Caro @claudiocerasa hai ragione: ma quale populismo buono

Commento al Claudio Cerasa di oggi: che ha ragione, perché tra il tatticismo esasperato e l’elitarismo di chi ignora le esigenze di consenso della democrazia ci sono gli esempi di leader che hanno vinto con premesse che hanno potuto mantenere.

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Le formule retoriche, così come gli slogan, hanno un loro tempo. È inutile, sbagliato e dannoso il tentativo di aggiornarle con l’ausilio di un aggettivo. Il populismo non è “buono” o “cattivo”. È populismo. Matteo Renzi non può fare il populista buono: è un genio uscito dalla sua lampada toscana per cambiare l’Italia, per trasportarla nel XXI secolo. Le sue chance di riuscirci non dipendo dalla qualità del populismo che potrebbe esprimere ma dalla persuasività del suo discorso politico presso il maggior numero possibile di cittadini. Regoletta che vale per chiunque in democrazia.

A distinguere il demagogo o populista dallo statista o leader epocale è il ruolo della verità nel suo discorso politico: se usa la verità potrà governare in coerenza con le promesse, se mente trascinerà la comunità nel baratro oppure dovrà contraddirsi. Ma verità e consenso sono spesso incompatibili: le anime belle delle élite ignorano questo semplice principio politologico e per questo criticano un leader che ammicca al popolo per conservarne i favori pur tenendo una direzione di marcia coerente con le necessità strutturali del tempo.

Il discorso demagogico è più efficace nel breve tempo (soddisfa una domanda esistente e radicata benché fallace) ma si rivela inadatto a selezionare il buon governo: basta dare un’occhiata alla storia italiana recente per rendersi conto che gli elettori di casa nostra continuano a sognare bacchette magiche che – ahinoi – non esistono. E più fallimenti mettiamo in fila, maggiore è l’urgenza di una nuova bacchetta magica più potente.

La buona politica è l’unica soluzione compatibile con una democrazia funzionante ma richiede tempi lunghi e soprattutto lo sforzo di costruire presso la cittadinanza la domanda per la quale si hanno le risposte. Si accompagna a una scuola buona e a buoni mezzi di informazione. Richiede il coraggio della pedagogia politica (oddìo, quanti la considerano un’eresia). Richiede una lunga marcia. 

Nel 2014 Renzi è riuscito ad accorciare i tempi di questa marcia cogliendo l’attimo: in quel tempo ha dato una risposta efficace alla richiesta di buongoverno che saliva dall’elettorato, trasversalmente ai segmenti culturali, ideali e socio-politici in cui si scompone. Il 40 percento degli elettori che ha votato alle europee del 2014 ma anche il 40 percento degli elettori che ha votato sì al referendum di dicembre ha trovato soddisfacente quella risposta. Al referendum è uscito sconfitto, e una sconfitta è una sconfitta è una sconfitta. Tuttavia è un risultato strepitoso perché ottenuto da solo contro tutti (contro uno schieramento che andava dalla Meloni a Fassina passando per Berlusconi, Bersani e Camusso oltre – ovviamente – ai trasversali pentastellati).

La sfida che avrà davanti a sé da lunedì è nuova: esaurita l’intrinseca e vera qualità del rottamatore, dovrà conciliare la verità delle sfide (compresa la verità delle sfide vinte dal suo governo) con l’insoddisfazione profonda che deprime milioni di italiani dopo cinque lustri quasi interamente sprecati dai governi nazionali che non hanno modernizzato la comunità nazionale. Si atterrà all’uso della verità per riconquistare gli scettici blu sempre pronti a storcere il naso perché propensi a ignorare antidemocraticamente il primato dell’esigenza del consenso nel confronto elettorale? Riuscirà ad usarla in modo tale da renderla accettabile anche da coloro che vogliono dissetarsi soltanto di pozioni magiche e che sono molto più numerosi delle élite scettiche? Il futuro di Renzi (e del Paese) dipende dalla risposta a queste domande (e dalla legge elettorale, e dalle alleanze ecc. ecc.).

Autore: robertobasso

Direttore della Comunicazione del Ministero dell'Economia e delle Finanze. Le informazioni contenute in questo blog sono fornite a titolo personale e le opinioni espresse non impegnano ad alcun titolo l'istituzione per cui lavoro.

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