Il voto disgiunto degli elettori pragmatici

Da LibMagazine di questa settimana, in buona parte dedicato alle elezioni americane, dove potete trovare le interviste ai corrispondenti del Sole 24 Ore e del Messaggero, le rubriche di Michael Mazzei e Nicola Scardi, la vignetta di Ciro Monacella e molto altro.

Ugo Sposetti, che gestiva i cordoni della borsa nei Democratici di Sinistra prima che questi confluissero nel Partito Democratico, sul Riformista di sabato scorso si dice preoccupato da “questo riformismo che ha come retropensiero l’atteggiamento pernicioso e snob per cui il popolo sia da educare, da formare”. Preoccupazione sacrosanta se viene dalla memoria delle tentazioni pedagogiche del socialismo reale.

Ma quella memoria non dovrebbe far dimenticare la distinzione tra un autista e una guida: il primo non ha alcuna responsabilità sul traguardo e sulla strada da fare per arrivarci; il secondo ne assume sia sul traguardo che sul percorso. Insomma, c’è differenza tra “comprendere l’orientamento” e “orientare la comprensione”, come dice Remo Bassetti nel geniale Contro il target (Bollati Boringhieri). In altre parole: in politica ci si può limitare a promettere al proprio target quello che già vuole? “Fare politica” non dovrebbe comportare un ruolo attivo nella società per orientarne la sensibilità e la direzione del cambiamento? I grandi partiti di massa non hanno forse contribuito a fare progredire il Paese promuovendo maggiore consapevolezza sociale e culturale in modo trasversale a tutte le classi?

Si può cercare un equilibrio vincente tra promesse “popolari” (quello che le imprese chiamano marketing) alla competizione elettorale e la promozione di uno specifico modello (quello che le stesse imprese chiamano consumer education), un modello sociale capace di offrire maggiore benessere a una quota crescente della popolazione. Come? Una risposta può venire dal basso, dal territorio, là dove le istanze più o meno astratte corrisposte dalle promesse dei leader nazionali si incrociano con bisogni concreti e proposte pragmatiche di leader locali dotati di credibilità.

Infatti, se le analisi dei flussi elettorali per le politiche tracciano un quadro senza sfumature con elettori praticamente bloccati su uno dei due poli e pochissimi cambiamenti di fronte (secondo i dati presentati da Carlo Buttaroni di GPF in Nel labirinto elettorale pubblicato da M&B, per esempio, su 100 voti per il PDL nella scorsa primavera, soltanto 7 vengono da elettori che nel 2006 avevano votato per la coalizione ulivista; meno di 5 voti su 100 hanno fatto il percorso inverso. Secondo le stime di Paolo Natale in Senza più Sinistra, ed. Il Sole 24 Ore, “chi passa da un partito di centro-sinistra a uno di centro-destra o viceversa rappresenta una quota intorno al 3-4% del corpo elettorale”), le elezioni comunali raccontano una realtà diversa.

Così mentre nella Roma del “modello Bettini” il candidato del PD Francesco Rutelli perdeva la corsa per il Comune a dispetto della maggioranza conquistata dal compagno di partito Nicola Zingaretti alla Provincia, l’imprenditore di sinistra Fausto Servadio diventava sindaco di Velletri per il PD nonostante due terzi degli elettori della sua città votassero PDL alle politiche. Voto disgiunto, che gli italiani praticano con disinvoltura.

Chissà che per una volta i protagonisti del PD non mettano da parte la passione per la palla di vetro dei sondaggi e si mettano a ragionare sui dati elettorali, magari leggendoseli Comune per Comune: c’è un sacco di cose da imparare ripartendo dal basso.

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Autore: robertobasso

Direttore della Comunicazione del Ministero dell'Economia e delle Finanze. Le informazioni contenute in questo blog sono fornite a titolo personale e le opinioni espresse non impegnano ad alcun titolo l'istituzione per cui lavoro.

4 thoughts on “Il voto disgiunto degli elettori pragmatici”

  1. Come non essere d’accordo su quanto scrivi, soprattutto silla parte finale, quella che rigaurda il PD!

    Quando faccio questi discorsi nel circolo del PD del mio comune mi prendono per pazzo e per visionario.
    “Ragionare sui dati elettorali, magari leggendoseli Comune per Comune” è un discorso arido e da maniaci dei numeri. Questa è l’opinione comune, eppure, come dici: “c’è un sacco di cose da imparare ripartendo dal basso.”

  2. Caro David, purtroppo sono molti quelli che si appassionano ai sondaggi, con scarse capacità tanto di interpretarli a fini previsionali quanto di usarli allo scopo di definire una strategia di comunicazione. E pochissimi quelli che, passato il giorno delle elezioni, cercano di capire che cosa è successo leggendo i dati. Capisco quelli che vincono, occupati ad affrontare la sfida del governo locale o su scala più grande. Ma quelli che perdono potrebbero fare questo sforzo.

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