comunicazione è relazione

il blog di Roberto Basso sulla comunicazione di pubblica utilità e varia umanità

Claudio Cerasa e il leader carismatico nel PD ai tempi di Matteo Renzi

Bravo come sempre Claudio Cerasa sul Foglio di ieri: il problema nel rapporto tra Matteo Renzi e la base del Partito democratico non è se le sue proposte siano di destra o sinistra, ma nella natura stessa del rapporto, cioè la concezione del ruolo del leader, il senso della leadership, la relazione tra leader e militanti.

Lo stile di leadership di Matteo Renzi è analogo a quello di Silvio Berlusconi e Beppe Grillo. Aggiungerei “di Benito Mussolini” se non temessi che verrebbe considerato offensivo. Ma non c’è nessuna volontà d’offesa. Piuttosto il riconoscimento che si tratta di leader capaci di fare leva sulla “emotività delle masse” (niente di nuovo, cito Max Weber, roba vecchia di un secolo). E quindi orientati a disintermediare qualsiasi soggetto collettivo (incluso il loro partito) per affascinare direttamente l’elettorato, il popolo, la “gente”.

Roberto Michels, teorico della legge ferrea dell’oligarchia dei partiti, socialista, democratico, ebbe a sostenere che la vera democrazia non coincide con il suffragio universale quanto piuttosto con la presenza di un leader (“dittatore democratico”) capace di mettersi in sintonia con l’opinione pubblica e di fornire l’interpretazione autentica dell’opinione popolare, dei bisogni e delle attese delle masse (dalle lezioni al corso di Scienze Politiche dell’Università di Roma tenute nel 1926). E su questa base ebbe una infatuazione politica per Mussolini.

Ecco, Matteo Renzi sarebbe un leader di questo tipo, capace di mettersi in sintonia con l’opinione pubblica. In altre parole avrebbe quella capacità di “parlare alla pancia della gente” che i leader di sinistra hanno perso da anni, come dimostra la composizione dell’elettorato delle diverse formazioni politiche (con i ceti più deboli che si sono spostati verso la Lega e Berlusconi). Peccato che gli elettori di sinistra abbiano qualche sospetto sull’ipotesi che una singola persona si possa fare garante della “autenticità” dell’interpretazione della volontà popolare.

Ha quindi ragione Lapo Pistelli, citato da Cerasa: per la prima volta la sinistra sta facendo i conti con il complesso del tiranno. Ma non è un conto che si fa su due piedi, perché non è scontato che la soluzione al disastro della democrazia rappresentativa di questi anni sia il dittatore democratico, o illuminato. Ben venga il capo carismatico Renzi, c’è bisogno di entusiasmo e della sua capacità di allargare il fronte del consenso. Ma per governare c’è anche bisogno di un partito. Democratico. È faticoso, certo. Ma la democrazia non si esaurisce con il voto. È una conquista che va rinnovata ogni giorno.

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Tu chiamala, se vuoi, #antipolitica. Intanto @beppe_grillo ha offerto una opportunità di rinnovamento

Qualche anno fa ho dedicato del tempo a investigare il rapporto tra istituzioni e cittadini nel contesto delle amministrazioni comunali, quelle più vicine ai cittadini. Una ricerca sul campo con un punto di vista particolare, quello di una specifica categoria socio-professionale che a un certo punto della propria traiettoria individuale si mette al servizio delle istituzioni: gli imprenditori che fanno i sindaci (Sindaci imprenditori. Viaggio tra le storie dei 300 italiani che guidano Comune e impresa, ed. Rubbettino, 2009). Il fenomeno Grillo imperversava già da tempo.

Scrivevo allora che “il personale politico rigetta la tesi di un’insoddisfazione generalizzata”, preferendo reagire con l’accusa di qualunquismo e di estremismo. Mentre “i media […] scambiano la sintesi con l’approssimazione e lucrano su etichette facili facili come quella di antipolitica, applicata a tutte le manifestazioni di malcontento rivolte alla classe politica nel suo insieme”, fuori dal circuito media-politica impegnato ad autoriprodurre se stesso “i cittadini fanno i conti tutti i giorni con i disservizi provocati dalla scomparsa dell’efficienza dall’orizzonte di azione della pubblica amministrazione”.

