Grecia-UE: tutta questione di linguaggio

Il popolo greco è prostrato dalla crisi economica e chiede soluzioni capaci di fare ripartire l’economia, per migliorare la qualità di vita dei cittadini. Soluzioni più efficaci di quelle finora adottate e che non avrebbero generato gli effetti attesi [1]. Una richiesta legittima.

Gli altri popoli europei, che con le loro tasse (e il proprio debito) hanno finanziato la Grecia, chiedono la restituzione delle proprie risorse. Anche questa richiesta è legittima.

Se entrambe le richieste sono legittime, si tratta di non metterle in concorrenza ma piuttosto di trovare una soluzione capace di conciliarle. Una soluzione che soddisfi soltanto una delle richieste avrebbe conseguenze gravi per il futuro.

Se la Grecia non restituisse il prestito ricevuto dagli altri popoli europei i suoi rapporti con il resto del continente sarebbero compromessi per molti anni a venire, e le proprie capacità di finanziamento sui mercati sarebbero danneggiate forse ancora più gravemente, con il risultato che l’economia greca non potrebbe riprendersi e i cittadini greci sarebbero bloccati in condizioni di vita peggiori. Se invece la Grecia fosse forzata a restituire il finanziamento nei tempi e con le modalità contemplati dall’accordo originale, la sua economia rischierebbe di ristagnare, il debito nel suo insieme non sarebbe sostenuto dalla creazione di nuova ricchezza e l’Euro continuerebbe ad essere considerato dai mercati una scelta reversibile, con gravi conseguenze per gli stessi creditori.

