Il degrado si può fermare. Anche a Roma

Sabato 28 gennaio il Messaggero ha ospitato nelle pagine della cronaca di Roma un mio intervento sul degrado materiale e civile della città. Qui di seguito il testo integrale, nel quale suggerisco che il processo di progressivo degrado non è inevitabile, al contrario può essere fermato. Per fermarlo occorre ripristinare la legalità a partire dal rispetto delle semplici regole che favoriscono la convivenza sulla strada, lo spazio della convivenza urbana per eccellenza. E non basta invocare l’intervento dell’autorità, occorre mobilitare gli individui e unirli in iniziative associative.

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Le denunce sul degrado che sta travolgendo Roma sono diventate costanti al punto da costituire un rumore di fondo al quale tutti rischiano di diventare indifferenti. Tuttavia chi ama questa città, che vi sia nato o che vi sia approdato, prova il bisogno di una reazione che vada al di là dell’indignazione e della denuncia.

Le domande da porsi sono almeno tre. Da dove ha inizio il processo di degrado? È inarrestabile? Se esiste una chance di riscossa, da dove si può cominciare concretamente? Vorrei provare a proporre tre risposte tra quelle possibili, a prescindere dai doveri dell’amministrazione pubblica.

Dove comincia il degrado? Il degrado materiale che si osserva nella sporcizia sulle strade, nei disservizi del trasporto pubblico, nelle condizioni stesse delle strade è anche degrado civile. Comincia da comportamenti di singoli orientati a massimizzare il vantaggio individuale a discapito di tutti gli altri cittadini (“parcheggio dove mi pare, anche in seconda e terza fila, anche sulle strisce pedonali o davanti a un passaggio per disabili o un passo carraio dal quale qualcuno non potrà uscire anche se dovesse farlo con urgenza e anche se ciò rallenterà il traffico e impedirà il passaggio degli autobus e ostacolerà i mezzi dell’AMA nello svuotamento dei cassonetti; non raccolgo gli escrementi del cane, ché è faticoso chinarsi e mi fa anche un po’ schifo; lascio nell’aiuola le bottiglie della birra che abbiamo consumato in compagnia sulla panchina per non doverle portare fino alla campana del vetro”).

Questo processo è inarrestabile? Comportamenti individuali contrari all’interesse generale sono come le pietre che cominciano a rotolare per una discesa e presto diventano frana o valanga. Vanno fermati, altrimenti innescano comportamenti imitativi anche presso persone consapevoli di ciò che è buono o sbagliato per la collettività (“parcheggio là dove non si potrebbe, tanto se non lo faccio io lo fa un altro; quest’aiuola è così sporca che una cartaccia in più non farà la differenza”). La violazione di semplici regole di civiltà non va tollerata perché alimenta il degrado e soltanto la difesa del principio di legalità nelle sue manifestazioni più elementari può arrestare il processo in corso.

Cosa fare, concretamente, per ripartire? In assenza dell’intervento imprescindibile di un’autorità che imponga il rispetto delle regole (come il Leviatano di Hobbes), occorre riscoprire l’azione collettiva che il fenomeno della individualizzazione (definito dai sociologi come l’allontanamento degli individui da appartenenze e vincoli sociali) ha progressivamente cancellato dall’orizzonte quotidiano dei cittadini. Davanti all’imbarbarimento dello spazio pubblico, i cittadini rispettosi del prossimo e delle regole della convivenza civile si chiudono nella solitudine, uno spazio dove regnano rassegnazione, rabbia e frustrazione. L’opportunità dell’azione collettiva offerta dall’associazionismo conforta sul piano psicologico e aumenta la capacità dei singoli di avere un impatto sulla realtà.

Sono in gioco molte cose: il diritto al riposo dei cittadini nelle zone residenziali, da conciliare al diritto alla libertà d’impresa di chi apre un bar o un ristorante sperando di innescare la movida, il recupero di funzionalità del trasporto pubblico locale, l’igiene, i valori immobiliari, la sicurezza (quella effettiva e quella percepita), la capacità di attrazione turistica.

