comunicazione è relazione

il blog di Roberto Basso sulla comunicazione di pubblica utilità e varia umanità

Questione immorale

Come ogni lunedì è online un nuovo, prezioso numero di LibMagazine. Anticipo qui la rubrica di Sindaco SpA ma vi invito a leggere LM.

Andiamo al cuore della questione: prendere soldi per fare politica. E sgombriamo il campo da idee rancorosamente o invidiosamente qualunquiste: se non esistesse il professionismo in politica, gli unici a potersi dedicare in senso moderno alla polis sarebbero pochi ricchi. Il professionismo politico è un’importante innovazione di età moderna che ha reso possibile la nascita e il consolidamento delle democrazie contemporanee. La necessità di remunerazione non riguarda soltanto le cariche elettive ma anche coloro che sostengono l’attività di candidati ed eletti, i quali vengono occupati in patronati, sindacati, giornali, nella pubblica amministrazione. Non è uno scandalo: nella prima democrazia del mondo, quella americana, funziona così da un paio di secoli. Hanno dovuto riformare lo spoils system con una legge, per mettere un freno al furore sostitutivo di ogni nuova elezione. Secondo quanto scrive il patron di Esselunga, Bernardo Caprotti, nel suo “Falce e carrello”, in Italia l’elenco delle opportunità di occupazione per chi vive di politica si sarebbe esteso alla grande distribuzione organizzata, che avrebbe garantito al vecchio PCI la rotazione per i propri funzionari tra i ruoli di amministratore pubblico e dipendente delle Coop. La politica ha a che fare con il potere, il potere determina le condizioni per guadagnare risorse e le risorse vengono reinvestite nella competizione politica che si svolge prevalentemente sul terreno elettorale.

La cosiddetta questione morale che riempie le pagine dei giornali di questi giorni è diversa dal dibattito sulla “casta” che imperava soltanto pochi mesi fa: non si discute di quanto guadagnano i politici – che infatti non è un problema in sé – ma dell’effetto che l’ambizione dei politici di professione esercita sull’ambiente circostante (economico, naturale, sociale) quando questi fanno favori in cambio di altri favori utili a conseguire successi sempre più prestigiosi nella propria carriera professionale. Quando l’agire dei politici di professione è prevalentemente autoriferito, l’interesse generale cade in secondo piano, si verificano distorsioni del libero mercato e con buona probabilità ne risulterà danneggiato il bene comune.

La soglia oltre la quale il livello di occupazione della società da parte della politica non è più accettabile è determinata dall’efficienza dell’azione politica: quando il costo complessivo della politica resta ben al di sotto dell’efficacia conseguita dall’azione degli amministratori non c’è problema, almeno non in senso assoluto, ma eventualmente relativo e riferito alla concorrenza internazionale. La questione morale della insufficienza di una causa ideale non è determinante. È la democrazia, bellezza!, sembrava dire Max Weber quasi un secolo fa quando affermava che i cittadini americani preferirebbero “avere per funzionari persone sulle quali sputare piuttosto che una casta di funzionari che sputa su di noi” (La politica come professione, 1919).

Non prendiamoci in giro, dunque, ché predicare moralità è una necessità inestingubile ma di Giordano Bruno se ne vedono pochi in giro. La vera questione immorale è la irresponsabilità, cioè la rinuncia o il tentativo di sottrarsi al dovere di dare risposte adeguate alle domande dei cittadini. Di servizi, di prestazioni, di infrastrutture. Gli italiani forse più di altri sono particolarmente propensi a tollerare (magari perfino a simpatizzare con) vecchi vizi e la scarsa coerenza nell’aderire a un ideale. Ciò che la cittadinanza competente, secondo la descrizione che ne dà Carlo Carboni nel suo La società cinica, diversamente dalla cittadinanza qualunquista, dovrebbe pretendere dal ceto politico è la responsabilità nella sua accezione originaria di “dovere della risposta”. Dovrebbe controllare, valutare e al momento opportuno giudicare. E se è moralmente degna di questo privilegio democratico, dovrebbe giudicare proprio sulla base dell’efficacia e della dignità responsabile del personale politico.

Annunci

Archiviato in:Uncategorized, , , , , , , , , ,

3 Responses

  1. David Vetturi ha detto:

    Il pezzo che hai riportato è davvero di difficile lettura perché è molto denso di temi e di concetti.

    Condivido il punto di partenza. Per fare politica si deve essere pagati, e anche bene! E’ ipocrita pensare che un sindaco di uno dei nostri comuni gardesani che attraverso lo strumento del PGT muove parecchie decine di milioni di euro con le sue scelte non venga retribuito adeguatamente.
    Potrebbe essere interessante domandarsi se in valtenesi abbia senso avere 7 sindaci, 28 assessori, ciascuno pagato e male.
    Concordo solo parzialmente sul fatto che debba esistere la professione di politico, o meglio: una persona capace può vivere di politica, ma, come avveniva già nella tradizione romana, è fondamentale che segua il percorso del cursus honorum ovvero cambi il livello del suo operato (comune, provincia, regione, stato) nel corso degli anni.
    E’ del tutto irragionevole (e sospetto) che una persona possa vivere di politica facendo per più di 25 anni il sindaco in un piccolo comune senza mai portare la sua esperienza e capacità politica altrove, non trovi?

  2. robertobasso ha detto:

    Sì, David, c’è una questione di efficienza o di “scala”, se vuoi: il piccolo ha più chance di essere amministrato bene ma il troppo piccolo diventa inefficiente.

    Per quanto riguarda il professionismo, sono personalmente convinto che per il bene della democrazia e il buon funzionamento delle istituzioni ci debba essere uno scambio continuo tra attività politica e vita socio-professionale. L’esistenza di professionisti che vivono soltanto di politica a mio avviso è un problema, lo accetto solo per evitare ipocrisie. Sto seguendo il lavoro degli imprenditori-sindaci proprio perché sono esempio di un prestarsi alla politica inteso come impegno a termine (non teorizzo certo una loro superiorità) nel quale si realizza uno scambio tra esperienze diverse.

    Ho intervistato il sindaco di Olbia due settimane fa e mi diceva che da consigliere regionale guadagnava più del triplo del compenso da sindaco e poteva continuare a fare l’imprenditore. Adesso ha responsabilità di gran lunga superiori, ha dovuto vendere l’azienda, percepisce appunto meno di un terzo dei compensi. è chiaro che può farlo soltanto perché è benestante e vicino a un’età in cui probabilmente avrebbe comunque smesso di gestire l’azienda.

  3. […] Remunerare l’attività di chi si dedica alla politica a tempo pieno è stato uno dei passi fondamentali per l’affermazione della democrazia, per il superamento delle aristocrazie e delle plutocrazie ottocentesche. Ma secondo me questo divario tra il PD e le altre formazioni politiche nella composizione dei propri attivisti e candidati è una delle ragioni della scarsa capacità di comprendere il “Paese reale”. Di capire cioè che cosa pensano e che cosa vogliono quelli che lavorano per vivere. Di coloro che vivono di politica abbiamo già parlato a febbraio di quest’anno e dicembre dell’anno scorso. […]

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Segui assieme ad altri 3.922 follower

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: