comunicazione è relazione

il blog di Roberto Basso sulla comunicazione di pubblica utilità e varia umanità

Il degrado si può fermare. Anche a Roma

Sabato 28 gennaio il Messaggero ha ospitato nelle pagine della cronaca di Roma un mio intervento sul degrado materiale e civile della città. Qui di seguito il testo integrale, nel quale suggerisco che il processo di progressivo degrado non è inevitabile, al contrario può essere fermato. Per fermarlo occorre ripristinare la legalità a partire dal rispetto delle semplici regole che favoriscono la convivenza sulla strada, lo spazio della convivenza urbana per eccellenza. E non basta invocare l’intervento dell’autorità, occorre mobilitare gli individui e unirli in iniziative associative.

messaggero

Le denunce sul degrado che sta travolgendo Roma sono diventate costanti al punto da costituire un rumore di fondo al quale tutti rischiano di diventare indifferenti. Tuttavia chi ama questa città, che vi sia nato o che vi sia approdato, prova il bisogno di una reazione che vada al di là dell’indignazione e della denuncia.

Le domande da porsi sono almeno tre. Da dove ha inizio il processo di degrado? È inarrestabile? Se esiste una chance di riscossa, da dove si può cominciare concretamente? Vorrei provare a proporre tre risposte tra quelle possibili, a prescindere dai doveri dell’amministrazione pubblica.

Dove comincia il degrado? Il degrado materiale che si osserva nella sporcizia sulle strade, nei disservizi del trasporto pubblico, nelle condizioni stesse delle strade è anche degrado civile. Comincia da comportamenti di singoli orientati a massimizzare il vantaggio individuale a discapito di tutti gli altri cittadini (“parcheggio dove mi pare, anche in seconda e terza fila, anche sulle strisce pedonali o davanti a un passaggio per disabili o un passo carraio dal quale qualcuno non potrà uscire anche se dovesse farlo con urgenza e anche se ciò rallenterà il traffico e impedirà il passaggio degli autobus e ostacolerà i mezzi dell’AMA nello svuotamento dei cassonetti; non raccolgo gli escrementi del cane, ché è faticoso chinarsi e mi fa anche un po’ schifo; lascio nell’aiuola le bottiglie della birra che abbiamo consumato in compagnia sulla panchina per non doverle portare fino alla campana del vetro”).

Questo processo è inarrestabile? Comportamenti individuali contrari all’interesse generale sono come le pietre che cominciano a rotolare per una discesa e presto diventano frana o valanga. Vanno fermati, altrimenti innescano comportamenti imitativi anche presso persone consapevoli di ciò che è buono o sbagliato per la collettività (“parcheggio là dove non si potrebbe, tanto se non lo faccio io lo fa un altro; quest’aiuola è così sporca che una cartaccia in più non farà la differenza”). La violazione di semplici regole di civiltà non va tollerata perché alimenta il degrado e soltanto la difesa del principio di legalità nelle sue manifestazioni più elementari può arrestare il processo in corso.

Cosa fare, concretamente, per ripartire? In assenza dell’intervento imprescindibile di un’autorità che imponga il rispetto delle regole (come il Leviatano di Hobbes), occorre riscoprire l’azione collettiva che il fenomeno della individualizzazione (definito dai sociologi come l’allontanamento degli individui da appartenenze e vincoli sociali) ha progressivamente cancellato dall’orizzonte quotidiano dei cittadini. Davanti all’imbarbarimento dello spazio pubblico, i cittadini rispettosi del prossimo e delle regole della convivenza civile si chiudono nella solitudine, uno spazio dove regnano rassegnazione, rabbia e frustrazione. L’opportunità dell’azione collettiva offerta dall’associazionismo conforta sul piano psicologico e aumenta la capacità dei singoli di avere un impatto sulla realtà.

Sono in gioco molte cose: il diritto al riposo dei cittadini nelle zone residenziali, da conciliare al diritto alla libertà d’impresa di chi apre un bar o un ristorante sperando di innescare la movida, il recupero di funzionalità del trasporto pubblico locale, l’igiene, i valori immobiliari, la sicurezza (quella effettiva e quella percepita), la capacità di attrazione turistica.

Manifestazioni come la pulizia del parco Nemorense nel quartiere Trieste a cura di un’associazione indicano una via. Che tuttavia non può essere iniziativa occasionale né può diventare sostituzione permanente delle funzioni dell’amministrazione pubblica. La sfida dell’azione collettiva oggi a Roma è nella sperimentazione di forme di recupero dello spazio pubblico (come fanno per esempio Retake Roma e altre associazioni simili) capaci di porre davanti all’amministrazione e all’autorità non soluzioni ideali ma azioni sperimentate per superare le inerzie, le resistenze attive e gli interessi particolari di gruppi di pressione (non si scomodino qui i “poteri forti”, ché bastano le tante inerzie, a cominciare da quelle di alcuni dipendenti dell’amministrazione).

I media possono aiutare l’associazionismo a evolvere in forme organizzate di partecipazione civica capaci di determinare un impatto sulla realtà. Dedicare con continuità attenzione alla dimensione dell’azione collettiva serve a ristabilire un rapporto tra coloro che abitano uno spazio urbano e il mezzo che dovrebbe rappresentare quella realtà concreta. Il Messaggero potrebbero cominciare proprio dal quartiere Trieste, dove il degrado rischia di seppellire in pochi anni una lunga storia di civiltà.

