Il #libro con più “orecchie” del 2017: #Conmoltacura di Severino #Cesari

Sì, lo so, di scritti sull’importanza delle piccole cose della vita ce n’è un sacco. Spirituali, materiali, mistici, concreti. In forma di romanzi, saggi, scritti religiosi. Ma “Con molta cura” di Severino Cesari è diverso. Certo, la particolarità delle parole di Cesari è collegata alla sua condizione di persona che vive la malattia, anzi malattie diverse che lo obbligano alla ricerca di un equilibrio volta per volta nuovo (vivere è una questione di equilibri in continua evoluzione, per questo i conservatori di destra e di sinistra hanno intrinsecamente torto). La sua è quindi una testimonianza, e in quanto tale ha una forza che altre riflessioni sulla malattia non conoscono.

Ma non è soltanto questa dimensione di realismo fatale che fa di “Con molta cura” un libro straordinario. Perché questo libro è l’edizione di un diario: il racconto di singoli momenti scritti mentre accadevano. Non solo. Il diario era pubblico (in Facebook) e quindi gli scritti pubblicati e condivisi mentre accadevano cose. Sensazioni e sentimenti messi a disposizione di una piccola comunità in tempo pressoché reale. Le parole dell’autore si alimentano anche dei commenti ricevuti.

Forza della testimonianza e potere della quotidianità in presa diretta non basterebbero a fare di questo libro un libro unico. “Con molta cura” è unico per la qualità autoriale: Severino Cesari è stato – così leggo, non lo conoscevo prima di leggere la recensione di Conchita De Gregorio su Repubblica e quella di Gianni Riotta su La Stampa – uno straordinario editor (scopritore di talenti, curatore di talenti). La sua passione per la parola scritta si ritrova tutta intera nelle sue pagine, che sono anche un viaggio nella letteratura (non soltanto quella italiana contemporanea: mi ha fatto tornare voglia di leggere Moby Dick in una traduzione recente e scoprire personaggi a cavallo tra storia patria e letteratura).

“Con molta cura” è molte cose. Per me è una preghiera laica: l’invito ad apprezzare la vita nei suoi quotidiani regali, che l’abitudine inserisce in quella parte del nostro cervello dove sono classificate le consuetudini e le cose scontate. Cesari ci invita a tirare fuori da lì i tramonti, lo stormire delle fronde degli alberi di un parco cittadino, il cappuccino del bar sotto casa, la parola gentile del farmacista, la fioritura di un profumato gelsomino. Ci ricorda che poter camminare senza un bastone e usare entrambe le mani per abbottonare la camicia non sono prestazioni del nostro corpo garantite per sempre. Ci insegna che l’unico modo per stare al mondo è starci con gli altri, con il coraggio di sentirsi immersi in un flusso di emozioni che ci attraversano perché vengono da lontano e subito si dirigono altrove.

Nulla è scontato. Nulla è garantito. L’unico modo per stare al mondo è di starci con gratitudine immensa.

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Il confirmation bias dell’intellighentzia

In questi mesi di grande attenzione al fenomeno delle fake news si parla molto di confirmation bias: l’attitudine degli individui a prestare un’attenzione selettiva alle informazioni, privilegiando quelle che confermano le proprie opinioni a discapito dei dati che le sfidano e mettono in discussione.

Di solito se ne parla avanzando – implicitamente – il sospetto che le persone meno istruite – e più in generale nelle fasce sociali dove il capitale intellettuale è modesto – ne siano più facilmente vittime, rispetto alle persone più istruite. Si dà per scontato che i ceti più istruiti, l’establishment e l’intellighentzia di una comunità siano immuni al fenomeno. Non credo sia così. Provo a spiegare perché tramite un aneddoto.

Martedì scorso il Ministro Padoan è a Londra per diversi incontri con operatori della comunità finanziaria internazionale, nell’ambito di un’azione continuativa di recupero della reputazione nazionale che – vale la pena ricordarlo – si può tradurre in risparmi sulla spesa per il servizio del debito pubblico (insieme a tutte le altre variabili e condizioni, a cominciare dalla politica monetaria espansiva). Le domande al Ministro lasciano finalmente emergere interesse per la ripresa dell’economia e il miglioramento del quadro di finanza pubblica, ma sono ovviamente concentrate sugli aspetti critici: l’elevato debito pubblico, le recenti crisi bancarie, la disoccupazione giovanile, l’incertezza politica. Proprio quella mattina l’Istat pubblica la stima preliminare sul prodotto interno lordo nel terzo trimestre dell’anno: una crescita di 0,5% sul secondo trimestre e dell’1,8% sullo stesso trimestre del 2016. Una conferma che la ripresa economica in atto dal 2014 si va irrobustendo. Nel circuito dei commenti sono numerose le critiche di coloro che ricordano tuttavia la lentezza della crescita italiana rispetto a quella di altri paesi (secondo i detrattori l’Italia sarebbe “il fanalino di coda”). Si potrebbe ricordare a molti di questi detrattori che quando essi stessi hanno avuto responsabilità di governo l’andamento dell’economia aveva già questa caratteristica.

Ma il Ministro evita sempre le polemiche personali e decide di commentare questo dato con una prospettiva diversa. Per farlo sceglie una grandezza: l’andamento del PIL pro-capite al posto del PIL totale. Comparando la dinamica della crescita economica pro-capite dell’Italia con quella delle altre tre principali economie europee a partire dal 2014 si scopre che l’Italia cresce più rapidamente del Regno Unito, della Germania e della Francia.

Apriti cielo. Il fatto che l’Italia abbia una dinamica del PIL pro-capite migliore dei tre più grandi paesi europei è sembrato così inverosimile ad alcuni sapienti osservatori dei limiti e delle difficoltà della nostra economia da spingerli a sospettare che i dati fossero falsi. Un caso di dissonanza cognitiva, che induce a respingere dati che non coincidono con le convinzioni.

Ora, la scelta di un singolo dato o fenomeno per rappresentare una realtà complessa è necessariamente soggettiva. In questo caso si è deciso di mettere in evidenza un dato positivo, incoraggiante, benché legato a un fenomeno preoccupante, sul quale il Ministro stesso non manca di mettere in guardia ogni volta che se ne presenta l’opportunità: la crescita pro-capite è alta anche perché la dinamica demografica è deludente. In altre parole, il numero dei cittadini cresce in Italia meno che in altri paesi (anche perché molti italiani vanno all’estero e pochi immigrati vengono integrati nella nostra società).

Davanti alla mole di critiche che sempre accompagna la diffusione di un dato statistico sembra francamente legittimo che un’autorità di governo decida di accendere un faro su un fenomeno positivo. Qualcuno la definisce “cherry picking”, io la chiamo legittima difesa informativa. Del resto chi snocciola solo dati negativi non fa “adverse cherry picking”? In questo caso come in qualsiasi altro è soggettiva non solo la scelta del fenomeno o della grandezza ma anche la composizione del dato: si è scelto di confrontare il dato dell’Italia con quello delle altre maggiori economie europee (l’Italia è la quarta in questa classifica dopo Germania, Regno Unito, Francia) a partire dal 2014. La lista poteva essere più lunga a piacere, ovviamente, e avrebbe potuto includere la Spagna, quinta economia del continente, la quale registra una crescita del PIL pro-capite superiore a quella italiana. Ma allora avremmo tutti parlato di quanto sono bravi gli spagnoli, e non del fatto che a Londra potevamo stupire gli ospiti con un punto di vista originale, che li avrebbe sorpresi (e li ha sorpresi, infatti). E poi siccome – per rendere più chiara la comparazione – si è scelto di trasformare la crescita in numero indice, perché eleggere proprio l’anno 2014 quale punto di partenza? La risposta è banale: il Ministro ha assunto la carica a febbraio di quell’anno, sviluppando da allora una politica economica e di finanza pubblica lungo un percorso coerente; inoltro è proprio quello l’anno in cui l’economia è uscita dalla recessione. Quindi sussistono due motivazioni ragionevoli per una scelta che risulta certamente soggettiva ma non arbitraria.

Rispettabili commentatori molto attivi in Twitter hanno esercitato il loro legittimo diritto di critica, esplorandone tutte le possibilità: la mancanza delle fonti dei dati, la scelta della data di riferimento per la comparazione, la scelta del fenomeno stesso (la dinamica del PIL pro-capite). E via alle accuse di malafede, di disonestà intellettuale, di manipolazione dei dati (se non di invenzione), di becero propagandismo.

Ora, sulle fonti la critica è assolutamente fondata: in una tabella o in un grafico bisogna sempre indicarle. Facciamo ammenda: si tratta di dati Ameco (il database macroeconomico della Commissione europea) consultati online il giorno prima, e in particolare della serie RVGDP. Ognuno può ricalcolarsi il numero indice.

Su tutto il resto c’è poco da commentare: cari economisti, opinionisti, giornalisti, osservatori, ricercatori, analisti, esercitate il vostro diritto/dovere di critica sulla valutazione d’impatto delle politiche del Governo, e fate le pulci anche a chi più modestamente cerca di divulgare alcuni fatti, così da spronarci a fare meglio il nostro lavoro (così magari non ci si dimentica delle fonti nel grafico). Ma rendetevi conto che nel XXI secolo le voci del Governo – per quanto sempre riportate dai media – sono incommensurabilmente inferiori sul piano numerico a tutti coloro che cercano 5’ di celebrità criticando il Governo stesso: gli esponenti dei partiti di opposizione, i movimenti e le organizzazioni civiche, i sindacati, i centri studi, i blogger, i giornalisti che giustamente vogliono mostrare di avere la schiena dritta e quelli che cercano il titolo più clamoroso (e negativo: good news are not news, secondo un adagio la cui validità andrebbe dimostrata ma che comunque gode di grande popolarità tra i direttori di testata), gli attivisti online, i keyboard warriors, gli haters e via digitando.

Non so se ve ne siate resi conto ma l’epoca della comunicazione di massa in cui le istituzioni avevano il monopolio delle fonti informative è storia: oggi “uno vale uno” e sui social networks la propagazione di informazioni negative (e spesso false) è preponderante, quindi la comunicazione istituzionale è soccombente perché nella circolazione dell’informazione “quantity matters”. Fatevene una ragione: sui siti dipartimentali del Ministero dell’Economia e delle Finanze potete trovare working papers, studi, analisi, montagne di dati (aperti) sui quali esercitarvi in analisi dalle quali ricavare qualche prescrizione da suggerire alle autorità; troverete anche i testi integrali dei numerosi interventi nei quali il Ministro affronta più analiticamente tutte le dimensioni dei fenomeni che deve governare, segnalando problemi, spiegando le soluzioni, accennando agli effetti delle politiche implementate quando sono disponibili delle evidenze, senza mai nascondere le questioni aperte. Su Twitter lasciateci usare quei 140-280 caratteri per divulgare qualche informazione positiva (anche perché è un modo per farla finire sui TG e sui quotidiani, come accaduto con il tweet di martedì scorso).

La retorica, nemica dei fatti, sul commercio globale al #G20

La retorica può essere nemica dei fatti, in diversi modi. Prendiamo il caso del dibattito sul commercio internazionale. Il presidente degli Stati Uniti è stato eletto anche sulla base della promessa di salvaguardare i lavoratori americani dalla concorrenza internazionale, e in particolare cinese. I partner internazionali degli Stati Uniti temono che la promessa venga attuata attraverso l’imposizione di barriere doganali, cioè dazi o comunque tasse imposte alla frontiera sui prodotti importati. E questo è male, secondo gli altri leader, perché il libero commercio viene considerato da tutti un motore della crescita economica globale. Quando i singoli Stati imponevano dazi sulle importazioni, l’innovazione si diffondeva molto più lentamente di oggi, e così i progressi sociali che si accompagnano al progresso delle tecnologie.

Eppure le dichiarazioni del presidente americano e dei suoi collaboratori suonano alle orecchie dell’uomo della strada come considerazioni di buon senso. L’amministrazione americana usa espressioni come “fairness”, “reciprocity”, “level playing field”. Chiede cioè che il commercio internazionale si svolga su basi di equità e reciprocità e che la competizione abbia luogo su un terreno livellato. In altre parole, gli americani chiedono che la Cina e gli altri paesi emergenti aprano i propri mercati ai prodotti e agli investimenti dall’estero così come gli Stati Uniti e gli altri paesi più sviluppati sono penetrabili dai prodotti e dagli investimenti dei paesi in via di sviluppo.

