comunicazione è relazione

il blog di Roberto Basso sulla comunicazione di pubblica utilità e varia umanità

La retorica, nemica dei fatti, sul commercio globale al #G20

La retorica può essere nemica dei fatti, in diversi modi. Prendiamo il caso del dibattito sul commercio internazionale. Il presidente degli Stati Uniti è stato eletto anche sulla base della promessa di salvaguardare i lavoratori americani dalla concorrenza internazionale, e in particolare cinese. I partner internazionali degli Stati Uniti temono che la promessa venga attuata attraverso l’imposizione di barriere doganali, cioè dazi o comunque tasse imposte alla frontiera sui prodotti importati. E questo è male, secondo gli altri leader, perché il libero commercio viene considerato da tutti un motore della crescita economica globale. Quando i singoli Stati imponevano dazi sulle importazioni, l’innovazione si diffondeva molto più lentamente di oggi, e così i progressi sociali che si accompagnano al progresso delle tecnologie.

Eppure le dichiarazioni del presidente americano e dei suoi collaboratori suonano alle orecchie dell’uomo della strada come considerazioni di buon senso. L’amministrazione americana usa espressioni come “fairness”, “reciprocity”, “level playing field”. Chiede cioè che il commercio internazionale si svolga su basi di equità e reciprocità e che la competizione abbia luogo su un terreno livellato. In altre parole, gli americani chiedono che la Cina e gli altri paesi emergenti aprano i propri mercati ai prodotti e agli investimenti dall’estero così come gli Stati Uniti e gli altri paesi più sviluppati sono penetrabili dai prodotti e dagli investimenti dei paesi in via di sviluppo.

La richiesta di simmetria nelle condizioni del commercio appare tutt’altro che inopportuna. In fondo, è la stessa richiesta che i ministri dello sviluppo economico di Italia, Francia e Germania hanno rivolto alla Commissione europea lo scorso febbraio in merito allo shopping di aziende high-tech in Europa da parte dei fondi cinesi, nell’ambito di un’azione più ampia, comprensiva di una battaglia antidumping che il ministro Calenda conduce da tempo.

La contrapposizione tra USA e gli altri leader del G20, registrata dai media in questi mesi e nella conferenza in corso ad Amburgo, potrebbe quindi essere basata su un riflesso condizionato, una reazione alla retorica trumpiana più che alle ragioni dei lavoratori americani.

Del resto la rapidità con cui molti distretti industriali sono stati pressoché azzerati dopo l’ingresso della Cina nell’organizzazione mondiale del commercio, dalle fabbriche di pentole della Val Trompia ai produttori di scarpe marchigiani, ricorda a noi italiani quanto possa essere devastante l’impatto a breve termine della competizione subitanea tra sistemi in cui vigono strutture di costo molto diverse. L’argomento dei globalisti è che nel medio-lungo termine questi “danni collaterali” vengono compensati dagli effetti delle esportazioni verso il mercato cinese. Ma il mercato cinese è un’opportunità, non una certezza, che può essere colta in misura variabile: secondo la capacità del nostro sistema produttivo di soddisfare le esigenze di quelle centinaia di milioni di nuovi consumatori, ma anche secondo la permeabilità di quel mercato. Che dipende da barriere esplicite – quali i dazi – e da barriere implicite o nascoste, disseminate per esempio nella burocrazia, nella cultura commerciale diffusa, e a volte nell’ordinamento nazionale. Per esempio imponendo agli investitori stranieri partnership e joint venture quale condizione per stabilire attività in quei mercati.

Potrebbe quindi non essere un caso se negli ultimi giorni dal dibattito emerge una distinzione tra “protezione” e “protezionismo“. Compare nella lunga intervista di Alessandro Barbera a Benoit Coeuré pubblicata ieri online da La Stampa ma anche in alcune dichiarazioni ai media del presidente Gentiloni.

La chiave per sciogliere il contrasto e passare dalla contrapposizione retorica a una qualche intesa, e impedire quindi che si inneschi un nuovo ciclo di restrizioni al commercio globale che nessuno sembra volere, può essere costituita da un altro schema retorico, quello che oppone il bilatelarismo al multilateralismo. L’intelligencija internazionale che si è sviluppata intorno a forum quali il G20 e il G7, e che alimenta i lavori delle organizzazioni multilaterali per eccellenza come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, l’OCSE, ritiene che lo sviluppo economico globale passi dal coordinamento simultaneo del maggior numero di soggetti coinvolti, piuttosto che da accordi intergovernativi, bilaterali. Il contrasto all’elusione fiscale su larga scala, per esempio, è possibile soltanto grazie ad accordi che fanno entrare in vigore nuove regole simultaneamente in un centinaio di paesi, mentre accordi one-to-one tra coppie di paesi si sono rivelati inefficaci.

Qui il contrasto appare radicato nella natura e nelle attitudini delle persone. Donald Trump è un businessman, un negoziatore che ha costruito il proprio successo attraverso la capacità individuale di chiudere deal con i propri interlocutori. Su basi – appunto – bilaterali. Ed è circondato da persone che hanno quel tipo di esperienza. Per contrasto, Emmanuel Macron è cresciuto a pane e multilateralismo, data la sua esperienza professionale da sherpa (gli esperti dei governi che preparano per mesi gli accordi poi ratificati nelle conferenze dei leader); Angela Merkel è cresciuta nel contesto internazionale offerto dall’Unione europea, cioè un meccanismo di relazione internazionale nato per superare gli accordi intergovernativi tra singoli stati.

