente difficile, dato che anche gli “esperti” si dividono tra no e sì. 

Sul piano specifico mi sembra però incontrovertibile che oggi ci sono due camere parlamentari che danno la fiducia al Governo, mentre la riforma riserva questa prerogativa alla sola Camera dei Deputati. Mi sembra altrettanto indiscutibile che oggi ci sono 315 senatori che godono di indennità, rimborsi e altre forme di reddito a valere sulle casse pubbliche, mentre la riforma riduce il numero dei senatori a cento, ai quali non viene riconosciuta alcuna indennità. Questi cento senatori probabilmente dovranno ricevere qualche rimborso spese ma il costo per lo Stato sarà sensibilmente più basso rispetto agli attuali 315, dato che le indennità saranno cancellate, così come le spese per gli assistenti, mentre le spese di rimborso saranno molto ridotte e le spese di funzionamento del Senato dovranno essere adeguate alla minore intensità e al minor numero di senatori.

Ma l’aspetto della riforma che più mi convince è l’intervento sulla distinzione di competenze tra Regioni e Stato. È un aspetto della riforma importante sul piano economico, non tanto e non solo per i risparmi che produce ma perché restituisce al Governo le chiavi per mettere in moto la macchina della crescita economica. Il Governo potrà così finalmente varare una politica nazionale per il turismo: che spreco per un paese ricco di un patrimonio ineguagliabile come il nostro non poter promuovere in modo organico e con una strategia complessiva il territorio nazionale. La competenza esclusiva allo Stato restituirà al Governo questa possibilità. Lo stesso discorso vale per le infrastrutture: la competenza esclusiva consentirà al Governo di mettere in campo un piano nazionale per le infrastrutture strategiche, evitare la competizione inefficiente tra le Regioni, massimizzare le opportunità suddividendole tra i territori e concentrando su ciascuna le necessarie risorse finanziarie.

Tra gli effetti della riforma del Titolo V della Parte Seconda della Costituzione merita un posto speciale il passaggio allo Stato della competenza sulle politiche attive del lavoro. La nostra Costituzione poggia sul pilastro del bellissimo articolo 1: 

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro

L’interpretazione che io do dell’articolo 1 è questa: in Italia non contano il censo, il genere, la religione, l’orientamento sessuale, l’origine sociale perché il lavoro dà a ciascuno pari dignità. Mi sembra poetico e potente al tempo stesso. Però questo riconoscimento non individua strumenti per la realizzazione di questa condizione di dignità. Ebbene, il nuovo articolo 117 inserisce le politiche attive del lavoro nella Costituzione e impegna i governi ad adottarle per promuovere l’occupazione. L’evoluzione di questi anni, inclusa la riforma del mercato del lavoro e in particolare la componente che riguarda proprio le politiche attive del lavoro, cambia paradigma rispetto a un passato nel quale veniva preservato il reddito ma non il lavoro. Gli ammortizzatori sociali come la cassa integrazione tenevano in vita un legame fittizio tra lavoratori senza lavoro e imprese decotte, sopravvissute soltanto nei faldoni di qualche curatore fallimentare, come pretesto per erogare un reddito, senza alcuna prospettiva per il futuro. Con la riforma – e in particolare con le scelte politiche che diventano fino in fondo operative, come l’introduzione del reddito di inclusione – si riconosce un sostegno al reddito delle persone che corrono il rischio di scivolare nella povertà ma lo si associa a strumenti e allo sforzo per entrare o tornare nel mondo del lavoro.

Quindi: un sì convinto per una riforma che riduce i costi della politica e migliora le potenzialità dell’intervento del Governo nel campo della crescita economica. Eppure confesso che questo giudizio nasce da un pregiudizio positivo nei confronti dell’azione del governo (alla quale, nel mio piccolo, dalla trincea operativa dell’amministrazione pubblica, cerco di dare un contributo). Immagino che se mi fossi trovato in una diversa condizione avrei potuto maturare un pregiudizio diverso e di conseguenza la lettura della riforma avrebbe potuto condurmi a conclusioni diverse*.

Per questo non biasimo nessuno dei miei amici che votano “no”, così come non ho nulla contro tutti coloro che voteranno diversamente da me. Il comportamento di voto nasce del resto sempre così: l’identificazione in un soggetto individuale o collettivo, la sensazione di affinità con un leader, la fiducia in un opinion maker al quale delegare il compito di capire e segnalare cosa sia giusto fare. Il caso ha – come in tutte le vicende della vita – un suo ruolo. È l’insostenibile leggerezza dell’essere, che può essere letta anche come il valore immenso della sequenza di coincidenze che ci colloca qui e ora. E a questo valore deve corrispondere il senso di responsabilità per le proprie azioni.