La richiesta di simmetria nelle condizioni del commercio appare tutt’altro che inopportuna. In fondo, è la stessa richiesta che i ministri dello sviluppo economico di Italia, Francia e Germania hanno rivolto alla Commissione europea lo scorso febbraio in merito allo shopping di aziende high-tech in Europa da parte dei fondi cinesi, nell’ambito di un’azione più ampia, comprensiva di una battaglia antidumping che il ministro Calenda conduce da tempo.

La contrapposizione tra USA e gli altri leader del G20, registrata dai media in questi mesi e nella conferenza in corso ad Amburgo, potrebbe quindi essere basata su un riflesso condizionato, una reazione alla retorica trumpiana più che alle ragioni dei lavoratori americani.

Del resto la rapidità con cui molti distretti industriali sono stati pressoché azzerati dopo l’ingresso della Cina nell’organizzazione mondiale del commercio, dalle fabbriche di pentole della Val Trompia ai produttori di scarpe marchigiani, ricorda a noi italiani quanto possa essere devastante l’impatto a breve termine della competizione subitanea tra sistemi in cui vigono strutture di costo molto diverse. L’argomento dei globalisti è che nel medio-lungo termine questi “danni collaterali” vengono compensati dagli effetti delle esportazioni verso il mercato cinese. Ma il mercato cinese è un’opportunità, non una certezza, che può essere colta in misura variabile: secondo la capacità del nostro sistema produttivo di soddisfare le esigenze di quelle centinaia di milioni di nuovi consumatori, ma anche secondo la permeabilità di quel mercato. Che dipende da barriere esplicite – quali i dazi – e da barriere implicite o nascoste, disseminate per esempio nella burocrazia, nella cultura commerciale diffusa, e a volte nell’ordinamento nazionale. Per esempio imponendo agli investitori stranieri partnership e joint venture quale condizione per stabilire attività in quei mercati.

Potrebbe quindi non essere un caso se negli ultimi giorni dal dibattito emerge una distinzione tra “protezione” e “protezionismo“. Compare nella lunga intervista di Alessandro Barbera a Benoit Coeuré pubblicata ieri online da La Stampa ma anche in alcune dichiarazioni ai media del presidente Gentiloni.

La chiave per sciogliere il contrasto e passare dalla contrapposizione retorica a una qualche intesa, e impedire quindi che si inneschi un nuovo ciclo di restrizioni al commercio globale che nessuno sembra volere, può essere costituita da un altro schema retorico, quello che oppone il bilatelarismo al multilateralismo. L’intelligencija internazionale che si è sviluppata intorno a forum quali il G20 e il G7, e che alimenta i lavori delle organizzazioni multilaterali per eccellenza come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, l’OCSE, ritiene che lo sviluppo economico globale passi dal coordinamento simultaneo del maggior numero di soggetti coinvolti, piuttosto che da accordi intergovernativi, bilaterali. Il contrasto all’elusione fiscale su larga scala, per esempio, è possibile soltanto grazie ad accordi che fanno entrare in vigore nuove regole simultaneamente in un centinaio di paesi, mentre accordi one-to-one tra coppie di paesi si sono rivelati inefficaci.

Qui il contrasto appare radicato nella natura e nelle attitudini delle persone. Donald Trump è un businessman, un negoziatore che ha costruito il proprio successo attraverso la capacità individuale di chiudere deal con i propri interlocutori. Su basi – appunto – bilaterali. Ed è circondato da persone che hanno quel tipo di esperienza. Per contrasto, Emmanuel Macron è cresciuto a pane e multilateralismo, data la sua esperienza professionale da sherpa (gli esperti dei governi che preparano per mesi gli accordi poi ratificati nelle conferenze dei leader); Angela Merkel è cresciuta nel contesto internazionale offerto dall’Unione europea, cioè un meccanismo di relazione internazionale nato per superare gli accordi intergovernativi tra singoli stati.

L’attitudine bilateralista dell’amministrazione americana potrebbe indurre gli Stati Uniti ad adottare misure di protezione che risultino esplicitamente protezionistiche. Per evitarlo gli altri leader devono individuare misure concrete che consentano di esercitare una forma di protezione dei propri mercati (delle proprie imprese e in ultima istanza dei propri lavoratori) che non passi dal protezionismo ma piuttosto dalla maggiore apertura dei mercati di tutti i partner del G20 ai prodotti e agli investimenti dall’estero.

