comunicazione è relazione

il blog di Roberto Basso sulla comunicazione di pubblica utilità e varia umanità

Dati, previsioni e titolazione #chisaleechiscende?

Ma il PIL aumenta o diminuisce? E con quale velocità rispetto al passato? Il deficit scende o sale?

Guardando i titoli sulle prime pagine dei giornali sembra che ci troviamo davanti a una prospettiva economica in peggioramento. Il Corriere della Sera: “Tregua con la Ue su debito e deficit. Ma cresciamo meno“. Il Sole 24 Ore: “Def, più deficit per 11 miliardi nel 2017“. Il Messaggero: “Sale il deficit ma niente manovra”. Un po’ più precisa La Stampa: “Nel Def il Pil sale più lentamente” (rispetto a che cosa?).

Leggendo i titoli dei quotidiani dunque sembra che la risposta alle domande sia chiara: i conti pubblici peggiorerebbero (il deficit aumenta) e l’economia andrebbe peggio (il PIL cresce meno di prima).

Che cosa dicono i dati? PIL: crescita effettiva registrata nel 2015 sul 2014 +0,8%; crescita stimata per il 2016 rispetto al 2015 +1,2%. In altre parole: non solo il PIL aumenta, ma la crescita nel 2016 sarà il 50% più elevata che nell’anno precedente. Per questo parliamo di “accelerazione”. Tutti vorremmo che fosse più sostenuta, ovviamente, perché questo renderebbe più rapido il processo di assorbimento della disoccupazione. Ma intanto si tratta di un miglioramento rispetto al passato (e non dimentichiamo che il paese è stato in recessione dal 2012 al 2014).

Numeri alla mano le risposte sono quindi incontrovertibili: il PIL aumenta e anche più velocemente che nel passato recente, il deficit diminuisce. Perché allora i titoli dei quotidiani trasmettono una informazione diversa? Manipolazione deliberata dell’informazione? No, almeno non per le testate citate. Si tratta piuttosto della propensione a ragionare all’interno di schemi mentali da addetti ai lavori, dimenticando il punto di vista del lettore. Gli addetti ai lavori confrontano le previsioni aggiornate del DEF con le previsioni formulate a settembre del 2015. Come minimo questo andrebbe chiarito nella titolazione (qualche testata lo fa, correttamente). Ma in ogni caso ci si dimentica che la prima informazione – ribadisco: informazione – da dare al lettore dovrebbe essere il confronto tra i dati effettivi e ciò che ci aspettiamo per l’anno in corso e per il futuro.

Il confronto tra previsioni può essere utile, per esempio per capire quanto sia affidabile il previsore. Ma è certamente secondario rispetto all’informazione principale (da dove veniamo, dove andiamo).

PS: sull’affidabilità delle previsioni è abbastanza facile fare confronti; sfogliando i DEF e le note di aggiornamento al DEF tra 2011 e 2015 per confrontare le previsioni con le serie ISTAT sui dati effettivi si ricava una tabella interessante. In questo periodo, lo scarto medio tra l’andamento effettivo del PIL e le previsioni del governo Berlusconi è pari a 2 punti percentuali; per il governo Monti lo scarto è di 1,3 pp; per il governo Letta di 0,6 pp; per il governo Renzi (l’unico ad avere formulato anche previsioni inferiori ai dati poi effettivamente registrati) di soli 0,2 punti percentuali.

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Avviso ai naviganti: ciò che il DEF è e ciò che non è

Molto rumore per nulla intorno all’approvazione del Documento di Economia e Finanza (DEF) 2015 in questi giorni.

I primi colpi a salve sono stati sparati sulla questione dei tagli ai comuni: ma i tagli ai comuni sono previsti dalla legge di stabilità 2015, presentata dal Governo a ottobre 2014 e approvata dal Parlamento in dicembre. Che c’entra il DEF?

Il DEF è il documento di programmazione economico e finanziaria, una programmazione di ampio orizzonte (il triennio successivo all’anno corrente) che serve a identificare i vincoli esterni, le prospettive macroeconomiche e i programmi del Governo, esplicitati in termini di obiettivi di finanza pubblica. Non contiene “misure” o “provvedimenti” di politica economica, cioè leggi che determinano più spesa (e relative coperture) o minori entrate. Individua gli spazi di manovra del Governo entro i quali sviluppare (con provvedimenti legislativi e altre azioni) la politica economica e di riforma.