Voto sì quindi anche perché credo che l’azione dell’esecutivo in questi mille giorni stia smontando i tantissimi congegni culturali e giuridici che hanno imbrigliato la libertà di pensiero e di azione degli italiani. 

Comunque vada, lunedì il sole sorgerà ancora. Se vince il “no” sarà difficile pensare a un qualunque obiettivo che contempli un serio cambiamento del Paese. Se vince il “sì” ci sarà molto da fare per dare attuazione ai principi cui si ispira la riforma ma la nostra comunità nazionale riceverà una straordinaria spinta verso l’innovazione perché tutti sapremo che cambiare si può.

Un po’ diriferimenti:

(*) O qualcuno si illude che ciascun elettore maturi un convincimento basato razionalmente su di una disamina oggettiva di tutti i pro e i contro?

Vediamo un po’ cosa ha detto @realdonaldtrump nella #ElectionNight

Un’analisi a caldo del #victoryspeech del nuovo @POTUS (lo specifico per mia mamma nel caso leggesse il blog: President Of The United States), per quello che valgono i discorsi della vittoria.

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Innanzitutto fa una cosa che si direbbe ovvia, ma che date le premesse non doveva essere data per scontata: fa i complimenti all’avversaria e rassicura i suoi elettori.

Hillary has worked very long and very hard over a long period of time, and we owe her a major debt of gratitude for her service to our country.

Poi rassicura l’opinione pubblica mondiale: pare che in politica estera sia animato da intenti pacifici.

[…] we will get along with all other nations, willing to get along with us. We will have great relationships.

Sul piano dell’analisi politica: sfodera la retorica del movimento, in implicita opposizione alla “forma partito”, una retorica post-ideologica nel senso di trasversale, ed esalta “la gente”:

As I’ve said from the beginning, ours was not a campaign but rather an incredible and great movement, made up of millions of hard-working men and women who love their country and want a better, brighter future for themselves and for their family. It is a movement comprised of Americans from all races, religions, backgrounds and beliefs, who want and expect our government to serve the people, and serve the people it will.

E sul piano psicologico ribadisce il cuore del suo messaggio: la promessa ai dimenticati (i perdenti nel grande gioco umano ed economico della globalizzazione, a mio avviso) di potersi riscattare, realizzare. Dopotutto è la stessa leva usata per ObamaForAmerica (la campagna del 2008): la speranza (hope).

Every single American will have the opportunity to realize his or her fullest potential. The forgotten men and women of our country will be forgotten no longer.

Soprattutto ricorda una cosa molto semplice: l’utilitarismo dell’uomo della strada, che non ha prospettive di lungo termine ma piuttosto il problema di sbarcare il lunario, bread and butter da mettere in tavola. Chiamiamolo self-interest. E aspettiamoci politiche protezionistiche.

I want to tell the world community that while we will always put America’s interests first, we will deal fairly with everyone, with everyone.

Il pacchetto individualista si chiude con il richiamo alla sicurezza, che assume l’aspetto dell’uomo forte, incarnazione del principio law and order, quel Rudy Giuliani fautore della controversa politica della tolleranza zero che – a torto o a ragione – si ritiene avrebbe contributo a fare di New York City una città vivibile.

I want to give a very special thanks to our former mayor, Rudy Giuliani. He’s unbelievable. Unbelievable. He traveled with us and he went through meetings, and Rudy never changes. Where is Rudy. Where is he?

E infatti il riferimento al law enforcement e alla polizia di NYC è esplicito:

And law enforcement in New York City, they’re here tonight. These are spectacular people, sometimes under appreciated unfortunately, we we appreciate them.

(chiedete ai romani se non vorrebbero vedere un po’ di law enforcement per le strade della capitale).

Non manca l’economia, con l’impegno di realizzare un piano che ha molto sapore keynesiano. Perché la destra “à la Trump” non è necessariamente liberista e spende volentieri i soldi pubblici:

We have a great economic plan. We will double our growth and have the strongest economy anywhere in the world. […]

We are going to fix our inner cities and rebuild our highways, bridges, tunnels, airports, schools, hospitals. We’re going to rebuild our infrastructure, which will become, by the way, second to none, and we will put millions of our people to work as we rebuild it.

Il transcript del discorso si può trovare su vox.com, qui.