L’attitudine bilateralista dell’amministrazione americana potrebbe indurre gli Stati Uniti ad adottare misure di protezione che risultino esplicitamente protezionistiche. Per evitarlo gli altri leader devono individuare misure concrete che consentano di esercitare una forma di protezione dei propri mercati (delle proprie imprese e in ultima istanza dei propri lavoratori) che non passi dal protezionismo ma piuttosto dalla maggiore apertura dei mercati di tutti i partner del G20 ai prodotti e agli investimenti dall’estero.

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La rivoluzione non (ancora) interrotta di @matteorenzi @paologentiloni @pcpadoan & C.

Per chi lavora dentro le istituzioni la rassegna dei commenti e degli editoriali risulta certe mattine sconcertante. Nelle ultime settimane si susseguono scritti che esprimono perplessità per la propensione a riavvolgere il nastro e tornare indietro sul cammino delle riforme compiuto in questi anni. Effettivamente i tentativi di cancellare i progressi compiuti per modernizzare il Paese sono all’ordine del giorno come se l’esito referendario di dicembre avesse liberato gli spiriti conservatori e reazionari ben radicati in tutte le aree sociali.
Accanto a questi commenti perplessi ci sono dettagliate inchieste che mostrano stupore per cose che non dovrebbero stupire: come la permanenze delle Province (per cancellarle non basta una legge ordinaria e la riforma costituzionale ne contemplava l’abolizione; il no al referendum ci lascia intonse le Province). E per ultime stanno arrivando dotte analisi politologiche preoccupate che gli scenari post-elettorali condannino la comunità nazionale all’ingovernabilità, dato che non si vede come si possa formare una maggioranza – quale che ne sia il colore politico – in grado di governare. Anche in questo caso siamo nel campo degli scenari facilmente prefigurabili nell’ipotesi di una interruzione del cammino di modernizzazione intrapreso qualche anno fa.

La domanda sorge spontanea: ma non è che la critica feroce all’esecutivo negli ultimi tre anni ha sottovalutato le condizioni in cui questo si è mosso? Non è che i commentatori hanno concentrato la propria attenzione su singole questioni perdendo di vista la direzione complessiva verso la quale l’azione dell’esecutivo stava spingendo la comunità nazionale?

Vista da dentro, risulta evidente la spinta all’innovazione generata dal governo Renzi – ma in un linguaggio più specificamente politico potremmo dire che il governo ha mostrato un impulso riformista sconosciuto, se non – forse – in epoche storiche rintracciabili all’inizio del secolo scorso. Siccome non è il caso di fare qui elenchi, può essere utile rimandare alla corposa e puntuale documentazione del Tesoro, che aggiorna costantemente un cronoprogramma molto dettagliato.

Di tutto questo lavoro c’è però – a mio avviso – un segno preciso, inciso profondamente nel lavoro di questi anni: riguarda la cultura d’impresa e il lavoro. L’Italia è ancora profondamente segnata da una cultura arcaica che oppone padroni e lavoratori e ignora i fenomeni di ri-articolazione del rapporto tra capitale e lavoro e la ricomposizione della frattura maturata nelle piccole imprese e nei mestieri della conoscenza. E’ una ricomposizione innanzitutto cognitiva, dovuta alla possibilità di attribuire senso e finalità al lavoro individuale e di ridurre gli spazi di alienazione. La conseguenza: gli spazi di conflitto potenziale si sono trasformati in ambiti di cooperazione. (Questa evoluzione si accompagna alla nascita di nuove occupazioni dove l’alienazione aumenta anziché diminuire, ovviamente, ma la novità non può essere affrontata come se il telefono di un call center fosse il tornio di Gian Maria Volontè in “La classe operaia va in paradiso”). 

L’esecutivo – con gli atti formali e con i comportamenti – ha affermato con determinazione che l’impresa è un formidabile motore della società: crea occupazione, genera innovazione, amplia l’offerta di servizi e prodotti in grado di migliorare la qualità della vita.

Un segnale come questo offerto da una forza politica di sinistra è radicale, è rivoluzionario. Molto più che se fosse venuto da uno schieramento di destra – che peraltro difficilmente avrebbe accompagnato questo segnale con l’attenzione ai diritti concreti dei lavoratori e più in generale dei cittadini messa in campo in questi anni. Ovviamente questo segnale è stato interpretato dai conservatori di sinistra come la prova provata che il governo Renzi era “di destra”, ma questo atteggiamento fa parte della propensione dei conservatori a negare che il mondo evolva (a chi si scandalizzasse per l’uso dell’espressione “conservatori di sinistra” consiglio di rileggere il classico “Destra e sinistra” di Norberto Bobbio).

Si tratta invece di un cambiamento cruciale. Accompagnato concretamente da misure legislative predisposte dal Ministero dell’economia e delle finanze e dal Ministero per lo sviluppo economico (ma se ne trova traccia anche negli interventi del Ministero della giustizia e del Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione). Una rivoluzione non (ancora) interrotta perché l’esecutivo attuale sta operando in continuità con il precedente: il miglioramento delle condizioni di contesto aumenta la capacità del paese di attrarre investitori dall’estero e di sollecitare gli investimenti interni e quindi di creare occupazione. Occupazione che mostra il segno più in diverse dimensioni: più numerosa (+624mila occupati da marzo 2013 a gennaio 2017) e più stabile (il numero di lavoratori con contratto a tempo determinato è cresciuto nello stesso periodo di 624mila unità – l’aumento dei contratti a termine è compensato dalla diminuzione dei lavoratori indipendenti).

L’impegno riformista dell’esecutivo non è scemato con l’avvicendamento tra Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Al contrario, il Programma Nazionale di Riforma che verrà presto presentato nel Documento di Economia e Finanza sarà ambizioso e rilancerà l’impulso al cambiamento e alla modernizzazione del quale abbiamo uno straordinario bisogno. A cominciare dai più deboli.