Manifestazioni come la pulizia del parco Nemorense nel quartiere Trieste a cura di un’associazione indicano una via. Che tuttavia non può essere iniziativa occasionale né può diventare sostituzione permanente delle funzioni dell’amministrazione pubblica. La sfida dell’azione collettiva oggi a Roma è nella sperimentazione di forme di recupero dello spazio pubblico (come fanno per esempio Retake Roma e altre associazioni simili) capaci di porre davanti all’amministrazione e all’autorità non soluzioni ideali ma azioni sperimentate per superare le inerzie, le resistenze attive e gli interessi particolari di gruppi di pressione (non si scomodino qui i “poteri forti”, ché bastano le tante inerzie, a cominciare da quelle di alcuni dipendenti dell’amministrazione).

I media possono aiutare l’associazionismo a evolvere in forme organizzate di partecipazione civica capaci di determinare un impatto sulla realtà. Dedicare con continuità attenzione alla dimensione dell’azione collettiva serve a ristabilire un rapporto tra coloro che abitano uno spazio urbano e il mezzo che dovrebbe rappresentare quella realtà concreta. Il Messaggero potrebbero cominciare proprio dal quartiere Trieste, dove il degrado rischia di seppellire in pochi anni una lunga storia di civiltà.

Il quartiere Trieste ha un impianto viario ben concepito: un’arteria principale sull’asse tra centro e periferia, dalla quale salgono vie strette alternate ad altre più larghe, da un lato verso Villa Ada, dall’altro verso la via Nomentana. I fasti della zona edificata da Gino Coppedè si alternano agli edifici razionalisti di Ludovico Quaroni ma anche all’edilizia popolare di qualità come si progettava all’inizio del Novecento.

A dispetto del tempo trascorso dalla sua edificazione, la viabilità del quartiere consentirebbe agevolmente lo scorrimento di un traffico privato misto a un trasporto pubblico efficiente. La conformazione delle strade consentirebbe una raccolta facile dei rifiuti e la pulizia dei marciapiedi, che ospitano negozi bar e ristoranti in grande quantità. E invece il quartiere rischia di soccombere alla carenza di servizi pubblici, all’imbarbarimento dei comportamenti e a una nuova movida che trasforma un quartiere residenziale in una terra di nessuno, dove la pulizia del parco di quartiere (progettato su via Nemorense da Raffaele de Vico, l’architetto progettista dei parchi più belli di Roma, che fu anche direttore del Servizio giardini del Comune) richiede l’intervento dell’accoppiata pensionati – nipotini.

La riscossa è possibile e può cominciare invertendo il processo di degrado in atto qui attraverso la sperimentazione di prototipi di azione collettiva replicabili in altri quartieri, monitorati dai mezzi di informazione, e successivamente proposti all’amministrazione municipale e comunale.

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Al #referendum di domenica voterò “sì”

Non sono un esperto costituzionalista e del resto agli elettori non si chiede questa competenza. Però mi sono fatto un’idea della riforma in generale e di alcuni punti in particolare. 


Sul piano generale, direi culturale, la riforma è un cambiamento con lo scopo dichiarato di rendere il Paese più semplice e più veloce. Cambiamento, semplicità, velocità: non c’è dubbio che siano obiettivi da perseguire in Italia più che altrove. Si può discutere se questa riforma consegua gli obiettivi dichiarati. E il giudizio è oggettivamente difficile, dato che anche gli “esperti” si dividono tra no e sì. 

Sul piano specifico mi sembra però incontrovertibile che oggi ci sono due camere parlamentari che danno la fiducia al Governo, mentre la riforma riserva questa prerogativa alla sola Camera dei Deputati. Mi sembra altrettanto indiscutibile che oggi ci sono 315 senatori che godono di indennità, rimborsi e altre forme di reddito a valere sulle casse pubbliche, mentre la riforma riduce il numero dei senatori a cento, ai quali non viene riconosciuta alcuna indennità. Questi cento senatori probabilmente dovranno ricevere qualche rimborso spese ma il costo per lo Stato sarà sensibilmente più basso rispetto agli attuali 315, dato che le indennità saranno cancellate, così come le spese per gli assistenti, mentre le spese di rimborso saranno molto ridotte e le spese di funzionamento del Senato dovranno essere adeguate alla minore intensità e al minor numero di senatori.

