comunicazione è relazione

il blog di Roberto Basso sulla comunicazione di pubblica utilità e varia umanità

Pensioni: promesse, aperture e risposte dovute

Sui quotidiani di oggi grande evidenza al tema delle pensioni (Corriere e Messaggero ci fanno l’apertura, ma è in prima su tutte le principali testate). Il fatto che ieri ne abbiano parlato il Ministro dell’Economia e delle Finanze, il presidente dell’INPS e il sottosegretario con deleghe economiche ha scatenato ipotesi di grandi manovre sul sistema previdenziale. Alcuni titoli:

  • Pensioni: Padoan apre sulla flessibilità (Il Sole 24 Ore)
  • Padoan riapre il cantiere pensioni (Corriere della Sera)
  • Flessibilità, Padoan apre (Repubblica)
  • Padoan apre sulle pensioni “Ma servono 7 miliardi” (La Stampa)
  • Pensioni flessibili, Padoan apre (Il Messaggero)

Avvenire e Fatto Quotidiano non citano il Ministro nei titoli, Libero fa un catenaccio con “Padoan rilancia una vecchia proposta del governo Monti: un prestito per chi lascia il lavoro in anticipo”.

Il lettore si può chiedere quale iniziativa sarà stata presa per annunciare una iniziativa che giustifichi questi entusiasmi: in realtà, il ministro ha risposto alla domanda di un parlamentare nel corso di un’audizione (sul sito del Ministero il testo dell’intervento e il video della sessione) sul Documento di Economia e Finanza 2016 (DEF) alla Commissione Bilancio della Camera dei Deputati.

Ecco che cosa ha chiesto l’on. Marchi e quello che ha risposto il Ministro.

Domanda dell’On. Maino Marchi

Volevo chiedere se sulla flessibilità per le pensioni si sta pensando anche a un coinvolgimento di soggetti bancari o assicurativi per affrontare il tema dell’impatto che può avere nei primi anni – e che è la difficoltà  con cui ci stiamo confrontando per raggiungere questo obiettivo.

Replica del Ministro Padoan

È stata citata la questione del possibile ruolo del sistema creditizio relativamente alla flessibilità pensionistica. Su questo tema il DEF non si addentra più di tanto, ribadisce un concetto che sicuramente mi avete sentito esprimere più di una volta: il sistema pensionistico è uno dei pilastri della sostenibilità del sistema italiano e questo ci viene riconosciuto in sede europea. Siamo un paese ad altro debito – che peraltro sta scendendo ma siamo pur sempre un paese ad alto debito – quindi questo [la stabilità] è un valore fondamentale. Detto questo sicuramente ci sono margini per ragionare sia sugli strumenti che sugli incentivi che sui legami tra sistema pensionistico e mercato del lavoro in modo tale da migliorare le opportunità sia per chi sta per andare in pensione sia per chi deve entrare nel mercato del lavoro. Quindi io sono sicuramente favorevole a un ragionamento complesso e sono sicuramente aperto a fonti di finanziamento complementari che si possono studiare. Non mi soffermo di più perché il DEF non esclude queste cose, le rinvia al dibattito dei prossimi mesi.

Quando il Ministro accenna al DEF fa riferimento a un passaggio del Programma Nazionale di Riforma (costituisce una delle sezioni del Documento), a pag. 86:

Il Governo da ultimo valuterà, nell’ambito delle politiche previdenziali, la fattibilità di interventi volti a favorire una maggiore flessibilità nelle scelte individuali, salvaguardando la sostenibilità finanziaria e il corretto equilibrio nei rapporti tra generazioni, peraltro già garantiti dagli interventi di riforma che si sono susseguiti dal 1995 ad oggi.

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Dati, previsioni e titolazione #chisaleechiscende?

Ma il PIL aumenta o diminuisce? E con quale velocità rispetto al passato? Il deficit scende o sale?

Guardando i titoli sulle prime pagine dei giornali sembra che ci troviamo davanti a una prospettiva economica in peggioramento. Il Corriere della Sera: “Tregua con la Ue su debito e deficit. Ma cresciamo meno“. Il Sole 24 Ore: “Def, più deficit per 11 miliardi nel 2017“. Il Messaggero: “Sale il deficit ma niente manovra”. Un po’ più precisa La Stampa: “Nel Def il Pil sale più lentamente” (rispetto a che cosa?).

Leggendo i titoli dei quotidiani dunque sembra che la risposta alle domande sia chiara: i conti pubblici peggiorerebbero (il deficit aumenta) e l’economia andrebbe peggio (il PIL cresce meno di prima).