PS: Qualcuno potrebbe concludere che gli esecutivi Renzi e Gentiloni e la politica economica del ministro Padoan sono di segno semplicemente liberista, ovvero di destra. Si sbaglierebbe. Esistono una politica di sinistra e una di destra, certo. Ma se vogliamo evitare che il dibattito si svolga da posizioni contrapposte sui bastioni dell’ideologia sarà meglio volgere lo sguardo alla nostra Costituzione. E in particolare all’articolo 3. Un governo che rispetti i principi di solidarietà sociale – di ispirazione cristiana e socialista che convivono nella nostra Costituzione – accompagnerà l’ampliamento dello spazio creativo dell’impresa (un convincimento di ispirazione liberale) con il rafforzamento di servizi sociali capaci di diminuire il divario delle opportunità tra cittadini classificabili in ceti diversi. Si tratta di garantire la sicurezza, la salute, l’istruzione (il recente studio dell’OCSE giudica il sistema educativo italiano come il migliore per la capacità di ridurre la disuguaglianza nelle condizioni di partenza). Ma anche la riduzione delle differenze tra i territori in termini di opportunità di connessione attraverso infrastrutture di trasporto materiali (persone e merci) e immateriali (informazioni). Tutte aree sulle quali i due esecutivi in questi tre anni si impegnati a fondo allocando risorse e avviando progetti (si guardi per esempio il progetto sulle aree interne).

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La campagna scomunicata

Ho sempre nutrito diffidenza nei confronti dei professionisti della comunicazione che giudicano il lavoro degli altri. Spesso mi sembrano motivati dalla vanità o dal bisogno di mettersi in mostra (l’autopromozione gode di grande considerazione nell’ambiente, è uno dei pochi strumenti di marketing). Non di rado capita di imbattersi in giudizi su lavori che non sono ancora noti del tutto, dei quali non si conosce lo sviluppo futuro e dei quali si ignorano le condizioni di maturazione.

La storia della campagna del Ministero della Salute sulla fertilità mi pare che abbia un po’ questa natura: bocciata prima che nascesse. Anzi, scomunicata. Perché? E’ evidente: qualcuno non ha capito. E non si tratta di difendere i creativi (non conosco l’agenzia che ha lavorato alla campagna) nei confronti del pubblico, perché se il pubblico ha sempre ragione e se non capisce il contenuto di una campagna la responsabilità è certamente di chi ha realizzato l’operazione di comunicazione. Ma qui non è il pubblico ad aver bocciato la campagna. E’ piuttosto un corto circuito tra social network e mass media tradizionali. Basta una scintilla e parte una fiammata che si alimenta del giudizio di persone che non perdono tempo a farsi un’idea, un’idea propria: propagano quella che trovano bell’e pronta. Si fa prima, è più facile, e si è in compagnia. E poi a criticare la voce del padrone non si sbaglia mai, no?

Dai commenti che ho letto mi sembra evidente che i detrattori hanno criticato una campagna sulla natalità. Che però è altro dal lavoro partorito dal Ministero della Salute, dove si sono posti evidentemente un altro obiettivo: la sensibilizzazione dell’opinione pubblica ai rischi della crescente infertilità.

I materiali della campagna non li ho visti neanch’io: ho potuto vedere alcune immagini su Repubblica e Corriere e francamente non ho avuto dubbi. “Infezioni sessualmente trasmesse? Anche no. Difendi ogni giorno la tua fertilità” è il testo che accompagna l’immagine di sette profilattici, ciascuno associato a un giorno della settimana. Chiaro, no? “Non mandare gli spermatozoi in fumo” è associato a una mano che regge una sigaretta e anche in questo caso l’associazione tra un comportamento specifico (il fumo) e il rischio di infertilità appare evidente. “La fertilità è un bene comune” abbinato a un rubinetto che sgocciola è invece un tentativo di associare questo tema a una parola d’ordine divenuta popolare con la campagna referendaria sull’acqua, quella del “bene comune”.

L’equivoco può forse essere stato indotto dai soggetti che alludono al tempo e all’età. Anche in questo caso l’obiettivo è di attrarre l’attenzione sulla relazione tra il tasso di fertilità e una caratteristica degli aspiranti genitori, ovvero l’età anagrafica. E tuttavia “La bellezza non ha età, la fertilità sì” o “Datti una mossa! Non aspettare la cicogna” possono essere stati scambiati con un invito alla procreazione tout court, a prescindere dai rischi di infertilità, e quindi potrebbero (potrebbero?) giustificare il sarcasmo di chi ha percepito la campagna come un invito a “dare figli alla patria”.

Ma se è così, non dovrebbero essere i mass media (quelli a pagamento) a svolgere il proprio ruolo di informatori attenti e accurati, dimostrando di avere ancora un ruolo nell’età della comunicazione superveloce e a volte schizzata dei social network? Un paio di interviste al Ministro Lorenzin per darle modo di illustrare le finalità reali della campagna da contrapporre ai commenti disinformati. E basta. Il tema avrebbe meritato una controcampagna, magari con un po’ di dati. L’incidente si sarebbe trasformato in un successo di informazione.

Per dire, proprio oggi il New York Times dedica una pagina della sua edizione del weekend al tema della infertilità (devo dire che il termine negativizzato trasmette direttamente la dimensione patologica della questione: infertilità = malattia, fertilità = procreazione; è possibile che i creativi o i committenti abbiano voluto porre il tema in chiave positiva anziché negativa, ed evocare tutto ciò di positivo che circonda la fertilità piuttosto che la dimensione patologica e critica e perfino depressiva della infertilità). 