Caro @claudiocerasa hai ragione: ma quale populismo buono

Commento al Claudio Cerasa di oggi: che ha ragione, perché tra il tatticismo esasperato e l’elitarismo di chi ignora le esigenze di consenso della democrazia ci sono gli esempi di leader che hanno vinto con premesse che hanno potuto mantenere.

Le formule retoriche, così come gli slogan, hanno un loro tempo. È inutile, sbagliato e dannoso il tentativo di aggiornarle con l’ausilio di un aggettivo. Il populismo non è “buono” o “cattivo”. È populismo. Matteo Renzi non può fare il populista buono: è un genio uscito dalla sua lampada toscana per cambiare l’Italia, per trasportarla nel XXI secolo. Le sue chance di riuscirci non dipendo dalla qualità del populismo che potrebbe esprimere ma dalla persuasività del suo discorso politico presso il maggior numero possibile di cittadini. Regoletta che vale per chiunque in democrazia.

A distinguere il demagogo o populista dallo statista o leader epocale è il ruolo della verità nel suo discorso politico: se usa la verità potrà governare in coerenza con le promesse, se mente trascinerà la comunità nel baratro oppure dovrà contraddirsi. Ma verità e consenso sono spesso incompatibili: le anime belle delle élite ignorano questo semplice principio politologico e per questo criticano un leader che ammicca al popolo per conservarne i favori pur tenendo una direzione di marcia coerente con le necessità strutturali del tempo.

Il discorso demagogico è più efficace nel breve tempo (soddisfa una domanda esistente e radicata benché fallace) ma si rivela inadatto a selezionare il buon governo: basta dare un’occhiata alla storia italiana recente per rendersi conto che gli elettori di casa nostra continuano a sognare bacchette magiche che – ahinoi – non esistono. E più fallimenti mettiamo in fila, maggiore è l’urgenza di una nuova bacchetta magica più potente.

La buona politica è l’unica soluzione compatibile con una democrazia funzionante ma richiede tempi lunghi e soprattutto lo sforzo di costruire presso la cittadinanza la domanda per la quale si hanno le risposte. Si accompagna a una scuola buona e a buoni mezzi di informazione. Richiede il coraggio della pedagogia politica (oddìo, quanti la considerano un’eresia). Richiede una lunga marcia. 

Nel 2014 Renzi è riuscito ad accorciare i tempi di questa marcia cogliendo l’attimo: in quel tempo ha dato una risposta efficace alla richiesta di buongoverno che saliva dall’elettorato, trasversalmente ai segmenti culturali, ideali e socio-politici in cui si scompone. Il 40 percento degli elettori che ha votato alle europee del 2014 ma anche il 40 percento degli elettori che ha votato sì al referendum di dicembre ha trovato soddisfacente quella risposta. Al referendum è uscito sconfitto, e una sconfitta è una sconfitta è una sconfitta. Tuttavia è un risultato strepitoso perché ottenuto da solo contro tutti (contro uno schieramento che andava dalla Meloni a Fassina passando per Berlusconi, Bersani e Camusso oltre – ovviamente – ai trasversali pentastellati).

La sfida che avrà davanti a sé da lunedì è nuova: esaurita l’intrinseca e vera qualità del rottamatore, dovrà conciliare la verità delle sfide (compresa la verità delle sfide vinte dal suo governo) con l’insoddisfazione profonda che deprime milioni di italiani dopo cinque lustri quasi interamente sprecati dai governi nazionali che non hanno modernizzato la comunità nazionale. Si atterrà all’uso della verità per riconquistare gli scettici blu sempre pronti a storcere il naso perché propensi a ignorare antidemocraticamente il primato dell’esigenza del consenso nel confronto elettorale? Riuscirà ad usarla in modo tale da renderla accettabile anche da coloro che vogliono dissetarsi soltanto di pozioni magiche e che sono molto più numerosi delle élite scettiche? Il futuro di Renzi (e del Paese) dipende dalla risposta a queste domande (e dalla legge elettorale, e dalle alleanze ecc. ecc.).