Antipolitica? No, i cittadini che “scendono in campo”, si occupano della polis. A meno che il prefisso “anti” non indichi, piuttosto che opposizione, anteposizione: cioè l’invocazione di una fase pre-politica in cui destra e sinistra sono irrilevanti perché le politiche sono sopraffatte dalla difesa di interessi particolari. “E’ evidente che gli italiani insoddisfatti della politica non sono – o almeno non sono soltanto – qualunquisti e non sono necessariamente populisti: semplicemente lamentano l’inefficienza delle autorità e chiedono un cambiamento”. Ecco che cosa mi dicevano alcuni dei sindaci intervistati.

“I cittadini che si mobilitano sull’antipolitica stanno in realtà facendo politica. Si è creato un movimento: che siano i girotondi o i seguaci di Beppe Grillo si tratta di politica, ben venga!” [sindaco della Lega Nord].

“In futuro bisognerà sapere che se fai il deputato o il senatore non avrai il biglietto gratis […] Eliminare tanti piccoli privilegi oggi per mantenere il grande privilegio di dedicarsi alla politica domani.” [un altro sindaco della Lega Nord].

“Ma lo sa che qui c’era gente che portava lo scontrino del caffè per il rimborso? Io sono pagato da sindaco, prima di portare la ricevuta di un pranzo ci penso mille volte” [sindaco di centrodestra, chissà che cosa ha pensato del consigliere regionale che si è fatto rimborsare il pranzo di nozze della figlia e delle altre spese dei suoi colleghi].

“Il cittadino si lamenta perché non riesce a trovare una corrispondenza tra la sua richiesta e la risposta che gli viene dalle istituzioni […] Quando si parla di abolire le province io sono d’accordo, ma non per una questione politica: si tratta di accorciare la catena di comando” [sindaco eletto con una lista civica].

Insomma, altro che antipolitica. Il Movimento 5 Stelle è stato votato da cittadini con culture e opinioni assai eterogenee per una sola ragione: sostituire il personale politico con qualcuno che non faccia il proprio interesse ma quello generale. Davanti all’appropriazione indebita del bene comune, le opzioni che qualificano destra e sinistra vanno in secondo piano. E vince Grillo.

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Prendiamo i dati del voto alla Camera in Lombardia, quando mancano soltanto 117 sezioni: la differenza tra la coalizione di centrodestra e quella di centrosinistra è di 432mila voti. Il M5S e la coalizione Monti hanno preso 1 milione 800mila voti.

Mettiamola così: se un elettore su quattro avesse optato per il voto disgiunto Ambrosoli colmerebbe la distanza registrata sul piano del voto parlamentare.

Domani scopriremo l’impatto sull’elettorato degli appelli al voto disgiunto, degli endorsement per Ambrosoli venuti da esponenti e candidati del movimento di Monti e da personaggi pubblici come Fo e Celentano che hanno sostenuto il voto disgiunto rispettivamente a Scelta Civica e al M5S per il consiglio regionale e per Ambrosoli alla presidenza della Regione.

 

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L’illusione ottica di @beppe_grillo

La bellissima piazza San Giovanni di Beppe Grillo è una festa democratica. Ma è anche una grande illusione ottica. È l’illusione di chi crede che si possano “resettare” le istituzioni e che dopo tutto debba necessariamente migliorare. Questa illusione si ripresenta in Italia periodicamente. All’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, con la Lega e con Berlusconi. Più tardi con l’IDV. Oggi con il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo.
La storia si ripete: davanti all’impasse istituzionale, in presenza di classi dirigenti che “estraggono” privilegi personali dal bene comune, i cittadini più superficiali e qualunquisti si illudono che il colpo di spugna produca automaticamente il risanamento. Invece accade che i “nuovi” movimenti si macchiano degli stessi comportamenti approfittatori dei predecessori. Nel caso della Lega gli scandali sulla gestione delle casse del partito affidate all’allegro Belsito (nominato perfino nel cda di Fincantieri), per esempio, o le storie su The Family. Nel caso dell’IDV lo scandalo sull’utilizzo dei rimborsi elettorali che hanno costretto il leader fondatore Di Pietro a non presentarsi a queste elezioni con il suo simbolo. E per il PDL la lista di comportamenti dallo sconveniente all’illecito penale è così lunga che non vale la pena di soffermarsi.
Agli occhi di qualsiasi osservatore avveduto è evidente che il problema non è politico, ma sociale. Nel senso che non si risolve nell’ambito socio-professionale specifico degli addetti ai lavori della politica e delle istituzioni, ma riguarda l’intera società italiana: per dirla meglio, l’educazione democratica dei cittadini italiani. Una parte dei quali non ritiene che la democrazia vada praticata in modo sostanziale, e si accontenta della sua dimensione formale attraverso la consultazione elettorale.
Non è un caso quindi che in questa stagione il consenso per il Movimento 5 Stelle si vada gonfiando di elettori che in passato hanno votato prevalentemente a destra (e quindi oggi sono in libera uscita da PDL e Lega). Perché si tratta degli elettori meno partecipi della vita civica attraverso le istituzioni e le altre forme di rappresentanza collettiva. Si tratta di due dei quattro segmenti nei quali Paolo Natale e Roberto Biorcio suddividono l’elettorato grillino, i “razionali” e quelli del “meno peggio” (si veda in proposito il loro recente Politica a 5 Stelle, ed. Feltrinelli, e l’analisi odierna su Europa).