Richiamo in prima pagina con immagine di una donna che tiene in mano una maglietta da neonato. E nelle pagine interne altre immagini che evocano la maternità: la stessa donna che consulta un tester e che si tiene la pancia. Titolo del pezzo – affidato a una docente di scrittura creativa che mette in relazione due aspetti della creatività, la scrittura e la procreazione – “What she bears: Burdens of infertility”. Riferimenti a due testi (“Avalanche. A Love Story” di Julia Leigh e “The Art of Waiting. On Fertility, Medicine and Motherhood” di Belle Boggs). Niente di eccezionale. Anzi, c’è un eccesso di enfasi sulla figura femminile, mentre l’infertilità colpisce anche i maschi.


Si parla con l’acrononimo I.V.F. (“In vitro fertilisation”) della procreazione assistita. E si riporta una frase che ricorre spesso nella letteratura sul tema:

Non mi è mai passato per la testa che avrei potuto non essere in grado di avere figli. 

Sì, a giudicare dal NYT ha ragione Beatrice Lorenzin.

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Le due agende

I ministri delle finanze degli Stati membri dell’Unione europea si riuniscono una volta al mese. Gli incontri ECOFIN servono a decidere misure di politica economica e fiscale di tipo generale e settoriale, come per il settore bancario. Nel corso degli incontri si lavora per raggiungere un’intesa politica su soluzioni che poi vengono tradotte in dispositivi giuridici (norme). E quindi si svolge una vera e propria attività legislativa in combinazione con le altre istituzioni europee: la Commissione e il Parlamento. Il programma dei lavori viene definito dallo Stato membro che detiene la presidenza di turno (dura sei mesi) insieme allo staff della Presidenza. Le agende delle singole riunioni vengono preparate con cura dal Comitato Economico e Finanziario con settimane di anticipo. I tempi della discussione su ciascun tema sono contingentati, per dare modo ai rappresentanti di ciascun paese di esprimersi (i paesi sono 28 finché il Regno Unito non lascia formalmente l’UE).

Questa è l’agenda dei policy maker. Poi c’è l’agenda mediatica

L’agenda mediatica non sempre si attiene ai lavori delle riunioni. Spesso la si costruisce ricucendo dichiarazioni rilasciate a volte in tempi e luoghi diversi, da una pluralità di persone. Si prendono affermazioni che spesso sono risposte a domande specifiche e le si colloca in un quadro descrittivo che appare coerente con uno schema. 

Ok, non sto usando i termini frame e storytelling ma sono quelli che indicano esattamente questa situazione. In altre parole, se c’è un genere letterario di successo (un genere che dà sempre grandi soddisfazioni è lo “scontro Roma-Bruxelles”) si fa in modo di incastrare le varie affermazioni in una descrizione delle cose – direi in uno scherma narrativo – che risponde a quel genere. Per esempio si chiede a un ministro di un paese del Nord Europa: “Permetterete all’Italia di violare le regole sui salvataggi bancari?” (la domanda è chiaramente tendenziosa, ed esprime il pregiudizio anti-italiano del giornalista straniero che la pone) e quello risponde “Le regole sono chiare e vanno rispettate nell’interesse di tutti”. Spesso questo si traduce in un titolo tipo “Il ministro Caio lancia un avvertimento all’Italia” (lo ha fatto anche il Financial Times, ieri), o più modestamente questa risposta viene combinata ad altre dello stesso tenore e tutte insieme vengono messe in contrapposizione con chi usa sfumature diverse. Il gioco interpretativo si apre e si coniano le etichette (falchi e colombe, flessibilisti e rigoristi ecc.).

A scanso di equivoci: non penso che il problema risieda nell’attitudine dei giornalisti. Credo piuttosto sia un problema congenito del sistema editoriale. Nella maggior parte dei casi, soprattutto nell’editoria ancora diffusa su carta, ci sono pagine da riempire. A prescindere dalla presenza di notizie. Umberto Eco scriveva negli anni Sessanta che con l’affermazione dell’industria editoriale il problema dell’informazione non è più di trovare uno spazio per pubblicare una notizia ma piuttosto quello di trovare una notizia per riempire uno spazio già programmato.

In queste settimane, per esempio, si parla molto della banche italiane: è opportuno, perché il settore ha dei problemi. Non sono problemi dell’intero settore, come ha spiegato il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco all’assemblea dell’Abi di venerdì scorso, ma circoscritti ad alcuni casi. Sono problemi da non sottovalutare, che se mal gestiti potrebbero avere conseguenze sull’intera economia nazionale e quindi su quella europea (per questo si parla di “rischio contagio”). E sulla base di una valutazione che si è andata diffondendo sul rischio contagio, i problemi delle banche italiane sono all’attenzione di tutti i media globali: Financial Times, Wall Street Journal, Economist… 

E tuttavia guardando alcuni dati relativi ai parametri attraverso i quali si possono valutare le banche e i sistemi bancari nazionali, At Kearney ha fatto un’analisi dalla quale emerge un quadro diverso. 


In questo quadro l’Italia presenta criticità sul fronte dei crediti deteriorati, ma altri sistemi nazionali presentano altri problemi, potenzialmente altrettanto esplosivi e con conseguenze anche più gravi di una crisi in una banca italiana. Ai complottisti piacerebbe sostenere che c’è una lobby che ha interesse a concentrare l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale sui problemi italiani per distoglierla da altri. Ma i complottisti sbagliano quasi sempre. Diciamo che ci sono soggetti molto competenti nell’orientare l’opinione pubblica (è un’autocritica, dovremmo essere più bravi noi).

L’analisi di At Kearney è stata molto ben sintetizzata da Luca Davi e Morya Longo sul Sole 24 Ore, sia in italiano che in inglese. Ma anche al MEF è stata fatta un’analisi comparata dell’esposizione al rischio su dati della Banca d’Italia e di Eurostat, che offre gli stessi risultati.

