comunicazione è relazione

il blog di Roberto Basso sulla comunicazione di pubblica utilità e varia umanità

La campagna scomunicata

Ho sempre nutrito diffidenza nei confronti dei professionisti della comunicazione che giudicano il lavoro degli altri. Spesso mi sembrano motivati dalla vanità o dal bisogno di mettersi in mostra (l’autopromozione gode di grande considerazione nell’ambiente, è uno dei pochi strumenti di marketing). Non di rado capita di imbattersi in giudizi su lavori che non sono ancora noti del tutto, dei quali non si conosce lo sviluppo futuro e dei quali si ignorano le condizioni di maturazione.

La storia della campagna del Ministero della Salute sulla fertilità mi pare che abbia un po’ questa natura: bocciata prima che nascesse. Anzi, scomunicata. Perché? E’ evidente: qualcuno non ha capito. E non si tratta di difendere i creativi (non conosco l’agenzia che ha lavorato alla campagna) nei confronti del pubblico, perché se il pubblico ha sempre ragione e se non capisce il contenuto di una campagna la responsabilità è certamente di chi ha realizzato l’operazione di comunicazione. Ma qui non è il pubblico ad aver bocciato la campagna. E’ piuttosto un corto circuito tra social network e mass media tradizionali. Basta una scintilla e parte una fiammata che si alimenta del giudizio di persone che non perdono tempo a farsi un’idea, un’idea propria: propagano quella che trovano bell’e pronta. Si fa prima, è più facile, e si è in compagnia. E poi a criticare la voce del padrone non si sbaglia mai, no?

Dai commenti che ho letto mi sembra evidente che i detrattori hanno criticato una campagna sulla natalità. Che però è altro dal lavoro partorito dal Ministero della Salute, dove si sono posti evidentemente un altro obiettivo: la sensibilizzazione dell’opinione pubblica ai rischi della crescente infertilità.

I materiali della campagna non li ho visti neanch’io: ho potuto vedere alcune immagini su Repubblica e Corriere e francamente non ho avuto dubbi. “Infezioni sessualmente trasmesse? Anche no. Difendi ogni giorno la tua fertilità” è il testo che accompagna l’immagine di sette profilattici, ciascuno associato a un giorno della settimana. Chiaro, no? “Non mandare gli spermatozoi in fumo” è associato a una mano che regge una sigaretta e anche in questo caso l’associazione tra un comportamento specifico (il fumo) e il rischio di infertilità appare evidente. “La fertilità è un bene comune” abbinato a un rubinetto che sgocciola è invece un tentativo di associare questo tema a una parola d’ordine divenuta popolare con la campagna referendaria sull’acqua, quella del “bene comune”.

L’equivoco può forse essere stato indotto dai soggetti che alludono al tempo e all’età. Anche in questo caso l’obiettivo è di attrarre l’attenzione sulla relazione tra il tasso di fertilità e una caratteristica degli aspiranti genitori, ovvero l’età anagrafica. E tuttavia “La bellezza non ha età, la fertilità sì” o “Datti una mossa! Non aspettare la cicogna” possono essere stati scambiati con un invito alla procreazione tout court, a prescindere dai rischi di infertilità, e quindi potrebbero (potrebbero?) giustificare il sarcasmo di chi ha percepito la campagna come un invito a “dare figli alla patria”.

Ma se è così, non dovrebbero essere i mass media (quelli a pagamento) a svolgere il proprio ruolo di informatori attenti e accurati, dimostrando di avere ancora un ruolo nell’età della comunicazione superveloce e a volte schizzata dei social network? Un paio di interviste al Ministro Lorenzin per darle modo di illustrare le finalità reali della campagna da contrapporre ai commenti disinformati. E basta. Il tema avrebbe meritato una controcampagna, magari con un po’ di dati. L’incidente si sarebbe trasformato in un successo di informazione.

Per dire, proprio oggi il New York Times dedica una pagina della sua edizione del weekend al tema della infertilità (devo dire che il termine negativizzato trasmette direttamente la dimensione patologica della questione: infertilità = malattia, fertilità = procreazione; è possibile che i creativi o i committenti abbiano voluto porre il tema in chiave positiva anziché negativa, ed evocare tutto ciò di positivo che circonda la fertilità piuttosto che la dimensione patologica e critica e perfino depressiva della infertilità). 

Richiamo in prima pagina con immagine di una donna che tiene in mano una maglietta da neonato. E nelle pagine interne altre immagini che evocano la maternità: la stessa donna che consulta un tester e che si tiene la pancia. Titolo del pezzo – affidato a una docente di scrittura creativa che mette in relazione due aspetti della creatività, la scrittura e la procreazione – “What she bears: Burdens of infertility”. Riferimenti a due testi (“Avalanche. A Love Story” di Julia Leigh e “The Art of Waiting. On Fertility, Medicine and Motherhood” di Belle Boggs). Niente di eccezionale. Anzi, c’è un eccesso di enfasi sulla figura femminile, mentre l’infertilità colpisce anche i maschi.


Si parla con l’acrononimo I.V.F. (“In vitro fertilisation”) della procreazione assistita. E si riporta una frase che ricorre spesso nella letteratura sul tema:

Non mi è mai passato per la testa che avrei potuto non essere in grado di avere figli. 

Sì, a giudicare dal NYT ha ragione Beatrice Lorenzin.

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New & old media

Le nuove generazioni non guardano la tv e non leggono i giornali, non perché si disinteressino a ciò che accade ma perché hanno canali per reperire informazioni più immediati e sui quali possono avere un ruolo attivi e non solo passivo.

