Piccolo contributo di chiarificazione (si spera) sul (fantomatico) #DEF

È piuttosto triste il vociare polemico che si avverte sui media a proposito dei destini del Documento di Economia e Finanza, sintetizzato con l’acronimo DEF. Soprattutto se confrontato con lo scopo del documento. Provo sommessamente a dare qualche informazione nell’auspicio – presumibilmente vano – di promuovere un dibattito utile, nell’interesse generale.

I governi tentano di condizionare le prospettive dell’economia nazionale e di determinare i saldi di finanza pubblica con un provvedimento annuale, molto ampio, da approvare entro il 31 dicembre. Il provvedimento coincide con la principale “legge finanziaria” dello Stato perché dispone modifiche alla legislazione vigente in vista di quattro effetti finanziari:

  • diminuisce o elimina alcune imposte (con l’intento di sollecitare la crescita economica di alcuni settori, e con l’effetto di diminuire le entrate);
  • aumenta o introduce alcune imposte (per esempio allo scopo di disincentivare comportamenti nocivi per l’individuo e costosi per la collettività come il fumo, e con l’effetto presumibile di aumentare le entrate)
  • taglia alcune spese delle pubbliche amministrazioni (per esempio per eliminare sprechi, con l’effetto di ridurre le uscite)
  • aumenta alcune spese delle pubbliche amministrazioni (per esempio per accelerare il processo di trasformazione digitale o andare incontro ai cittadini in difficoltà economica, con l’effetto di aumentare le uscite)

In sintesi, questa molteplicità di effetti finanziari (maggiori/minori uscite, maggiori/minori entrate) testimonia la funzione principale della legge, che consiste nel ri-allocare risorse. E per questo la legge viene chiamata anche manovra: sposta denaro tra capitoli di entrata e uscita. Lo spostamento può lasciare inalterati i saldi (nel senso che i vari spostamenti si compensano e l’effetto sul saldo risulta neutro). Più frequentemente invece modifica anche i saldi, cioè riduce o aumenta il deficit previsto prima dell’entrata in vigore della legge finanziaria.

La ri-allocazione di risorse è la funzione primaria della politica: se le risorse fossero infinite la politica non esisterebbe, basterebbe dare a ciascuno ciò che vuole e tutti vivrebbero felici e contenti. E invece – ahinoi – le risorse sono limitate quindi occorre operare scelte: ed è questa la funzione essenziale della politica, che attraverso una meta-risorsa (il potere) è in grado di togliere a qualcuno per dare a qualcun altro. In una democrazia ben temperata queste decisioni devono essere prese con un coinvolgimento dei cittadini quanto più ampio possibile. Nelle democrazie rappresentative – quale ancora è, costituzionalmente, quella italiana – questo coinvolgimento si realizza attraverso il dibattito parlamentare nel quale i partiti politici rappresentano gruppi di elettori distinti.

Il processo attraverso cui svolgere questo dibattito e la formalizzazione della legge finanziaria è determinato in Italia dalla legge di contabilità e finanza pubblica del 31 dicembre 2009 numero 196. La legge prevede che il Governo debba presentare alle Camere un disegno di legge di bilancio entro il 20 ottobre e che il Parlamento debba discutere, emendare e approvare la legge entro il 31 dicembre. Tuttavia, per promuovere un ampio e trasparente dibattito, la stessa legge prevede che il Governo dichiari i suoi programmi per l’anno successivo con largo anticipo, sei mesi prima: entro il 10 aprile, con la presentazione al Parlamento di un documento programmatico – definito Documento di Economia e Finanza o DEF.

Il DEF non ha effetti sulla finanza pubblica, non è una legge, non è la “manovra”

Questo documento non ha effetti sulla finanza pubblica: non contiene norme nuove, non modifica quelle vigenti. È un documento, appunto, che contiene valutazioni, stime, analisi, intenzioni e orientamenti.

Il Parlamento non approva né boccia questo documento ma lo discute e i partiti propongono delle risoluzioni che vengono votati dalle assemblee delle due Camere. Le risoluzioni non comportano la modifica del documento, che è un atto del Governo, ma evidentemente possono sollecitare il Governo a rivedere le proprie posizioni in una fase successiva. La legge 196/2009 individua questa fase successiva in una Nota di aggiornamento al DEF da presentare al Parlamento entro il 27 settembre. Anche in questo caso il documento di per sé non ha effetti e il Parlamento è chiamato ad esprimersi sul suo contenuto allo scopo di orientarne le scelte in vista del disegno di legge di bilancio dello Stato.

È quest’ultimo atto, da compiersi entro il 20 ottobre, che dispone effetti concreti da realizzarsi con l’entrata in vigore a partire dall’1 gennaio successivo. È quest’atto che i partiti in Parlamento modificano per riorientare l’allocazione delle risorse. Fino ad allora i passi legati al DEF e alla nota di aggiornamento dello stesso sono snodi di un dibattito fondamentale per il coinvolgimento dei cittadini – attraverso i loro rappresentanti in Parlamento e i movimenti di opinione pubblica – senza effetti immediati.