Il quartiere Trieste ha un impianto viario ben concepito: un’arteria principale sull’asse tra centro e periferia, dalla quale salgono vie strette alternate ad altre più larghe, da un lato verso Villa Ada, dall’altro verso la via Nomentana. I fasti della zona edificata da Gino Coppedè si alternano agli edifici razionalisti di Ludovico Quaroni ma anche all’edilizia popolare di qualità come si progettava all’inizio del Novecento.

A dispetto del tempo trascorso dalla sua edificazione, la viabilità del quartiere consentirebbe agevolmente lo scorrimento di un traffico privato misto a un trasporto pubblico efficiente. La conformazione delle strade consentirebbe una raccolta facile dei rifiuti e la pulizia dei marciapiedi, che ospitano negozi bar e ristoranti in grande quantità. E invece il quartiere rischia di soccombere alla carenza di servizi pubblici, all’imbarbarimento dei comportamenti e a una nuova movida che trasforma un quartiere residenziale in una terra di nessuno, dove la pulizia del parco di quartiere (progettato su via Nemorense da Raffaele de Vico, l’architetto progettista dei parchi più belli di Roma, che fu anche direttore del Servizio giardini del Comune) richiede l’intervento dell’accoppiata pensionati – nipotini.

La riscossa è possibile e può cominciare invertendo il processo di degrado in atto qui attraverso la sperimentazione di prototipi di azione collettiva replicabili in altri quartieri, monitorati dai mezzi di informazione, e successivamente proposti all’amministrazione municipale e comunale.

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Pisapia: da Barbiana all’India, come si forma un leader atipico

[…] sono sempre stato convinto della necessità della rotazione degli incarichi. Dopo dieci anni di lavoro parlamentare si rischia di non conoscere più la realtà. (Giuliano Pisapia)

Prima di parlare di Due arcobaleni nel cielo di Milano (e altre storie) (Giuliano Pisapia con Stefano Rolando, ed. Bompiani, 328 pagg., 15€) dichiaro subito i miei legami con gli artefici di questo “dialogo su Milano e l’Italia”: sono partner di Stefano Rolando nell’agenzia di consulenza Civicom e ho diretto la campagna elettorale dalla quale Giuliano Pisapia è uscito vincitore e nuovo sindaco di Milano (“un sindaco di sinistra con una coalizione di centrosinistra”, è la definizione che dà di sé nel libro). Alla luce di queste relazioni facciano i miei due lettori la tara sulle valutazioni che esprimo.

Il ritmo del volume è variabile e dipende probabilmente più dall’interesse del lettore che dalla volontà degli autori. A me hanno colpito soprattutto la prima e la seconda parte, che ci aiutano a conoscere meglio Pisapia. Cinque mesi di lavoro al suo fianco non sono bastati a conoscere un uomo molto riservato, che non coltiva ambizioni personali e quindi non esibisce se stesso oltre lo stretto necessario. Le scelte raccontate nei capitoli più biografici del libro ci restituiscono il profilo di un uomo che ha vissuto e non si è lasciato vivere, e grazie a ciò comprendiamo meglio anche le ragioni del suo ampio successo elettorale. Perché una vita profonda e consapevole si rende impermeabile alle etichette: comunista, cattolico, di sinistra, radicale, estremista, mediatore, moderato… Giuliano Pisapia è un uomo pragmatico, che vuole provare di persona ciò di cui sente parlare per formarsi un’opinione propria. Banale? Trovatemene in giro altri che abbiano desiderio di verità e la vadano a cercare, rifiutando il pensiero scontato, il conformismo, il mainstream, il conforto dell’appartenenza.

Le domande di Stefano Rolando (300 quelle programmate a tavolino, alla fine saranno 400 nella riproduzione fedele della dinamica delle lunghe ore di conversazione – e anche se nel botta e risposta sembra di avvertire l’eco realistico e fresco di un vero dialogo, forse il ritmo del libro avrebbe tratto beneficio da una maggiore selezione e nella limatura di qualche passaggio) aiutano a estrarre dalla riservatezza del sindaco di Milano una visione della buona politica. Dall’uscita dal berlusconismo al rapporto tra partiti e “cittadinanza attiva” (espressione preferita alla stupidissima categoria di “società civile”), il Pisapia-pensiero è sempre frutto di un percorso personale, di un ragionamento attento, curioso e critico, che non si presta a una facile catalogazione nel fluire del nostro dibattito pubblico, schiacciato esclusivamente sull’appartenenza pregiudiziale a uno o all’altro schieramento. Un esempio su tutti: a proposito della cosiddetta “legge bavaglio” l’avvocato si dice contrario alla riduzione delle libertà di stampa ma al tempo stesso trova grave la pubblicazione di atti coperti dal segreto istruttorio, perché tale da pregiudicare le indagini, e sconcia la pubblicazione di conversazioni private che non hanno rilevanza ai fini del processo per pura spettacolarizzazione.

Ultimo merito del libro è un denso apparato di note di cinquanta pagine. Grazie a queste il dialogo tra due sessantenni che hanno conosciuto, frequentato – e in qualche misura fatto – la storia del nostro Paese diventa intelligibile e comprensibile anche ai più giovani. Quasi un’opera pedagogica dedicata a quei giovani con i quali Giuliano Pisapia ha intessuto un fitto dialogo durante la campagna elettorale. Perché la wiki-politica va molto di moda, ma i leader sono quelli che sfidano il senso comune e ci insegnano qualcosa, non quelli che collezionano sondaggi.

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Il volume verrà presentato dai due autori a Milano il prossimo 17 novembre alle 18:30 alla libreria la Feltrinelli in piazza Piemonte, 2 – con Piero Bassetti, Vincenzo Latronico e Giuliana Nuvoli.

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