Tu chiamala, se vuoi, #antipolitica. Intanto @beppe_grillo ha offerto una opportunità di rinnovamento

Qualche anno fa ho dedicato del tempo a investigare il rapporto tra istituzioni e cittadini nel contesto delle amministrazioni comunali, quelle più vicine ai cittadini. Una ricerca sul campo con un punto di vista particolare, quello di una specifica categoria socio-professionale che a un certo punto della propria traiettoria individuale si mette al servizio delle istituzioni: gli imprenditori che fanno i sindaci (Sindaci imprenditori. Viaggio tra le storie dei 300 italiani che guidano Comune e impresa, ed. Rubbettino, 2009). Il fenomeno Grillo imperversava già da tempo.

Scrivevo allora che “il personale politico rigetta la tesi di un’insoddisfazione generalizzata”, preferendo reagire con l’accusa di qualunquismo e di estremismo. Mentre “i media […] scambiano la sintesi con l’approssimazione e lucrano su etichette facili facili come quella di antipolitica, applicata a tutte le manifestazioni di malcontento rivolte alla classe politica nel suo insieme”, fuori dal circuito media-politica impegnato ad autoriprodurre se stesso “i cittadini fanno i conti tutti i giorni con i disservizi provocati dalla scomparsa dell’efficienza dall’orizzonte di azione della pubblica amministrazione”.

Antipolitica? No, i cittadini che “scendono in campo”, si occupano della polis. A meno che il prefisso “anti” non indichi, piuttosto che opposizione, anteposizione: cioè l’invocazione di una fase pre-politica in cui destra e sinistra sono irrilevanti perché le politiche sono sopraffatte dalla difesa di interessi particolari. “E’ evidente che gli italiani insoddisfatti della politica non sono – o almeno non sono soltanto – qualunquisti e non sono necessariamente populisti: semplicemente lamentano l’inefficienza delle autorità e chiedono un cambiamento”. Ecco che cosa mi dicevano alcuni dei sindaci intervistati.

“I cittadini che si mobilitano sull’antipolitica stanno in realtà facendo politica. Si è creato un movimento: che siano i girotondi o i seguaci di Beppe Grillo si tratta di politica, ben venga!” [sindaco della Lega Nord].

“In futuro bisognerà sapere che se fai il deputato o il senatore non avrai il biglietto gratis […] Eliminare tanti piccoli privilegi oggi per mantenere il grande privilegio di dedicarsi alla politica domani.” [un altro sindaco della Lega Nord].

“Ma lo sa che qui c’era gente che portava lo scontrino del caffè per il rimborso? Io sono pagato da sindaco, prima di portare la ricevuta di un pranzo ci penso mille volte” [sindaco di centrodestra, chissà che cosa ha pensato del consigliere regionale che si è fatto rimborsare il pranzo di nozze della figlia e delle altre spese dei suoi colleghi].

“Il cittadino si lamenta perché non riesce a trovare una corrispondenza tra la sua richiesta e la risposta che gli viene dalle istituzioni […] Quando si parla di abolire le province io sono d’accordo, ma non per una questione politica: si tratta di accorciare la catena di comando” [sindaco eletto con una lista civica].

Insomma, altro che antipolitica. Il Movimento 5 Stelle è stato votato da cittadini con culture e opinioni assai eterogenee per una sola ragione: sostituire il personale politico con qualcuno che non faccia il proprio interesse ma quello generale. Davanti all’appropriazione indebita del bene comune, le opzioni che qualificano destra e sinistra vanno in secondo piano. E vince Grillo.

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Politica e call center

Dalla rubrica Sindaco S.p.A. di LibMagazine, online oggi con la consueta ricchezza di contributi e spunti libintelligenti.

La politica è mediazione. La malapolitica è intermediazione. La politica dovrebbe mediare tra gli interessi diversi che blocchi sociali diversi esprimono. La malapolitica intermedia tra la pubblica amministrazione e il cittadino.

Il meccanismo è semplice, emergeva limpido dalla parole di un qualche sfaccendato del sottobosco politico napoletano al microfono di un giornalista di Annozero: la gente chiama il call center della Romeo gestioni – la società di global service che ha l’incarico della manutenzione per il patrimonio edilizio di proprietà del Comune di Napoli – “quelli” non vengono mai, allora la gente “ch’adda fa’?”. Si rivolge a un consigliere circoscrizionale, al portaborse di un consigliere comunale, al parrucchiere della moglie dell’assessore. Ed ecco che fnalmente “quelli” si mettono in azione.

annozero

Me lo spiegava in un’intervista un industriale sindaco di centrosinistra di una cittadina del beneventano, su un terreno meno “critico” sotto tutti i punti di vista: “Avevamo un numero elevato di domande di patrocinio del Comune per disporre della piazza principale della cittadina per fare iniziative di vario genere: era difficile ottenere la disponibilità della piazza. Il mio atteggiamento è stato: lascia fare, concedi la disponibilità. Questo ha generato un fiorire di iniziative che hanno reso il paese più vivibile, senza oneri per le casse pubbliche, perché gli stessi cittadini si sono fatti carico di promuovere attività sociali. Questo caso è emblematico perché si tratta di una interpretazione, relativamente alla concessione del patrocinio e della disponibilità della piazza, che ha dato libertà di espressione. In passato invece questa concessione era oggetto di un baratto: tu mi garantisci il voto, io ti garantisco il piacere, la ‘gentile’ concessione. Nel momento in cui generalizzi la concessione cancelli l’intermediazione politica”.