C’è quindi uno storytelling che mi piace e uno che non mi piace? No. Semplicemente ci sono i dati, e ci sono le ricostruzioni. Ci sono le agende vere, dei policy maker, e quelle mediatiche. Le prime sono relative a decisioni di cui i cittadini dovrebbero essere bene informati (lotta all’evasione fiscale, unione bancaria, convergenza di regole). Le seconde sono spesso rumore che si perde nel tempo e di cui non resta traccia. Tranne quando si va a votare per una Brexit.

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Pensioni: promesse, aperture e risposte dovute

Sui quotidiani di oggi grande evidenza al tema delle pensioni (Corriere e Messaggero ci fanno l’apertura, ma è in prima su tutte le principali testate). Il fatto che ieri ne abbiano parlato il Ministro dell’Economia e delle Finanze, il presidente dell’INPS e il sottosegretario con deleghe economiche ha scatenato ipotesi di grandi manovre sul sistema previdenziale. Alcuni titoli:

  • Pensioni: Padoan apre sulla flessibilità (Il Sole 24 Ore)
  • Padoan riapre il cantiere pensioni (Corriere della Sera)
  • Flessibilità, Padoan apre (Repubblica)
  • Padoan apre sulle pensioni “Ma servono 7 miliardi” (La Stampa)
  • Pensioni flessibili, Padoan apre (Il Messaggero)

Avvenire e Fatto Quotidiano non citano il Ministro nei titoli, Libero fa un catenaccio con “Padoan rilancia una vecchia proposta del governo Monti: un prestito per chi lascia il lavoro in anticipo”.

Il lettore si può chiedere quale iniziativa sarà stata presa per annunciare una iniziativa che giustifichi questi entusiasmi: in realtà, il ministro ha risposto alla domanda di un parlamentare nel corso di un’audizione (sul sito del Ministero il testo dell’intervento e il video della sessione) sul Documento di Economia e Finanza 2016 (DEF) alla Commissione Bilancio della Camera dei Deputati.

Ecco che cosa ha chiesto l’on. Marchi e quello che ha risposto il Ministro.

Domanda dell’On. Maino Marchi

Volevo chiedere se sulla flessibilità per le pensioni si sta pensando anche a un coinvolgimento di soggetti bancari o assicurativi per affrontare il tema dell’impatto che può avere nei primi anni – e che è la difficoltà  con cui ci stiamo confrontando per raggiungere questo obiettivo.

Replica del Ministro Padoan

È stata citata la questione del possibile ruolo del sistema creditizio relativamente alla flessibilità pensionistica. Su questo tema il DEF non si addentra più di tanto, ribadisce un concetto che sicuramente mi avete sentito esprimere più di una volta: il sistema pensionistico è uno dei pilastri della sostenibilità del sistema italiano e questo ci viene riconosciuto in sede europea. Siamo un paese ad altro debito – che peraltro sta scendendo ma siamo pur sempre un paese ad alto debito – quindi questo [la stabilità] è un valore fondamentale. Detto questo sicuramente ci sono margini per ragionare sia sugli strumenti che sugli incentivi che sui legami tra sistema pensionistico e mercato del lavoro in modo tale da migliorare le opportunità sia per chi sta per andare in pensione sia per chi deve entrare nel mercato del lavoro. Quindi io sono sicuramente favorevole a un ragionamento complesso e sono sicuramente aperto a fonti di finanziamento complementari che si possono studiare. Non mi soffermo di più perché il DEF non esclude queste cose, le rinvia al dibattito dei prossimi mesi.

Quando il Ministro accenna al DEF fa riferimento a un passaggio del Programma Nazionale di Riforma (costituisce una delle sezioni del Documento), a pag. 86:

Il Governo da ultimo valuterà, nell’ambito delle politiche previdenziali, la fattibilità di interventi volti a favorire una maggiore flessibilità nelle scelte individuali, salvaguardando la sostenibilità finanziaria e il corretto equilibrio nei rapporti tra generazioni, peraltro già garantiti dagli interventi di riforma che si sono susseguiti dal 1995 ad oggi.

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Dati, previsioni e titolazione #chisaleechiscende?

Ma il PIL aumenta o diminuisce? E con quale velocità rispetto al passato? Il deficit scende o sale?

Guardando i titoli sulle prime pagine dei giornali sembra che ci troviamo davanti a una prospettiva economica in peggioramento. Il Corriere della Sera: “Tregua con la Ue su debito e deficit. Ma cresciamo meno“. Il Sole 24 Ore: “Def, più deficit per 11 miliardi nel 2017“. Il Messaggero: “Sale il deficit ma niente manovra”. Un po’ più precisa La Stampa: “Nel Def il Pil sale più lentamente” (rispetto a che cosa?).

Leggendo i titoli dei quotidiani dunque sembra che la risposta alle domande sia chiara: i conti pubblici peggiorerebbero (il deficit aumenta) e l’economia andrebbe peggio (il PIL cresce meno di prima).

Che cosa dicono i dati? PIL: crescita effettiva registrata nel 2015 sul 2014 +0,8%; crescita stimata per il 2016 rispetto al 2015 +1,2%. In altre parole: non solo il PIL aumenta, ma la crescita nel 2016 sarà il 50% più elevata che nell’anno precedente. Per questo parliamo di “accelerazione”. Tutti vorremmo che fosse più sostenuta, ovviamente, perché questo renderebbe più rapido il processo di assorbimento della disoccupazione. Ma intanto si tratta di un miglioramento rispetto al passato (e non dimentichiamo che il paese è stato in recessione dal 2012 al 2014).