Che cosa dicono i dati? PIL: crescita effettiva registrata nel 2015 sul 2014 +0,8%; crescita stimata per il 2016 rispetto al 2015 +1,2%. In altre parole: non solo il PIL aumenta, ma la crescita nel 2016 sarà il 50% più elevata che nell’anno precedente. Per questo parliamo di “accelerazione”. Tutti vorremmo che fosse più sostenuta, ovviamente, perché questo renderebbe più rapido il processo di assorbimento della disoccupazione. Ma intanto si tratta di un miglioramento rispetto al passato (e non dimentichiamo che il paese è stato in recessione dal 2012 al 2014).

Numeri alla mano le risposte sono quindi incontrovertibili: il PIL aumenta e anche più velocemente che nel passato recente, il deficit diminuisce. Perché allora i titoli dei quotidiani trasmettono una informazione diversa? Manipolazione deliberata dell’informazione? No, almeno non per le testate citate. Si tratta piuttosto della propensione a ragionare all’interno di schemi mentali da addetti ai lavori, dimenticando il punto di vista del lettore. Gli addetti ai lavori confrontano le previsioni aggiornate del DEF con le previsioni formulate a settembre del 2015. Come minimo questo andrebbe chiarito nella titolazione (qualche testata lo fa, correttamente). Ma in ogni caso ci si dimentica che la prima informazione – ribadisco: informazione – da dare al lettore dovrebbe essere il confronto tra i dati effettivi e ciò che ci aspettiamo per l’anno in corso e per il futuro.

Il confronto tra previsioni può essere utile, per esempio per capire quanto sia affidabile il previsore. Ma è certamente secondario rispetto all’informazione principale (da dove veniamo, dove andiamo).

PS: sull’affidabilità delle previsioni è abbastanza facile fare confronti; sfogliando i DEF e le note di aggiornamento al DEF tra 2011 e 2015 per confrontare le previsioni con le serie ISTAT sui dati effettivi si ricava una tabella interessante. In questo periodo, lo scarto medio tra l’andamento effettivo del PIL e le previsioni del governo Berlusconi è pari a 2 punti percentuali; per il governo Monti lo scarto è di 1,3 pp; per il governo Letta di 0,6 pp; per il governo Renzi (l’unico ad avere formulato anche previsioni inferiori ai dati poi effettivamente registrati) di soli 0,2 punti percentuali.

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Italy’s economic recovery is not what Münchau says

If country [Italy] fails to bounce back from recession, it is hard to see how it can stay in the eurozone.

This is the way FT summarises the opinion piece by Wolfgang Münchau on today’s edition. Welcome M. Lapalisse, would Italy fail to bounce back from recession the issue won’t be about remaining in the eurozone, rather rising unemployment, desperation of the poorest, permanent destruction of production capabilities.
According to the author, the 2.4 per cent deficit to GDP ratio forecast (in fact, it is 2.2 per cent) “could easily turn into 3.4 per cent or 4.4 per cent”. Now, in order to turn the deficit to GDP ratio from 2.4 into 3.4 a contraction in the economy by 0.6 per cent instead of the forecast growth by 1.6 should occur. Is that “easy” or likely to happen?
Münchau is worried about the global economy slowdown. The Italian government is wary of global risks (even if our export is performing positively so far), but we also share the viewpoint that at present the lack of growth primarily depends on weak demand. This analysis pushes us to policies that boost domestic demand. Many commentators are ignoring or underestimating that we are supporting growth in two ways: promoting competitiveness in the long run through structural reforms, while boosting domestic demand in the short term.
During the recent G20 meetings, one of the most credible leaders of the world stated that every government should undertake “active policy responses”, “sustain demand” and “put money into the pockets of workers”. It wasn’t Mr. Renzi, but the recipe seems the one the Italian government is currently adopting.
However, a number of assumptions in the recurrent criticism by Mr Munchau are surprisingly uninformed. For example:

Instead of reforming the public administration or the judiciary, he [Mr. Renzi] has opted for a cut in the housing tax.

 What motivates the use of the word “Instead”? The Italian government has already passed many radical reforms (in the labour market, in the banking sector, in the judiciary, in the tax administration, in the institutions) and is now undertaking a major public administration reform: a so-called “delegation act” approved by the Parliament provides the Government with criteria and the authority to implement the reform over the next few months. It’s worth spending a little time reading the report on reform implementation which the Italian Treasury regularly updates: there’s plenty of details. Furthermore is worth noting that the tax cuts are across the board so to support offer as well as demand.
Italy is succeeding to implement an ambitious structural reform program intended to increase competitiveness while consolidating public finances (the deficit to GDP ratio was 3.0 in 2014, is 2.6 in 2015 and will be 2.2 in 2016) while sustaining domestic demand in order to avoid the vicious circle experienced in the recent past (increase in taxation, contraction in disposable incomes, unemployment, and so forth). Such an outcome may surprise commentators but surprise doesn’t justify uninformed criticism based on old cliché. There’s no complacency among Italian government officials but it’s time to recognise that times are changing even if this requires to overcome intellectual laziness.