Altri colpi a salve oggi, in attesa del Consiglio dei Ministri chiamato ad approvare il DEF 2015, slittato dalle 9:30 alle 20:00. Così strano che il Presidente del Consiglio voglia avere ancora un po’ di margine, e assicurarne ai ministri, per una lettura del testo completo? Troppo semplice. Infatti nascono invenzioni di contrasti, dimissioni, richieste da parte dell’UE e tutto un armamentario letterario frutto di fantasia che nulla ha a che fare con l’informazione.

Che cos’è allora il DEF, e a chi è destinato? Il DEF è composto di 3 sezioni:

  • Sezione I – Programma di Stabilità dell’Italia
  • Sezione II – Analisi e tendenze della finanza pubblica
  • Sezione III – Programma Nazionale di Riforma

E diversi allegati. Tutto è spiegato con molta chiarezza sul sito del Dipartimento del Tesoro, qui.

Le sezioni I e III (Programma di stabilità e Programma nazionale di riforma) vengono anche inviati al Consiglio e alla Commissione dell’UE entro la fine di aprile (il codice di condotta predisposto dalla Commissione indica il termine per la trasmissione intorno alla metà di aprile e comunque non oltre la fine del mese; il ciclo di programmazione nazionale individua il termine del 10 aprile per la trasmissione del DEF dal Governo alle Camere, in modo che queste possano avere il tempo per valutare ed esprimersi in tempo utile per la trasmissione dal Governo alle istituzioni europee entro il 30 aprile).

Perché allora quest’anno c’è stata tanta agitazione intorno al DEF? La sensazione è che la risposta vada forse cercata nel clima che si è instaurato nel circuito politico-mediatico dopo quattro anni frenetici (dal 2011 al 2014) in cui si sono succeduti altrettanti governi (Berlusconi, Monti, Letta, Renzi), segnati dalla crisi finanziaria, dalla recessione economica, dall’instabilità politica. In questo clima c’è una caccia esasperata alla novità, alla rivoluzione, allo stravolgimento continuo. E invece.

Invece questo Governo è al suo secondo DEF e conta di fare anche i prossimi tre. Di conseguenza il DEF 2015 va letto in continuità con il DEF 2014, nella consapevolezza che l’economia la si imposta e la si modifica in un orizzonte temporale ampio – a meno che non ci si trovi in una situazione emergenziale, caso che non si pone quest’anno. E va letto nella prospettiva del triennio 2016-2018, impostato su tre linee d’azione:

  1. responsabilità di bilancio (riduzione progressiva del deficit, fondamentale per un paese ad alto debito come l’Italia)
  2. stimolo alla crescita attraverso la riduzione delle tasse
  3. riforme strutturali per migliorare in modo permanente la competitività del Paese e creare così le condizioni per una crescita a ritmo più elevato e sostenibile nel lungo periodo

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Abbiamo un bisogno folle di politica

Circola tra i tifosi dell’anti-politica una colossale idiozia: che questo governo farebbe bene perché è “tecnico”, cioè capace di applicare a ciascun problema “la” soluzione corrispondente. Quale sarebbe la controprova di questo assioma? Che il ceto politico fallirebbe perché incompetente sul piano tecnico, cioè perché non conoscerebbe “la” soluzione. In sostanza, che la politica non serve. Forse che la politica non esiste, se non come funzione professionale da cui alcune migliaia di persone ricavano un reddito.

Sono almeno due gli errori imbecilli di questa posizione. Il primo è l’illusione che ad ogni problema sociale, economico e finanziario corrisponderebbe un’unica soluzione: provate a parlare di una singola issue con due economisti o due sociologi a caso e potrete scrivere 4-5 saggi con “ricette” distinte e contrapposte. Non esistono soluzioni univoche, perché ogni intervento sulla collettività ha certamente un impatto: toglie risorse (finanziarie, materiali, simboliche) a qualcuno per trasferirle a qualcun altro. A chi, come e quando è questione di scelte e di valori: cioè una questione “politica”, non “tecnica”.

Ma i tifosi dell’anti-politica non lo comprendono, a causa del secondo errore: credono che la “politica” non sia un’attività ma soltanto un mestiere, molto artigianale (anche se in alcune fasi, storiche, come con il berlusconismo in questi anni, vive una escalation industriale), che non comporti competenze utili alla collettività ma solo una minima attrezzatura utile al consenso da spendere a fini personali.

