comunicazione è relazione

il blog di Roberto Basso sulla comunicazione di pubblica utilità e varia umanità

La rivoluzione non (ancora) interrotta di @matteorenzi @paologentiloni @pcpadoan & C.

Per chi lavora dentro le istituzioni la rassegna dei commenti e degli editoriali risulta certe mattine sconcertante. Nelle ultime settimane si susseguono scritti che esprimono perplessità per la propensione a riavvolgere il nastro e tornare indietro sul cammino delle riforme compiuto in questi anni. Effettivamente i tentativi di cancellare i progressi compiuti per modernizzare il Paese sono all’ordine del giorno come se l’esito referendario di dicembre avesse liberato gli spiriti conservatori e reazionari ben radicati in tutte le aree sociali.
Accanto a questi commenti perplessi ci sono dettagliate inchieste che mostrano stupore per cose che non dovrebbero stupire: come la permanenze delle Province (per cancellarle non basta una legge ordinaria e la riforma costituzionale ne contemplava l’abolizione; il no al referendum ci lascia intonse le Province). E per ultime stanno arrivando dotte analisi politologiche preoccupate che gli scenari post-elettorali condannino la comunità nazionale all’ingovernabilità, dato che non si vede come si possa formare una maggioranza – quale che ne sia il colore politico – in grado di governare. Anche in questo caso siamo nel campo degli scenari facilmente prefigurabili nell’ipotesi di una interruzione del cammino di modernizzazione intrapreso qualche anno fa.

La domanda sorge spontanea: ma non è che la critica feroce all’esecutivo negli ultimi tre anni ha sottovalutato le condizioni in cui questo si è mosso? Non è che i commentatori hanno concentrato la propria attenzione su singole questioni perdendo di vista la direzione complessiva verso la quale l’azione dell’esecutivo stava spingendo la comunità nazionale?

Vista da dentro, risulta evidente la spinta all’innovazione generata dal governo Renzi – ma in un linguaggio più specificamente politico potremmo dire che il governo ha mostrato un impulso riformista sconosciuto, se non – forse – in epoche storiche rintracciabili all’inizio del secolo scorso. Siccome non è il caso di fare qui elenchi, può essere utile rimandare alla corposa e puntuale documentazione del Tesoro, che aggiorna costantemente un cronoprogramma molto dettagliato.

Di tutto questo lavoro c’è però – a mio avviso – un segno preciso, inciso profondamente nel lavoro di questi anni: riguarda la cultura d’impresa e il lavoro. L’Italia è ancora profondamente segnata da una cultura arcaica che oppone padroni e lavoratori e ignora i fenomeni di ri-articolazione del rapporto tra capitale e lavoro e la ricomposizione della frattura maturata nelle piccole imprese e nei mestieri della conoscenza. E’ una ricomposizione innanzitutto cognitiva, dovuta alla possibilità di attribuire senso e finalità al lavoro individuale e di ridurre gli spazi di alienazione. La conseguenza: gli spazi di conflitto potenziale si sono trasformati in ambiti di cooperazione. (Questa evoluzione si accompagna alla nascita di nuove occupazioni dove l’alienazione aumenta anziché diminuire, ovviamente, ma la novità non può essere affrontata come se il telefono di un call center fosse il tornio di Gian Maria Volontè in “La classe operaia va in paradiso”). 

L’esecutivo – con gli atti formali e con i comportamenti – ha affermato con determinazione che l’impresa è un formidabile motore della società: crea occupazione, genera innovazione, amplia l’offerta di servizi e prodotti in grado di migliorare la qualità della vita.

Un segnale come questo offerto da una forza politica di sinistra è radicale, è rivoluzionario. Molto più che se fosse venuto da uno schieramento di destra – che peraltro difficilmente avrebbe accompagnato questo segnale con l’attenzione ai diritti concreti dei lavoratori e più in generale dei cittadini messa in campo in questi anni. Ovviamente questo segnale è stato interpretato dai conservatori di sinistra come la prova provata che il governo Renzi era “di destra”, ma questo atteggiamento fa parte della propensione dei conservatori a negare che il mondo evolva (a chi si scandalizzasse per l’uso dell’espressione “conservatori di sinistra” consiglio di rileggere il classico “Destra e sinistra” di Norberto Bobbio).