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Fo, Celentano, Strada, Elio e gli altri endorsement per @uambrosoli

Sul voto per Umberto Ambrosoli alle elezioni regionali per la Lombardia sta arrivando una valanga di consensi e di endorsement da un mondo variegato e ampissimo. Dopo Corrado Stajano, Pietro Ichino, Ilaria Borletti Buitoni, Oscar Farinetti e tanti altri, nelle ultime ore sono arrivate le dichiarazioni di voto di Elio e degli altri componenti delle Storie tese, di Gino Strada di Emergency, la simpatia di Aldo Giovanni e Giacomo, e la doppia sorpresa di due monumenti: Dario Fo e Adriano Celentano hanno dichiarato che voteranno per il Movimento 5 Stelle alle elezioni politiche e al tempo stesso per Umberto Ambrosoli alla presidenza della Regione Lombardia.

Aldo Giovanni e Giacomo tifano per Umberto Ambrosoli

Non è difficile spiegarsi perché tutte queste persone vedano in Umberto una persona che merita la responsabilità di accogliere il loro voto. Perché in questa nostra Italia devastata dagli scandali e da un ceto dirigente in larga misura interessato al proprio interesse particolare molto più che al bene comune, il primo criterio di scelta e selezione è oggi la disponibilità a servire la propria comunità.

Destra e sinistra sono categorie che hanno eccome un senso, almeno per me. Ma la decadenza alla quale rischiamo di abituarci ci impone di scegliere persone sulla base di questo criterio, prima ancora che sulle opzioni “politiche”. Umberto Ambrosoli ha fatto le sue scelte: quando ha messo in campo il suo movimento civico, costruitito con la propria ostinazione civile, ha scelto di unire le forze con quelle formazioni politiche che hanno dato ampia prova della capacità di rigenerarsi attraverso metodi democratici per la selezione dei dirigenti e dei candidati.

La coalizione che lo sostiene è ampia ma ha lo stesso collante di quella che si è aggregata intorno a Giuliano Pisapia a Milano: un collante fatto di valori condivisi, che possono essere declinati in modi diversi eppure analoghi perché non ideologici. La solidarietà, che non significa elemosina ma un metodo di gestione della comunità che tenga conto degli ultimi e dei deboli; l’attenzione a rimuovere le cause della diseguaglianza, perché ognuno possa avere una chance di far valere merito e talenti individuali; il lavoro come base di un’esistenza dignitosa e opportunità di vedere premiato il proprio impegno.

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#Lombardia: le campagne elettorali si fanno per sovvertire le previsioni