Invece abbiamo un bisogno folle di politica, proprio oggi: perché un cattivo governo redistribuisce le risorse senza pervenire a un nuovo equilibrio sostenibile, sul piano sociale e sul piano finanziario. Un “buon governo” è consapevole dei diversi interessi e bisogni, lavora alla redistribuzione delle risorse con una versione sistemica, integrata. Persegue cioè un nuovo equilibrio, del quale magari alcuni saranno meno soddisfatti di altri, ma in ogni caso un equilibrio sostenibile per tutti.

Per fare un “buon governo” servono buoni cittadini, impegnati a lavorare per il bene comune e nell’interesse generale. Questa stagione che i media raccontano con il registro del conflitto tra la politica (l’interesse individuale, i favori, l’incompetenza) e i tecnici (la “società civile”, la competenza) è in realtà un conflitto interno alla classe dirigente di questo Paese che riguarda non “la politica” ma il personale politico.

Abbiamo un bisogno folle di politica, e per una buona politica abbiamo bisogno di altri “politici”.

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Scarpe contro tv

Questione controversa, qui sul sito del Corriere c’è uno scambio di battute con Severgnini. Ha ragione, forse abbiamo ragione entrambi: la politica dev’essere pop nella propaganda (bel termine, eh? qualcuno storcerà il naso…), sostanziale nei progetti e nella squadra.

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Aspettiamo la battuta

La nuova ambasciatrice di Spagna presso la Santa Sede: Maria Jesus Figa Lopez-Pallop. Aspettiamo barzelletta del presidentissimo.

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“Da PDL a Italia? Un’appropriazione indebita”

L’appropriarsi, da parte di un partito, del nome Italia mi sembrerebbe, usando una immagine, un po’ un’appropriazione indebita.

Parola di Valerio Onida al TG di Sky.

 

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PDL-Lega, braccio di ferro in periferia come prova generale?

Un dato singolare di questa tornata elettorale al Nord è la reciproca autonomia di base tra Lega e PDL. A livello nazionale non si fa menzione di questo fenomeno che in altre condizioni qualcuno avrebbe etichettato come “spaccatura”. Però la domanda viene da porsela: perché le due formazioni si sono presentate spesso separate, favorendo peraltro la vittoria degli avversari?

Qualche esempio tra i comuni toccati da Sindaci imprenditori.

A Castelli Calepio (BG), il sindaco Clementina Belotti, dopo 5 anni di governo, non ha potuto contare sul sostegno della coalizione e si è presentata con la sola Lega Nord. Così si è piazzata al secondo posto, con il 30,8% dei consensi, mentre al terzo è arrivato il candidato del PDL con il 21,8% (la somma dei consensi alle due liste supera fa quasi il 53%). Sindaco è stato eletto il candidato della lista civica che aggrega forze di centrosinistra, con 3,3 punti percentuali di scarto.

A Pescantina (VR), invece, il sindaco uscente, l’indipendente Alessandro Reggiani, ha ottenuto la conferma con la sua lista civica comprensiva di forze del solo PDL (col 34,3%) mentre la Lega Nord ha espresso in autonomia un suo candidato che si è fermato al 23,6%.

Un atteggiamento più prudente ha consentito di limitare i danni e conquistare il Municipio, come nel caso di Sirmione (BS), dove l’allenaza PDL-Lega ha preso il 68,1% alle europee, il 63,4% alle provinciali e soltanto il 57,1% alle comunali, dove avrebbe vinto la lista civica dell”avversario se i due alleati fossero andati separati.

Certo, si tratta di piccoli comuni, ma questo lasciare mano libera è il sintomo di una voglia di confrontarsi là dove si fa meno scalpore, in attesa di chiarire i rapporti di forza tra Umberto Bossi e Silvio Berlusconi sul palcoscenico nazionale.

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Ha ragione Silvio Berlusconi

“Il Parlamento è pletorico e inutile”? Ha ragione il presidente del Consiglio. Mille parlamentari privi di autonomia non possono che essere inutili. E diventano pletorici quando cercano di darsi un senso perché una minoranza ogni tanto reclama visibilità.

Ma la colpa non è dell’Istituzione: la colpa è di chi ha voluto una legge che depotenzia il ruolo degli elettori e trancia qualsiasi legame tra territorio e rappresentanti, tra mandanti e mandatario. Gli elettori sono ridotti a degli scommettitori che nella cabina elettorale puntano la fiche sul rosso o sul nero e gli eletti a un esercito da voto che marcia compatto a seguito del leader.