L’accanimento di questi giorni e queste ore sul contenuto del DEF, sul rischio che possa ipotecare il futuro, su chi lo debba fare, su cosa debba contenere non è un bello spettacolo. Non è un bel servizio alla democrazia. Il Governo in carica, che ha operato sulla base della fiducia ottenuta in una legislatura ormai terminata e dimissionario dopo la nomina dei presidenti delle Camere della nuova legislatura, ha ricordato ampiamente che non può assumere impegni per il futuro del Paese. Non è legittimato a farlo sul piano formale ma è sufficiente un po’ di buon senso per comprendere che impegni per il futuro li assume chi ha la facoltà di attuare decisioni che possono influire sul futuro, non certo chi attende da un momento all’altro di lasciare onori e oneri a un successore di prossima nomina.

E tuttavia se si prolungassero i tempi per la formazione di una nuova maggioranza politica in grado di esprimere un governo, sarebbe di qualche utilità per il dibattito pubblico disporre di un quadro delle prospettive della finanza pubblica aggiornato alla luce dell’evoluzione dell’economia nazionale, europea e globale: il cosiddetto quadro tendenziale a legislazione vigente, che stima che cosa accadrebbe ai saldi di finanza pubblica se non cambiasse nulla, se non si facesse una nuova finanziaria per l’anno successivo. Un esercizio che si fa sempre nella programmazione, in modo che gli stakeholder possano apprezzare la differenza tra la prospettiva inerziale e gli effetti di una manovra finanziaria su quella prospettiva.

[Perché è utile un aggiornamento delle prospettive di finanza pubblica a legislazione vigente? Perché rispetto alle precedenti stime si potrebbe evidenziare che le entrate sono più alte o più basse di quelle programmate, e così le spese. Questo è possibile perché gli effetti delle norme sono sempre stimati, non certi. E perché un andamento dell’economia globale o fatti nuovi (per esempio una crisi geopolitica) possono influenzare l’andamento dell’economia nazionale in modo tale da produrre effetti per la finanza pubblica. Se l’economia va particolarmente bene, per esempio, aumenta il gettito tributario. Se va male aumenta la spesa sociale (per esempio per gli ammortizzatori in caso di aumento della disoccupazione).]

Insomma, “ciclo e strumenti della programmazione finanziaria e di bilancio” (è il titolo dell’articolo 7 della legge 196/2009) sono utili al Paese e alla democrazia. Se ben usati favoriscono una valutazione condivisa ed equilibrata delle possibilità di ri-allocazione di risorse secondo gli scopi definiti dai rappresentanti dei cittadini eletti in Parlamento.

Un dibattito serio in attesa del nuovo governo sarebbe prezioso. Chiedersi se il governo attuale presenterà il DEF è invece piuttosto ozioso, perché il termine del 10 aprile previsto dalla legge è “non perentorio”, quindi sarebbe una scelta di buon senso rimandare la presentazione quanto basta per consentire a un nuovo governo di insediarsi, ottenere la fiducia in Parlamento, comunicare i propri orientamenti al Dipartimento del Tesoro – in modo che questo possa elaborare stime e simulazioni – e presentare alle Camere un DEF completo di quadro tendenziale e ipotesi programmatiche. Se in prossimità del 10 aprile il quadro politico restasse incerto senza ipotesi plausibili sui tempi necessari alla formazione di un nuovo governo, sarebbe una scelta di senso altrettanto buono la decisione di mettere a disposizione del Parlamento un documento parziale con il quadro aggiornato delle prospettive di finanza pubblica a legislazione vigente. Solo perché è utile al Paese sapere dove si sta andando. Senza che questo rappresenti un “golpe economico”.

E l’Europa? (altro fantomatico attore del nostro dibattito pubblico) La Commissione europea ha già fatto sapere che il programma di stabilità e il programma nazionale di riforma (che coincidono rispettivamente con la sezione I e la sezione III del DEF) devono essere presentati da un governo in grado di assumere impegni per il futuro. E che è già accaduto in passato che alcune scadenze siano state trasgredite in attesa della formazione dell’Esecutivo dopo elezioni. Ovviamente. Dato che l’Unione europea è composta di stati democratici dove le elezioni sono la norma e non l’eccezione. Peraltro, il termine per la presentazione di questi programmi alle autorità europee non è il 10 bensì il 30 aprile. Insomma, calma e sangue freddo. C’è tempo.

Annunci

Fake news? Ma quali hacker stranieri…

La vittoria della Brexit, la campagna di Trump contro Hillary Clinton, gli accessi alle mail di Macron per favorire una vittoria di Marine Le Pen. Tre casi di consultazione elettorale per i quali si è evocato il rischio di manipolazione dell’opinione pubblica anche per mano di “potenze straniere”. L’arma di manipolazione di massa sarebbero le vituperate fake news prodotte grazie al lavoro di hacker e di specialisti della propagazione di notizie false in Internet.

Ma siamo sicuri che il nemico della democrazia occidentale sia oltre il confine di quella che per anni è stata la cortina di ferro? In molti casi non sembra necessario ricorrere al “nemico esterno” per spiegare la diffusione di notizie false e la manipolazione della percezione da parte di frange più o meno ampie dell’opinione pubblica. Esistono evidenze dell’intreccio di mezzi di informazione tradizionali, siti di pseudo-informazione, social media, politica. Proviamo qui a raccontarne una.

