comunicazione è relazione

il blog di Roberto Basso sulla comunicazione di pubblica utilità e varia umanità

Chi è che privatizza l’acqua?

Manipolare i nomi delle cose è sempre un errore. È così anche per la campagna referendaria sull’acqua. Si possono dire molte cose sulla liberalizzazione del mercato dei servizi locali avviata dal decreto Ronchi (135/2009 convertito con legge 166/2009) ma impostare la campagna contro la “privatizzazione dell’acqua” è un errore. Per una ragione molto semplice: è una falsità. Il decreto infatti afferma con chiarezza il principio “di piena ed esclusiva proprietà pubblica delle risorse idriche, il cui governo spetta esclusivamente alle istituzioni pubbliche, in particolare in ordine alla qualità e prezzo del servizio”.

Il rischio sul piano della comunicazione è che una volta ammesso dalla Corte Costituzionale, sul referendum abrogativo partirà anche la campagna del “no” dalla quale emergeranno le debolezze nominali della campagna referendaria. Che inevitabilmente perderà colpi davanti all’evidenza che la riforma non privatizza l’acqua. Le parole sono importanti….

Proviamo a fare ancora qualche ragionamento tra merito della riforma e comunicazione.

Si può sostenere che sia da rigettare l’assimilazione dell’acqua a un prodotto qualunque, implicita nell’idea che il servizio idrico sia “di rilevanza economica”, come recita il decreto. Ma sembra difficile sostenere il contrario dato che la gestione dell’acqua comporta investimenti, costi d’esercizio e occupa personale.

Si può sostenere che la liberalizzazione sia impropria perché nella gestione del servizio idrico sussiste un monopolio naturale e quindi che si tratterebbe di una privatizzazione, in cui la concorrenza è possibile soltanto nel tempo attraverso la sostituzione degli affidatari del servizio. Ma è vero che già oggi solo il 7% dei gestori è di proprietà esclusivamente “pubblica”.

Si può sostenere che la proprietà privata non costituisca una garanzia di efficienza, che anche i privati sono destinati a cadere nel gioco clientelare della sudditanza al ceto politico in cambio di favori proprio nell’affidamento. Ma sembra comunque difficile dimostrare che annegare i costi del servizio nella fiscalità generale promuova l’efficienza della gestione.

Insomma, come accade quasi sempre, il confronto tra le ragioni della destra e le ragioni della sinistra è falsato perché i due fronti si attestano su piani diversi: da una parte il pragmatismo (la constatazione del deficit di servizio, i dati sulla rete colabrodo che spreca la risorsa idrica, la volontà – almeno a parole – di orientarsi a una gestione più efficiente); dall’altra i principi (bellissimi, indiscutibili ma anche indifferenti ai dati della realtà).

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