comunicazione è relazione

il blog di Roberto Basso sulla comunicazione di pubblica utilità e varia umanità

Il giudice naturale per la questione morale

Particolarmente ricco il numero di LibMagazine online da oggi. Tra le altre cose, la rubrica Sindaco spa che riprende un tema molto popolare in questi giorni, del quale abbiamo parlato qui qualche settimana fa.

Certo è difficile in queste ore sostenere che il rischio di corruzione e malaffare possa essere ridotto aumentando la discrezionalità degli amministratori, ma ci proviamo ugualmente perché è proprio ciò che bisognerebbe fare.

La normativa sugli appalti impone un alto grado di trasparenza e il ricorso a gare pubbliche per l’esecuzione di opere pubbliche. Questo priva l’amministrazione (tanto il livello politico quanto il tecnico) della possibilità di negoziare direttamente con il fornitore. L’obiettivo della norma è chiaro: impedire che amministratori e funzionari affidino incarichi e opere a ditte scelte sulla base di criteri arbitrari e soggettivi, dietro i quali potrebbe nascondersi semplicemente l’interesse personale sotto le più svariate forme (dalle tangenti alla benevolenza di imprenditori “amici”, per esempio sotto forma di finanziamento di una futura campagna elettorale).

Condivisibile, senza dubbio. Peccato che il risultato oggettivo finisca con l’essere l’impasse degli amministratori onesti, lasciati in balìa degli avvocati di ditte capziose: nella vulgata comune dei tecnici si dice che mentre alcune ditte vincitrici di appalti pubblici mandano gli operai in cantiere, altre mandano gli avvocati in Municipio. Oppure, per dirla con un giovane imprenditore-sindaco della provincia di Alessandria: “in seguito alla riorganizzazione del lavoro molte ditte subappaltano quasi interamente l’esecuzione dei lavori a terzi, perciò hanno ridotto il proprio organico a un piccolo numero di tecnici e, sempre più spesso, a molti avvocati”.

È controintuitivo, lo so, sostenere che buone norme restrittive abbiano creato un piccolo esercito di professionisti del malaffare con pochi scrupoli e capaci di assumersi il rischio del reato penale. Ma del resto si tratta dello stesso principio per cui l’uso scellerato degli antibiotici sta favorendo l’emergere di una categoria di supervirus: è la selezione della specie. I piccoli pescetti che pescano vantaggi personali vengono tagliati fuori e le acque vengono dominate da pescecani agguerritissimi.

Come hanno commentato gli osservatori più avveduti, non c’è norma e non c’è sistema in grado di metterci al riparo dalla corruzione. I sociologi distinguono tra norme e valori proprio perché gli individui rispettano le prime in presenza di una sanzione, i secondi spontaneamente. La questione morale è tutta qui: l’interesse generale si persegue perché è giusto, perché ci si crede. Non perché altrimenti si va in galera.

La ricetta liberale è quindi fatta di tre elementi: norme semplici chiare e ininterpretabili, fiducia agli amministratori, controllo e repressione con un alto grado di certezza della pena. Perché alla fine, almeno nei Comuni, c’è sempre un giudice in grado di decidere se le opere sono state realizzate o meno, se ci si è messo troppo, se si è speso troppo. Un giudice senza toga ma inappellabile: l’elettore.

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