Martedì 17 ottobre il Ministro dell’economia e delle finanze Pier Carlo Padoan ha illustrato i principi generali del disegno di legge di bilancio per il 2018 a Radio Anch’io, storica trasmissione di RadioUno Rai. Un ascoltatore ha posto una domanda sulle pensioni: in particolare sulla possibilità di interrompere l’adeguamento automatico dell’età di accesso alla pensione all’aspettativa di vita della popolazione. Il ministro ha risposto che il meccanismo di adeguamento serve a tenere in equilibrio i conti della previdenza sociale nella prospettiva che la vita media si allunghi.

Le agenzie di stampa riportano la risposta fedelmente, con sfumature leggermente diverse. L’Ansa (ore 8:56): “’C’è una legge concordata in sede Ue che tiene conto dell’allungamento delle aspettative di età’, ma ci sono anche ‘molti meccanismi introdotti per affrontare la questione, come per i lavoratori usuranti che hanno diritto ad andare in pensione prima’”. La Presse (ore 9:06): “’E’ una legge concordata in sede europea che tiene conto dell’aspettativa di vita, un meccanismo che ha a che fare con la demografia’. Secondo il ministro ‘il nostro sistema è uno dei più equi d’Europa e l’equità e l’inclusione sono rafforzati. Abbiamo messo risorse per una crescita inclusiva, per vaste e crescenti zone della popolazione’”. Italpress (ore 9:16): “’Per quanto riguarda l’età pensionabile, è una legge concordata in sede europea che tiene conto dell’allungamento dell’aspettativa di età’”. ADNKronos (ore 9:36): “E’ una legge già applicata, concordata in sede Ue, che ha a che fare con l’aspettativa di vita e la demografia’”. Chiaro, no?

Ebbene, ecco il titolo di apertura di Libero il giorno dopo:

“Gli italiani non muoiono mai”

tra virgolette (che dovrebbero indicare la riproduzione letterale di quanto pronunciato) e preceduto dall’occhiello “Il disappunto di Padoan”.

IMG_2490

Nell’editoriale che scaturisce direttamente dal titolo di apertura, in prima pagina, il direttore Vittorio Feltri scrive “il ministro dell’economia ne ha sparata una clamorosa a proposito della longevità dei nostri pensionati. Ha detto di loro: ‘muoiono troppo tardi e ciò incide negativamente sui conti dell’Inps’”. Ancora una volta con l’uso delle virgolette, che per convenzione dovrebbero essere utilizzate per riportare un discorso diretto, in modo letterale e fedele a quanto pronunciato dalla persona chiamata in causa.

Invece siamo davanti alla manipolazione. Come altrimenti vogliamo giustificare questa operazione “giornalistica”? Esigenza di sintesi? Efficacia della titolazione? Ispirazione futurista?

Il sito ilpopulista.it (che si definisce “Audace, istintivo, fuori controllo” e invita i lettori a scrivere per la testata con l’incitazione “libera la bestia che c’è in te”) riporta la pseudo-notizia di Libero trasformandola in un dato di fatto, e titola così: “Il rammarico di Padoan: gli italiani non crepano più”. Sottotitolo: “Incredibile gaffe del ministro. I pensionati? ‘Muoiono troppo tardi e ciò incide negativamente sui conti dell’Inps’”. Sul profilo Facebook della testata il titolo sotto la fotografia del ministro è “Il ministro Padoan svela il problema dell’INPS: ‘Gli italiani muoiono troppo tardi’” (ancora le virgolette). Da notare che il condirettore della testata è l’on. Matteo Salvini, segretario della Lega Nord.

IMG_2496

Il sito newnotizie.it (più di 750mila like su Facebook e registrazione della testata presso il Tribunale di Roma) non vuole essere da meno: “Padoan choc: ‘I pensionati muoiono troppo tardi, influisce negativamente sui conti dell’INPS’”. Lineapress.it, che nella sua pagina Facebook si definisce “Agenzia media/stampa” ed è una testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Napoli: “Il ministro Padoan svela il problema dell’INPS: ‘Gli Italiani muoiono troppo tardi’”. Adessobasta.org (replica o una affiliazione italiana dell’americano conservativepost.com con sede a Dallas, in Texas, la cui missione dichiarata sarebbe “diffondere la libertà di informazione”): “Padoan è triste: gli italiani crepano troppo tardi. La mega gaffe del ministro”. L’originale piovegovernoladro.info apre con una variante: “Il rammarico di Padoan: ‘Gli italiani crepano troppo tardi’”.

Gli “articoli” sono tutti simili eppure molti di questi siti sono registrati come testate giornalistiche. Lo è anche tecnicadellascuola.it che sembra essere un portale di settore e dichiara di essere anche accreditato presso il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca. L’accuratezza nella verifica delle fonti non sembra essere però all’altezza della prosopopea con cui si accredita presso studenti e genitori e il titolo del suo post è analogo a quello degli altri siti: “Padoan choc: gli italiani muoiono troppo tardi, Inps in crisi. Ministro chieda scusa!”. Superficialità o scelta di campo?