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Tu chiamale se vuoi interpretazioni

Visita del Commissario europeo alla concorrenza Vestager ieri a Roma per un’audizione parlamentare. Nel corso della giornata incontra i titolari di diversi ministeri, e tra questi il Ministro dell’economia e delle finanze. Si parla anche di “bad bank” (la società che dovrebbe eventualmente favorire lo smaltimento dei crediti in sofferenza che appesantiscono i bilanci delle banche).

Alcuni titoli di oggi:

  • Libero cruento: La Ue spara sulla bad bank di Renzi
  • Repubblica aperturista – La Ue apre alla “bad bank” italiana
  • Messaggero per la via di mezzo – Bad bank, Bruxelles resta tiepida sulla proposta italiana

Per completezza gli altri:

  • Sole 24 Ore perimetrale – Bad bank, i paletti di Bruxelles
  • Stampa ottimista – Bad bank, Ue fiduciosa sull’ok
  • Giornale una volta tanto d’accordo con Repubblica – La Ue apre alla bad bank italiana
  • Avvenire introduce una sfumatura – La Ue (ri)apre sulla bad bank

Ma forse è colpa nostra che comunichiamo male.

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Caro titolista ti scrivo…

[…] sono soprattutto i titoli degli articoli a influenzare la nostra percezione del loro contenuto e ciò che ne conserviamo. […] in un sistema in cui il tasso di inaccuratezza dei titoli è molto superiore a quello già alto degli articoli, questo significa che ciò che conserviamo in termini di conoscenza della realtà e degli eventi accaduti è una grandissima quota di informazioni false. (da Notizie che non lo erano, di Luca Sofri)

All’esilarante (meglio riderne che piangerne come pure sarebbe legittimo) Notizie che non lo erano di Luca Sofri si potrebbero aggiungere tanti capitoli sui meccanismi sistematici attraverso i quali il sistema dell’informazione produce disinformazione.

Uno di questi è legato alla propensione sensazionalistica descritta dall’autore. In virtù (si fa per dire) di questa propensione, nelle redazioni è diffusa la convinzione che il conflitto faccia notizia. Il conflitto “Roma-Bruxelles” o “governo italiano – commissione europea” è quindi un genere mediatico molto popolare tra gli addetti ai lavori. Così che trovano grande spazio non soltanto le occasioni in cui gli esponenti delle istituzioni nazionali e di quelle comunitarie sono effettivamente su posizioni diverse, ma si cerca di forzare la realtà in modo che ogni situazione corrisponda al cliché. In altre parole, se non c’è conflitto bisogna sollecitarlo. O simularlo.

Un esempio fresco fresco: domenica scorsa il ministro Padoan afferma pubblicamente (al forum Ambrosetti di Cernobbio) che il lavoro per la realizzazione di una bad bank (lo strumento per affrontare il problema dei crediti in sofferenza che appesantiscono i bilanci bancari, limitando la capacità di erogare credito) prosegue bene ed esprimere l’auspicio che si arrivi “presto” a una conclusione dei lavori. Il giorno dopo si diffonde la notizia di una visita a Roma del Commissario europeo alla concorrenza. I giornali italiani annunciano così la missione e la notizia di incontri tecnici a Bruxelles:

  • Repubblica: Svolta sulla Bad bank: Domani e giovedì vertici decisivi alla Ue
  • Messaggero: Sulla Bad bank missione a Roma della commissaria Ue
  • Mf: Bad Bank e salvataggi, domani c’è l’occasione per un chiarimento con Bruxelles

Come recita il sito della rappresentanza italiana della Commissione europea, il Commissario verrà a Roma in realtà per una audizione parlamentare, e a margine di questo appuntamento coglierà l’occasione per incontrare alcuni membri del governo e tra questi il Ministro dell’economia e delle finanze, Piercarlo Padoan. Probabilmente allarmata da queste attese improprie, in una conferenza stampa di ieri pomeriggio il Commissario Vestager ha specificato che il lavoro per la bad bank in Italia non è ancora in una fase conclusiva, ma che procede, con incontri tecnici e politici, e che una soluzione compatibile con le regole UE è possibile, e a dimostrazione che sia possibile cita le operazioni fatte in Germania e Slovacchia.

