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il blog di Roberto Basso sulla comunicazione di pubblica utilità e varia umanità

Eroe di carta?

Il libro del sociologo Alessandro Dal Lago sul caso Gomorra è al centro di infuocate polemiche: da un lato i critici di Saviano (non è più solo Berlusconi a dire che danneggia l’immagine dell’Italia), dall’altro i suoi accaniti sostenitori. Ecco perché, invece, la strenua difesa del ragazzo minacciato dalla camorra e le perplessità sull’opera letteraria possono coesistere.

La mia recensione in home page del Giudizio Universale.

A vent’anni vivevo a Napoli e volevo fare il giornalista, quando il giornalista del Mattino Giancarlo Siani venne ucciso dalla camorra. Forse è per questo che sono riluttante alle critiche che montano su Roberto Saviano, pur condividendo i commenti critici sulla qualità letteraria di Gomorra. Eppure devo correggermi, perché Roberto Saviano è soggetto distinto dal suo personaggio-mito, affermatosi nel volgere di pochi anni. E mentre il primo va difeso (fisicamente, con la scorta) il secondo merita un’analisi critica come quella condotta da Alessandro Dal Lago in Eroi di carta. Il caso Gomorra e altre epopee. 

Dobbiamo vincere la difficoltà intrinseca di esercitare la critica sull’opera di un ragazzo confinato in una gabbia, che dovrebbe piuttosto ospitare chi lo minaccia, e oltraggiato dalle parole dei ragazzini di Casal di Principe (raccolte dalle telecamere di Annozero l’anno scorso), da quelle del giocatore di calcio Marco Borriello e perfino dai testi del musicista Daniele Sepe. Questi accusano l’autore di Gomorra di avere lucrato sulle disgrazie della propria terra o di avere esagerato nella descrizione delle nefandezze che vi accadono per aumentare l’effetto spettacolare dell’opera, e perfino di essere “parte del sistema” a dispetto dell’apparenza di fustigatore di poteri forti. 

Accuse puerili, le prime: i dati dimostrano con oggettività quanto sangue la camorra abbia sparso sul suolo campano, i processi sanzionano la diffusione della camorra e la sua capacità di penetrazione economica in territori geograficamente lontani, e il successo di Saviano non è stato certo programmato a tavolino (sebbene sia indubbia la capacità dell’editore Mondadori di sostenere la diffusione di Gomorra quando il sistema mediatico e il mercato editoriale hanno mostrato di gradirlo oltre le più rosee aspettative). 

Più articolate le seconde: che fanno riferimento all’eroicità di cui è rivestito il personaggio-Saviano, che se ne starebbe arreparate (al riparo), mentre il suo ruolo sarebbe comunque al servizio di poteri affermati (il potere economico e simbolico dell’editore nazionale che domina il mercato letterario, per di più legato al presidente del Consiglio). In termini più appropriati, anziché di “ruolo” si dovrebbe quindi porre attenzione alla funzione sociale che il personaggio-eroe Saviano e la sua opera svolgono. Il lavoro di Dal Lago ruota proprio intorno a questo. 

Eroi di carta è un libro sofisticato, nato da uno studioso pronto a cogliere le sfumature dei processi culturali e attrezzato di un bagaglio sociologico puntuale e vastissimo, che ha come punto di partenza l’approccio struttural-funzionalista. In altre parole, per avvertenza al potenziale lettore: non è un libello polemico buono a sostenere uno scontro tra fazioni pro e contro Saviano, costruito su pareri più o meno gratuiti. Insomma, non se ne può discutere al Bar Sport. Si tratta invece di un saggio che ha come obiettivo principale un filone letterario italiano, la New Italian Epic, al quale sarebbe ascrivibile Gomorra, libro di culto intorno al quale si sarebbe sviluppata una vicenda “rivelatrice degli equivoci culturali e politici” del nostro Paese.

