La deriva prossima

Ieri è comparso sul sito di ItaliaFutura un editoriale a firma congiunta del direttore della fondazione, Andrea Romano, e di Carlo Calenda. Vi sostengono, gli autori, che l’astensionismo alle consultazioni elettorali non sia più da giudicare, com’è accaduto in tempi recenti, una manifestazione di qualunquismo. Al contrario, nella drammatica – o comica – situazione attuale (non si cita mai abbastanza l’affermazione di Flaiano secondo il quale in Italia la situazione può essere “grave, seria, mai!”), l’astensionismo costituirebbe una rispettabile posizione di distacco. Quella che Hirschmann definì come l’opzioni exit tra le possibili, qui e adesso sarebbe non solo legittima ma soprattutto dotata di un senso – e un ruolo – politico.

Temo però che quote crescenti di astensione siano la prospettiva fisiologica del nostro sistema politico, dopo la svolta in direzione bipolare (un bipolarismo simmetrico a 5 gradi: la Lega all’estrema destra, il PDL su cui si concentra la maggior parte del voto di centrodestra – almeno nelle medie nazionali, perché in alcune aree del Nord la Lega è destinata ad avere la meglio – l’UDC equilibrista al centro, quindi al polo opposto, simmetricamente, il PD a raccogliere le quote prevalenti nel centrosinistra e l’Italia dei Valori a presidiare la fascia estrema).

Questa svolta, conseguita in parte per via legislativa (le soglie per l’accesso alle Camere) e in parte per via squisitamente politica (la nascita del PD e la scelta di Walter Veltroni di far correre il nuovo partito da solo – o quasi – nel 2008, seguita cronologicamente e superata in termini di consenso dall’accorpamento PDL/AN), si è accompagnata a una legge elettorale per il Parlamento di natura liberticida, tale da privare gli elettori della facoltà di scegliere i propri rappresentanti e costringerli a fare una pura scelta di partito all’interno di un orizzonte con pochi partiti.

In altre parole, le opzioni dell’elettore italiano si sono prima ridotte in termini di simboli di partito e poi sono state azzerate in termini di scelta del candidato. In questo senso la militarizzazione di parte di cui parlano nel loro pezzo Romano e Calenda è tanto indispensabile per i leader quanto disgustosa per la quota di elettorato che ha le maggiori risorse per scegliere compiutamente.

L’astensionismo non solo non solleciterà il ceto politico al cambiamento ma – al contrario – aizzerà i cacciatori di voti alla ricerca del consenso puro: il voto come fine, e non come punto di partenza per l’esercizio del governo ridurrà quest’ultimo alla semplice gestione delle clientele. Questa è la deriva cui andiamo incontro.



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Autore: robertobasso

Direttore della Comunicazione del Ministero dell'Economia e delle Finanze. Le informazioni contenute in questo blog sono fornite a titolo personale e le opinioni espresse non impegnano ad alcun titolo l'istituzione per cui lavoro.

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