Ecco i titoli dell’ANSA che ne rilancia da Bruxelles le parole:

  • Bad bank: Vestager (Ue), non vicini a fase finale
  • Bad bank: Vestager gela attese,non vicini a fase finale

I titoli dei giornali di oggi? Ovvio…

  • Corriere: Bad bank italiana, frenata di Bruxelles
  • Stampa: L’Ue gela l’Italia sulla bad bank
  • Messaggero: Bad bank, la Ue si mette di traverso
  • Giornale: Bruxelles punta i piedi sulla bad bank

Gli articoli riportano in modo equilibrato l’evolversi della situazione, ma “Il titolismo è ormai una categoria a sé del giornalismo contemporaneo” scrive ancora Sofri, che continua così: “Lo è sempre stato, ma negli ultimi anni il distacco e l’autonomia dell’informazione trasmessa attraverso i titoli rispetto a quella propria degli articoli sono cresciuti straordinariamente” soprattutto a causa dell’aumento “del sensazionalismo allarmistico generato in parte dalla crisi di vendite e in parte dal fatto che l’enorme quantità di informazioni in circolazione ha alzato l’asticella dell’attenzione dei lettori, che i giornali cercano di coinvolgere con toni sempre più enfatici e spettacolari”.

Insomma, è come se il sistema mediatico si comportasse con i lettori così: “vi abbiamo detto una cosa non vera, siamo stati corretti, ma vi diciamo che si correggono loro”.

Update 1

Mi viene fatto notare che il mio post suggerirebbe che l’Ansa abbia forzato le parole del Commissario o che l’abbia sollecitata a forzare la risposta. Non è così in questo caso, e ho citato l’Ansa tra le altre agenzie, anche perché il titolo del commento serale cita quel “gelo” che compare il giorno dopo anche su un quotidiano. Le agenzie in questo caso fungono da meccanismo di trasmissione: Padoan ha detto una cosa a Cernobbio ed è lecito verificare a Bruxelles. In molti altri casi la ricerca del conflitto è frutto del conformismo (Roma contro Bruxelles è un genere di moda).

Resta il punto: il Commissario ha avvertito il bisogno di puntualizzare perché i giornali di quel giorno affermavano che la conclusione del dossier sarebbe arrivata proprio in prossimità della sua visita a Roma.

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Rassegnati De Bellis: stavolta vinciamo

Da un’intervista a Mentana sul Fatto Quotidiano di oggi:

Intervistatore: C’è una variabile che può condizionare palazzo Chigi: l’economica.

Mentana: Dico una cosa impopolare: la macchina Italia sta ingranando. Ci sono le cicatrici, ma sta ingranando. Renzi ha accumulato un forte vantaggio e non ha pagato una serie di errori. Alcuni esempi: la riforma Rai s’è conclusa con una presa del potere vecchia maniera; la riforma della scuola, che è riuscita a scontentare pure i precari assunti.

Quando definisce “impopolare” il fatto che l’Italia ha (finalmente) ripreso a crescere, Mentana parla di quegli avidi consumatori del genere “piove governo ladro” in modo illuminante: c’è una parte di (e)lettori che si sente rassicurata dalle cattive notizie. Una trappola psicologica. L’aveva raccontata molto bene Roberto Andò nel suo film Viva la libertà (tratto dal romanzo Il trono vuoto di cui lo stesso regista è autore) nel passaggio in cui il protagonista (il gemello psicopatico del segretario del partito di sinistra a cui si sostituisce per celarne la scomparsa) dice a un dirigente del suo stesso partito: 

Rassegnati De Bellis: stavolta vinciamo

E se gli dici che il prodotto interno lordo lordo del Paese stimato in crescita quest’anno dello 0,7% sul 2014 ha già raggiunto questo livello e quindi che alla fine dell’anno potremmo registrare un dato migliore delle previsioni, ti rispondono che a. non è vero o che b. se è vero non è merito del Governo.

Figurarsi se gli venisse detto che per la prima volta da non si sa quando il Governo ha fatto stime affidabili che non vengono smentite dai fatti, che grazie a una programmazione avveduta non sono necessarie manovrine di fine anno, che la reputazione italiana all’estero cresce costantemente anche grazie a una gestione oculata della finanze pubbliche… quelli aspettano la prossima bomba d’acqua per poter esultare: piove, governo ladro!