Numeri alla mano le risposte sono quindi incontrovertibili: il PIL aumenta e anche più velocemente che nel passato recente, il deficit diminuisce. Perché allora i titoli dei quotidiani trasmettono una informazione diversa? Manipolazione deliberata dell’informazione? No, almeno non per le testate citate. Si tratta piuttosto della propensione a ragionare all’interno di schemi mentali da addetti ai lavori, dimenticando il punto di vista del lettore. Gli addetti ai lavori confrontano le previsioni aggiornate del DEF con le previsioni formulate a settembre del 2015. Come minimo questo andrebbe chiarito nella titolazione (qualche testata lo fa, correttamente). Ma in ogni caso ci si dimentica che la prima informazione – ribadisco: informazione – da dare al lettore dovrebbe essere il confronto tra i dati effettivi e ciò che ci aspettiamo per l’anno in corso e per il futuro.

Il confronto tra previsioni può essere utile, per esempio per capire quanto sia affidabile il previsore. Ma è certamente secondario rispetto all’informazione principale (da dove veniamo, dove andiamo).

PS: sull’affidabilità delle previsioni è abbastanza facile fare confronti; sfogliando i DEF e le note di aggiornamento al DEF tra 2011 e 2015 per confrontare le previsioni con le serie ISTAT sui dati effettivi si ricava una tabella interessante. In questo periodo, lo scarto medio tra l’andamento effettivo del PIL e le previsioni del governo Berlusconi è pari a 2 punti percentuali; per il governo Monti lo scarto è di 1,3 pp; per il governo Letta di 0,6 pp; per il governo Renzi (l’unico ad avere formulato anche previsioni inferiori ai dati poi effettivamente registrati) di soli 0,2 punti percentuali.

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Italy’s economic recovery is not what Münchau says

If country [Italy] fails to bounce back from recession, it is hard to see how it can stay in the eurozone.

This is the way FT summarises the opinion piece by Wolfgang Münchau on today’s edition. Welcome M. Lapalisse, would Italy fail to bounce back from recession the issue won’t be about remaining in the eurozone, rather rising unemployment, desperation of the poorest, permanent destruction of production capabilities.
According to the author, the 2.4 per cent deficit to GDP ratio forecast (in fact, it is 2.2 per cent) “could easily turn into 3.4 per cent or 4.4 per cent”. Now, in order to turn the deficit to GDP ratio from 2.4 into 3.4 a contraction in the economy by 0.6 per cent instead of the forecast growth by 1.6 should occur. Is that “easy” or likely to happen?
Münchau is worried about the global economy slowdown. The Italian government is wary of global risks (even if our export is performing positively so far), but we also share the viewpoint that at present the lack of growth primarily depends on weak demand. This analysis pushes us to policies that boost domestic demand. Many commentators are ignoring or underestimating that we are supporting growth in two ways: promoting competitiveness in the long run through structural reforms, while boosting domestic demand in the short term.
During the recent G20 meetings, one of the most credible leaders of the world stated that every government should undertake “active policy responses”, “sustain demand” and “put money into the pockets of workers”. It wasn’t Mr. Renzi, but the recipe seems the one the Italian government is currently adopting.
However, a number of assumptions in the recurrent criticism by Mr Munchau are surprisingly uninformed. For example:

Instead of reforming the public administration or the judiciary, he [Mr. Renzi] has opted for a cut in the housing tax.

 What motivates the use of the word “Instead”? The Italian government has already passed many radical reforms (in the labour market, in the banking sector, in the judiciary, in the tax administration, in the institutions) and is now undertaking a major public administration reform: a so-called “delegation act” approved by the Parliament provides the Government with criteria and the authority to implement the reform over the next few months. It’s worth spending a little time reading the report on reform implementation which the Italian Treasury regularly updates: there’s plenty of details. Furthermore is worth noting that the tax cuts are across the board so to support offer as well as demand.
Italy is succeeding to implement an ambitious structural reform program intended to increase competitiveness while consolidating public finances (the deficit to GDP ratio was 3.0 in 2014, is 2.6 in 2015 and will be 2.2 in 2016) while sustaining domestic demand in order to avoid the vicious circle experienced in the recent past (increase in taxation, contraction in disposable incomes, unemployment, and so forth). Such an outcome may surprise commentators but surprise doesn’t justify uninformed criticism based on old cliché. There’s no complacency among Italian government officials but it’s time to recognise that times are changing even if this requires to overcome intellectual laziness.

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Tu chiamale se vuoi interpretazioni

Visita del Commissario europeo alla concorrenza Vestager ieri a Roma per un’audizione parlamentare. Nel corso della giornata incontra i titolari di diversi ministeri, e tra questi il Ministro dell’economia e delle finanze. Si parla anche di “bad bank” (la società che dovrebbe eventualmente favorire lo smaltimento dei crediti in sofferenza che appesantiscono i bilanci delle banche).

Alcuni titoli di oggi:

  • Libero cruento: La Ue spara sulla bad bank di Renzi
  • Repubblica aperturista – La Ue apre alla “bad bank” italiana
  • Messaggero per la via di mezzo – Bad bank, Bruxelles resta tiepida sulla proposta italiana

Per completezza gli altri:

  • Sole 24 Ore perimetrale – Bad bank, i paletti di Bruxelles
  • Stampa ottimista – Bad bank, Ue fiduciosa sull’ok
  • Giornale una volta tanto d’accordo con Repubblica – La Ue apre alla bad bank italiana
  • Avvenire introduce una sfumatura – La Ue (ri)apre sulla bad bank

Ma forse è colpa nostra che comunichiamo male.

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Le retromarce, le illusioni ottiche e @OGiannino. Se i censori facessero buon giornalismo…

Questa mattina è possibile vedere come si realizza plasticamente una illusione ottica giornalistica. Non uso “manipolazione”, perché allude a una distorsione proditoria o un intento strumentale. In questo caso, come nella maggior parte dei casi simili, si tratta soltanto di un processo autoreferenziale con il quale si costruisce un’argomentazione sul nulla, creando una illusione ottica della quale gli stessi autori cadono vittima.