Roberto Saviano su Repubblica di oggi

E’ molto chiaro Roberto Saviano in questo articolo. I ragazzi sono abituati a fare più cose insieme, e l’idea di rimanere seduti passivi guardando un programma non fa più parte del loro orizzonte. Basta guardare “la radio in tv”, cioè i canali tv digitali che mandano in video ciò che accade negli studi radiofonici per rendersi conto che l’interazione via sms, whatsapp o altri strumenti di messaggistica istantanea (tra i quali è ancora presente il caro vecchio telefono che si usava negli anni Settanta per le “dediche”) è parte integrante della fruizione.

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“Ma Internet conta in campagna elettorale?”

La domanda è stupida. Come chiedersi se il cellulare può essere utile a fare comunicare le persone. Per il campeggio democratico di Albinea, fermata emiliana della Prossima Italia di Pippo Civati, ho provato piuttosto a fare un ragionamento sul rapporto tra la popolarità in Facebook e il volume di notizie fornite dai mass media, e ovviamente con eventi e iniziative. Si può scaricare da slideshare.net qui.

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Da Le Monde via Il Sole

Philippe Ridet racconta il vento che cambia su Le Monde di oggi (accessibile solo in abbonamento o in edicola). Il Sole lo traduce qui per il pubblico italiano. Il mio punto di vista: “Abbiamo cercato il media più adatto al suo senso dell’ascolto, alla sua modestia, alla sua volontà di creare un dialogo in profondità con gli elettori”. Cinque persone, integrate nello staff, hanno gestito un sito, il blog del candidato, i gruppi di amici di Facebook, i messaggi su Twitter e una newsletter. Sei mesi dopo, Pisapia è diventato sindaco di Milano e “simbolo di un altro modo di fare politica e di vincere le elezioni”.

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@orghl alias lucah

Beh, magari tu non te lo aspetti, anzi forse nun te ne po’ frega’ de meno, però io un bel “grazie” te lo devo, per la genialata intenzionale di #sucate. Perché in tanti parlano della “campagna di Pisapia” in rete ma la realtà è che noi ci siamo limitati a partecipare, a “stare in mezzo”, in modo paritetico. Abbiamo assecondato il principio che la Rete è un luogo di confronto simmetrico, una conversazione tra pari, e non un mezzo di comunicazione di massa. È la Rete che ha sposato la campagna. E tu sei stato un grande!

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Sorkin prenderà l’Oscar

Aaron Sorkin ha vinto il Golden Globe per la sceneggiatura di The Social Network. Molto inchiostro e molti pixel a discutere se Zuck sia un genio o un sociopatico: da cinefilo dico che il film è bellissimo (“a prescindere”) e che Sorkin vincerà l’Oscar per la sceneggiatura.

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Ce ne freghiamo se Zuck è stronzo o meno

Non mi interessa quanto The Social Network corrisponda alla vita e alle vicende di Mark Zuckerberg e alla genesi di Facebook. Non mi appassiona neanche il tema “Zuck è stronzo sì/no”. Il film mi piace, molto e per altri motivi. Questi: la sceneggiatura è ottima e alcuni dialoghi sono fantastici (a cominciare da quello tra il protagonista e la fidanzata che lo molla nella prima scena); la storia parla di coraggio, di visionarietà, di fede.

Ecco, per questo mi piace The Social Network.

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Addio a Giampaolo Fabris

Giampaolo Fabris

Giampaolo Fabris mi ha insegnato che curiosità, acume e vivacità intellettuale non dipendono (soltanto) dall’età: la sua voglia onnivora di divorare il mondo dev’essergli stata un peso davanti alla consapevolezza di andarsene. Avrei dovuto restituirgli un libro, la sua prima opera da sociologo di successo. All’inizio della carriera è stato un intellettuale capace di fare progredire la sua disciplina, e l’invenzione delle otto Italie ha lasciato tracce profonde.

L’intraprendenza lo spinse a introdurre in Italia per primo i metodi di indagine sociografica applicati alla ricerca sul comportamento dei consumatori e così cominciò la sua trasformazione in consulente di successo, in guru. Dopo aver lavorato in Doxa fondò Demoskopea, ancora oggi marchio nobile del settore della ricerca di mercato. Come tutte le persone di successo era accompagnato da un pregiudizio positivo e ogni sua presentazione era una performance alla quale il pubblico, ampio o ristretto, assisteva senza fiatare, rinunciando a qualsiasi apparato critico. Il suo ultimo libro, Societing, ha un valore per lo più divulgativo, perché – come lui stesso prontamente riconosceva – vi aveva fatto convergere le più recenti evoluzioni già descritte da altri nel rapporto tra consumatori e produttori e nelle nuove tecnologie della comunicazione.

Ho avuto il piacere di lavorare al suo fianco per due anni, in GPF, in un passaggio non facile della sua vita, segnato dall’affacciarsi della malattia e da vicissitudini professionali che lo hanno allontanato dall’azienda da lui stesso fondata. A dispetto di qualche franca divergenza, credo di avere goduto della sua amicizia, e – chissà – forse, per un tratto, di una almeno parziale stima, che ho ricambiato con sincerità e affetto, anche quando i rapporti si sono diradati.

Al rammarico per non averlo incontrato prima, si aggiunge oggi la tristezza perché non ci saranno più occasioni di ascoltarlo.

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POLVERINI E BONINO, TRE IN PAGELLA PER USO DEL WEB

Con la classe dell’VIII Master in Management della Comunicazione sociale, politica e istituzionale (MASPI) della IULM abbiamo realizzato una ricerca sulla qualità della presenza online delle candidate alla presidenza della Regione Lazio, Emma Bonino e Renata Polverini.

Il risultato è insoddisfacente, perché entrambe le candidate usano il web come una vetrina, ignorando la natura profondamente relazionale delle connessioni realizzabili in Internet. Il rapporto della ricerca è scaricabile dal box della colonna a destra oppure qui.

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