Si tratta invece di un cambiamento cruciale. Accompagnato concretamente da misure legislative predisposte dal Ministero dell’economia e delle finanze e dal Ministero per lo sviluppo economico (ma se ne trova traccia anche negli interventi del Ministero della giustizia e del Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione). Una rivoluzione non (ancora) interrotta perché l’esecutivo attuale sta operando in continuità con il precedente: il miglioramento delle condizioni di contesto aumenta la capacità del paese di attrarre investitori dall’estero e di sollecitare gli investimenti interni e quindi di creare occupazione. Occupazione che mostra il segno più in diverse dimensioni: più numerosa (+624mila occupati da marzo 2013 a gennaio 2017) e più stabile (il numero di lavoratori con contratto a tempo determinato è cresciuto nello stesso periodo di 624mila unità – l’aumento dei contratti a termine è compensato dalla diminuzione dei lavoratori indipendenti).

L’impegno riformista dell’esecutivo non è scemato con l’avvicendamento tra Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Al contrario, il Programma Nazionale di Riforma che verrà presto presentato nel Documento di Economia e Finanza sarà ambizioso e rilancerà l’impulso al cambiamento e alla modernizzazione del quale abbiamo uno straordinario bisogno. A cominciare dai più deboli.

PS: Qualcuno potrebbe concludere che gli esecutivi Renzi e Gentiloni e la politica economica del ministro Padoan sono di segno semplicemente liberista, ovvero di destra. Si sbaglierebbe. Esistono una politica di sinistra e una di destra, certo. Ma se vogliamo evitare che il dibattito si svolga da posizioni contrapposte sui bastioni dell’ideologia sarà meglio volgere lo sguardo alla nostra Costituzione. E in particolare all’articolo 3. Un governo che rispetti i principi di solidarietà sociale – di ispirazione cristiana e socialista che convivono nella nostra Costituzione – accompagnerà l’ampliamento dello spazio creativo dell’impresa (un convincimento di ispirazione liberale) con il rafforzamento di servizi sociali capaci di diminuire il divario delle opportunità tra cittadini classificabili in ceti diversi. Si tratta di garantire la sicurezza, la salute, l’istruzione (il recente studio dell’OCSE giudica il sistema educativo italiano come il migliore per la capacità di ridurre la disuguaglianza nelle condizioni di partenza). Ma anche la riduzione delle differenze tra i territori in termini di opportunità di connessione attraverso infrastrutture di trasporto materiali (persone e merci) e immateriali (informazioni). Tutte aree sulle quali i due esecutivi in questi tre anni si impegnati a fondo allocando risorse e avviando progetti (si guardi per esempio il progetto sulle aree interne).

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Al #referendum di domenica voterò “sì”

Non sono un esperto costituzionalista e del resto agli elettori non si chiede questa competenza. Però mi sono fatto un’idea della riforma in generale e di alcuni punti in particolare. 


Sul piano generale, direi culturale, la riforma è un cambiamento con lo scopo dichiarato di rendere il Paese più semplice e più veloce. Cambiamento, semplicità, velocità: non c’è dubbio che siano obiettivi da perseguire in Italia più che altrove. Si può discutere se questa riforma consegua gli obiettivi dichiarati. E il giudizio è oggettivamente difficile, dato che anche gli “esperti” si dividono tra no e sì. 

Sul piano specifico mi sembra però incontrovertibile che oggi ci sono due camere parlamentari che danno la fiducia al Governo, mentre la riforma riserva questa prerogativa alla sola Camera dei Deputati. Mi sembra altrettanto indiscutibile che oggi ci sono 315 senatori che godono di indennità, rimborsi e altre forme di reddito a valere sulle casse pubbliche, mentre la riforma riduce il numero dei senatori a cento, ai quali non viene riconosciuta alcuna indennità. Questi cento senatori probabilmente dovranno ricevere qualche rimborso spese ma il costo per lo Stato sarà sensibilmente più basso rispetto agli attuali 315, dato che le indennità saranno cancellate, così come le spese per gli assistenti, mentre le spese di rimborso saranno molto ridotte e le spese di funzionamento del Senato dovranno essere adeguate alla minore intensità e al minor numero di senatori.