Il caso: nei giorni scorsi è stata portata all’onore delle cronache una relazione scritta dalla Ragioneria Generale dello Stato (un dipartimento del Ministero dell’Economia e delle Finanze) in seguito a una ispezione presso il Comune di Roma. In quella relazione di sollevano obiezioni di legittimità alla concessione di premi al personale dipendente del Comune stesso tra il 2008 e il 2012. La relazione, come è prassi, è stata consegnata dalla Ragioneria al Comune e alla Corte dei Conti, la magistratura contabile che valuterà se sussistano gli estremi di una violazione normativa, se sia presente un danno erariale, ed eventualmente per intervenire.

I media decidono di raccontarla diversamente. In particolare ieri la Repubblica apre l’edizione locale di Roma con questo titolo: Salario accessorio, la scure del Mef “Il Comune restituisca 350 milioni”. Le virgolette, messe così, lasciano intendere che sia il Mef a chiedere la “restituzione” o il “rimborso” (sul sito Repubblica.it veniva usato questo termine). Una versione infondata, dato che la Ragioneria – e quindi il Ministero – hanno “soltanto” effettuato una ispezione, il cui esito è descritto in una relazione inviata alla Corte dei Conti. Nella relazione non si “richiede” alcunché. Eventualmente è la Corte dei Conti che ha il potere di “chiedere” qualcosa a qualcuno.

Ineffabilmente, oggi sul Messaggero – che ieri aveva riferito correttamente la vicenda, senza attribuire al Ministero la “richiesta” di rimborsi o restituzioni – Oscar Giannino fa un lungo panegirico nel quale colleziona l’armamentario retorico delle illusioni ottico-mediatiche: pasticcio, passo falso, e nel titolo di apertura del quotidiano romano non poteva mancare il mitico retromarcia.

Ora, osservate bene i passaggi: la Ragioneria fa un’ispezione su richiesta del sindaco, gli consegna la relazione, riceve delle controdeduzioni, comunica la propria valutazione delle stesse. Scrive sempre e soltanto a Comune e Corte dei Conti. Nessun leak né utilizzo strumentale delle informazioni. Tutto avviene nel rispetto delle regole e nell’ordinario riserbo istituzionale con il quale agisce la Ragioneria Generale dello Stato. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze non partecipa ad alcuna battaglia politica ma svolge i propri compiti istituzionali secondo le modalità istituzionalmente definite.

A distanza di tempo questo carteggio viene alla luce: non per volontà del Ministero, che non avrebbe alcuna motivazione. Diventa immediatamente oggetto di un confronto tra forze politiche presenti nel consiglio comunale, di alzate di scudi dei sindacati, e delle prese di posizione delle associazioni di consumatori (che altrettanto ineffabilmente scrivono: se qualcuno chiede ai dipendenti di restituire i soldi dei premi facciamo causa al fianco dei dipendenti, se invece qualcuno aumenta le tasse per finanziare quei premi facciamo causa al fianco dei cittadini; manca la terza possibilità: se quei premi sono stati finanziati con la fiscalità generale da tutti i contribuenti italiani, non vogliamo pensare di fare una causa al loro fianco?). Non c’è dubbio che la vicenda si presta, in questa fase, al confronto politico e quindi oggi si trova anche chi vanta la “vittoria” in una inesistente battaglia contro il Ministero. E di questo non si possono incolpare i media.

Ma mentre Repubblica recupera lo scivolone di ieri, con articolo e titolazione che escludono qualsiasi riferimento a “richieste” del Ministero, il Messaggero inverte la posizione e parla di retromarcia, con Giannino che scrive:

In sole dodici ore siamo passati dal Mef che sembrava [sic!] avere una posizione, cambiata poi completamente.

Caro Giannino, il Ministero ha fatto pervenire al Comune una relazione e una comunicazione di commento alle controdeduzioni. Non nelle ultime dodici ore, ma mesi fa. Senza alcun “passo falso”. Le retromarce e i cambi di posizione sono una illusione ottica tutta interna alla narrativa mediatica. Che farebbe un migliore servizio ai lettori se fosse più accurata. Tutto qui.

Inventare casi forzando i fatti e constatare che si è costruita informazione infondata è un conto. Sviare da sé le proprie responsabilità attribuendo ai soggetti interessati altrettanto infondate “retromarce” è una prassi insopportabile.

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Gli errori di Bloomberg e le aberrazioni sui derivati. Come confondere un costo con le “perdite”

Bloomberg ha fatto un’analisi della spesa sostenuta dalla Repubblica Italiana in virtù dei “derivati”, cioè di contratti sottoscritti con istituzioni finanziare al fine di compensare oscillazioni dei tassi su una parte dei titoli di debito pubblico emessi sul mercato. Ne emergono una sintesi e un’analisi. La prima contiene un errore di metodo, la seconda un errore concettuale.

La sintesi è semplice e altri organi d’informazione vi hanno dato molta evidenza: l’Italia avrebbe sostenuto oneri per derivati pari a circa 16,95 miliardi. Si tratta semplicemente della somma della spesa sostenuta per ciascuno degli anni tra il 2011 e il 2014 reperibile nei dati Eurostat. Facile. Semplice eppure sbagliata. Perché a Bloomberg hanno sommato la spesa effettiva per Financial derivatives (Tabella 3A del Rapporto sui livelli di deficit e debito consegnato a Eurostat) con aggiustamenti contabili che non corrispondono ad esborsi, anche se contabilmente incrementano il debito (Net incurrence (-) of liabilities in financial derivatives). Anche Morya Longo inciampa nello stesso errore, scrivendo sul Sole 24 Ore che “non si tratta di costi teorici: si tratta di soldi veri”: sì, ma per una cifra inferiore per un terzo a quella denunciata. Alla domanda “quanti soldi ha sborsato la Repubblica Italiana in 4 anni per derivati?” la risposta è quindi 12,4 miliardi e non 16,95. Per essere precisi, a Bloomberg avrebbero dovuto guardare la tavola 3B (Central Government) e non la tavola 3A (General Government) . In questo caso l’esborso (la spesa effettiva) sarebbe ancora più contenuta: 11,9 miliardi. In media nel periodo: 3 miliardi all’anno. Come componente di una spesa per la gestione del debito che si è aggirata intorno a 80 miliardi all’anno: il 3,7%.

