comunicazione è relazione

il blog di Roberto Basso sulla comunicazione di pubblica utilità e varia umanità

Il paradosso di Maroni

L’on. Maroni è il volto istituzionale della Lega. Una persona che sa usare toni corretti, che evita le porcate, che rifugge dallo slang bossiano e calderoliano. Una delle anime leghiste. Che sono molteplici, per chi non se ne fosse accorto nel corso degli anni.
Da un lato c’è il richiamo popolano alle soluzioni semplicistiche, palesemente impraticabili, la legittimazione del senso comune (che spesso coincide con ignoranza diffusa sui temi che si pretende di affrontare), la denuncia degli intellettualismi e delle sofisticatezze di chi tenta di affrontare la complessità del reale. Ci sono le pulsioni localistiche e dialettali, le volgarità, il gesto dell’ombrello, il medio alzato, il celodurismo, l’oltraggio alla bandiera, le battute razziste.
Dall’altro un certo aplomb, competenze, capacità di dialogare anche con l’Europa. Anzi, in qualche passaggio del nuovo segretario federale della Lega si parla dell’Europa come del destino della “Padania”, soluzione invece di problema. A condizione, ovviamente, che l’Europa stessa si divida in due binari per fare viaggiare convogli a velocità diversa. L’Italia del Sud, ca va sans dir, viaggerebbe sul binario lento, mentre il Nord bavarese fischierebbe rapido mostrando i vagoni di coda a coloro che restano indietro.
Con l’armamentario della retorica bossiana Maroni accantonerebbe anche l’iconologia padana: il “sacro” prato di Pontida, l’ampolla del “dio” Po ecc. Il paradosso di Maroni, o la sfida politica, se si preferisce, sta nella contraddizione tra la necessità di rilanciare la Lega dopo gli scandali che l’hanno mostrata molto più “romana” di quanto pretendesse di essere, e il dato che racconta che a resistere intorno al totem sono proprio gli elettori della prima ora, quelli più identificati, quelli che provano un senso di appartenenza forte. Quell’appartenenza che i dirigenti della Lega hanno saputo sollecitare con grandissimo intuito, quell’intuito proprio solo dei costruttori naturali di consenso, leader che sanno individuare le leve da toccare – emozionali, valoriali, e quindi efficacemente identitarie.
Maroni avrebbe bisogno del suo zoccolo duro ma non ne parla il linguaggio. Riuscirà a rilanciare la Lega toccando tasti diversi? A trasformarla nella sua natura sociale, valorizzando le istanze federaliste nel merito e traghettando il suo partito verso un elettorato borghese che non sogna la secessione ma punta a una seria autonomia istituzionale? Per riuscirci dovrebbe riconquistare proprio quegli elettori (ceti produttivi e professionali col cuore a destra che avevano abbandonato o non si erano fidati del PDL) che davanti alla delusione per la Lega degli scandali hanno mostrato vincoli di appartenenza laschi e hanno abbandonato il campo (e le urne). E verso i quali rischia di trovare concorrenza…

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