Ma l’aspetto della riforma che più mi convince è l’intervento sulla distinzione di competenze tra Regioni e Stato. È un aspetto della riforma importante sul piano economico, non tanto e non solo per i risparmi che produce ma perché restituisce al Governo le chiavi per mettere in moto la macchina della crescita economica. Il Governo potrà così finalmente varare una politica nazionale per il turismo: che spreco per un paese ricco di un patrimonio ineguagliabile come il nostro non poter promuovere in modo organico e con una strategia complessiva il territorio nazionale. La competenza esclusiva allo Stato restituirà al Governo questa possibilità. Lo stesso discorso vale per le infrastrutture: la competenza esclusiva consentirà al Governo di mettere in campo un piano nazionale per le infrastrutture strategiche, evitare la competizione inefficiente tra le Regioni, massimizzare le opportunità suddividendole tra i territori e concentrando su ciascuna le necessarie risorse finanziarie.

Tra gli effetti della riforma del Titolo V della Parte Seconda della Costituzione merita un posto speciale il passaggio allo Stato della competenza sulle politiche attive del lavoro. La nostra Costituzione poggia sul pilastro del bellissimo articolo 1: 

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro

L’interpretazione che io do dell’articolo 1 è questa: in Italia non contano il censo, il genere, la religione, l’orientamento sessuale, l’origine sociale perché il lavoro dà a ciascuno pari dignità. Mi sembra poetico e potente al tempo stesso. Però questo riconoscimento non individua strumenti per la realizzazione di questa condizione di dignità. Ebbene, il nuovo articolo 117 inserisce le politiche attive del lavoro nella Costituzione e impegna i governi ad adottarle per promuovere l’occupazione. L’evoluzione di questi anni, inclusa la riforma del mercato del lavoro e in particolare la componente che riguarda proprio le politiche attive del lavoro, cambia paradigma rispetto a un passato nel quale veniva preservato il reddito ma non il lavoro. Gli ammortizzatori sociali come la cassa integrazione tenevano in vita un legame fittizio tra lavoratori senza lavoro e imprese decotte, sopravvissute soltanto nei faldoni di qualche curatore fallimentare, come pretesto per erogare un reddito, senza alcuna prospettiva per il futuro. Con la riforma – e in particolare con le scelte politiche che diventano fino in fondo operative, come l’introduzione del reddito di inclusione – si riconosce un sostegno al reddito delle persone che corrono il rischio di scivolare nella povertà ma lo si associa a strumenti e allo sforzo per entrare o tornare nel mondo del lavoro.

Quindi: un sì convinto per una riforma che riduce i costi della politica e migliora le potenzialità dell’intervento del Governo nel campo della crescita economica. Eppure confesso che questo giudizio nasce da un pregiudizio positivo nei confronti dell’azione del governo (alla quale, nel mio piccolo, dalla trincea operativa dell’amministrazione pubblica, cerco di dare un contributo). Immagino che se mi fossi trovato in una diversa condizione avrei potuto maturare un pregiudizio diverso e di conseguenza la lettura della riforma avrebbe potuto condurmi a conclusioni diverse*.

Per questo non biasimo nessuno dei miei amici che votano “no”, così come non ho nulla contro tutti coloro che voteranno diversamente da me. Il comportamento di voto nasce del resto sempre così: l’identificazione in un soggetto individuale o collettivo, la sensazione di affinità con un leader, la fiducia in un opinion maker al quale delegare il compito di capire e segnalare cosa sia giusto fare. Il caso ha – come in tutte le vicende della vita – un suo ruolo. È l’insostenibile leggerezza dell’essere, che può essere letta anche come il valore immenso della sequenza di coincidenze che ci colloca qui e ora. E a questo valore deve corrispondere il senso di responsabilità per le proprie azioni.

Voto sì quindi anche perché credo che l’azione dell’esecutivo in questi mille giorni stia smontando i tantissimi congegni culturali e giuridici che hanno imbrigliato la libertà di pensiero e di azione degli italiani. 

Comunque vada, lunedì il sole sorgerà ancora. Se vince il “no” sarà difficile pensare a un qualunque obiettivo che contempli un serio cambiamento del Paese. Se vince il “sì” ci sarà molto da fare per dare attuazione ai principi cui si ispira la riforma ma la nostra comunità nazionale riceverà una straordinaria spinta verso l’innovazione perché tutti sapremo che cambiare si può.

Un po’ diriferimenti:

(*) O qualcuno si illude che ciascun elettore maturi un convincimento basato razionalmente su di una disamina oggettiva di tutti i pro e i contro?

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Vediamo un po’ cosa ha detto @realdonaldtrump nella #ElectionNight

Un’analisi a caldo del #victoryspeech del nuovo @POTUS (lo specifico per mia mamma nel caso leggesse il blog: President Of The United States), per quello che valgono i discorsi della vittoria.