Restituire agli elettori la libertà di scegliere, e quindi agli eletti la responsabilità della rappresentanza.

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A cena, poche fantasie

Da LibMagazine online oggi, insieme a cose migliori, tra cui le rubriche di Ciro Monacella, Nic’s Pics e Michael Mazzei:

Da piccolo mi divoravo a bocca aperta, seduto sul divano, con gli occhi fissi come soltanto i bambini sanno fare, due film con Sidney Poitier, entrambi del 1967: La calda notte dell’ispettore Tibbs e Indovina chi viene a cena. Sì lo so, la stampa italiana ci ha già fatto una decina di titoli ma c’è chi si è formato in certe convinzioni leggendo Rousseau e chi guardando i film che passavano sul “primo canale della televisione” (può sembrare incredibile mentre si fa zapping tra gli ottocento canali di Sky, ma negli anni Settanta quella era il 50% dell’offerta televisiva).

Quarant’anni dopo gli americani si eleggono un Barack Hussein Obama per Presidente e lungo lo stivale non si contano gli italiani affannati ad iscriversi alle liste degli obamisti, come se avessero un merito personale nell’elezione del primo Presidente nero della storia breve degli Stati Uniti d’America. Fino ai vertici di un partito d’opposizione che cercano di lucrare (ma che ci sarà da lucrare, poi?) sull’ennesima battutaccia del Presidente del Consiglio nostrano, che intanto porta a casa altra notorietà (rivedersi tutti Quarto potere, pliiiz).

E via ai servizi giornalistici per chiedersi chi tra i Letta jr e gli Andreatta jr, abbronzatura a parte, potrebbe essere l’Obama italiano. Domanda totalmente inutile, perché un Paese che ha spinto l’etica ai margini della vita sociale non può trovarlo, un Obama, out of the blue. Perché se anche ce ne fosse uno, nessuno gli darebbe credito. E molti, a dire la verità, non lo vorrebbero neanche uno così, onesto, leale, capace di conquistarsi con il merito, con la determinazione e con le proprie doti un posto al sole.

Sindaco-imprenditore laziale, quasi sessantenne, licenza elementare: «Mi capita a volte di essere deriso per cose che io sento in maniera profonda. Non si può vivere soltanto per accumulare ricchezza. Quando sostengo che bisogna dedicarsi al prossimo vedo negli interlocutori uno sguardo incerto, di dubbio, anzi beffardo: “Ma figurati se c’è ancora gente che pensa veramente così?” Io mi sento responsabile di questo perché questa società non è nata e cresciuta senza colpevoli. Se noi abbiamo questa società non possiamo pensare che sia nata, cresciuta e formata “così”: io penso che tutta la responsabilità ce l’abbia la mia generazione, che ha contribuito a fare crescere questa società secondo valori individualisti: fatti gli affari tuoi, supera l’altro… i miei genitori mi hanno insegnato a rispettare gli altri e quindi sono cresciuto con questi principî». Sindaco-imprenditore piemontese, ingegnere, neanche quarantenne: «Come imprenditore riesci ad avere successi personali, e sei gratificato per te stesso, a livello tecnico, a livello di immagine, a livello economico; nella pratica del Sindaco invece la gratificazione non la vivi solo per te stesso, ma la condividi, vedi persone che vengono apposta da te per dirti “hai fatto una cosa buona, grazie”».

Ecco, il cuore della politica è questo: lavorare per gli altri, per quella cosa che si chiamava “interesse generale”. E uno che la pensa così, in politica, non compare all’improvviso, bisogna meritarselo.

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Berlusconi, On.

A scanso di equivoci vale la pena chiarire che la ricerca di Sindaco SpA non si interessa di Berlusconi. Troppo importante l’imprenditore, troppo importante il politico. E proprio perché il presidente del Consiglio costituisce un’eccezione va chiarito che la sua presenza nello spazio politico non aggiunge e non toglie nulla al fenomeno degli imprenditori che assumono la guida delle proprie città. Tra la vita di una comunità, soprattutto di dimensioni piccole e medie, e quella di un Paese, c’è uno scarto di dinamiche che non può essere ridotto dalla professione del leader. Rapporti, quotidianità, temi diversi, molto diversi. Per questo qui non si parla di Berlusconi. “M. Berlusconi”, scriverebbero in Francia, con meno familiarità di quanto usi la stampa qui da noi.

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