Il degrado si può fermare. Anche a Roma

Sabato 28 gennaio il Messaggero ha ospitato nelle pagine della cronaca di Roma un mio intervento sul degrado materiale e civile della città. Qui di seguito il testo integrale, nel quale suggerisco che il processo di progressivo degrado non è inevitabile, al contrario può essere fermato. Per fermarlo occorre ripristinare la legalità a partire dal rispetto delle semplici regole che favoriscono la convivenza sulla strada, lo spazio della convivenza urbana per eccellenza. E non basta invocare l’intervento dell’autorità, occorre mobilitare gli individui e unirli in iniziative associative.

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Le denunce sul degrado che sta travolgendo Roma sono diventate costanti al punto da costituire un rumore di fondo al quale tutti rischiano di diventare indifferenti. Tuttavia chi ama questa città, che vi sia nato o che vi sia approdato, prova il bisogno di una reazione che vada al di là dell’indignazione e della denuncia.

Le domande da porsi sono almeno tre. Da dove ha inizio il processo di degrado? È inarrestabile? Se esiste una chance di riscossa, da dove si può cominciare concretamente? Vorrei provare a proporre tre risposte tra quelle possibili, a prescindere dai doveri dell’amministrazione pubblica.

Dove comincia il degrado? Il degrado materiale che si osserva nella sporcizia sulle strade, nei disservizi del trasporto pubblico, nelle condizioni stesse delle strade è anche degrado civile. Comincia da comportamenti di singoli orientati a massimizzare il vantaggio individuale a discapito di tutti gli altri cittadini (“parcheggio dove mi pare, anche in seconda e terza fila, anche sulle strisce pedonali o davanti a un passaggio per disabili o un passo carraio dal quale qualcuno non potrà uscire anche se dovesse farlo con urgenza e anche se ciò rallenterà il traffico e impedirà il passaggio degli autobus e ostacolerà i mezzi dell’AMA nello svuotamento dei cassonetti; non raccolgo gli escrementi del cane, ché è faticoso chinarsi e mi fa anche un po’ schifo; lascio nell’aiuola le bottiglie della birra che abbiamo consumato in compagnia sulla panchina per non doverle portare fino alla campana del vetro”).

Questo processo è inarrestabile? Comportamenti individuali contrari all’interesse generale sono come le pietre che cominciano a rotolare per una discesa e presto diventano frana o valanga. Vanno fermati, altrimenti innescano comportamenti imitativi anche presso persone consapevoli di ciò che è buono o sbagliato per la collettività (“parcheggio là dove non si potrebbe, tanto se non lo faccio io lo fa un altro; quest’aiuola è così sporca che una cartaccia in più non farà la differenza”). La violazione di semplici regole di civiltà non va tollerata perché alimenta il degrado e soltanto la difesa del principio di legalità nelle sue manifestazioni più elementari può arrestare il processo in corso.

Cosa fare, concretamente, per ripartire? In assenza dell’intervento imprescindibile di un’autorità che imponga il rispetto delle regole (come il Leviatano di Hobbes), occorre riscoprire l’azione collettiva che il fenomeno della individualizzazione (definito dai sociologi come l’allontanamento degli individui da appartenenze e vincoli sociali) ha progressivamente cancellato dall’orizzonte quotidiano dei cittadini. Davanti all’imbarbarimento dello spazio pubblico, i cittadini rispettosi del prossimo e delle regole della convivenza civile si chiudono nella solitudine, uno spazio dove regnano rassegnazione, rabbia e frustrazione. L’opportunità dell’azione collettiva offerta dall’associazionismo conforta sul piano psicologico e aumenta la capacità dei singoli di avere un impatto sulla realtà.

Sono in gioco molte cose: il diritto al riposo dei cittadini nelle zone residenziali, da conciliare al diritto alla libertà d’impresa di chi apre un bar o un ristorante sperando di innescare la movida, il recupero di funzionalità del trasporto pubblico locale, l’igiene, i valori immobiliari, la sicurezza (quella effettiva e quella percepita), la capacità di attrazione turistica.