Ciò che va preso seriamente in considerazione è che insieme ad app, profili Facebook, Twitter e Instagram, questi siti costituiscono un ecosistema capace di amplificare una stessa “notizia” fino a raggiungere milioni di persone, tra le quali magari molte che non hanno l’abitudine di informarsi tramite media professionali. La frase imputata, che viene chiamata “gaffe” ma che non è mai stata pronunciata, si propaga nella rete e raggiunge persone nella coscienza delle quali si sedimenterà l’idea del ministro gaffeur. Idea che li porterà a commentare con violenza, come dimostra la bacheca Facebook di una delle testate citate.

IMG_2497

Peraltro le persone che si informano pressoché esclusivamente in rete hanno una scarsa propensione a discriminare le fonti di informazione, e i contenuti in cui “inciampano” sono proposti automaticamente dai motori di ricerca, anche sulla base di inserzioni a pagamento che profila target omogenei. In questo modo una rete di siti tra loro collegati ex-ante (per ragioni politiche o sulla base di strutture giuridiche) ovvero ex-post (perché puntano allo stesso target e propagano gli stessi contenuti, come nell’esempio proposto qui) propala presso un certo pubblico sempre lo stesso tipo di notizie. Queste persone quindi si troveranno a leggere informazione sempre più omogenea. Se poi questa informazione è basata su notizie false, queste persone saranno inevitabilmente vittime inerti di un meccanismo di manipolazione senza precedenti.

Nel frattempo l’ecosistema mediatico propaga la bufala senza farsi alcuno scrupolo di verificarla. Dal circuito dell’informazione travasa in quello dell’intrattenimento (ma – attenzione – i due generi sono sempre più sovrapposti: da Striscia la Notizia a Le Iene l’intrattenimento “informa” sempre di più, mentre i talk show condotti da giornalisti contengono sempre più intrattenimento) e Maurizio Crozza nel suo show del venerdì sera usa il titolo di Libero (senza citarne la fonte) ovviamente tra virgolette, accreditando ulteriormente l’idea che Padoan abbia effettivamente pronunciato parole che non hai mai usato.

E se tutto nasce non nel dark web ma dalla prestigiosa carta stampata, alla carta stampata ritorna. Infatti dopo il giro tra web e TV ecco che la “notizia” torna su un quotidiano: Marco Travaglio nella sua rubrica del lunedì (“Ma mi faccia il piacere”) cita il titolo di Libero come fosse un dato di realtà. Possibile che né Crozza né Travaglio si siano chiesti perché quel titolo sia comparso su una testata soltanto? Possibile che non abbiano controllato le agenzie? Possibile che non si pongano il problema della veridicità di un titolo, alla luce di ciò che qualsiasi osservatore della comunicazione sa, ben spiegato da Luca Sofri (“Notizie che non lo erano”)?

“…sono soprattutto i titoli degli articoli a influenzare la nostra percezione del loro contenuto e ciò che ne conserviamo. […] in un sistema in cui il tasso di inaccuratezza dei titoli è molto superiore a quello già alto degli articoli, questo significa che ciò che conserviamo in termini di conoscenza della realtà e degli eventi accaduti è una grandissima quota di informazioni false.”

Nel frattempo il ministro ha risposto a una persona che via Twitter ha posto una semplice domanda – anziché propagare senza approfondire o spargere odio per partito preso. Ma quanti avranno visto la replica e quanti avranno subito la bufala?

Forse dovremmo smetterla di evocare gli agenti stranieri quando parliamo di fake news e di bufale e riflettere su come l’inquinamento dei pozzi della democrazia stia rendendo imbevibile l’esito di qualsiasi consultazione. In fondo, le grandi dittature del Novecento sono nate con il consenso popolare.
PS: Dato che la maggior parte dei siti qui citati sono di imprese giornalistiche regolarmente registrate, è giusto che il “merito” di questa qualità di informazione venga riconosciuto ai direttori responsabili:

  • Libero – Vittorio Feltri
  • ilpopulista.it – Alessandro Morelli (condirettore Matteo Salvini)
  • newnotizie.it – Rocco Di Vincenzo
  • tecnicadellascuola.it – Alessandro Giuliani
  • L’audio integrale dell’intervista del ministro Padoan è qui.
  • L’attendibilità del Conservative Post è analizzata dal sito Media Bias Fact Check qui dal minuto 20.

La rivoluzione non (ancora) interrotta di @matteorenzi @paologentiloni @pcpadoan & C.

Per chi lavora dentro le istituzioni la rassegna dei commenti e degli editoriali risulta certe mattine sconcertante. Nelle ultime settimane si susseguono scritti che esprimono perplessità per la propensione a riavvolgere il nastro e tornare indietro sul cammino delle riforme compiuto in questi anni. Effettivamente i tentativi di cancellare i progressi compiuti per modernizzare il Paese sono all’ordine del giorno come se l’esito referendario di dicembre avesse liberato gli spiriti conservatori e reazionari ben radicati in tutte le aree sociali.
Accanto a questi commenti perplessi ci sono dettagliate inchieste che mostrano stupore per cose che non dovrebbero stupire: come la permanenze delle Province (per cancellarle non basta una legge ordinaria e la riforma costituzionale ne contemplava l’abolizione; il no al referendum ci lascia intonse le Province). E per ultime stanno arrivando dotte analisi politologiche preoccupate che gli scenari post-elettorali condannino la comunità nazionale all’ingovernabilità, dato che non si vede come si possa formare una maggioranza – quale che ne sia il colore politico – in grado di governare. Anche in questo caso siamo nel campo degli scenari facilmente prefigurabili nell’ipotesi di una interruzione del cammino di modernizzazione intrapreso qualche anno fa.