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Le retromarce, le illusioni ottiche e @OGiannino. Se i censori facessero buon giornalismo…

Questa mattina è possibile vedere come si realizza plasticamente una illusione ottica giornalistica. Non uso “manipolazione”, perché allude a una distorsione proditoria o un intento strumentale. In questo caso, come nella maggior parte dei casi simili, si tratta soltanto di un processo autoreferenziale con il quale si costruisce un’argomentazione sul nulla, creando una illusione ottica della quale gli stessi autori cadono vittima.

Il caso: nei giorni scorsi è stata portata all’onore delle cronache una relazione scritta dalla Ragioneria Generale dello Stato (un dipartimento del Ministero dell’Economia e delle Finanze) in seguito a una ispezione presso il Comune di Roma. In quella relazione di sollevano obiezioni di legittimità alla concessione di premi al personale dipendente del Comune stesso tra il 2008 e il 2012. La relazione, come è prassi, è stata consegnata dalla Ragioneria al Comune e alla Corte dei Conti, la magistratura contabile che valuterà se sussistano gli estremi di una violazione normativa, se sia presente un danno erariale, ed eventualmente per intervenire.

I media decidono di raccontarla diversamente. In particolare ieri la Repubblica apre l’edizione locale di Roma con questo titolo: Salario accessorio, la scure del Mef “Il Comune restituisca 350 milioni”. Le virgolette, messe così, lasciano intendere che sia il Mef a chiedere la “restituzione” o il “rimborso” (sul sito Repubblica.it veniva usato questo termine). Una versione infondata, dato che la Ragioneria – e quindi il Ministero – hanno “soltanto” effettuato una ispezione, il cui esito è descritto in una relazione inviata alla Corte dei Conti. Nella relazione non si “richiede” alcunché. Eventualmente è la Corte dei Conti che ha il potere di “chiedere” qualcosa a qualcuno.

Ineffabilmente, oggi sul Messaggero – che ieri aveva riferito correttamente la vicenda, senza attribuire al Ministero la “richiesta” di rimborsi o restituzioni – Oscar Giannino fa un lungo panegirico nel quale colleziona l’armamentario retorico delle illusioni ottico-mediatiche: pasticcio, passo falso, e nel titolo di apertura del quotidiano romano non poteva mancare il mitico retromarcia.

Ora, osservate bene i passaggi: la Ragioneria fa un’ispezione su richiesta del sindaco, gli consegna la relazione, riceve delle controdeduzioni, comunica la propria valutazione delle stesse. Scrive sempre e soltanto a Comune e Corte dei Conti. Nessun leak né utilizzo strumentale delle informazioni. Tutto avviene nel rispetto delle regole e nell’ordinario riserbo istituzionale con il quale agisce la Ragioneria Generale dello Stato. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze non partecipa ad alcuna battaglia politica ma svolge i propri compiti istituzionali secondo le modalità istituzionalmente definite.

A distanza di tempo questo carteggio viene alla luce: non per volontà del Ministero, che non avrebbe alcuna motivazione. Diventa immediatamente oggetto di un confronto tra forze politiche presenti nel consiglio comunale, di alzate di scudi dei sindacati, e delle prese di posizione delle associazioni di consumatori (che altrettanto ineffabilmente scrivono: se qualcuno chiede ai dipendenti di restituire i soldi dei premi facciamo causa al fianco dei dipendenti, se invece qualcuno aumenta le tasse per finanziare quei premi facciamo causa al fianco dei cittadini; manca la terza possibilità: se quei premi sono stati finanziati con la fiscalità generale da tutti i contribuenti italiani, non vogliamo pensare di fare una causa al loro fianco?). Non c’è dubbio che la vicenda si presta, in questa fase, al confronto politico e quindi oggi si trova anche chi vanta la “vittoria” in una inesistente battaglia contro il Ministero. E di questo non si possono incolpare i media.

Ma mentre Repubblica recupera lo scivolone di ieri, con articolo e titolazione che escludono qualsiasi riferimento a “richieste” del Ministero, il Messaggero inverte la posizione e parla di retromarcia, con Giannino che scrive:

In sole dodici ore siamo passati dal Mef che sembrava [sic!] avere una posizione, cambiata poi completamente.

Caro Giannino, il Ministero ha fatto pervenire al Comune una relazione e una comunicazione di commento alle controdeduzioni. Non nelle ultime dodici ore, ma mesi fa. Senza alcun “passo falso”. Le retromarce e i cambi di posizione sono una illusione ottica tutta interna alla narrativa mediatica. Che farebbe un migliore servizio ai lettori se fosse più accurata. Tutto qui.

Inventare casi forzando i fatti e constatare che si è costruita informazione infondata è un conto. Sviare da sé le proprie responsabilità attribuendo ai soggetti interessati altrettanto infondate “retromarce” è una prassi insopportabile.