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Innanzitutto fa una cosa che si direbbe ovvia, ma che date le premesse non doveva essere data per scontata: fa i complimenti all’avversaria e rassicura i suoi elettori.

Hillary has worked very long and very hard over a long period of time, and we owe her a major debt of gratitude for her service to our country.

Poi rassicura l’opinione pubblica mondiale: pare che in politica estera sia animato da intenti pacifici.

[…] we will get along with all other nations, willing to get along with us. We will have great relationships.

Sul piano dell’analisi politica: sfodera la retorica del movimento, in implicita opposizione alla “forma partito”, una retorica post-ideologica nel senso di trasversale, ed esalta “la gente”:

As I’ve said from the beginning, ours was not a campaign but rather an incredible and great movement, made up of millions of hard-working men and women who love their country and want a better, brighter future for themselves and for their family. It is a movement comprised of Americans from all races, religions, backgrounds and beliefs, who want and expect our government to serve the people, and serve the people it will.

E sul piano psicologico ribadisce il cuore del suo messaggio: la promessa ai dimenticati (i perdenti nel grande gioco umano ed economico della globalizzazione, a mio avviso) di potersi riscattare, realizzare. Dopotutto è la stessa leva usata per ObamaForAmerica (la campagna del 2008): la speranza (hope).

Every single American will have the opportunity to realize his or her fullest potential. The forgotten men and women of our country will be forgotten no longer.

Soprattutto ricorda una cosa molto semplice: l’utilitarismo dell’uomo della strada, che non ha prospettive di lungo termine ma piuttosto il problema di sbarcare il lunario, bread and butter da mettere in tavola. Chiamiamolo self-interest. E aspettiamoci politiche protezionistiche.

I want to tell the world community that while we will always put America’s interests first, we will deal fairly with everyone, with everyone.

Il pacchetto individualista si chiude con il richiamo alla sicurezza, che assume l’aspetto dell’uomo forte, incarnazione del principio law and order, quel Rudy Giuliani fautore della controversa politica della tolleranza zero che – a torto o a ragione – si ritiene avrebbe contributo a fare di New York City una città vivibile.

I want to give a very special thanks to our former mayor, Rudy Giuliani. He’s unbelievable. Unbelievable. He traveled with us and he went through meetings, and Rudy never changes. Where is Rudy. Where is he?

E infatti il riferimento al law enforcement e alla polizia di NYC è esplicito:

And law enforcement in New York City, they’re here tonight. These are spectacular people, sometimes under appreciated unfortunately, we we appreciate them.

(chiedete ai romani se non vorrebbero vedere un po’ di law enforcement per le strade della capitale).

Non manca l’economia, con l’impegno di realizzare un piano che ha molto sapore keynesiano. Perché la destra “à la Trump” non è necessariamente liberista e spende volentieri i soldi pubblici:

We have a great economic plan. We will double our growth and have the strongest economy anywhere in the world. […]

We are going to fix our inner cities and rebuild our highways, bridges, tunnels, airports, schools, hospitals. We’re going to rebuild our infrastructure, which will become, by the way, second to none, and we will put millions of our people to work as we rebuild it.

Il transcript del discorso si può trovare su vox.com, qui.

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Rassegnati De Bellis: stavolta vinciamo

Da un’intervista a Mentana sul Fatto Quotidiano di oggi:

Intervistatore: C’è una variabile che può condizionare palazzo Chigi: l’economica.

Mentana: Dico una cosa impopolare: la macchina Italia sta ingranando. Ci sono le cicatrici, ma sta ingranando. Renzi ha accumulato un forte vantaggio e non ha pagato una serie di errori. Alcuni esempi: la riforma Rai s’è conclusa con una presa del potere vecchia maniera; la riforma della scuola, che è riuscita a scontentare pure i precari assunti.

Quando definisce “impopolare” il fatto che l’Italia ha (finalmente) ripreso a crescere, Mentana parla di quegli avidi consumatori del genere “piove governo ladro” in modo illuminante: c’è una parte di (e)lettori che si sente rassicurata dalle cattive notizie. Una trappola psicologica. L’aveva raccontata molto bene Roberto Andò nel suo film Viva la libertà (tratto dal romanzo Il trono vuoto di cui lo stesso regista è autore) nel passaggio in cui il protagonista (il gemello psicopatico del segretario del partito di sinistra a cui si sostituisce per celarne la scomparsa) dice a un dirigente del suo stesso partito: 

Rassegnati De Bellis: stavolta vinciamo

E se gli dici che il prodotto interno lordo lordo del Paese stimato in crescita quest’anno dello 0,7% sul 2014 ha già raggiunto questo livello e quindi che alla fine dell’anno potremmo registrare un dato migliore delle previsioni, ti rispondono che a. non è vero o che b. se è vero non è merito del Governo.