La domanda sorge spontanea: ma non è che la critica feroce all’esecutivo negli ultimi tre anni ha sottovalutato le condizioni in cui questo si è mosso? Non è che i commentatori hanno concentrato la propria attenzione su singole questioni perdendo di vista la direzione complessiva verso la quale l’azione dell’esecutivo stava spingendo la comunità nazionale?

Vista da dentro, risulta evidente la spinta all’innovazione generata dal governo Renzi – ma in un linguaggio più specificamente politico potremmo dire che il governo ha mostrato un impulso riformista sconosciuto, se non – forse – in epoche storiche rintracciabili all’inizio del secolo scorso. Siccome non è il caso di fare qui elenchi, può essere utile rimandare alla corposa e puntuale documentazione del Tesoro, che aggiorna costantemente un cronoprogramma molto dettagliato.

Di tutto questo lavoro c’è però – a mio avviso – un segno preciso, inciso profondamente nel lavoro di questi anni: riguarda la cultura d’impresa e il lavoro. L’Italia è ancora profondamente segnata da una cultura arcaica che oppone padroni e lavoratori e ignora i fenomeni di ri-articolazione del rapporto tra capitale e lavoro e la ricomposizione della frattura maturata nelle piccole imprese e nei mestieri della conoscenza. E’ una ricomposizione innanzitutto cognitiva, dovuta alla possibilità di attribuire senso e finalità al lavoro individuale e di ridurre gli spazi di alienazione. La conseguenza: gli spazi di conflitto potenziale si sono trasformati in ambiti di cooperazione. (Questa evoluzione si accompagna alla nascita di nuove occupazioni dove l’alienazione aumenta anziché diminuire, ovviamente, ma la novità non può essere affrontata come se il telefono di un call center fosse il tornio di Gian Maria Volontè in “La classe operaia va in paradiso”). 

L’esecutivo – con gli atti formali e con i comportamenti – ha affermato con determinazione che l’impresa è un formidabile motore della società: crea occupazione, genera innovazione, amplia l’offerta di servizi e prodotti in grado di migliorare la qualità della vita.

Un segnale come questo offerto da una forza politica di sinistra è radicale, è rivoluzionario. Molto più che se fosse venuto da uno schieramento di destra – che peraltro difficilmente avrebbe accompagnato questo segnale con l’attenzione ai diritti concreti dei lavoratori e più in generale dei cittadini messa in campo in questi anni. Ovviamente questo segnale è stato interpretato dai conservatori di sinistra come la prova provata che il governo Renzi era “di destra”, ma questo atteggiamento fa parte della propensione dei conservatori a negare che il mondo evolva (a chi si scandalizzasse per l’uso dell’espressione “conservatori di sinistra” consiglio di rileggere il classico “Destra e sinistra” di Norberto Bobbio).

Si tratta invece di un cambiamento cruciale. Accompagnato concretamente da misure legislative predisposte dal Ministero dell’economia e delle finanze e dal Ministero per lo sviluppo economico (ma se ne trova traccia anche negli interventi del Ministero della giustizia e del Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione). Una rivoluzione non (ancora) interrotta perché l’esecutivo attuale sta operando in continuità con il precedente: il miglioramento delle condizioni di contesto aumenta la capacità del paese di attrarre investitori dall’estero e di sollecitare gli investimenti interni e quindi di creare occupazione. Occupazione che mostra il segno più in diverse dimensioni: più numerosa (+624mila occupati da marzo 2013 a gennaio 2017) e più stabile (il numero di lavoratori con contratto a tempo determinato è cresciuto nello stesso periodo di 624mila unità – l’aumento dei contratti a termine è compensato dalla diminuzione dei lavoratori indipendenti).

L’impegno riformista dell’esecutivo non è scemato con l’avvicendamento tra Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Al contrario, il Programma Nazionale di Riforma che verrà presto presentato nel Documento di Economia e Finanza sarà ambizioso e rilancerà l’impulso al cambiamento e alla modernizzazione del quale abbiamo uno straordinario bisogno. A cominciare dai più deboli.

PS: Qualcuno potrebbe concludere che gli esecutivi Renzi e Gentiloni e la politica economica del ministro Padoan sono di segno semplicemente liberista, ovvero di destra. Si sbaglierebbe. Esistono una politica di sinistra e una di destra, certo. Ma se vogliamo evitare che il dibattito si svolga da posizioni contrapposte sui bastioni dell’ideologia sarà meglio volgere lo sguardo alla nostra Costituzione. E in particolare all’articolo 3. Un governo che rispetti i principi di solidarietà sociale – di ispirazione cristiana e socialista che convivono nella nostra Costituzione – accompagnerà l’ampliamento dello spazio creativo dell’impresa (un convincimento di ispirazione liberale) con il rafforzamento di servizi sociali capaci di diminuire il divario delle opportunità tra cittadini classificabili in ceti diversi. Si tratta di garantire la sicurezza, la salute, l’istruzione (il recente studio dell’OCSE giudica il sistema educativo italiano come il migliore per la capacità di ridurre la disuguaglianza nelle condizioni di partenza). Ma anche la riduzione delle differenze tra i territori in termini di opportunità di connessione attraverso infrastrutture di trasporto materiali (persone e merci) e immateriali (informazioni). Tutte aree sulle quali i due esecutivi in questi tre anni si impegnati a fondo allocando risorse e avviando progetti (si guardi per esempio il progetto sulle aree interne).