Riflettendo sugli scenari politici in Lombardia un anno fa (prima della passate amministrative e dello scandalo sul Trota e the family che ha interessato la Lega, per intenderci) pensavo che una candidatura di Roberto Maroni sarebbe stata molto probabilmente vincente.
La scelta del Centrosinistra di fare lo sherpa, il portatore d’acqua per un candidato esterno al partito (anzi, estraneo alla politica istituzionale come Ambrosoli) e capace di portare con sé il consenso di elettori esterni al perimetro elettorale tradizionale del centrosinistra è stata una scelta giusta e coraggiosa. È una strada che avevo indicato sul quotidiano Europa nell’estate del 2011, dopo la vittoria di Pisapia a Milano.
Il crollo dei consensi per l’accoppiata PDL-Lega – da attribuire sia all’inaffidabilità etica mostrata da questi partiti sia all’incapacità di mantenere le promesse – non basterebbe infatti a PD e SEL per vincere le elezioni. Il bacino elettorale di queste formazioni non supera il 30-34%.
Umberto Ambrosoli può intercettare il voto di elettori in uscita da UDC, FLI, PDL e Lega. Voti diretti verso l’astensionismo o la protesta, destinati ad arricchire il bottino elettorale di Grillo (mentre Ingroia pesca nel bacino elettorale a sinistra di SEL, nel qualunquismo e nel populismo che prescindono dalle categorie di destra e sinistra), in qualche caso la chiarezza liberale di Giannino (in disgrazia dopo le sciocchezze sul master a Chicago: la vanità fa brutti scherzi).
Personalmente stimo il “valore aggiunto” di Ambrosoli rispetto al quadro nazionale PD-SEL-PSI tra i 4 e gli 8 punti percentuali. E’ una stima che va fatta tenendo conto che la coalizione che sostiene Bersani alle politiche è diversa da quella che sostiene Ambrosoli alle elezioni amministrative lombarde: il Patto civico di centrosinistra include la lista civica Etico che raccoglie l’offerta a sinistra di SEL ma probabilmente anche simpatie tra i partiti di Vendola e di Bersani; l’IDV che alle politiche è confluita in RIvoluzione civile; il Centro Popolare Lombardo, composto da ex UDC che hanno deciso di non seguire l’indicazione ufficiale del partito di sostenere Albertini; e la lista civica Con Ambrosoli presidente. Un quadro reso possibile solo dall’alterità di Ambrosoli rispetto agli esponenti politici “di professione” e quindi intrinseci ai partiti presenti sulla scena.
Le due civiche “centriste” della coalizione potranno prendere tra 6 e 10 punti, certamente valore aggiunto del candidato presidente. Etico sottrarrà qualcosa a SEL e PD (quest’ultimo potrebbe perdere qualche cosa anche a vantaggio delle civiche). Il bilancio complessivo dovrebbe registrare appunto 4-8 punti in più rispetto al risultato di PD-SEL-IDV.
Insomma, il bello della sociologia politica è che gli scenari cambiano. E che le campagne elettorali si fanno per sovvertire le previsioni.

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Riflessioni sulla politica per la destra, la sinistra e il Paese, tra @senatoremonti, @fabriziobarca e @uambrosoli

Nel suo classico Destra e sinistra, Norberto Bobbio [1] concludeva che la distinzione tra i due poli dello spazio ideale della politica riposa sull’importanza attribuita all’uguaglianza. In entrambi i poli del pensiero politico v’è spazio per la libertà ma soltanto una politica egualitaria “è caratterizzata dalla tendenza a rimuovere gli ostacoli che rendono le donne e gli uomini meno uguali” [2]. Gli estremi dello spazio politico, tanto a destra quanto a sinistra, sarebbero caratterizzati dalla comune propensione all’autoritarismo e alla limitazione delle libertà individuali. Al centro-sinistra (Bobbio usava il trattino) vi sarebbero “dottrine e movimenti insieme egualitari e libertari” mentre al centro-destra vi sarebbero “dottrine e movimenti insieme libertari e inegualitari […] che si distinguono dalle destre reazionarie per la loro fedeltà al metodo democratico”.

A vent’anni di distanza da quel 1994 in cui Bobbio sentiva il bisogno di contrastare con il suo saggio la propensione del discorso politico a negare l’utilità della dicotomia destra-sinistra, è tornato di moda nel dibattito pubblico quell’illusionismo populista che ci accompagna dalla crisi della Prima Repubblica, sotto molteplici sembianze: la pretesa prevalenza dell’interesse localistico propagandata dalla Lega Nord alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso; la presunta prevalenza della competenza gestionale vantata da Silvio Berlusconi al momento della sua discesa in campo da imprenditore ormai vent’anni fa; l’illusione di Beppe Grillo, secondo il quale basterebbe scegliere le soluzioni tecniche più adeguate che sicuramente i “suoi” esperti garantirebbero (strano punto di contatto con il “tecnico” Monti); fino alle più recenti intemerate di Ingroia.