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Gli errori di Bloomberg e le aberrazioni sui derivati. Come confondere un costo con le “perdite”

Bloomberg ha fatto un’analisi della spesa sostenuta dalla Repubblica Italiana in virtù dei “derivati”, cioè di contratti sottoscritti con istituzioni finanziare al fine di compensare oscillazioni dei tassi su una parte dei titoli di debito pubblico emessi sul mercato. Ne emergono una sintesi e un’analisi. La prima contiene un errore di metodo, la seconda un errore concettuale.

La sintesi è semplice e altri organi d’informazione vi hanno dato molta evidenza: l’Italia avrebbe sostenuto oneri per derivati pari a circa 16,95 miliardi. Si tratta semplicemente della somma della spesa sostenuta per ciascuno degli anni tra il 2011 e il 2014 reperibile nei dati Eurostat. Facile. Semplice eppure sbagliata. Perché a Bloomberg hanno sommato la spesa effettiva per Financial derivatives (Tabella 3A del Rapporto sui livelli di deficit e debito consegnato a Eurostat) con aggiustamenti contabili che non corrispondono ad esborsi, anche se contabilmente incrementano il debito (Net incurrence (-) of liabilities in financial derivatives). Anche Morya Longo inciampa nello stesso errore, scrivendo sul Sole 24 Ore che “non si tratta di costi teorici: si tratta di soldi veri”: sì, ma per una cifra inferiore per un terzo a quella denunciata. Alla domanda “quanti soldi ha sborsato la Repubblica Italiana in 4 anni per derivati?” la risposta è quindi 12,4 miliardi e non 16,95. Per essere precisi, a Bloomberg avrebbero dovuto guardare la tavola 3B (Central Government) e non la tavola 3A (General Government) . In questo caso l’esborso (la spesa effettiva) sarebbe ancora più contenuta: 11,9 miliardi. In media nel periodo: 3 miliardi all’anno. Come componente di una spesa per la gestione del debito che si è aggirata intorno a 80 miliardi all’anno: il 3,7%.

A Bloomberg hanno poi sbagliato l’analisi dell’impatto dei derivati sul costo di gestione del debito pubblico sul piano concettuale. Gli autori dell’articolo sostengono infatti che nel 2014 il costo di finanziamento del debito italiano è calato di 2,76 miliardi, poi affermano che la spesa per derivati nello stesso anno è pari a circa il doppio di quella cifra ovvero 5,46 miliardi. Suggerendo così che il risparmio dovuto al calo degli interessi sia stato più che vanificato dai derivati. Però non è così. Innanzitutto perché la spesa effettiva (i “soldi veri”) ammonta a 3,5 miliardi, per le ragioni spiegate sopra. Ma soprattutto perché il minor costo della gestione del debito registrato nel 2014 rispetto al 2013 è complessivo: il risparmio così calcolato tiene conto tanto del calo degli interessi quanto della spesa per derivati. Si potrebbe eventualmente sostenere che senza derivati la Repubblica Italiana avrebbe risparmiato più di 2,76 miliardi. Ma anch’io avrei risparmiato 800 euro se non avessi sottoscritto un’assicurazione per proteggermi dal rischio di furto e incendio dell’automobile…

Non è tutto. L’errore concettuale è più profondo. Si può certamente registrare un minor costo nel 2014 rispetto al 2013. E’ un dato oggettivo. Ma siccome nel 2014 il debito è cresciuto rispetto al 2013, il confronto non ha alcun valore esplicativo. Il risparmio va piuttosto calcolato come la differenza tra quanto abbiamo speso e quanto avevamo previsto di spendere nello stesso anno 2014, quando ritenevamo che i tassi sarebbero stati più alti. Un calcolo che si può fare a partire dal Documento di Economia e Finanza 2012 (si è parlato molto del DEF nei giorni scorsi, anche a sproposito: questa è un’opportunità per ricordare il suo scopo, che non è quello di aggiustare la spesa nell’anno in cui viene elaborato ma piuttosto di programmare le finanze pubbliche per gli anni successivi, appunto tenendo conto di possibili introiti e possibili spese – comprese quelle per interessi sui titoli pubblici e per derivati). Nel DEF 2012 il Governo ipotizzava di spendere per la gestione del debito nel 2014 ben 92,9 miliardi (90,9 se ricalcolati secondo il nuovo standard SEC 2010). Ne abbiamo spesi invece 78,5 (75,2 con SEC 2010).

Alla domanda “quanto abbiamo risparmiato per la gestione del debito nel 2014?” la risposta corretta è quindi 14,4 miliardi (12 miliardi rispetto alle stime del DEF 2013 e 4 miliardi rispetto alle stime dello stesso DEF 2014; comunque più del 2,76 citato da Bloomberg, che misura soltanto il minor costo tra un anno e l’altro).