Ma l’aspetto della riforma che più mi convince è l’intervento sulla distinzione di competenze tra Regioni e Stato. È un aspetto della riforma importante sul piano economico, non tanto e non solo per i risparmi che produce ma perché restituisce al Governo le chiavi per mettere in moto la macchina della crescita economica. Il Governo potrà così finalmente varare una politica nazionale per il turismo: che spreco per un paese ricco di un patrimonio ineguagliabile come il nostro non poter promuovere in modo organico e con una strategia complessiva il territorio nazionale. La competenza esclusiva allo Stato restituirà al Governo questa possibilità. Lo stesso discorso vale per le infrastrutture: la competenza esclusiva consentirà al Governo di mettere in campo un piano nazionale per le infrastrutture strategiche, evitare la competizione inefficiente tra le Regioni, massimizzare le opportunità suddividendole tra i territori e concentrando su ciascuna le necessarie risorse finanziarie.

Tra gli effetti della riforma del Titolo V della Parte Seconda della Costituzione merita un posto speciale il passaggio allo Stato della competenza sulle politiche attive del lavoro. La nostra Costituzione poggia sul pilastro del bellissimo articolo 1: 

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro

L’interpretazione che io do dell’articolo 1 è questa: in Italia non contano il censo, il genere, la religione, l’orientamento sessuale, l’origine sociale perché il lavoro dà a ciascuno pari dignità. Mi sembra poetico e potente al tempo stesso. Però questo riconoscimento non individua strumenti per la realizzazione di questa condizione di dignità. Ebbene, il nuovo articolo 117 inserisce le politiche attive del lavoro nella Costituzione e impegna i governi ad adottarle per promuovere l’occupazione. L’evoluzione di questi anni, inclusa la riforma del mercato del lavoro e in particolare la componente che riguarda proprio le politiche attive del lavoro, cambia paradigma rispetto a un passato nel quale veniva preservato il reddito ma non il lavoro. Gli ammortizzatori sociali come la cassa integrazione tenevano in vita un legame fittizio tra lavoratori senza lavoro e imprese decotte, sopravvissute soltanto nei faldoni di qualche curatore fallimentare, come pretesto per erogare un reddito, senza alcuna prospettiva per il futuro. Con la riforma – e in particolare con le scelte politiche che diventano fino in fondo operative, come l’introduzione del reddito di inclusione – si riconosce un sostegno al reddito delle persone che corrono il rischio di scivolare nella povertà ma lo si associa a strumenti e allo sforzo per entrare o tornare nel mondo del lavoro.

Quindi: un sì convinto per una riforma che riduce i costi della politica e migliora le potenzialità dell’intervento del Governo nel campo della crescita economica. Eppure confesso che questo giudizio nasce da un pregiudizio positivo nei confronti dell’azione del governo (alla quale, nel mio piccolo, dalla trincea operativa dell’amministrazione pubblica, cerco di dare un contributo). Immagino che se mi fossi trovato in una diversa condizione avrei potuto maturare un pregiudizio diverso e di conseguenza la lettura della riforma avrebbe potuto condurmi a conclusioni diverse*.

Per questo non biasimo nessuno dei miei amici che votano “no”, così come non ho nulla contro tutti coloro che voteranno diversamente da me. Il comportamento di voto nasce del resto sempre così: l’identificazione in un soggetto individuale o collettivo, la sensazione di affinità con un leader, la fiducia in un opinion maker al quale delegare il compito di capire e segnalare cosa sia giusto fare. Il caso ha – come in tutte le vicende della vita – un suo ruolo. È l’insostenibile leggerezza dell’essere, che può essere letta anche come il valore immenso della sequenza di coincidenze che ci colloca qui e ora. E a questo valore deve corrispondere il senso di responsabilità per le proprie azioni.

Voto sì quindi anche perché credo che l’azione dell’esecutivo in questi mille giorni stia smontando i tantissimi congegni culturali e giuridici che hanno imbrigliato la libertà di pensiero e di azione degli italiani. 