Questa tendenza ha una sua spiegazione: il comportamento del personale politico (espressione che mi sembra preferibile alla pretesa dell’esistenza di una “classe politica” perché restituisce concretezza storica ai Belsito e ai Lusi, a Batman e al Trota). Cioè la quotidiana estrazione [3] di privilegi e benefici personali dai beni della collettività ad opera di individui che sono riusciti ad acquisire attraverso i metodi della democrazia formale posizioni di rendita che ovviamente si rifiutano di lasciare. Davanti al dato storico dell’occupazione delle istituzioni da parte di individui per lo più disinteressati al bene comune, i cittadini italiani ritengono di doversi accontentare dell’onestà personale. Insomma, di destra o sinistra purché non si mettano in tasca i soldi della comunità.

Da molti anni la comunità nazionale fa i conti con una casta di privilegiati che difende strenuamente le proprie prerogative, indifferente allo scandalo provocato dai propri comportamenti (che proprio per questo rischiano di cominciare ad essere accettati). Gli interessi incrostati di questa casta, che non si limita al personale politico ma si estende a molti ambiti in cui si manifestano classi dirigenti, sono stati difesi da logge massoniche e da intese implicite tra sodali improvvisati che scoprono di avere vantaggi comuni da tutelare insieme. Inutile illudersi di cambiare da un giorno all’altro: occorre una lunga stagione di ricostruzione civile del Paese, grazie alla quale gli individui, i singoli cittadini italiani riscoprano la bellezza dell’esercizio della propria libertà di scegliere che uomini e che donne vogliono essere. Umberto Ambrosoli scrive a proposito del padre Giorgio: “È stato libero nel senso più completo del termine, quello che include la consapevolezza del proprio ruolo. Non isitituzionale, di commissario liquidatore, ma di uomo, di marito, di padre, di cittadino. Il mondo, in una certa misura, va nella direzione in cui noi vogliamo che vada (anche nella subordinata forma del “permettiamo”). […] Nelle piccole e nelle grandi cose: nell’accettare di non fare o di non pretendere una fattura, di chiedere o non chiedere un permesso che una norma impone. Di rispettare o meno i diritti del nostro prossimo, o per esempio delegando ad altri le scelte che dovrebbero impegnarci. […] E se in qualche momento, che l’abbiamo cercato o no, l’esercizio di questo potere coinvolge non solo la nostra vita personale ma anche i diritti di altri e implica la responsabilità verso altre persone, poche o tante che siano, ecco che stiamo facendo politica [4].

Una dimensione indiscutibile della politica come tutela dei diritti minimi della collettività è così, nell’Italia di oggi, un programma di governo. Oggi però la retorica grillina si combina con quella montiana e insieme promuovono un salto di qualità nel dibattito: la pretesa che esistano soluzioni “giuste” in quanto tecniche, cioè che ogni problema socio-economico (e quindi politico) abbia una risposta adeguata, da selezionare sulla base di una competenza tecnico-formale. Eppure che la distinzione tra destra e sinistra conservi un senso lo dimostra proprio l’operato del Governo dimissionario, sul quale è ampiamente diffuso un giudizio positivo per aver salvato il Paese del baratro finanziario ma anche la critica per la carenza di equità e orientamento allo sviluppo. Sviluppo definibile in diversi modi, che un “tecnico” come il ministro Fabrizio Barca definisce la combinazione di crescita economica e inclusione sociale. Questa definizione, che contempla la stretta associazione tra la dimensione economica (crescita nell’interesse di tutti) e quella sociale (inclusione, cioè contrasto alla disuguaglianza, come strumento organico e sistematico di solidarietà), è una definizione “di sinistra”, perché nei programmi di una destra pur liberale e democratica quest’attenzione a tutelare i più deboli e a rimuovere gli ostacoli alla diseguaglianza non è presente nelle stesse forme e intensità.  Ci si può scherzare su alla Gaber, oppure riconoscere che “dare più peso all’inclusione sociale piuttosto che alla crescita, o meglio pensare che non c’è crescita senza inclusione è di sinistra” come ha affermato il ministro in una intervista di sabato scorso.

L’ipotesi che le politiche si alimentino esclusivamente attraverso le competenze tecniche è un’illusione. Questa illusione va contrastata perché distoglie la comunità nazionale dalla responsabilità individuale che ciascun cittadino deve assumere per rendere reale e concreta la democrazia della quale fa parte. La democrazia richiede fatica quotidiana. La fatica di partecipare alla vita collettiva, attraverso l’esperienza delle associazioni di scopo, dei partiti, dei sindacati, del volontariato. Ben diversa dal semplice esercizio del diritto di voto. Non basta andare a votare per potersi dire in democrazia. Per questo “partiti” e “liste” non sono la stessa cosa: i partiti restano e agiscono da corpi intermedi, cioè producono elaborazione, sintesi, pedagogia sociale; le liste sono cartelli che nascono e muoiono nel volgere di una campagna elettorale.