Chiaro, no? La buona politica del territorio è efficienza amministrativa. La malapolitica è inefficienza. Anche programmatica, perché l’inefficienza nell’erogazione dei servizi pubblici – la “mission” degli Enti Locali – produce spazi, sacche nelle quali il sottobosco politico comincia il suo lavorio di intermediazione a caccia del peggior tipo di consenso possibile.

Si possono avere idee diverse sul ruolo dello Stato in economia e la proprietà privata non sarà la panacea di tutti i mali ma in un Paese dove i politici cercano e creano spazi di intermediazione e dove i cittadini sono in larga parte non abbastanza maturi per chiedere diritti al posto di favori, non c’è altra strada che un progressivo ritiro degli spazi sottoposti al controllo della politica.

Se 107 vi sembran poche

La spazzatura non occupa più le vie di Napoli. La cordata per rilevare Alitalia c’è (ma il salvataggio – forse – no). Il federalismo fiscale avanza, anche senza numeri e impregni precisi. E i costi della politica? Dov’è finito il dibattito sulla “casta” che per mesi ha dato uno scopo all’inchiostro dei giornali e sul quale si è spesa tanto generosamente quanto impropriamente l’etichetta di antipolitica?

L’articolo continua su LibMagazine.

"Bamboccioni" a chi?

Un’altra smentita alla tesi che la società italiana sia percorsa da una forte corrente antipolitica viene da una ricerca dell’Unione Europea (curata in Italia dall’Agenzia Nazionale per i Giovani) secondo la quale i giovani italiani sono più attenti alle questioni sociali di quanto lo siano in media i giovani europei e manifestano un interesse più spiccato alla politica rispetto ai coetanei di altri paesi. L’11% dei giovani con meno di 30 anni risulta iscritto a un partito politico. Pochi? Tanti? La media europea è del 5%. 3 su 4 di loro esercitano il proprio diritto di voto (la media europea è del 62%), quasi 1 su 3 dichiara interesse per la politica nazionale (29% contro 19% della media europea).
I nostri ragazzi, che un ministro della Repubblica ha etichettato come “bamboccioni” in un intervento istituzionale in un’aula parlamentare, al momento di crearsi una vita autonoma dalla famiglia di origine si trovano evidentemente ad affrontare problemi reali e non soltanto cattive abitudini.
La politica politicante attribuisce sentimenti impropri ai moti di insofferenza che emergono dal corpo sociale. Ancora una volta, ciò che viene definito come antipolitica sembra essere un desiderio di politica “altra”, di qualcosa di diverso dalla prassi autoreferenziale alla quale sono dediti i politici italiani.

Destra, sinistra o…?

Su 304 sindaci censiti come imprenditori, la stragrande maggioranza (195) è sostenuta da liste civiche di difficile collocazione nello spazio politico tradizionalmente inteso (cioè come un asse continuo destra-sinistra). Non c’è da stupirsi, perché una parte consistente dei comuni interessati ha piccole dimensioni, e nei piccoli comuni si trovano facilmente alleanze poco ortodosse come, per esempio, FI-DS (che oggi sarebbero più o meno PDL-PD) o giunte sostenute a braccetto da nazionalalleati e rifondaroli.

35 imprenditori-sindaci eletti in liste civiche sono dichiaratamente di centro-destra, 27 sono dichiaratamente di centro-sinistra, 7 dichiaratamente di centro.

Basta quindi fare due conti per realizzare che questi politici non professionisti sono associabili in modo univoco a un partito in misura minoritaria, anzi marginale, se si fa eccezione per le formazioni “territoriali” quali la Lega (che esprime 15 primi cittadini) e la SVP (8): il PDL/Forza Italia ha 3 esponenti, lo schieramento opposto ne conta 5 nelle sue varie denominazioni (DS, PD, Unione, Ulivo…), l’UDC 2 e il Movimento per le Autonomie 1. (Al conto totale mancano 6 sindaci registrati con denominazioni varie ma non esplicitamente associati a partiti o aree omogenee).

È difficile che uno di questi imprenditori-sindaci faccia appello a moti qualunquisti e quindi il fenomeno non è coincidente con il sentimento anti-politico che pervade una larga parte del Paese. Ciononostante questi protagonisti evitano di sposare esplicitamente un partito politico. Evidentemente sono consapevoli che il grado di fiducia nei partiti presso i cittadini è ai minimi storici e preferiscono non sfidare questo sentimento.

Surroga e antipolitica

L’imprenditore che si candida al vertice della municipalità sta esercitando un dovere di surroga: la politica come la conosciamo, qui e oggi, costituitasi nel corso degli ultimi decenni di prassi di occupazione del potere attraverso ogni spazio pubblico, non solo non basta più. È divenuta dannosa. Costa troppo. Non produce innovazione. Non promuove le condizioni di vita dei cittadini. Non migliora il contesto operativo delle imprese. Insomma, non ce la possiamo più permettere. Esiste per riprodursi. È autosufficiente quanto un parassita che opprime l’essere vivente dal quale trae nutrimento. Attenzione: qui non si sta parlando di antipolitica; non si invoca la discesa in campo di chicchessia come soluzione definitiva alla vita comune. Si sta parlando di crisi della rappresentanza politica, del ceto politico. Non si ignora che la classe dirigente di un paese, o di una comunità in senso più generale, sia espressa proprio dalla comunità, e ne porti con sé il meglio e – spesso – il peggio.