A Bloomberg hanno poi sbagliato l’analisi dell’impatto dei derivati sul costo di gestione del debito pubblico sul piano concettuale. Gli autori dell’articolo sostengono infatti che nel 2014 il costo di finanziamento del debito italiano è calato di 2,76 miliardi, poi affermano che la spesa per derivati nello stesso anno è pari a circa il doppio di quella cifra ovvero 5,46 miliardi. Suggerendo così che il risparmio dovuto al calo degli interessi sia stato più che vanificato dai derivati. Però non è così. Innanzitutto perché la spesa effettiva (i “soldi veri”) ammonta a 3,5 miliardi, per le ragioni spiegate sopra. Ma soprattutto perché il minor costo della gestione del debito registrato nel 2014 rispetto al 2013 è complessivo: il risparmio così calcolato tiene conto tanto del calo degli interessi quanto della spesa per derivati. Si potrebbe eventualmente sostenere che senza derivati la Repubblica Italiana avrebbe risparmiato più di 2,76 miliardi. Ma anch’io avrei risparmiato 800 euro se non avessi sottoscritto un’assicurazione per proteggermi dal rischio di furto e incendio dell’automobile…

Non è tutto. L’errore concettuale è più profondo. Si può certamente registrare un minor costo nel 2014 rispetto al 2013. E’ un dato oggettivo. Ma siccome nel 2014 il debito è cresciuto rispetto al 2013, il confronto non ha alcun valore esplicativo. Il risparmio va piuttosto calcolato come la differenza tra quanto abbiamo speso e quanto avevamo previsto di spendere nello stesso anno 2014, quando ritenevamo che i tassi sarebbero stati più alti. Un calcolo che si può fare a partire dal Documento di Economia e Finanza 2012 (si è parlato molto del DEF nei giorni scorsi, anche a sproposito: questa è un’opportunità per ricordare il suo scopo, che non è quello di aggiustare la spesa nell’anno in cui viene elaborato ma piuttosto di programmare le finanze pubbliche per gli anni successivi, appunto tenendo conto di possibili introiti e possibili spese – comprese quelle per interessi sui titoli pubblici e per derivati). Nel DEF 2012 il Governo ipotizzava di spendere per la gestione del debito nel 2014 ben 92,9 miliardi (90,9 se ricalcolati secondo il nuovo standard SEC 2010). Ne abbiamo spesi invece 78,5 (75,2 con SEC 2010).

Alla domanda “quanto abbiamo risparmiato per la gestione del debito nel 2014?” la risposta corretta è quindi 14,4 miliardi (12 miliardi rispetto alle stime del DEF 2013 e 4 miliardi rispetto alle stime dello stesso DEF 2014; comunque più del 2,76 citato da Bloomberg, che misura soltanto il minor costo tra un anno e l’altro).

Un ultimo commento. Parlare della spesa per derivati in modo indipendente dalla spesa per interessi è un errore e porta all’aberrazione – per esempio – di Ugo Bertone su Libero, che parla del valore mark-to-market complessivo dei derivati come di un “saldo teorico che dovremmo pagare sui derivati ancora aperti se non si invertirà l’andamento (speriamo il più tardi possibile) dei tassi di interesse”. Come se flussi finanziari da derivati e spesa per interessi fossero due fenomeni alieni l’uno all’altro. Non è così perché – al contrario – la spesa per derivati è strettamente correlata all’andamento dei tassi: quando i tassi salgono aumenta la spesa per interessi mentre il flusso in uscita sui derivati si riduce e – in corrispondenza di una soglia che oggi appare elevata ma che che è invece equilibrata se si guarda le serie storiche – il funzionamento dei derivati comporta un introito invece di una spesa, così che la somma algebrica di esborsi e introiti sia inferiore alla sola spesa per interessi; quando i tassi scendono, come sta avvenendo oggi, diminuisce la spesa per interessi e i derivati comportano una spesa invece di un introito, così che la somma algebrica di esborsi e introiti risulta superiore alla sola spesa per interessi. E allora perché si fanno i contratti derivati di Interest Swap Rate (IRS)? Perché i tassi di interesse non possono, di norma, scendere al di sotto del livello 0 (anche se nella situazione monetaria straordinaria che stiamo attraversando alcuni Stati sono arrivati ad emettere titoli con tassi negativi). Possono però salire molto, in teoria senza limite. In questo caso i derivati fanno il loro dovere, di generare introiti per compensare (parzialmente) la maggiore spesa per interessi.

La missione dei derivati “swap” sui tassi d’interesse consiste quindi nella stabilizzazione del costo di gestione del debito pubblico: offrono flussi positivi quando i tassi salgono, negativi quando scendono. Ciò che sembra essere costantemente ignorato dai commenti è che la gestione del debito pubblico include due componenti: spesa per interessi e flussi finanziari (che possono essere positivi o negativi) da derivati. La seconda componente compensa sempre la prima: comporta un costo quando l’evento non si verifica (esattamente come un’assicurazione) ma protegge i conti pubblici da repentine impennate dei tassi. Un evento raro? Chi ha memoria di ciò che accadde nel 2011 la pensa diversamente.

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