Comunque vada, lunedì il sole sorgerà ancora. Se vince il “no” sarà difficile pensare a un qualunque obiettivo che contempli un serio cambiamento del Paese. Se vince il “sì” ci sarà molto da fare per dare attuazione ai principi cui si ispira la riforma ma la nostra comunità nazionale riceverà una straordinaria spinta verso l’innovazione perché tutti sapremo che cambiare si può.

Un po’ diriferimenti:

(*) O qualcuno si illude che ciascun elettore maturi un convincimento basato razionalmente su di una disamina oggettiva di tutti i pro e i contro?

Vediamo un po’ cosa ha detto @realdonaldtrump nella #ElectionNight

Un’analisi a caldo del #victoryspeech del nuovo @POTUS (lo specifico per mia mamma nel caso leggesse il blog: President Of The United States), per quello che valgono i discorsi della vittoria.

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Innanzitutto fa una cosa che si direbbe ovvia, ma che date le premesse non doveva essere data per scontata: fa i complimenti all’avversaria e rassicura i suoi elettori.

Hillary has worked very long and very hard over a long period of time, and we owe her a major debt of gratitude for her service to our country.

Poi rassicura l’opinione pubblica mondiale: pare che in politica estera sia animato da intenti pacifici.

[…] we will get along with all other nations, willing to get along with us. We will have great relationships.

Sul piano dell’analisi politica: sfodera la retorica del movimento, in implicita opposizione alla “forma partito”, una retorica post-ideologica nel senso di trasversale, ed esalta “la gente”:

As I’ve said from the beginning, ours was not a campaign but rather an incredible and great movement, made up of millions of hard-working men and women who love their country and want a better, brighter future for themselves and for their family. It is a movement comprised of Americans from all races, religions, backgrounds and beliefs, who want and expect our government to serve the people, and serve the people it will.

E sul piano psicologico ribadisce il cuore del suo messaggio: la promessa ai dimenticati (i perdenti nel grande gioco umano ed economico della globalizzazione, a mio avviso) di potersi riscattare, realizzare. Dopotutto è la stessa leva usata per ObamaForAmerica (la campagna del 2008): la speranza (hope).

Every single American will have the opportunity to realize his or her fullest potential. The forgotten men and women of our country will be forgotten no longer.

Soprattutto ricorda una cosa molto semplice: l’utilitarismo dell’uomo della strada, che non ha prospettive di lungo termine ma piuttosto il problema di sbarcare il lunario, bread and butter da mettere in tavola. Chiamiamolo self-interest. E aspettiamoci politiche protezionistiche.

I want to tell the world community that while we will always put America’s interests first, we will deal fairly with everyone, with everyone.

Il pacchetto individualista si chiude con il richiamo alla sicurezza, che assume l’aspetto dell’uomo forte, incarnazione del principio law and order, quel Rudy Giuliani fautore della controversa politica della tolleranza zero che – a torto o a ragione – si ritiene avrebbe contributo a fare di New York City una città vivibile.

I want to give a very special thanks to our former mayor, Rudy Giuliani. He’s unbelievable. Unbelievable. He traveled with us and he went through meetings, and Rudy never changes. Where is Rudy. Where is he?

E infatti il riferimento al law enforcement e alla polizia di NYC è esplicito:

And law enforcement in New York City, they’re here tonight. These are spectacular people, sometimes under appreciated unfortunately, we we appreciate them.

(chiedete ai romani se non vorrebbero vedere un po’ di law enforcement per le strade della capitale).

Non manca l’economia, con l’impegno di realizzare un piano che ha molto sapore keynesiano. Perché la destra “à la Trump” non è necessariamente liberista e spende volentieri i soldi pubblici:

We have a great economic plan. We will double our growth and have the strongest economy anywhere in the world. […]

We are going to fix our inner cities and rebuild our highways, bridges, tunnels, airports, schools, hospitals. We’re going to rebuild our infrastructure, which will become, by the way, second to none, and we will put millions of our people to work as we rebuild it.

Il transcript del discorso si può trovare su vox.com, qui.

Uno che non si è chiesto cosa può fare per lui il suo Paese. Daje #Diego

Diego Piacentini. Se non sapete chi è lo potete scoprire nell’intervista di Mario Calabresi per Repubblica di oggi.