Un ultimo commento. Parlare della spesa per derivati in modo indipendente dalla spesa per interessi è un errore e porta all’aberrazione – per esempio – di Ugo Bertone su Libero, che parla del valore mark-to-market complessivo dei derivati come di un “saldo teorico che dovremmo pagare sui derivati ancora aperti se non si invertirà l’andamento (speriamo il più tardi possibile) dei tassi di interesse”. Come se flussi finanziari da derivati e spesa per interessi fossero due fenomeni alieni l’uno all’altro. Non è così perché – al contrario – la spesa per derivati è strettamente correlata all’andamento dei tassi: quando i tassi salgono aumenta la spesa per interessi mentre il flusso in uscita sui derivati si riduce e – in corrispondenza di una soglia che oggi appare elevata ma che che è invece equilibrata se si guarda le serie storiche – il funzionamento dei derivati comporta un introito invece di una spesa, così che la somma algebrica di esborsi e introiti sia inferiore alla sola spesa per interessi; quando i tassi scendono, come sta avvenendo oggi, diminuisce la spesa per interessi e i derivati comportano una spesa invece di un introito, così che la somma algebrica di esborsi e introiti risulta superiore alla sola spesa per interessi. E allora perché si fanno i contratti derivati di Interest Swap Rate (IRS)? Perché i tassi di interesse non possono, di norma, scendere al di sotto del livello 0 (anche se nella situazione monetaria straordinaria che stiamo attraversando alcuni Stati sono arrivati ad emettere titoli con tassi negativi). Possono però salire molto, in teoria senza limite. In questo caso i derivati fanno il loro dovere, di generare introiti per compensare (parzialmente) la maggiore spesa per interessi.

La missione dei derivati “swap” sui tassi d’interesse consiste quindi nella stabilizzazione del costo di gestione del debito pubblico: offrono flussi positivi quando i tassi salgono, negativi quando scendono. Ciò che sembra essere costantemente ignorato dai commenti è che la gestione del debito pubblico include due componenti: spesa per interessi e flussi finanziari (che possono essere positivi o negativi) da derivati. La seconda componente compensa sempre la prima: comporta un costo quando l’evento non si verifica (esattamente come un’assicurazione) ma protegge i conti pubblici da repentine impennate dei tassi. Un evento raro? Chi ha memoria di ciò che accadde nel 2011 la pensa diversamente.

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Ma il debito aumenta o si stabilizza? #avvisoainaviganti (e a Giannelli) cc @corriereit

Il debito pubblico aumenta, il debito pubblico si stabilizza. Due affermazioni così palesemente in contraddizione tra loro possono essere entrambe vere? Per trovare la risposta bisogna “leggere” i numeri prima di usarli per il calcolo.

Debito in valori assoluti
Il debito pubblico italiano in valori assoluti aumenterà fino al 2018. Infatti nel 2015, 2016 e 2017 le finanze pubbliche del nostro paese presenteranno un deficit, cioè un saldo di bilancio negativo: le spese saranno superiori alle entrate. Dove prendiamo i soldi per spendere ciò che non incassiamo? Contraendo nuovi debiti*.
Il debito quindi passerà da 2.172 miliardi (circa) di quest’anno a 2.213 (circa) nel 2018 (40 miliardi in più).

Il debito che conta: in rapporto al PIL
Ma il valore assoluto del debito non dice molto sulla capacità di un debitore – nel nostro caso uno Stato sovrano – di rimborsarlo. Che dipende invece dal valore del reddito prodotto. Una considerazione che vale per una famiglia, per un’azienda e per uno Stato. Per questo la grandezza significativa per valutare l’affidabilità di un paese è il rapporto tra il debito assoluto e il prodotto interno lordo: il debito/PIL.
Se il reddito (PIL) cresce più velocemente del debito, allora il rapporto debito/PIL diminuisce. Per l’Italia le proiezioni del Governo mostrano appunto un profilo discendente del rapporto debito/PIL tra 2015 e 2018. Rispettivamente, nei quattro anni: 132,5 – 130,9 – 127,4 – 123,4.

Sì, il debito aumenta e diminuisce al tempo stesso
Ecco quindi che mentre il debito assoluto aumenta di 40 miliardi il debito relativo (quello che conta) diminuisce di 9,1 punti percentuali di PIL (grazie al fatto che il PIL cresce più del valore assoluto del debito).

