comunicazione è relazione

il blog di Roberto Basso sulla comunicazione di pubblica utilità e varia umanità

…e comunque, a proposito di trapassi

Quando mio padre è spirato (tecnicamente per asfissia, a causa dei muchi che ne intasavano le vie respiratorie, provocati da un tumore ai polmoni) avevamo in casa ad assisterci (lui e noi altri in famiglia) una suora – di un ordine del quale non ricordo il nome, ma che ricordo dedicato ad assistere coloro che muoiono lentamente, soffrendo.
Andavo a prendere la suora presso il suo convento, la sera, e la riportavo indietro al mattino successivo, dopo una notte che lei passava in preghiera e in assistenza a mio padre mentre noi ci riprendevamo dall’affanno della giornata, soprattutto emotivo.
In quella che fu l’ultima sera, l’affanno e la fatica respiratoria di mio padre erano evidenti. Noi assistevamo impotenti. Fu la suora a suggerirci, con delicatezza e discrezione, che sarebbe stato il caso di somministrare un sedativo. Lo presi e mi misi a leggere con scrupolo la posologia, contando le gocce che scendevano nel bicchiere. La religiosa, con pudore e discrezione, suggeriva che avrei potuto aumentare la dose. “Cinque in più?”, chiedevo io. Cinque volte tante, pensava lei. Dieci volte tante, forse. La cosa mi colse di sorpresa. Mi sentii scandalizzato. Mi sembrava che avremmo commesso un sacrilegio, che gli avremmo fatto del male.
La suora aveva addosso un gravoso bagaglio di esperienza del dolore e della sofferenza, portato con sapiente leggerezza. Aveva capito, lei, che si trattava di una sofferenza gratuita. Sapeva nel profondo del suo cuore che non alleviare il dolore è crudeltà. Quel tipo di crudeltà che nasce dalla viltà e dall’ignavia. Non meno dolosa di chi impone sofferenza traendone piacere.
Gli somministrammo le gocce. Più di quanto prevede la posologia (per indicazioni terapeutiche, ovviamente). Meno di quanto avrebbe voluto suggerire la suora. Chissà se la suora favorì la sua pietà contro le mie prudenze, con una nuova dose più tardi. Dopo qualche ora, nel corso della notte, venni svegliato per assistere mio padre nel trapasso. Un momento solenne, nel quale – senza agire e privato della volontà – mio padre mi insegno qualcosa sulla vita. Più di quanto abbia potuto insegnarmi nei ventinove anni precedenti. Accadeva in questi giorni dell’anno. Non ricordo la data, non l’ho mai memorizzata. Riesco a ricordarne l’anno soltanto in relazione alla nascita di mia figlia, venuta al mondo dieci mesi più tardi. Una specie di rimozione controllata e consapevole.
Tra le cose che ho appreso quella notte: il rispetto assoluto per la dimensione privata della sofferenza e la pietà che i sani devono avere per chi soffre senza speranza.

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