Figurarsi se gli venisse detto che per la prima volta da non si sa quando il Governo ha fatto stime affidabili che non vengono smentite dai fatti, che grazie a una programmazione avveduta non sono necessarie manovrine di fine anno, che la reputazione italiana all’estero cresce costantemente anche grazie a una gestione oculata della finanze pubbliche… quelli aspettano la prossima bomba d’acqua per poter esultare: piove, governo ladro!

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#prideandprejudice Perché e nata, come funziona, quali sono le difficoltà

Martedì scorso dal Ministero dell’Economia e delle Finanze abbiamo lanciato una campagna alla quale abbiamo dato nome pride and prejudice (con l’hashtag #prideandprejudice).

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Contro il pregiudizio che impera all’estero nei confronti dell’Italia, e per suscitare un po’ di sano orgoglio nazionale, abbiamo programmato la pubblicazione quotidiana da martedì a domenica di un dato economico utile a rappresentare una Italia diversa da quella che viene normalmente raccontata dai media, soprattutto internazionali. Sei dati per spiegare che l’Italia sa tenere i conti in ordine attraverso una lunga serie storica di bilanci chiusi con avanzo primario, che negli ultimi anni è riuscita a rispettare la soglia del 3% nel rapporto tra deficit nominale e PIL, e quindi che ha contenuto la crescita del debito pubblico molto più di altri paesi, tanto da vedersi riconoscere dalla Commissione europea il più basso grado di rischio per le finanze pubbliche, che ha aiutato a salvare altri paesi europei in crisi versando 60 miliardi di euro ai fondi “salva-stati” e infine che dispone di un sistema bancario solido per il quale sono stati forniti aiuti in misura quasi inesistente rispetto alla Germania o al Regno Unito.

Ogni giorno pubblichiamo su Twitter (dal profilo istituzionale @MEF_GOV) una infografica che sintetizza i dati in modo facilmente leggibile. Associamo il link alla pagina del sito in cui pubblichiamo l’infografica accompagnata da una spiegazione. E in una sezione del sito pubblichiamo via via tutti i dati giornalieri, in qualche caso anche con approfondimenti, in modo che sia possibile rintracciarli tutti insieme.

E’ un’operazione controversa, perché ogni dato economico deve essere letto e interpretato in un contesto che aiuti a valutarne la portata. E anche in un contesto adeguato le implicazioni non sono scontate, e le conclusioni che ne traggono gli economisti non sono univoche.

Per esempio: noi pubblichiamo la serie dei saldi primari di bilancio (cioè la differenza tra entrate e uscite al netto del pagamento degli interessi sul debito pubblico) dal 1995 al 2014. Lo facciamo per dimostrare che l’Italia è l’unica delle grandi economie europee a poter vantare una serie di 20 anni di saldi positivi, ovvero di avanzo primario (con la sola eccezione del 2009). Riteniamo che sia utile per ricordare che sappiamo tenere i conti sotto controllo (non spendiamo più ricchezza di quella che produciamo) e che il debito pubblico lievita a causa degli interessi e della bassa crescita economica piuttosto che per un azzardo morale. Altri usano questo dato a sostegno della propria tesi secondo cui le politiche di avanzo andrebbero riviste, con deficit più ampi per poter disporre di risorse da utilizzare – per esempio – per investimenti.

Non parliamo poi del fatto di usare Twitter: per alcuni un sacrilegio, per noi un modo per disseminare queste informazioni tra un pubblico curioso, informato o professionalmente coinvolto.
L’evidenza che abbiamo dopo pochi giorni di questo primo flight di campagna è che di dati positivi c’è bisogno per rinforzare un clima di fiducia indispensabile all’economia: persone di estrazione sociale e interessi diversi le rilanciano e le salutano a volte con entusiasmo. 

Le prestazioni psicologiche di una comunità hanno conseguenza reali sui duri numeri dell’economia, ha spiegato Keynes. La sfida è di fare informazione positiva senza strumentalizzare i dati né piegarli ai propri fini.