Occorre dunque trovare una soluzione che consenta alla Grecia di rilanciare la crescita e mettere il rapporto debito/PIL sulla strada della contrazione e del contenimento. Una crescita non drogata da misure insostenibili nel tempo ma piuttosto basata su riforme strutturali capaci di rendere il paese competitivo e di metterlo in condizione di utilizzare al meglio le proprie specializzazioni. Ma un programma di riforme strutturali richiede tempo: tempo per disegnarle, tempo per realizzare le necessarie innovazioni legislative, tempo per implementarle e raccoglierne i frutti. Le politiche di bilancio dovrebbero accompagnare in modo coerente le riforme strutturali, cercando un equilibrio tra lo spazio fiscale indispensabile a stimolare l’economia nel breve termine e una dinamica del deficit che indichi in modo inequivocabile la volontà del Paese di non accumulare nuovo debito per spese improduttive.
Dal canto suo l’Unione europea dovrebbe apprezzare pragmaticamente la prospettiva che la Grecia esca definitivamente dalla crisi con riforme che ne avvicinino le norme e le prassi ai migliori modelli dello scenario internazionale. E tradurre questo apprezzamento in un’applicazione dei trattati flessibile, ovvero compatibile con i tempi di ripresa e di attuazione delle riforme.
In Europa oggi ci sono le condizioni per conciliare le esigenze di debitori e creditori, il cui futuro è così integrato che nessuna delle due parti può pensare di perseguire i propri interessi esclusivi a danno dell’altra. Si tratta di principi validi per tutti gli Stati membri e per l’UE nel suo insieme, oggi affermatisi anche grazie al lavoro svolto dall’Italia durante il semestre di presidenza dell’Unione [2] e all’approccio pragmatico dimostrato fin dagli esordi dalla nuova Commissione insediatasi lo scorso novembre.
Quali sono allora gli ostacoli disseminati sulla strada di una soluzione? Ora come ora hanno la consistenza delle parole: effimere e pesanti al tempo stesso. Tsipras si rivolge al proprio elettorato per confermare con coerenza l’impegno a tenere fede alle promesse fatte durante la recente campagna elettorale. Ma ogni leader nazionale ha un elettorato davanti al quale ha preso impegni, e cancellare il credito vantato nei confronti di un altro paese non fa parte di questi. Per nessuno. Anche per questo, davanti alla cortina mediatica che ha preceduto qualsiasi proposta formale del nuovo governo greco, i leader di altri Stati membri dell’Unione europea hanno opposto una cortese fermezza preventiva.
In questo modo ciascuno parla innanzitutto alla propria constituency. E che ne è del nostro destino comune di paesi che hanno aderito all’UE? L’Italia ha praticato la paziente e difficile strada della conciliazione e dell’integrazione con pragmatismo politico, competenza tecnica e responsabilità nei confronti dell’ideale europeista. Le soluzioni che ha proposto difendono il nostro Paese nella misura in cui difendono un bene comune: le istituzioni comunitarie alle quali è affidata la missione di migliorare le condizioni di vita dei cittadini europei. I principi validi per l’Italia risultano validi anche per la Germania, la Grecia e gli altri Stati membri. Questo è lo spirito con il quale si è lavorato in Europa in questi mesi.
Le dichiarazioni enfatiche servono a poco: l’UE non può essere solo sanzioni e memorandum? Nessuno dissente. Nel solco delle ovvietà antidiplomatiche qualcun altro dirà che l’UE non può accettare che non si rispettino le regole della convivenza, a partire dal mantenimento degli impegni assunti. Chi può non essere d’accordo?
Così facendo, tra Grecia ed Europa è stato eretto in pochi giorni un muro di parole. Per abbatterlo occorre affermare ciò che vogliamo che l’Europa sia, a partire da ciò che è e riconoscendo ciò che è stato già fatto, anche negli ultimi mesi. Per esempio a proposito di flessibilità nell’applicazione dei trattati attraverso linee-guida che definiscono la relazione tra ciclo economico e aggiustamento strutturale, e gli incentivi alle riforme strutturali attraverso maggiore spazio per gli investimenti.
Su tutti i problemi tecnici del caso può vincere la buona politica, quella che sa manifestare una volontà ed esprimere una scelta. E in questo caso volontà e scelte devono dare spazio alla fiducia. Come non si stanca di ripetere il ministro Padoan, le soluzioni ai problemi che ogni giorno affrontiamo come paesi che fanno parte di una Unione sovranazionale potranno essere costruite soltanto nelle sedi delle istituzioni europee, attraverso uno sforzo fiduciario. Ma la fiducia non è un dono: è una strategia, è l’effetto della determinazione, è una scelta consapevole. Nessun assegno in bianco, nessuna ingenuità. Funziona meglio delle minacce e una volta instaurata dura più a lungo. Se i giocatori muovono un passo in questa direzione, possono anche accantonare la teoria dei giochi.

Note

[1] L’insuccesso di un programma di assistenza a un Paese in difficoltà dipende da molte variabili: la qualità del programma stesso, l’efficacia nell’implementarlo, condizioni interne ed esterne che evolvono in modo imprevisto. In ogni caso i dati e l’esperienza concreta nella vita di molti cittadini greci, a distanza di anni, dicono che il programma di aiuti e assistenza non ha prodotto gli effetti attesi e gli elettori – determinando un cambio di governo – hanno manifestato la loro richiesta di un cambiamento.
[2] Il lavoro svolto dalla presidenza italiana è stato serio, puntiglioso, contrassegnato da dossier e argomentazioni tecniche più che da dichiarazioni a uso dei media, e per questa via ha tracciato il solco per un programma politico-economico di legislatura. Solo chi pensa alla presidenza di turno dell’Unione come un momento per sconvolgere a proprio esclusivo vantaggio gli assetti istituzionali comuni maturati da 28 Stati può nutrire aspettative superiori ai risultati raggiunti dall’Italia nel secondo semestre 2014.

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Autore: robertobasso

Direttore della Comunicazione del Ministero dell'Economia e delle Finanze. Le informazioni contenute in questo blog sono fornite a titolo personale e le opinioni espresse non impegnano ad alcun titolo l'istituzione per cui lavoro.

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