(*) Una spesa superiore alle entrate non va interpretata come una conduzione scellerata dell’economia: nel caso dell’Italia è piuttosto la pesante eredità del debito pubblico accumulato negli anni ’80 e ’90 del Novecento. Se infatti togliamo dalle spese il costo del debito (cioè la spesa annuale per interessi), il saldo primario è positivo: lo Stato spende meno di quanto incassa. Anzi, da più di venti anni (con la sola eccezione del 2009) il nostro saldo primario è positivo. Per intenderci: nel 2014 gli introiti per le Stato sono stati superiori alla spesa pubblica per 26 miliardi (circa). Però abbiamo speso 76 miliardi di interessi sul debito pubblico. In parte queste spese sono state finanziate con l’avanzo primario, ma per circa 40 miliardi abbiamo dovuto ricorrere a deficit (senza superare il famigerato 3%). Ovviamente questa cifra è stata reperita sul mercato con l’emissione di titoli di Stato, quindi ha incrementato il debito.

Tutti i dati sono tratti dal Programma di stabilità dell’Italia (in particolare dalla tabella a pag. 2) del Documento di Economia e Finanza 2015.

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Può la pressione fiscale aumentare anche se non aumentano le tasse? Sì #avvisoainaviganti

Non aumentano le tasse, aumenta la pressione fiscale. E’ possibile? Sì, perché tasse e pressione fiscale non sono la stessa cosa.
Un aumento della tassazione è dato da nuove imposte, o da un aumento delle aliquote di imposte esistenti. La pressione fiscale è calcolata come il gettito delle entrate tributarie e contributive in relazione al prodotto interno lordo. Se il PIL scende, a parità di gettito o in misura superiore al calo del gettito, la pressione fiscale aumenta. Esattamente ciò che è accaduto nel 2014: la caduta del PIL (-0,5%) è stata relativamente superiore al calo del gettito, con il risultato che il rapporto tra le due grandezze è cresciuto dal 43,3 al 43,5%.
Il dibattito sulle tasse è delicato, perché sono tante, spesso complicate, a volte poco chiare. Il Governo è intervenuto con il decreto legge 66 del 2014 e poi con la legge di stabilità per il 2015 su due fronti principali: ridurre il cuneo fiscale per i lavoratori dipendenti con retribuzione fino a 26.000 euro e cancellare la componente dell’Irap calcolata sul lavoro.
Tuttavia il primo intervento (il cosiddetto bonus di 80 euro, cioè una riduzione dell’Irpef con un aumento del salario netto per un importo di 80 euro) non ha la caratteristica della progressività tipica del nostro sistema tributario e quindi anziché essere classificato come riduzione fiscale viene computato come spesa sociale. Dal punto di vista del beneficiario non cambia nulla: 80 euro in più in busta paga si spendono (o si risparmiano), punto e basta. Ma dal punto di vista delle statistiche nazionali l’effetto è paradossale: aumento di spesa invece di diminuzione delle tasse! Il contrario dell’intento del Governo.
La misura (80 euro al mese in più per quasi 10 milioni di lavoratori) ha il pregio di essere percepita con semplicità e chiarezza dai beneficiari e quindi può agire positivamente sulle aspettative (una variabile economica cruciale) e di conseguenza sulla propensione ai consumi. Che i primi dati del 2015 sembrano confermare in aumento. Ma non è escluso che il Governo possa volere porre rimedio a quell’effetto paradossale con la legge di stabilità per il 2016.

Tasse e consenso

Alcuni osservatori contestano la propensione del Governo a distinguere tra gli effetti statistici della misura (che sarebbe inefficace rispetto alla riduzione della pressione fiscale, in aumento per i motivi sopra richiamati) e gli effetti concreti per la vita dei lavoratori. Eppure le politiche si mettono in campo per cambiare comportamenti concreti e per incidere su aspetti concreti della vita delle persone. Senza contestare criteri classificatori resi ormai ampiamente omogenei a livello internazionale, la distinzione è legittima e non può essere banalizzata come propaganda.
C’è però un altro aspetto del dibattito: il Governo “fa propaganda”, cioè – nei termini che personalmente preferisco – coltiva il consenso? Possibile. E dunque? Siamo in democrazia, la fonte di legittimazione dei governi democratici è il consenso, i governi democratici valorizzano agli occhi dei cittadini la propria azione. Sarebbe ben strano se non fosse così. Il problema si porrebbe se il disegno delle politiche fosse ispirato esclusivamente dall’esigenza di coltivare consenso. Ma diverso è il caso di un governo che progetta politiche efficaci rispetto al fine di affermare un cambiamento nella società e contestualmente si pone anche l’obiettivo di valorizzarne gli effetti.

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