Al #referendum di domenica voterò “sì”

Non sono un esperto costituzionalista e del resto agli elettori non si chiede questa competenza. Però mi sono fatto un’idea della riforma in generale e di alcuni punti in particolare. 


Sul piano generale, direi culturale, la riforma è un cambiamento con lo scopo dichiarato di rendere il Paese più semplice e più veloce. Cambiamento, semplicità, velocità: non c’è dubbio che siano obiettivi da perseguire in Italia più che altrove. Si può discutere se questa riforma consegua gli obiettivi dichiarati. E il giudizio è oggettivamente difficile, dato che anche gli “esperti” si dividono tra no e sì. 

Sul piano specifico mi sembra però incontrovertibile che oggi ci sono due camere parlamentari che danno la fiducia al Governo, mentre la riforma riserva questa prerogativa alla sola Camera dei Deputati. Mi sembra altrettanto indiscutibile che oggi ci sono 315 senatori che godono di indennità, rimborsi e altre forme di reddito a valere sulle casse pubbliche, mentre la riforma riduce il numero dei senatori a cento, ai quali non viene riconosciuta alcuna indennità. Questi cento senatori probabilmente dovranno ricevere qualche rimborso spese ma il costo per lo Stato sarà sensibilmente più basso rispetto agli attuali 315, dato che le indennità saranno cancellate, così come le spese per gli assistenti, mentre le spese di rimborso saranno molto ridotte e le spese di funzionamento del Senato dovranno essere adeguate alla minore intensità e al minor numero di senatori.

Ma l’aspetto della riforma che più mi convince è l’intervento sulla distinzione di competenze tra Regioni e Stato. È un aspetto della riforma importante sul piano economico, non tanto e non solo per i risparmi che produce ma perché restituisce al Governo le chiavi per mettere in moto la macchina della crescita economica. Il Governo potrà così finalmente varare una politica nazionale per il turismo: che spreco per un paese ricco di un patrimonio ineguagliabile come il nostro non poter promuovere in modo organico e con una strategia complessiva il territorio nazionale. La competenza esclusiva allo Stato restituirà al Governo questa possibilità. Lo stesso discorso vale per le infrastrutture: la competenza esclusiva consentirà al Governo di mettere in campo un piano nazionale per le infrastrutture strategiche, evitare la competizione inefficiente tra le Regioni, massimizzare le opportunità suddividendole tra i territori e concentrando su ciascuna le necessarie risorse finanziarie.

Tra gli effetti della riforma del Titolo V della Parte Seconda della Costituzione merita un posto speciale il passaggio allo Stato della competenza sulle politiche attive del lavoro. La nostra Costituzione poggia sul pilastro del bellissimo articolo 1: 

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro

L’interpretazione che io do dell’articolo 1 è questa: in Italia non contano il censo, il genere, la religione, l’orientamento sessuale, l’origine sociale perché il lavoro dà a ciascuno pari dignità. Mi sembra poetico e potente al tempo stesso. Però questo riconoscimento non individua strumenti per la realizzazione di questa condizione di dignità. Ebbene, il nuovo articolo 117 inserisce le politiche attive del lavoro nella Costituzione e impegna i governi ad adottarle per promuovere l’occupazione. L’evoluzione di questi anni, inclusa la riforma del mercato del lavoro e in particolare la componente che riguarda proprio le politiche attive del lavoro, cambia paradigma rispetto a un passato nel quale veniva preservato il reddito ma non il lavoro. Gli ammortizzatori sociali come la cassa integrazione tenevano in vita un legame fittizio tra lavoratori senza lavoro e imprese decotte, sopravvissute soltanto nei faldoni di qualche curatore fallimentare, come pretesto per erogare un reddito, senza alcuna prospettiva per il futuro. Con la riforma – e in particolare con le scelte politiche che diventano fino in fondo operative, come l’introduzione del reddito di inclusione – si riconosce un sostegno al reddito delle persone che corrono il rischio di scivolare nella povertà ma lo si associa a strumenti e allo sforzo per entrare o tornare nel mondo del lavoro.

Quindi: un sì convinto per una riforma che riduce i costi della politica e migliora le potenzialità dell’intervento del Governo nel campo della crescita economica. Eppure confesso che questo giudizio nasce da un pregiudizio positivo nei confronti dell’azione del governo (alla quale, nel mio piccolo, dalla trincea operativa dell’amministrazione pubblica, cerco di dare un contributo). Immagino che se mi fossi trovato in una diversa condizione avrei potuto maturare un pregiudizio diverso e di conseguenza la lettura della riforma avrebbe potuto condurmi a conclusioni diverse*.