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Quest’uomo non si è chiesto che cosa il suo Paese può fare per lui. Ha invece deciso che può fare qualcosa per il suo Paese.
Sta tutta qui la rivoluzione di Diego Piacentini. Piccola. Immensa. Un piccolo passo per un uomo, un grande passo per l’italianità. Non so quando sia successo ma noi italiani ci siamo abituati a pensare che lo Stato è come una mamma a cui possiamo succhiare non solo il latte ma perfino il sangue e non fintanto che non siamo in grado di badare a noi stessi ma fino all’età adulta. E invece di mostrarle riconoscenza e rispetto l’ammazziamo di fatica e ingratitudine.
Insomma, fiumi di parole su “lo Stato siamo noi” ma niente di tanto efficace quanto il gesto della mano al portafogli: “lavoro per lo Stato e – sia chiaro – i soldi ce li metto io”. (Il contrario di Jerry Calà in “Vado a vivere da solo” ma i soldi me li date voi!). Neanche i rimborsi spese, vuole Diego Piacentini. “Eh certo – dirà qualcuno (c’è sempre qualcuno che usa un argomento idiota come questo) – con i soldi che ha…”. Dimentico degli insegnamenti della Bibbia: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei cieli e – per parafrasi ma non per assurdo – che un italiano ricco lavori gratuitamente per lo Stato.
Il suo benessere Diego Piacentini non l’ha ereditato da genitori ricchi. Con lo studio si è conquistato un’opportunità. Con il lavoro ha trasformato quella opportunità in successo. Immagino che di questo successo vada giustamente orgoglioso e la cosa che ce lo fa sembrare un marziano è che a quest’orgoglio non corrisponde il desiderio di isolarsi per godersi il benessere, quanto piuttosto la voglia di mettere quello che sa (che ha imparato) e quello che è capace di fare (che ha imparato a fare) al servizio dei suoi connazionali. Perché ha vissuto in un posto dove gli individui imparano a restituire alla comunità che li ha allevati.
Sì, se lo incontrate per strada non vergognatevi di dirgli “grazie”. È un modo per affermare che nessun uomo è un’isola, che si può cambiare perfino l’Italia, che intorno a idee e persone così ci si può unire tra uomini di buona volontà e chiedersi “che cosa posso fare io per il mio Paese?”.
Daje Diego.

La campagna scomunicata

Ho sempre nutrito diffidenza nei confronti dei professionisti della comunicazione che giudicano il lavoro degli altri. Spesso mi sembrano motivati dalla vanità o dal bisogno di mettersi in mostra (l’autopromozione gode di grande considerazione nell’ambiente, è uno dei pochi strumenti di marketing). Non di rado capita di imbattersi in giudizi su lavori che non sono ancora noti del tutto, dei quali non si conosce lo sviluppo futuro e dei quali si ignorano le condizioni di maturazione.

La storia della campagna del Ministero della Salute sulla fertilità mi pare che abbia un po’ questa natura: bocciata prima che nascesse. Anzi, scomunicata. Perché? E’ evidente: qualcuno non ha capito. E non si tratta di difendere i creativi (non conosco l’agenzia che ha lavorato alla campagna) nei confronti del pubblico, perché se il pubblico ha sempre ragione e se non capisce il contenuto di una campagna la responsabilità è certamente di chi ha realizzato l’operazione di comunicazione. Ma qui non è il pubblico ad aver bocciato la campagna. E’ piuttosto un corto circuito tra social network e mass media tradizionali. Basta una scintilla e parte una fiammata che si alimenta del giudizio di persone che non perdono tempo a farsi un’idea, un’idea propria: propagano quella che trovano bell’e pronta. Si fa prima, è più facile, e si è in compagnia. E poi a criticare la voce del padrone non si sbaglia mai, no?

Dai commenti che ho letto mi sembra evidente che i detrattori hanno criticato una campagna sulla natalità. Che però è altro dal lavoro partorito dal Ministero della Salute, dove si sono posti evidentemente un altro obiettivo: la sensibilizzazione dell’opinione pubblica ai rischi della crescente infertilità.

