Può la pressione fiscale aumentare anche se non aumentano le tasse? Sì #avvisoainaviganti

Non aumentano le tasse, aumenta la pressione fiscale. E’ possibile? Sì, perché tasse e pressione fiscale non sono la stessa cosa.
Un aumento della tassazione è dato da nuove imposte, o da un aumento delle aliquote di imposte esistenti. La pressione fiscale è calcolata come il gettito delle entrate tributarie e contributive in relazione al prodotto interno lordo. Se il PIL scende, a parità di gettito o in misura superiore al calo del gettito, la pressione fiscale aumenta. Esattamente ciò che è accaduto nel 2014: la caduta del PIL (-0,5%) è stata relativamente superiore al calo del gettito, con il risultato che il rapporto tra le due grandezze è cresciuto dal 43,3 al 43,5%.
Il dibattito sulle tasse è delicato, perché sono tante, spesso complicate, a volte poco chiare. Il Governo è intervenuto con il decreto legge 66 del 2014 e poi con la legge di stabilità per il 2015 su due fronti principali: ridurre il cuneo fiscale per i lavoratori dipendenti con retribuzione fino a 26.000 euro e cancellare la componente dell’Irap calcolata sul lavoro.
Tuttavia il primo intervento (il cosiddetto bonus di 80 euro, cioè una riduzione dell’Irpef con un aumento del salario netto per un importo di 80 euro) non ha la caratteristica della progressività tipica del nostro sistema tributario e quindi anziché essere classificato come riduzione fiscale viene computato come spesa sociale. Dal punto di vista del beneficiario non cambia nulla: 80 euro in più in busta paga si spendono (o si risparmiano), punto e basta. Ma dal punto di vista delle statistiche nazionali l’effetto è paradossale: aumento di spesa invece di diminuzione delle tasse! Il contrario dell’intento del Governo.
La misura (80 euro al mese in più per quasi 10 milioni di lavoratori) ha il pregio di essere percepita con semplicità e chiarezza dai beneficiari e quindi può agire positivamente sulle aspettative (una variabile economica cruciale) e di conseguenza sulla propensione ai consumi. Che i primi dati del 2015 sembrano confermare in aumento. Ma non è escluso che il Governo possa volere porre rimedio a quell’effetto paradossale con la legge di stabilità per il 2016.

Tasse e consenso

Alcuni osservatori contestano la propensione del Governo a distinguere tra gli effetti statistici della misura (che sarebbe inefficace rispetto alla riduzione della pressione fiscale, in aumento per i motivi sopra richiamati) e gli effetti concreti per la vita dei lavoratori. Eppure le politiche si mettono in campo per cambiare comportamenti concreti e per incidere su aspetti concreti della vita delle persone. Senza contestare criteri classificatori resi ormai ampiamente omogenei a livello internazionale, la distinzione è legittima e non può essere banalizzata come propaganda.
C’è però un altro aspetto del dibattito: il Governo “fa propaganda”, cioè – nei termini che personalmente preferisco – coltiva il consenso? Possibile. E dunque? Siamo in democrazia, la fonte di legittimazione dei governi democratici è il consenso, i governi democratici valorizzano agli occhi dei cittadini la propria azione. Sarebbe ben strano se non fosse così. Il problema si porrebbe se il disegno delle politiche fosse ispirato esclusivamente dall’esigenza di coltivare consenso. Ma diverso è il caso di un governo che progetta politiche efficaci rispetto al fine di affermare un cambiamento nella società e contestualmente si pone anche l’obiettivo di valorizzarne gli effetti.

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Autore: robertobasso

Direttore della Comunicazione del Ministero dell'Economia e delle Finanze. Le informazioni contenute in questo blog sono fornite a titolo personale e le opinioni espresse non impegnano ad alcun titolo l'istituzione per cui lavoro.

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