Nove semplici cittadini emettono la sentenza: ed Apple batte Samsung

Una giuria popolare, composta di sette uomini e due donne, ha aggiudicato a Apple il processo contro Samsung per la violazione di alcuni brevetti legati a tablet e smartphone (qui un articolo del Corriere sulla sentenza e qui quello di Repubblica). Una materia giuridicamente difficile come la controversia sulla violazione di brevetti è stata decisa dopo un mese di dibattito in aula e pochi giorni di discussione in camera di consiglio da nove semplici cittadini, come prevede il sistema giuridico americano, scelti causalmente dalle liste elettoriali volontarie e poi selezionati per escludere coloro che potessero avere pregiudizi.

Complice un’estate di letture grimsciane (eh sì, non gramsciane ma di John Grisham: “I contendenti”, “La giuria”, “L’ultimo giurato” e perfino “Il rapporto Pelican”), mi sono immaginato la battaglia legale in aula, il ruolo dei consulenti che avranno valutato i potenziali giurati ed esercitato un certo numero di veti (chissà, magari contro immigrati di origine asiatica…), la compattezza del processo (un mese di dibattimento, contro le diluitissime udienze del nostro sistema).

Ma soprattutto mi affascina il ruolo affidato dalle leggi americane a semplici cittadini in un contesto ipertecnico e specialistico come quello giuridico. Un ruolo tutto sommato molto vicino alla politica e alla democrazia, dove scelte cruciali sono affidate a soggetti che ne hanno il diritto ma non necessariamente le competenze e sono fortemente manipolabili.

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Autore: robertobasso

Direttore della Comunicazione del Ministero dell'Economia e delle Finanze. Le informazioni contenute in questo blog sono fornite a titolo personale e le opinioni espresse non impegnano ad alcun titolo l'istituzione per cui lavoro.

5 thoughts on “Nove semplici cittadini emettono la sentenza: ed Apple batte Samsung”

  1. Breve ma intensa illuminazione da una persona che si interessa sempre di civilità, nel senso etico ma anche in quello etimologico del termine: vivere in società nel rispetto dell’altro e della sua persona.

    Ho però una domanda: cosa intende con l’ultimo paragrafo, e soprattutto con l’ultima frase che resta tutto sommato aperta, non conclusa e, mi sembra, ironica? Vuole dire che il sistema della giuria popolare è affascinante ma al contempo viziata da un difetto sostanziale? Oppure che, invece, c’è poco da fare, tutte le istituzioni umane sono viziate in modo irrimediabile da incompetenza e manovrabilità?

    Inoltre, stamattina, prima di leggere il suo post, mi chiedevo se la politica è poi così tanto un luogo di “scelte cruciali”, come dice lei, oppure se le scelte dei politici non sono che la conclusione di un processo decisionale complesso e articolato, una conclusione costruita da imprese, sindacati, lavoratori, cittadini, impiegati pubblici, ecc. e dai politici formalizzata. Riflettevo su un soggetto che (come noterà senz’altro) è ancora vago, partendo dalla constatazione che i terroristi che negli anni ’70 colpivano i politici per colpire “il cuore dello Stato”, quando poi si è scoperto che chi “tramava” ed agiva contro il loro pensiero politico non erano necessariamente politici…

    Buon week-end,
    Marco

    1. In queste settimane sto riflettendo sui paradossi della democrazia. Il più evidente mi sembra quello legato al voto: per scegliere in modo razionale i cittadini dovrebbero essere molto informati, dovrebbero avere competenze in economia e altri campi, dovrebbero insomma poter confrontare l’offerta politica di diversi soggetti e scegliere quella più convincente per loro (secondo uno schema di principio o di interesse – individuale o di ceto).
      Invece la maggior parte degli elettori sceglie su basi emotive e superficiali: non è una novità recente, lo sosteneva anche Max Weber nel 1918.
      Il sistema giuridico degli USA accetta il rischio di questo paradosso e mette nelle mani di semplici cittadini – cioè a prescindere dalle loro competenze – il giudizio su materie complesse, affidandosi alle “evidenze” e al buon senso. Proteggendo alla meglio la libertà e l’autonomia di giudizio dei giurati.
      Sulla sua (tua?) riflessione mi sento di dare ragione: “politica” è una dimensione dell’agire sociale molto ampia (facciamo politica anche scegliendo il cibo o il negozio dove lo compriamo) che va ben al di là della professione dei politici di carriera. “Politico” è tutto ciò che contribuisce a riallocare quella risorsa sociale che si chiama “potere”.