I materiali della campagna non li ho visti neanch’io: ho potuto vedere alcune immagini su Repubblica e Corriere e francamente non ho avuto dubbi. “Infezioni sessualmente trasmesse? Anche no. Difendi ogni giorno la tua fertilità” è il testo che accompagna l’immagine di sette profilattici, ciascuno associato a un giorno della settimana. Chiaro, no? “Non mandare gli spermatozoi in fumo” è associato a una mano che regge una sigaretta e anche in questo caso l’associazione tra un comportamento specifico (il fumo) e il rischio di infertilità appare evidente. “La fertilità è un bene comune” abbinato a un rubinetto che sgocciola è invece un tentativo di associare questo tema a una parola d’ordine divenuta popolare con la campagna referendaria sull’acqua, quella del “bene comune”.

L’equivoco può forse essere stato indotto dai soggetti che alludono al tempo e all’età. Anche in questo caso l’obiettivo è di attrarre l’attenzione sulla relazione tra il tasso di fertilità e una caratteristica degli aspiranti genitori, ovvero l’età anagrafica. E tuttavia “La bellezza non ha età, la fertilità sì” o “Datti una mossa! Non aspettare la cicogna” possono essere stati scambiati con un invito alla procreazione tout court, a prescindere dai rischi di infertilità, e quindi potrebbero (potrebbero?) giustificare il sarcasmo di chi ha percepito la campagna come un invito a “dare figli alla patria”.

Ma se è così, non dovrebbero essere i mass media (quelli a pagamento) a svolgere il proprio ruolo di informatori attenti e accurati, dimostrando di avere ancora un ruolo nell’età della comunicazione superveloce e a volte schizzata dei social network? Un paio di interviste al Ministro Lorenzin per darle modo di illustrare le finalità reali della campagna da contrapporre ai commenti disinformati. E basta. Il tema avrebbe meritato una controcampagna, magari con un po’ di dati. L’incidente si sarebbe trasformato in un successo di informazione.

Per dire, proprio oggi il New York Times dedica una pagina della sua edizione del weekend al tema della infertilità (devo dire che il termine negativizzato trasmette direttamente la dimensione patologica della questione: infertilità = malattia, fertilità = procreazione; è possibile che i creativi o i committenti abbiano voluto porre il tema in chiave positiva anziché negativa, ed evocare tutto ciò di positivo che circonda la fertilità piuttosto che la dimensione patologica e critica e perfino depressiva della infertilità). 

Richiamo in prima pagina con immagine di una donna che tiene in mano una maglietta da neonato. E nelle pagine interne altre immagini che evocano la maternità: la stessa donna che consulta un tester e che si tiene la pancia. Titolo del pezzo – affidato a una docente di scrittura creativa che mette in relazione due aspetti della creatività, la scrittura e la procreazione – “What she bears: Burdens of infertility”. Riferimenti a due testi (“Avalanche. A Love Story” di Julia Leigh e “The Art of Waiting. On Fertility, Medicine and Motherhood” di Belle Boggs). Niente di eccezionale. Anzi, c’è un eccesso di enfasi sulla figura femminile, mentre l’infertilità colpisce anche i maschi.


Si parla con l’acrononimo I.V.F. (“In vitro fertilisation”) della procreazione assistita. E si riporta una frase che ricorre spesso nella letteratura sul tema:

Non mi è mai passato per la testa che avrei potuto non essere in grado di avere figli. 

Sì, a giudicare dal NYT ha ragione Beatrice Lorenzin.

Le due agende

I ministri delle finanze degli Stati membri dell’Unione europea si riuniscono una volta al mese. Gli incontri ECOFIN servono a decidere misure di politica economica e fiscale di tipo generale e settoriale, come per il settore bancario. Nel corso degli incontri si lavora per raggiungere un’intesa politica su soluzioni che poi vengono tradotte in dispositivi giuridici (norme). E quindi si svolge una vera e propria attività legislativa in combinazione con le altre istituzioni europee: la Commissione e il Parlamento. Il programma dei lavori viene definito dallo Stato membro che detiene la presidenza di turno (dura sei mesi) insieme allo staff della Presidenza. Le agende delle singole riunioni vengono preparate con cura dal Comitato Economico e Finanziario con settimane di anticipo. I tempi della discussione su ciascun tema sono contingentati, per dare modo ai rappresentanti di ciascun paese di esprimersi (i paesi sono 28 finché il Regno Unito non lascia formalmente l’UE).