Manifestazioni come la pulizia del parco Nemorense nel quartiere Trieste a cura di un’associazione indicano una via. Che tuttavia non può essere iniziativa occasionale né può diventare sostituzione permanente delle funzioni dell’amministrazione pubblica. La sfida dell’azione collettiva oggi a Roma è nella sperimentazione di forme di recupero dello spazio pubblico (come fanno per esempio Retake Roma e altre associazioni simili) capaci di porre davanti all’amministrazione e all’autorità non soluzioni ideali ma azioni sperimentate per superare le inerzie, le resistenze attive e gli interessi particolari di gruppi di pressione (non si scomodino qui i “poteri forti”, ché bastano le tante inerzie, a cominciare da quelle di alcuni dipendenti dell’amministrazione).

I media possono aiutare l’associazionismo a evolvere in forme organizzate di partecipazione civica capaci di determinare un impatto sulla realtà. Dedicare con continuità attenzione alla dimensione dell’azione collettiva serve a ristabilire un rapporto tra coloro che abitano uno spazio urbano e il mezzo che dovrebbe rappresentare quella realtà concreta. Il Messaggero potrebbero cominciare proprio dal quartiere Trieste, dove il degrado rischia di seppellire in pochi anni una lunga storia di civiltà.

Il quartiere Trieste ha un impianto viario ben concepito: un’arteria principale sull’asse tra centro e periferia, dalla quale salgono vie strette alternate ad altre più larghe, da un lato verso Villa Ada, dall’altro verso la via Nomentana. I fasti della zona edificata da Gino Coppedè si alternano agli edifici razionalisti di Ludovico Quaroni ma anche all’edilizia popolare di qualità come si progettava all’inizio del Novecento.

A dispetto del tempo trascorso dalla sua edificazione, la viabilità del quartiere consentirebbe agevolmente lo scorrimento di un traffico privato misto a un trasporto pubblico efficiente. La conformazione delle strade consentirebbe una raccolta facile dei rifiuti e la pulizia dei marciapiedi, che ospitano negozi bar e ristoranti in grande quantità. E invece il quartiere rischia di soccombere alla carenza di servizi pubblici, all’imbarbarimento dei comportamenti e a una nuova movida che trasforma un quartiere residenziale in una terra di nessuno, dove la pulizia del parco di quartiere (progettato su via Nemorense da Raffaele de Vico, l’architetto progettista dei parchi più belli di Roma, che fu anche direttore del Servizio giardini del Comune) richiede l’intervento dell’accoppiata pensionati – nipotini.

La riscossa è possibile e può cominciare invertendo il processo di degrado in atto qui attraverso la sperimentazione di prototipi di azione collettiva replicabili in altri quartieri, monitorati dai mezzi di informazione, e successivamente proposti all’amministrazione municipale e comunale.

Vediamo un po’ cosa ha detto @realdonaldtrump nella #ElectionNight

Un’analisi a caldo del #victoryspeech del nuovo @POTUS (lo specifico per mia mamma nel caso leggesse il blog: President Of The United States), per quello che valgono i discorsi della vittoria.

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Innanzitutto fa una cosa che si direbbe ovvia, ma che date le premesse non doveva essere data per scontata: fa i complimenti all’avversaria e rassicura i suoi elettori.

Hillary has worked very long and very hard over a long period of time, and we owe her a major debt of gratitude for her service to our country.

Poi rassicura l’opinione pubblica mondiale: pare che in politica estera sia animato da intenti pacifici.

[…] we will get along with all other nations, willing to get along with us. We will have great relationships.

Sul piano dell’analisi politica: sfodera la retorica del movimento, in implicita opposizione alla “forma partito”, una retorica post-ideologica nel senso di trasversale, ed esalta “la gente”:

As I’ve said from the beginning, ours was not a campaign but rather an incredible and great movement, made up of millions of hard-working men and women who love their country and want a better, brighter future for themselves and for their family. It is a movement comprised of Americans from all races, religions, backgrounds and beliefs, who want and expect our government to serve the people, and serve the people it will.

E sul piano psicologico ribadisce il cuore del suo messaggio: la promessa ai dimenticati (i perdenti nel grande gioco umano ed economico della globalizzazione, a mio avviso) di potersi riscattare, realizzare. Dopotutto è la stessa leva usata per ObamaForAmerica (la campagna del 2008): la speranza (hope).

Every single American will have the opportunity to realize his or her fullest potential. The forgotten men and women of our country will be forgotten no longer.