Per questo non biasimo nessuno dei miei amici che votano “no”, così come non ho nulla contro tutti coloro che voteranno diversamente da me. Il comportamento di voto nasce del resto sempre così: l’identificazione in un soggetto individuale o collettivo, la sensazione di affinità con un leader, la fiducia in un opinion maker al quale delegare il compito di capire e segnalare cosa sia giusto fare. Il caso ha – come in tutte le vicende della vita – un suo ruolo. È l’insostenibile leggerezza dell’essere, che può essere letta anche come il valore immenso della sequenza di coincidenze che ci colloca qui e ora. E a questo valore deve corrispondere il senso di responsabilità per le proprie azioni.

Voto sì quindi anche perché credo che l’azione dell’esecutivo in questi mille giorni stia smontando i tantissimi congegni culturali e giuridici che hanno imbrigliato la libertà di pensiero e di azione degli italiani. 

Comunque vada, lunedì il sole sorgerà ancora. Se vince il “no” sarà difficile pensare a un qualunque obiettivo che contempli un serio cambiamento del Paese. Se vince il “sì” ci sarà molto da fare per dare attuazione ai principi cui si ispira la riforma ma la nostra comunità nazionale riceverà una straordinaria spinta verso l’innovazione perché tutti sapremo che cambiare si può.

Un po’ diriferimenti:

(*) O qualcuno si illude che ciascun elettore maturi un convincimento basato razionalmente su di una disamina oggettiva di tutti i pro e i contro?

Vediamo un po’ cosa ha detto @realdonaldtrump nella #ElectionNight

Un’analisi a caldo del #victoryspeech del nuovo @POTUS (lo specifico per mia mamma nel caso leggesse il blog: President Of The United States), per quello che valgono i discorsi della vittoria.

621683324-0

Innanzitutto fa una cosa che si direbbe ovvia, ma che date le premesse non doveva essere data per scontata: fa i complimenti all’avversaria e rassicura i suoi elettori.

Hillary has worked very long and very hard over a long period of time, and we owe her a major debt of gratitude for her service to our country.

Poi rassicura l’opinione pubblica mondiale: pare che in politica estera sia animato da intenti pacifici.

[…] we will get along with all other nations, willing to get along with us. We will have great relationships.

Sul piano dell’analisi politica: sfodera la retorica del movimento, in implicita opposizione alla “forma partito”, una retorica post-ideologica nel senso di trasversale, ed esalta “la gente”:

As I’ve said from the beginning, ours was not a campaign but rather an incredible and great movement, made up of millions of hard-working men and women who love their country and want a better, brighter future for themselves and for their family. It is a movement comprised of Americans from all races, religions, backgrounds and beliefs, who want and expect our government to serve the people, and serve the people it will.

E sul piano psicologico ribadisce il cuore del suo messaggio: la promessa ai dimenticati (i perdenti nel grande gioco umano ed economico della globalizzazione, a mio avviso) di potersi riscattare, realizzare. Dopotutto è la stessa leva usata per ObamaForAmerica (la campagna del 2008): la speranza (hope).

Every single American will have the opportunity to realize his or her fullest potential. The forgotten men and women of our country will be forgotten no longer.

Soprattutto ricorda una cosa molto semplice: l’utilitarismo dell’uomo della strada, che non ha prospettive di lungo termine ma piuttosto il problema di sbarcare il lunario, bread and butter da mettere in tavola. Chiamiamolo self-interest. E aspettiamoci politiche protezionistiche.

I want to tell the world community that while we will always put America’s interests first, we will deal fairly with everyone, with everyone.

Il pacchetto individualista si chiude con il richiamo alla sicurezza, che assume l’aspetto dell’uomo forte, incarnazione del principio law and order, quel Rudy Giuliani fautore della controversa politica della tolleranza zero che – a torto o a ragione – si ritiene avrebbe contributo a fare di New York City una città vivibile.

I want to give a very special thanks to our former mayor, Rudy Giuliani. He’s unbelievable. Unbelievable. He traveled with us and he went through meetings, and Rudy never changes. Where is Rudy. Where is he?

E infatti il riferimento al law enforcement e alla polizia di NYC è esplicito:

And law enforcement in New York City, they’re here tonight. These are spectacular people, sometimes under appreciated unfortunately, we we appreciate them.

(chiedete ai romani se non vorrebbero vedere un po’ di law enforcement per le strade della capitale).

Non manca l’economia, con l’impegno di realizzare un piano che ha molto sapore keynesiano. Perché la destra “à la Trump” non è necessariamente liberista e spende volentieri i soldi pubblici:

We have a great economic plan. We will double our growth and have the strongest economy anywhere in the world. […]

We are going to fix our inner cities and rebuild our highways, bridges, tunnels, airports, schools, hospitals. We’re going to rebuild our infrastructure, which will become, by the way, second to none, and we will put millions of our people to work as we rebuild it.

Il transcript del discorso si può trovare su vox.com, qui.

Rassegnati De Bellis: stavolta vinciamo

Da un’intervista a Mentana sul Fatto Quotidiano di oggi:

Intervistatore: C’è una variabile che può condizionare palazzo Chigi: l’economica.