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Questa sinistra

Se la frontiera della sinistra è l’uguaglianza (e non l’egualitarismo) questa è uguaglianza nelle condizioni di accesso ai beni materiali e immateriali del mondo contemporaneo, nella titolarità dei diritti civili, nella distribuzione delle opportunità sociali. È quindi uguaglianza che non ignora le diversità e non mortifica le eccellenze ma valorizza il merito, l’impegno e il talento.
Questa sinistra dunque riconosce la strumentazione sociale che il progresso civile ha messo a disposizione della comunità globale per conseguire l’uguaglianza: le istituzioni democratiche, le competenze sociali e tecnologiche, i mercati come meccanismi aperti per la valorizzazione delle eccellenze.
In questa cornice l’agire politico ha un primato sugli altri ambiti dell’agire sociale, a cominciare dall’economia. Come ci confermano Daron Acemoglu e James Robinson, soltanto istituzioni economiche aperte possono garantire uguaglianza nelle condizioni in cui gli individui si confrontano, cooperano e competono; a loro volta queste possono essere realizzate soltanto in presenza di istituzioni politiche aperte. L’agire politico di sinistra, le politiche di sinistra, quindi, questo devono perseguire: l’apertura delle istituzioni, ovvero la rimozione degli ostacoli alla libera circolazione e al franco confronto tra le idee e le persone, garantendo a quelli che nascono deboli le stesse condizioni di quelli che nascono forti.

Su Bobbio in questo blog
Renzi: prefazione alla nuova edizione di Destra e sinistra di Bobbio
Destra e sinistra, norberto bobbio

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Claudio Cerasa e il leader carismatico nel PD ai tempi di Matteo Renzi

Bravo come sempre Claudio Cerasa sul Foglio di ieri: il problema nel rapporto tra Matteo Renzi e la base del Partito democratico non è se le sue proposte siano di destra o sinistra, ma nella natura stessa del rapporto, cioè la concezione del ruolo del leader, il senso della leadership, la relazione tra leader e militanti.

Lo stile di leadership di Matteo Renzi è analogo a quello di Silvio Berlusconi e Beppe Grillo. Aggiungerei “di Benito Mussolini” se non temessi che verrebbe considerato offensivo. Ma non c’è nessuna volontà d’offesa. Piuttosto il riconoscimento che si tratta di leader capaci di fare leva sulla “emotività delle masse” (niente di nuovo, cito Max Weber, roba vecchia di un secolo). E quindi orientati a disintermediare qualsiasi soggetto collettivo (incluso il loro partito) per affascinare direttamente l’elettorato, il popolo, la “gente”.

Roberto Michels, teorico della legge ferrea dell’oligarchia dei partiti, socialista, democratico, ebbe a sostenere che la vera democrazia non coincide con il suffragio universale quanto piuttosto con la presenza di un leader (“dittatore democratico”) capace di mettersi in sintonia con l’opinione pubblica e di fornire l’interpretazione autentica dell’opinione popolare, dei bisogni e delle attese delle masse (dalle lezioni al corso di Scienze Politiche dell’Università di Roma tenute nel 1926). E su questa base ebbe una infatuazione politica per Mussolini.

Ecco, Matteo Renzi sarebbe un leader di questo tipo, capace di mettersi in sintonia con l’opinione pubblica. In altre parole avrebbe quella capacità di “parlare alla pancia della gente” che i leader di sinistra hanno perso da anni, come dimostra la composizione dell’elettorato delle diverse formazioni politiche (con i ceti più deboli che si sono spostati verso la Lega e Berlusconi). Peccato che gli elettori di sinistra abbiano qualche sospetto sull’ipotesi che una singola persona si possa fare garante della “autenticità” dell’interpretazione della volontà popolare.

Ha quindi ragione Lapo Pistelli, citato da Cerasa: per la prima volta la sinistra sta facendo i conti con il complesso del tiranno. Ma non è un conto che si fa su due piedi, perché non è scontato che la soluzione al disastro della democrazia rappresentativa di questi anni sia il dittatore democratico, o illuminato. Ben venga il capo carismatico Renzi, c’è bisogno di entusiasmo e della sua capacità di allargare il fronte del consenso. Ma per governare c’è anche bisogno di un partito. Democratico. È faticoso, certo. Ma la democrazia non si esaurisce con il voto. È una conquista che va rinnovata ogni giorno.

