comunicazione è relazione

il blog di Roberto Basso sulla comunicazione di pubblica utilità e varia umanità

Veltroni, Barca, Renzi e noi domani

In apertura del suo ultimo volume, in libreria da ieri (E se noi domani, Rizzoli, €12,00), Walter Veltroni dichiara che non si tratta di un manifesto né di un programma, e minimizza riconducendolo alla forma del pamphlet. Ma non è proprio così. Perché è un manifesto con una parola in testa: “cambiamento”. E perché contiene precise indicazioni su alcune scelte da fare, per esempio in campo istituzionale.

Il cambiamento come obiettivo e ragion d’essere della sinistra: aspirazione a un mondo nuovo, alla giustizia sociale, alla creazione di pari opportunità per tutti i cittadini a prescindere dalla condizioni di partenza. Una sinistra quindi finalmente rivendicata in quanto tale, per la quale respinge risolutamente l’aggettivazione “moderata” e al contrario reclama quella di “radicale” – anche se in un capitolo rievoca una sua passata affermazione secondo la quale il centrosinistra sarebbe la nuova sinistra (?).

Lo stesso prodotto editoriale esprime molto bene questa focalizzazione sul cambiamento: l’incipit del risvolto di copertina è

“Non c’è sinistra senza cambiamento”

la citazione per l’apertura del libro è scelta da Roosvelt e attinge alla metafora della navigazione (cambiamento, apertura) contrapposta a quella dell’àncora (conservazione) e della deriva (mancanza di visione e obiettivi); la quarta di copertina cita il passaggio del testo dove si afferma che “sinistra e conservazione dovrebbero essere una contraddizione in termini”. Solo il titolo del libro tradisce l’autore con il solo scopo di accodarsi commercialmente a una lunga e trita tradizione di pamphlet politici e spesso pre-elettorali (soprattutto con il sottotitolo “L’Italia e la sinistra che vorrei”).

Che cosa ci dice il primo leader del PD con questo libro? Prima due cose non strettamente necessarie: per togliersi il classico macigno dalla scarpa e per rivendicare a sé risultati sottovalutati da altri. Innanzitutto accusa Bersani – senza citarlo, quasi riservandogli lo stesso trattamento scelto per “il leader del principale partito dello schieramento avverso” – della pessima gestione della campagna elettorale (un gol mancato a porta vuota) e ancor più per gli errori della fase successiva, alla fine dei quali non ha potuto far altro che allearsi con il nemico giurato; e poi D’Alema per aver guidato la retromarcia che avrebbe riportato il PD ad essere un partito pesante e chiuso. Quindi rivendica per se stesso intuizioni e visione, persino l’uso del mitico e sbertucciato “ma anche” (tirando le orecchie agli autori satirici ed evocando accanto a sé l’Obama del discorso al Cairo) nonché il miglior risultato elettorale della sinistra italiana. Ovviamente esprimendo al tempo stesso parole di stima personale per i suoi avversari politici interni, a partire da D’Alema.

Poi però illustra una visione e un programma. Innanzitutto ribadisce una idea di partito che sarebbe stata bistrattata e distorta dai suoi detrattori: un partito che rivendica di aver sempre concepito non come liquido ma come “strutturato a rete anziché a piramide”, aperto ai cittadini-elettori-non-iscritti, luogo di confronto dove a sfidarsi sono le idee e non le persone, un partito che serve a prendere decisioni. Sembra quasi il partito teorizzato da Fabrizio Barca. Che infatti l’autore cita, esattamente a metà del volume, annoverandolo tra i suoi amici di sempre, e ricordando le comuni battaglie ideali per un mondo migliore. Insomma, parlandone bene. Un po’ come fa con D’Alema. Salvo riferire che i “partiti forti” (qualunque cosa intenda Veltroni con questa definizione) che piacerebbero – a suo dire – all’ex ministro per la coesione territoriale non esistono più in nessuna parte del mondo.

Poi il programma di Veltroni si spinge dall’interno del partito all’esterno: alla società e alle istituzioni. Sul lavoro dice cose a mio avviso straordinarie: che la sinistra a lungo ha mancato di riconoscere che nel tessuto della piccola e media impresa spesso lavoratori e imprenditori costituiscono una comunità di destino, cita Adriano Olivetti e la sua visione della persona, propugna la presenza dei lavoratori nei consigli di amministrazione delle imprese come accade in Germania. Sul sistema istituzionale propone il semi-presidenzialismo sul modello della Quinta Repubblica francese come migliore compromesso tra rappresentanza e decisionismo (rammenta la marcia su Roma e la caduta della Repubblica di Weimar, e cita Calamandrei: “Le dittature sorgono non dai governi che governano e che durano, ma dalla impossibilità di governare dei governi democratici”). E per il sistema elettorale il collegio uninominale.

Esprime una visione nella quale alle tradizionali “libertà uguaglianza e fratellanza” sono affiancate 3 nuove parole d’ordine: responsabilità (diffusa), comunità (opposta all’egotismo, basata sull’identità fiduciosa nell’altro, che aiuta a unire, non a dividere), opportunità (da parificare per tutti a prescindere dalla nascita). Una rivoluzione democratica fondata sulla libertà intesa come autonomia e fiducia nelle persone.

La sensazione indubbiamente è che Veltroni soffi nella vela di Matteo Renzi, quasi proponendosi come un suo nobile predecessore, che ha perso una battaglia eppure vede nel rottamatore nuova linfa per riprendere la guerra. Forse ha ragione Claudio Cerasa sul foglio di ieri a sostenere che il discorso di Veltroni riguarda Renzi (“chiunque non voglia far morire il Pd […] deve impegnarsi in prima persona per combattere quel cortocircuito che […] ha portato l’Italia ad avere un sistema di ‘partiti deboli che partoriscono governi che non decidono nulla’”) o forse no, ma certo nel frame che ha caratterizzato l’ultima stagione del Pd il sindaco di Firenze ha presidiato proprio il vessillo del cambiamento.

Singolare invece il rapporto con il pensiero di Barca. Le enunciazioni di Veltroni sembrano coincidere in molti punti con le tesi avanzate nella sua memoria politica “Un nuovo partito per un buon governo”: l’apertura, la pratica del conflitto come mezzo per scardinare le posizioni di potere e le correnti, la cautela nell’utilizzo delle primarie e il fatto stesso che queste siano indicate come una forma di sperimentazione in democrazia, i distinguo a proposito del ruolo e dell’utilizzo della Rete, il collegamento tra partito e governo che decide, perfino alcuni riferimenti culturali come Perché le nazioni falliscono degli americani Acemoglu e Robinson e il lessico sulle classi dirigenti “estrattive”. Singolare che nonostante tutti questi punti di contatto Veltroni appiattisca la proposta di Barca invece su di un modello di partito forte che non esiste più. Ad altri lettori il compito di verificare quanto nel merito le due visioni di partito coincidano o divergano, quello che notiamo qui è che a differenza della pubblicazione veltroniana di un pamphlet, Barca si sta impegnando in prima persona in un percorso di “mobilitazione cognitiva”, durante il quale non va in giro per l’Italia a presentare un suo scritto ma a sperimentare rigorosamente forme di confronto democratico nei circoli del PD.

Ah, un’ultima domanda resta, chiuso il libro, direttamente per l’autore: Walter, ma allora dove hai sbagliato?

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