Questa è l’agenda dei policy maker. Poi c’è l’agenda mediatica

L’agenda mediatica non sempre si attiene ai lavori delle riunioni. Spesso la si costruisce ricucendo dichiarazioni rilasciate a volte in tempi e luoghi diversi, da una pluralità di persone. Si prendono affermazioni che spesso sono risposte a domande specifiche e le si colloca in un quadro descrittivo che appare coerente con uno schema. 

Ok, non sto usando i termini frame e storytelling ma sono quelli che indicano esattamente questa situazione. In altre parole, se c’è un genere letterario di successo (un genere che dà sempre grandi soddisfazioni è lo “scontro Roma-Bruxelles”) si fa in modo di incastrare le varie affermazioni in una descrizione delle cose – direi in uno scherma narrativo – che risponde a quel genere. Per esempio si chiede a un ministro di un paese del Nord Europa: “Permetterete all’Italia di violare le regole sui salvataggi bancari?” (la domanda è chiaramente tendenziosa, ed esprime il pregiudizio anti-italiano del giornalista straniero che la pone) e quello risponde “Le regole sono chiare e vanno rispettate nell’interesse di tutti”. Spesso questo si traduce in un titolo tipo “Il ministro Caio lancia un avvertimento all’Italia” (lo ha fatto anche il Financial Times, ieri), o più modestamente questa risposta viene combinata ad altre dello stesso tenore e tutte insieme vengono messe in contrapposizione con chi usa sfumature diverse. Il gioco interpretativo si apre e si coniano le etichette (falchi e colombe, flessibilisti e rigoristi ecc.).

A scanso di equivoci: non penso che il problema risieda nell’attitudine dei giornalisti. Credo piuttosto sia un problema congenito del sistema editoriale. Nella maggior parte dei casi, soprattutto nell’editoria ancora diffusa su carta, ci sono pagine da riempire. A prescindere dalla presenza di notizie. Umberto Eco scriveva negli anni Sessanta che con l’affermazione dell’industria editoriale il problema dell’informazione non è più di trovare uno spazio per pubblicare una notizia ma piuttosto quello di trovare una notizia per riempire uno spazio già programmato.

In queste settimane, per esempio, si parla molto della banche italiane: è opportuno, perché il settore ha dei problemi. Non sono problemi dell’intero settore, come ha spiegato il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco all’assemblea dell’Abi di venerdì scorso, ma circoscritti ad alcuni casi. Sono problemi da non sottovalutare, che se mal gestiti potrebbero avere conseguenze sull’intera economia nazionale e quindi su quella europea (per questo si parla di “rischio contagio”). E sulla base di una valutazione che si è andata diffondendo sul rischio contagio, i problemi delle banche italiane sono all’attenzione di tutti i media globali: Financial Times, Wall Street Journal, Economist… 

E tuttavia guardando alcuni dati relativi ai parametri attraverso i quali si possono valutare le banche e i sistemi bancari nazionali, At Kearney ha fatto un’analisi dalla quale emerge un quadro diverso. 


In questo quadro l’Italia presenta criticità sul fronte dei crediti deteriorati, ma altri sistemi nazionali presentano altri problemi, potenzialmente altrettanto esplosivi e con conseguenze anche più gravi di una crisi in una banca italiana. Ai complottisti piacerebbe sostenere che c’è una lobby che ha interesse a concentrare l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale sui problemi italiani per distoglierla da altri. Ma i complottisti sbagliano quasi sempre. Diciamo che ci sono soggetti molto competenti nell’orientare l’opinione pubblica (è un’autocritica, dovremmo essere più bravi noi).

L’analisi di At Kearney è stata molto ben sintetizzata da Luca Davi e Morya Longo sul Sole 24 Ore, sia in italiano che in inglese. Ma anche al MEF è stata fatta un’analisi comparata dell’esposizione al rischio su dati della Banca d’Italia e di Eurostat, che offre gli stessi risultati.