Soprattutto ricorda una cosa molto semplice: l’utilitarismo dell’uomo della strada, che non ha prospettive di lungo termine ma piuttosto il problema di sbarcare il lunario, bread and butter da mettere in tavola. Chiamiamolo self-interest. E aspettiamoci politiche protezionistiche.

I want to tell the world community that while we will always put America’s interests first, we will deal fairly with everyone, with everyone.

Il pacchetto individualista si chiude con il richiamo alla sicurezza, che assume l’aspetto dell’uomo forte, incarnazione del principio law and order, quel Rudy Giuliani fautore della controversa politica della tolleranza zero che – a torto o a ragione – si ritiene avrebbe contributo a fare di New York City una città vivibile.

I want to give a very special thanks to our former mayor, Rudy Giuliani. He’s unbelievable. Unbelievable. He traveled with us and he went through meetings, and Rudy never changes. Where is Rudy. Where is he?

E infatti il riferimento al law enforcement e alla polizia di NYC è esplicito:

And law enforcement in New York City, they’re here tonight. These are spectacular people, sometimes under appreciated unfortunately, we we appreciate them.

(chiedete ai romani se non vorrebbero vedere un po’ di law enforcement per le strade della capitale).

Non manca l’economia, con l’impegno di realizzare un piano che ha molto sapore keynesiano. Perché la destra “à la Trump” non è necessariamente liberista e spende volentieri i soldi pubblici:

We have a great economic plan. We will double our growth and have the strongest economy anywhere in the world. […]

We are going to fix our inner cities and rebuild our highways, bridges, tunnels, airports, schools, hospitals. We’re going to rebuild our infrastructure, which will become, by the way, second to none, and we will put millions of our people to work as we rebuild it.

Il transcript del discorso si può trovare su vox.com, qui.

Uno che non si è chiesto cosa può fare per lui il suo Paese. Daje #Diego

Diego Piacentini. Se non sapete chi è lo potete scoprire nell’intervista di Mario Calabresi per Repubblica di oggi.

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Quest’uomo non si è chiesto che cosa il suo Paese può fare per lui. Ha invece deciso che può fare qualcosa per il suo Paese.
Sta tutta qui la rivoluzione di Diego Piacentini. Piccola. Immensa. Un piccolo passo per un uomo, un grande passo per l’italianità. Non so quando sia successo ma noi italiani ci siamo abituati a pensare che lo Stato è come una mamma a cui possiamo succhiare non solo il latte ma perfino il sangue e non fintanto che non siamo in grado di badare a noi stessi ma fino all’età adulta. E invece di mostrarle riconoscenza e rispetto l’ammazziamo di fatica e ingratitudine.
Insomma, fiumi di parole su “lo Stato siamo noi” ma niente di tanto efficace quanto il gesto della mano al portafogli: “lavoro per lo Stato e – sia chiaro – i soldi ce li metto io”. (Il contrario di Jerry Calà in “Vado a vivere da solo” ma i soldi me li date voi!). Neanche i rimborsi spese, vuole Diego Piacentini. “Eh certo – dirà qualcuno (c’è sempre qualcuno che usa un argomento idiota come questo) – con i soldi che ha…”. Dimentico degli insegnamenti della Bibbia: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei cieli e – per parafrasi ma non per assurdo – che un italiano ricco lavori gratuitamente per lo Stato.
Il suo benessere Diego Piacentini non l’ha ereditato da genitori ricchi. Con lo studio si è conquistato un’opportunità. Con il lavoro ha trasformato quella opportunità in successo. Immagino che di questo successo vada giustamente orgoglioso e la cosa che ce lo fa sembrare un marziano è che a quest’orgoglio non corrisponde il desiderio di isolarsi per godersi il benessere, quanto piuttosto la voglia di mettere quello che sa (che ha imparato) e quello che è capace di fare (che ha imparato a fare) al servizio dei suoi connazionali. Perché ha vissuto in un posto dove gli individui imparano a restituire alla comunità che li ha allevati.
Sì, se lo incontrate per strada non vergognatevi di dirgli “grazie”. È un modo per affermare che nessun uomo è un’isola, che si può cambiare perfino l’Italia, che intorno a idee e persone così ci si può unire tra uomini di buona volontà e chiedersi “che cosa posso fare io per il mio Paese?”.
Daje Diego.