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Veltroni, Barca, Renzi e noi domani

In apertura del suo ultimo volume, in libreria da ieri (E se noi domani, Rizzoli, €12,00), Walter Veltroni dichiara che non si tratta di un manifesto né di un programma, e minimizza riconducendolo alla forma del pamphlet. Ma non è proprio così. Perché è un manifesto con una parola in testa: “cambiamento”. E perché contiene precise indicazioni su alcune scelte da fare, per esempio in campo istituzionale.

Il cambiamento come obiettivo e ragion d’essere della sinistra: aspirazione a un mondo nuovo, alla giustizia sociale, alla creazione di pari opportunità per tutti i cittadini a prescindere dalla condizioni di partenza. Una sinistra quindi finalmente rivendicata in quanto tale, per la quale respinge risolutamente l’aggettivazione “moderata” e al contrario reclama quella di “radicale” – anche se in un capitolo rievoca una sua passata affermazione secondo la quale il centrosinistra sarebbe la nuova sinistra (?).

Lo stesso prodotto editoriale esprime molto bene questa focalizzazione sul cambiamento: l’incipit del risvolto di copertina è

“Non c’è sinistra senza cambiamento”

la citazione per l’apertura del libro è scelta da Roosvelt e attinge alla metafora della navigazione (cambiamento, apertura) contrapposta a quella dell’àncora (conservazione) e della deriva (mancanza di visione e obiettivi); la quarta di copertina cita il passaggio del testo dove si afferma che “sinistra e conservazione dovrebbero essere una contraddizione in termini”. Solo il titolo del libro tradisce l’autore con il solo scopo di accodarsi commercialmente a una lunga e trita tradizione di pamphlet politici e spesso pre-elettorali (soprattutto con il sottotitolo “L’Italia e la sinistra che vorrei”).

Che cosa ci dice il primo leader del PD con questo libro? Prima due cose non strettamente necessarie: per togliersi il classico macigno dalla scarpa e per rivendicare a sé risultati sottovalutati da altri. Innanzitutto accusa Bersani – senza citarlo, quasi riservandogli lo stesso trattamento scelto per “il leader del principale partito dello schieramento avverso” – della pessima gestione della campagna elettorale (un gol mancato a porta vuota) e ancor più per gli errori della fase successiva, alla fine dei quali non ha potuto far altro che allearsi con il nemico giurato; e poi D’Alema per aver guidato la retromarcia che avrebbe riportato il PD ad essere un partito pesante e chiuso. Quindi rivendica per se stesso intuizioni e visione, persino l’uso del mitico e sbertucciato “ma anche” (tirando le orecchie agli autori satirici ed evocando accanto a sé l’Obama del discorso al Cairo) nonché il miglior risultato elettorale della sinistra italiana. Ovviamente esprimendo al tempo stesso parole di stima personale per i suoi avversari politici interni, a partire da D’Alema.

Poi però illustra una visione e un programma. Innanzitutto ribadisce una idea di partito che sarebbe stata bistrattata e distorta dai suoi detrattori: un partito che rivendica di aver sempre concepito non come liquido ma come “strutturato a rete anziché a piramide”, aperto ai cittadini-elettori-non-iscritti, luogo di confronto dove a sfidarsi sono le idee e non le persone, un partito che serve a prendere decisioni. Sembra quasi il partito teorizzato da Fabrizio Barca. Che infatti l’autore cita, esattamente a metà del volume, annoverandolo tra i suoi amici di sempre, e ricordando le comuni battaglie ideali per un mondo migliore. Insomma, parlandone bene. Un po’ come fa con D’Alema. Salvo riferire che i “partiti forti” (qualunque cosa intenda Veltroni con questa definizione) che piacerebbero – a suo dire – all’ex ministro per la coesione territoriale non esistono più in nessuna parte del mondo.

Poi il programma di Veltroni si spinge dall’interno del partito all’esterno: alla società e alle istituzioni. Sul lavoro dice cose a mio avviso straordinarie: che la sinistra a lungo ha mancato di riconoscere che nel tessuto della piccola e media impresa spesso lavoratori e imprenditori costituiscono una comunità di destino, cita Adriano Olivetti e la sua visione della persona, propugna la presenza dei lavoratori nei consigli di amministrazione delle imprese come accade in Germania. Sul sistema istituzionale propone il semi-presidenzialismo sul modello della Quinta Repubblica francese come migliore compromesso tra rappresentanza e decisionismo (rammenta la marcia su Roma e la caduta della Repubblica di Weimar, e cita Calamandrei: “Le dittature sorgono non dai governi che governano e che durano, ma dalla impossibilità di governare dei governi democratici”). E per il sistema elettorale il collegio uninominale.