Mi sembra che la tesi di Alessandro Dal Lago possa essere sintetizzata così: il testo di Saviano non chiarisce il confine tra realtà e finzione (patto quasi sempre esplicitato dall’appartenenza di un testo a un genere, e altrimenti da autore ed editore) e in quest’ambiguità finisce con l’essere coinvolto l’autore perché non più distinguibile dall’io narrante; questo meccanismo trasforma l’autore-narratore-protagonista di eventi (che si fanno supporre reali) in un eroe che lotta contro il male. Il giovane Roberto Saviano diviene così, probabilmente suo malgrado, una macchina mitologica che svolge una funzione precisa nella nostra cultura (cioè nei meccanismi di partecipazione sociale mediati a livello simbolico), una funzione “distraente e anestetizzante” tipica della retorica dell’eroismo: “crogiolandosi nell’eccezionalità dei comportamenti o nei supremi sacrifici, l’opinione pubblica tace o dimentica connivenze, complicità, opportunismi, omissioni, doppi giochi”. La retorica dell’eroismo, secondo Dal Lago, in particolare in Italia, svolgerebbe “una funzione di supplenza rispetto a valutazioni disincantate e oggettive della realtà delle cose”. 

Gomorra sposterebbe quindi l’attenzione per il fenomeno criminale sul piano morale di una lotta tra il bene e il male, dal quale spariscono le politiche (cioè gli interventi strutturali volti a modificare il contesto e quindi le condizioni dello svolgimento di pratiche e comportamenti illegali), spariscono le istituzioni (la magistratura, le forze dell’ordine, i corpi sociali intermedi) e si afferma un deus ex machina, o – meglio – l’eroe. In questo schema il lettore si sente sollevato e sgravato di responsabilità, perfino consolato perché con la lettura e il sostegno pubblico a testo e autore (e grazie all’identificazione con questo: siamo o non siamo tutti Saviano?) sentirebbe di avere contribuito alla causa dell’eroe.

A me non sembra che Dal Lago sostenga che Roberto Saviano si sia candidato consapevolmente a questo ruolo, sebbene vi sia stato condotto dagli eventi e probabilmente oggi vi sia segregato. Così come non mi sembra che Dal Lago sia animato da un intento polemico nei confronti di Saviano né di Gomorra. Mi sembra piuttosto interessato, da scienziato sociale qual è, a disvelare i meccanismi sociali (nel caso specifico: professionali, culturali) che sottostanno alla corrente letteraria del New Italian Epic fino a contestarne il ruolo di presunto antagonista dei poteri dominanti. L’accusa di svolgere una funzione diversa dal ruolo rivendicato dagli autori della corrente è svolta qui sì in modo puntuale e circoscritto, che la si voglia condividere o meno. Il caso del mito nato da Gomorra, l’autore-eroe Saviano, viene assunto da Dal Lago come spunto – emblematico, esemplare, rivelatore – di un meccanismo molto più ampio. 

Gli attacchi ad Alessandro Dal Lago sembrano tanto più fuori luogo quanto più ci si avventura nella lettura di questo saggio, che ha molto da insegnare sul piano scientifico e poco da condividere con le polemiche editoriali di maniera. Che certo sono utili a vendere più libri e gli amanti del complottismo attestati sul fronte-Saviano potranno sostenere che Dal Lago abbia inteso sfruttare l’autore di Gomorra per lucrare attenzione e visibilità; useranno cioè lo stesso argomento che i detrattori usano nei confronti del loro beniamino. Argomentazione infondata e perfettamente inutile, cioè non utilizzabile al fine di capire che ruolo svolge un testo nella cultura del proprio tempo.

Piuttosto mi sembra che all’autore di Eroi di carta vada riconosciuto il merito di affrontare uno sforzo critico reso difficile dalla natura eroica del personaggio-Saviano, capace di rivelare verità assolute e difendere il bene, e proprio grazie a questo di aiutarci a distinguere il ragazzo (l’autore, il giornalista, la vittima predestinata) Roberto Saviano dalla macchina mitologica in cui si è trasformato il suo personaggio-eroe. Difendiamo il primo, per favore, ma non priviamoci della libertà critica di leggere i meccanismi sociali che agiscono il secondo, andando oltre i titoli giornalistici che urlano “all’attacco” a ogni esercizio di capacità di discernimento.

 

 

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