      1. “Tua” va benissimo.
        È vero che mangiando bio o equo e solidale faccio una scelta politica, così come quando prendo la bici e non l’auto, quando non vado dal giornalaio di destra …
        Però è vero che è l’insieme della classe politica a prendere le decisioni definitive, e potrebbe azzardarsi nell’approvazione di leggi che vanno contro il “senso comune” attuale e prospettano un futuro “diverso”, prendere insomma decisioni che non rispettano le volontà e gli interessi delle parti sociali.
        Ma allora parleremmo di riformismo, termine ormai messo in disuso dalle pratiche politiche tendenti più a soddisfare le emozioni degli elettori che la loro intelligenza. Anche se esistono notevoli eccezioni: Pisapia (conosco pochissimo, ma so che tu ne sai moltissimo) o Hollande (ne discutemmo) hanno proposto programmi di riforma “realista”, ma coerente, e soprattutto informando gli elettori. Benché ovviamente non abbiano (abbiate) trascurato la comunicazione, in modo che i messaggi passassero chiaramente ai cuori e alle menti.

        E mettendo nelle mani di “semplici” cittadini la possibilità di decidere su questioni difficili, responsabilizzandoli, non si crea un circolo virtuoso che permette alle istituzioni di uscire dal loro isolamento tecnico (e talvolta tecnocratico) e, al contempo, fa penetrare i valori delle istituzioni nei costumi, nelle abitudini, nella vita dei cittadini?

        So che hai scritto un libro su sindaci-imprenditori, che non ho ancora avuto la possibilità di leggere, dove tratti anche Adriano Olivetti, di cui mi occupo nella tesi. Ed è questo aspetto del suo pensiero che mi ha affascinato di più, quando lo conobbi: la politica è talvolta tecnica e burocrazia; conoscere la tecnica, venire in contatto con la burocrazia, “sporcarsi le mani” con le piccole cose dell’amministrazione permette al cittadino di avere un maggiore controllo democratico degli strumenti amministrativi, dei mezzi della politica; se poi “si inverte” il processo di elezione e selezione della classe politica (dalla “Comunità” al Parlamento, dal piccolo al grande e con una continuità sostanziale tra le istituzioni/amministrazioni), il cittadino avrà maggiori possibilità per controllare e gestire effettivamente il paese.
        Ovviamente, non è democrazia diretta ma si è sempre nella delega dei poteri.
        E dobbiamo stare attenti all’organicismo di un tale pensiero…

      2. Ad affascinarmi sono le contraddizioni della democrazia, che peraltro è il peggior sistema politico possibile se si escludono tutti gli altri, come pare dicesse Churchill, proprio per la sua naturale imperfezione.
        La democrazia “reale” può migliorare se sollecitata ed esercitata continuamente: il nostro ceto politico solletica la pancia degli elettori ma ignora uno strumento eccellente come l’iniziativa di legge popolare. L’antipolitica nasce da lì, dai comportamenti antipolitici dei “politici”. Su questo piano è interessante l’editoriale di Ezio Mauro di ieri, e i commenti su Europa di oggi (li trovi online).
        Adriano Olivetti nutriva fiducia nei cittadini per adesione al principio democratico ed egalitario proprio del socialismo utopista vicino al solidarismo cristiano. Non era un ingenuo, e sapeva che la democrazia avrebbe funzionato razionalmente soltanto mettendo i cittadini nelle condizioni culturali necessarie a praticarla.

  2. ed io copio il tuo ultimo paragrafo e ti cito nella tesi! direi che non ci sia espressione più concisa e chiara di quello che voleva Olivetti.

    Hai completamente ragione, l’antipolitica nasce dal comportamento dei “politici”, dal loro essere saccenti e confusionari, dal loro dover esprimere il loro pensiero (anche se infimo) in ogni questione, con il timore che senza una loro mediatizzazione perdano il potere, il controllo sulla volontà degli elettori.

    Vado a leggermi Mauro, che mi piace sempre più. Grazie della segnalazione

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