Esprime una visione nella quale alle tradizionali “libertà uguaglianza e fratellanza” sono affiancate 3 nuove parole d’ordine: responsabilità (diffusa), comunità (opposta all’egotismo, basata sull’identità fiduciosa nell’altro, che aiuta a unire, non a dividere), opportunità (da parificare per tutti a prescindere dalla nascita). Una rivoluzione democratica fondata sulla libertà intesa come autonomia e fiducia nelle persone.

La sensazione indubbiamente è che Veltroni soffi nella vela di Matteo Renzi, quasi proponendosi come un suo nobile predecessore, che ha perso una battaglia eppure vede nel rottamatore nuova linfa per riprendere la guerra. Forse ha ragione Claudio Cerasa sul foglio di ieri a sostenere che il discorso di Veltroni riguarda Renzi (“chiunque non voglia far morire il Pd […] deve impegnarsi in prima persona per combattere quel cortocircuito che […] ha portato l’Italia ad avere un sistema di ‘partiti deboli che partoriscono governi che non decidono nulla’”) o forse no, ma certo nel frame che ha caratterizzato l’ultima stagione del Pd il sindaco di Firenze ha presidiato proprio il vessillo del cambiamento.

Singolare invece il rapporto con il pensiero di Barca. Le enunciazioni di Veltroni sembrano coincidere in molti punti con le tesi avanzate nella sua memoria politica “Un nuovo partito per un buon governo”: l’apertura, la pratica del conflitto come mezzo per scardinare le posizioni di potere e le correnti, la cautela nell’utilizzo delle primarie e il fatto stesso che queste siano indicate come una forma di sperimentazione in democrazia, i distinguo a proposito del ruolo e dell’utilizzo della Rete, il collegamento tra partito e governo che decide, perfino alcuni riferimenti culturali come Perché le nazioni falliscono degli americani Acemoglu e Robinson e il lessico sulle classi dirigenti “estrattive”. Singolare che nonostante tutti questi punti di contatto Veltroni appiattisca la proposta di Barca invece su di un modello di partito forte che non esiste più. Ad altri lettori il compito di verificare quanto nel merito le due visioni di partito coincidano o divergano, quello che notiamo qui è che a differenza della pubblicazione veltroniana di un pamphlet, Barca si sta impegnando in prima persona in un percorso di “mobilitazione cognitiva”, durante il quale non va in giro per l’Italia a presentare un suo scritto ma a sperimentare rigorosamente forme di confronto democratico nei circoli del PD.

Ah, un’ultima domanda resta, chiuso il libro, direttamente per l’autore: Walter, ma allora dove hai sbagliato?

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@fabriziobarca al GR1

Fabrizio Barca ha commentato al GR1 delle 13:00 l’iniziativa politica lanciata con la sua memoria politica “Un partito nuovo per un buon governo“.

GR1 da 4:45 a 6:15

L’Italia ha bisogno di un buon governo ma lo cerca da una ventina di anni. Quel documento sostiene che per avere un governo buono bisogna modificare radicalmente la macchina dello stato. Questa riforma è dolorosa e difficile. Richiede contemporaneamente una forte riforma di tutti i partiti, e in particolare – questo è quello che a me interessa – del partito di sinistra, che divenga un luogo, la palestra dove le idee sul che fare vengono discusse fra i cittadini.

L’obiettivo è rinnovare il PD trasformandolo in una palestra dove non ci si riunisce e non si discute soltanto una volta ogni 5 anni quando si scelgono le persone ma si discute nei circoli, nei territorio dei problemi delle persone. Questo è di sinistra.

Il personalismo che caratterizza questa fase della vita italiana non aiuta. Mi auguro – questo è il mio auspicio – che attorno a questo documento, alle critiche che arriveranno, alle scoperte che si faranno, si possa aggregare una squadra di persone che dicono “sì, lavoriamo in questa direzione”.

 

 

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Statisti nel circo

Siamo così disabituati agli statisti, che anche quando ne riconosciamo uno, gli porgiamo le stesse domande che facciamo agli altri, e ci aspettiamo che si comporti come gli altri.

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