Mentana: Dico una cosa impopolare: la macchina Italia sta ingranando. Ci sono le cicatrici, ma sta ingranando. Renzi ha accumulato un forte vantaggio e non ha pagato una serie di errori. Alcuni esempi: la riforma Rai s’è conclusa con una presa del potere vecchia maniera; la riforma della scuola, che è riuscita a scontentare pure i precari assunti.

Quando definisce “impopolare” il fatto che l’Italia ha (finalmente) ripreso a crescere, Mentana parla di quegli avidi consumatori del genere “piove governo ladro” in modo illuminante: c’è una parte di (e)lettori che si sente rassicurata dalle cattive notizie. Una trappola psicologica. L’aveva raccontata molto bene Roberto Andò nel suo film Viva la libertà (tratto dal romanzo Il trono vuoto di cui lo stesso regista è autore) nel passaggio in cui il protagonista (il gemello psicopatico del segretario del partito di sinistra a cui si sostituisce per celarne la scomparsa) dice a un dirigente del suo stesso partito: 

Rassegnati De Bellis: stavolta vinciamo

E se gli dici che il prodotto interno lordo lordo del Paese stimato in crescita quest’anno dello 0,7% sul 2014 ha già raggiunto questo livello e quindi che alla fine dell’anno potremmo registrare un dato migliore delle previsioni, ti rispondono che a. non è vero o che b. se è vero non è merito del Governo.

Figurarsi se gli venisse detto che per la prima volta da non si sa quando il Governo ha fatto stime affidabili che non vengono smentite dai fatti, che grazie a una programmazione avveduta non sono necessarie manovrine di fine anno, che la reputazione italiana all’estero cresce costantemente anche grazie a una gestione oculata della finanze pubbliche… quelli aspettano la prossima bomba d’acqua per poter esultare: piove, governo ladro!

#prideandprejudice Perché e nata, come funziona, quali sono le difficoltà

Martedì scorso dal Ministero dell’Economia e delle Finanze abbiamo lanciato una campagna alla quale abbiamo dato nome pride and prejudice (con l’hashtag #prideandprejudice).

IMG_0909-0.PNG
Contro il pregiudizio che impera all’estero nei confronti dell’Italia, e per suscitare un po’ di sano orgoglio nazionale, abbiamo programmato la pubblicazione quotidiana da martedì a domenica di un dato economico utile a rappresentare una Italia diversa da quella che viene normalmente raccontata dai media, soprattutto internazionali. Sei dati per spiegare che l’Italia sa tenere i conti in ordine attraverso una lunga serie storica di bilanci chiusi con avanzo primario, che negli ultimi anni è riuscita a rispettare la soglia del 3% nel rapporto tra deficit nominale e PIL, e quindi che ha contenuto la crescita del debito pubblico molto più di altri paesi, tanto da vedersi riconoscere dalla Commissione europea il più basso grado di rischio per le finanze pubbliche, che ha aiutato a salvare altri paesi europei in crisi versando 60 miliardi di euro ai fondi “salva-stati” e infine che dispone di un sistema bancario solido per il quale sono stati forniti aiuti in misura quasi inesistente rispetto alla Germania o al Regno Unito.

Ogni giorno pubblichiamo su Twitter (dal profilo istituzionale @MEF_GOV) una infografica che sintetizza i dati in modo facilmente leggibile. Associamo il link alla pagina del sito in cui pubblichiamo l’infografica accompagnata da una spiegazione. E in una sezione del sito pubblichiamo via via tutti i dati giornalieri, in qualche caso anche con approfondimenti, in modo che sia possibile rintracciarli tutti insieme.

E’ un’operazione controversa, perché ogni dato economico deve essere letto e interpretato in un contesto che aiuti a valutarne la portata. E anche in un contesto adeguato le implicazioni non sono scontate, e le conclusioni che ne traggono gli economisti non sono univoche.

Per esempio: noi pubblichiamo la serie dei saldi primari di bilancio (cioè la differenza tra entrate e uscite al netto del pagamento degli interessi sul debito pubblico) dal 1995 al 2014. Lo facciamo per dimostrare che l’Italia è l’unica delle grandi economie europee a poter vantare una serie di 20 anni di saldi positivi, ovvero di avanzo primario (con la sola eccezione del 2009). Riteniamo che sia utile per ricordare che sappiamo tenere i conti sotto controllo (non spendiamo più ricchezza di quella che produciamo) e che il debito pubblico lievita a causa degli interessi e della bassa crescita economica piuttosto che per un azzardo morale. Altri usano questo dato a sostegno della propria tesi secondo cui le politiche di avanzo andrebbero riviste, con deficit più ampi per poter disporre di risorse da utilizzare – per esempio – per investimenti.

Non parliamo poi del fatto di usare Twitter: per alcuni un sacrilegio, per noi un modo per disseminare queste informazioni tra un pubblico curioso, informato o professionalmente coinvolto.
L’evidenza che abbiamo dopo pochi giorni di questo primo flight di campagna è che di dati positivi c’è bisogno per rinforzare un clima di fiducia indispensabile all’economia: persone di estrazione sociale e interessi diversi le rilanciano e le salutano a volte con entusiasmo. 

Le prestazioni psicologiche di una comunità hanno conseguenza reali sui duri numeri dell’economia, ha spiegato Keynes. La sfida è di fare informazione positiva senza strumentalizzare i dati né piegarli ai propri fini.