Così pensare di cancellare la perversione egoista del personale politico sostituendolo in blocco è un’illusione infondata. Non solo perché i magistrati ci spiegano che dopo la furia di rinnovamento che ha seguito Tangentopoli non è cambiato molto, anzi la cultura civile nel Paese è ulteriormente degradata. Ma perché è così da sempre nelle democrazie. Basta rileggere cosa diceva Max Weber nel 1918: “Con il numero crescente di cariche prodotto dalla burocratizzazione universale e con la domanda crescente di esse in quanto forma di sostentamento particolarmente sicura, questa tendenza va crescendo presso tutti i partiti, i quali per i loro seguaci diventano sempre più un mezzo rispetto allo scopo di essere in tal modo sistemati”. Ecco, non solo per questo La politica come professione andrebbe riletta almeno una volta l’anno: aiuta a capire che l’Italia in cui viviamo non costituisce un’eccezione, che l’istituto democratico è tutt’altro che stabile e perfetto, e che della nostra Repubblica dobbiamo avere cura, assumendoci la responsabilità dei valori che animano le nostre idee e le nostre politiche. Che siano legittimamente di centro-destra o di centro-sinistra. Con il trattino di Bobbio.

 

[1] N. Bobbio, Destra e sinistra, Donzelli ed. 1994

[2] Come prescrive la nostra Costituzione all’art. 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” Una specifica attenzione alla rimozione delle diseguaglianze in chiave geografica trova spazio nell’art. 119: “Per promuovere lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale, per rimuovere gli squilibri economici e sociali, per favorire l’effettivo esercizio dei diritti della persona, o per provvedere a scopi diversi dal normale esercizio delle loro funzioni, lo Stato destina risorse aggiuntive ed effettua interventi speciali in favore di determinati Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni.”

[3] Uso qui la terminologia di D. Acemoglu e J. A. Robinson in Why Nations Fail, Atlantic 2012

[4] U. Ambrosoli, Qualunque cosa succeda, Sironi ed. 2009

[5] M. Weber, La politica come professione, Mondadori ed. 2006

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Tocca perfino dare ragione a Reagan..

We are a nations that has a Government. Not the other way around.

(“Siamo una nazione che ha un Governo. Non il contrario.”)

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Pepite e scoregge (Michele Serra dixit)

[…] I media, che raccolgono come petite le scoregge e guardano ai ragionamenti come a una complicazione difficilmente impaginabile, provino a controllare se in archivio hanno anche mezza fotografia di Grillo che sorride. Magari la trovano. E lo aiutano a migliorare.

Michele Serra dixit. Dall’Amaca di oggi.

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Chi c’è dietro @Beppe_Grillo: ecco la verità

Un complotto pluto-giudaico? La CIA? Il circolo Bilderberg?

No, vi dico io chi c’è dietro Grillo, ma dovreste averlo ormai capito tutti. Dietro Grillo ci sono i Belsito, i Trota, i Fiorito, i Battistoni, i Lusi. E tutti i loro colleghi che hanno approfittato, che hanno goduto, che hanno taciuto. Ci sono i Calderoli che fanno una legge elettorale che definiscono “una porcata”, che avrebbero dovuto fare la riforma elettorale, una legge sulla natura giuridica dei partiti e sull’obbligo di controllo da parte della corte dei conti.

Grillo ci serve, eccome se ci serve. Altro che “fascisti del web”. Non è il bene, Grillo. E’ soltanto un tipo di male diverso da quello che impera. Grillo è il motore della conflagrazione, non la soluzione, perché il popolo non è mai migliore dei suoi rappresentanti, in democrazia. E non esiste alcun ricorso salvifico alla verginità di “chi non ha mai fatto politica”.

La società è alla continua ricerca di un equilibrio. Quello attuale è insostenbile. Non bisogna sperare in formulette magiche. Bisogna soltanto lavorare per il meglio, tutti i giorni. Perché la democrazia è come la creatività: 10% ispirazione, 90% traspirazione. Cioè fatica quotidiana.

 

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