C’è quindi uno storytelling che mi piace e uno che non mi piace? No. Semplicemente ci sono i dati, e ci sono le ricostruzioni. Ci sono le agende vere, dei policy maker, e quelle mediatiche. Le prime sono relative a decisioni di cui i cittadini dovrebbero essere bene informati (lotta all’evasione fiscale, unione bancaria, convergenza di regole). Le seconde sono spesso rumore che si perde nel tempo e di cui non resta traccia. Tranne quando si va a votare per una Brexit.

#ItaliaGermania e #notiziechenonloerano

Dalle prime pagine di oggi:

Corriere della Sera: Sfida sulle banche tra Roma e Berlino

Repubblica: Aiuti alle banche, Merkel frena Renzi

La Stampa: Banche, Merkel gela l’Italia

Il Messaggero: Banche, duello Merkel-Renzi

Ci dobbiamo preoccupare? Si ripropone tra stati membri il cliché dello “scontro” tra l’Italia e “l’Europa”?

Se la Brexit è frutto di anni di impegno attivo nella disinformazione e direi nella disedeucazione dei cittadini europei, i titoli dei giornali sono parte del processo. Perché mistificano, raccontano cioè una storia che è diversa dalla realtà dei fatti.

I fatti li ha raccontati molto bene ieri Giovanna Pancheri. La corrispondente di SkyTg24 da Bruxelles ha spiegato che le parole della Cancelliera Merkel sono state pronunciate in risposta alla domanda posta da un giornalista tedesco in conferenza stampa. Il giornalista ha premesso che alcuni paesi, tra cui l’Italia, starebbero pensando di approfittare della Brexit per stravolgere le regole comuni (il riferimento è alle regole sugli aiuti di Stato e sulla gestione delle crisi bancarie ma ancora più esplicitamente ai parametri di bilancio come il rapporto tra deficit e PIL), e quindi ha chiesto che cosa può fare la Germania per impedire che ciò accada. È evidente che in quel contesto la signora Merkel dovesse rassicurare la propria opinione pubblica nazionale, spiegando di essere contraria all’idea di cambiare regole entrate in vigore da poco. Ma ha anche detto che quelle stesse regole prevedono degli spazi di manovra per consentire interventi straordinari in casi eccezionali e che le istituzioni sono pronte a salvaguardare il risparmio.

Dove sarebbe quindi lo scontro? L’Italia non ha chiesto e non sta chiedendo di cambiare alcuna regola. È quello che ha ricordato il Presidente Renzi. Rilasciando di propria iniziativa dichiarazioni per replicare alla collega tedesca? No. Anche lui ha risposto a una domanda, nel corso della conferenza stampa italiana a Bruxelles. Gli è stata riportata la posizione della Cancelliera e il Presidente ha ricordato appunto che l’Italia non chiede di cambiare le regole in corsa.

Come accade allora che quasi tutte le testate raccontino la storia in termini di duello, scontro, sfida? Evidentemente è una scelta che ha poco a che vedere con l’informazione, che dovrebbe riportare i fatti. È piuttosto una scelta estetica, basata sulla presunzione di conoscere i gusti dei lettori e sulla decisione che convenga accontentarli, piuttosto che sfidarli con la verità. Lo “scontro” è un cliché, un format, che alle direzioni dei giornali piace assai. E basta appena uno spiraglio perché le agenzie selezionino accadimenti che vi alludano (anche i redattori sanno che cosa “funziona” nella vertigine del flusso di informazioni, cioè che cosa ha più probabilità di essere ripreso da altri), e i siti dei giornali in Rete vi costruiscano i primi titoli, poi ripresi dai TG. Fino ad arrivare alle prime pagine dei giornali che leggiamo il giorno dopo.

Che fare? Rassegnarsi? Meglio di no. Tre piccoli suggerimenti ai lettori per orientarsi nella interpretazione di queste “notizie”. Che corrispondono alle tre regole molto pragmaticamente usate da Giovanna Pancheri ieri per il suo servizio:

  1. Chiedersi in quale contesto è stata resa una dichiarazione
  2. Chiedersi se si tratta di un’affermazione spontanea o della risposta a una domanda
  3. Ascoltare / leggere la domanda alla quale si è data risposta

Insomma, dalle #notizichenonloerano ci si può difendere. Anche ascoltando Luca Sofri (al minuto 5’10”) che su questi temi ha scritto un libro.