Surroga e antipolitica

L’imprenditore che si candida al vertice della municipalità sta esercitando un dovere di surroga: la politica come la conosciamo, qui e oggi, costituitasi nel corso degli ultimi decenni di prassi di occupazione del potere attraverso ogni spazio pubblico, non solo non basta più. È divenuta dannosa. Costa troppo. Non produce innovazione. Non promuove le condizioni di vita dei cittadini. Non migliora il contesto operativo delle imprese. Insomma, non ce la possiamo più permettere. Esiste per riprodursi. È autosufficiente quanto un parassita che opprime l’essere vivente dal quale trae nutrimento. Attenzione: qui non si sta parlando di antipolitica; non si invoca la discesa in campo di chicchessia come soluzione definitiva alla vita comune. Si sta parlando di crisi della rappresentanza politica, del ceto politico. Non si ignora che la classe dirigente di un paese, o di una comunità in senso più generale, sia espressa proprio dalla comunità, e ne porti con sé il meglio e – spesso – il peggio.

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Un onore

E pensare invece che tra questi imprenditori-sindaci c’è chi, come Antonio Izzo di Montesarchio, considera “l’opportunità di partecipare alla vita amministrativa” suggerita dalla legge elettorale che consente di individuare direttamente il primo cittadino “un onore”. Viene voglia di prendere in considerazione molto seriamente persone così, no? Anche a prescindere dal loro schieramento nello spazio politico.

Minimo sindacale

Il punto è che lo stato di degrado in cui versano molte amministrazioni italiane (centrali, come la Giustizia, e locali, dagli enti municipali alle aziende a capitale pubblico) richiede un minimo sindacale di buon governo, talmente minimo che l’espressione “né di destra, né di sinistra” si può applicare alla maggioranza dei provvedimenti necessari, delle azioni da compiere.

E allora la competenza individuale diventa più importante delle qualità politiche: una visione della società e la capacità di mediare una pluralità di interessi diversificati.

Dall'impresa alla cosa pubblica

In Italia ci sono più di 8000 comuni, guidati da sindaci scelti per elezione diretta. Fanno eccezione 16 commissari nominati dal Governo. Di questo esercito di sindaci, più di trecento sono imprenditori prestati alla gestione della cosa pubblica. Venti le donne, meno del 7%. Come lavorano questi sindaci-imprenditori? Quale contributo hanno dato alle comunità che li hanno scelti? Sono di destra, di sinistra o post-ideologici? Ci hanno perso o ci hanno guadagnato? Esistono analogie tra la gestione d’impresa e l’amministrazione pubblica? Clienti e cittadini sono in qualche misura assimilabili? La leadership di un amministratore eletto dai cittadini e quella dell’imprenditore che ha scelto i propri dipendenti hanno natura così diversa?