comunicazione è relazione

il blog di Roberto Basso sulla comunicazione di pubblica utilità e varia umanità

Chi c’è dietro @Beppe_Grillo: ecco la verità

Un complotto pluto-giudaico? La CIA? Il circolo Bilderberg?

No, vi dico io chi c’è dietro Grillo, ma dovreste averlo ormai capito tutti. Dietro Grillo ci sono i Belsito, i Trota, i Fiorito, i Battistoni, i Lusi. E tutti i loro colleghi che hanno approfittato, che hanno goduto, che hanno taciuto. Ci sono i Calderoli che fanno una legge elettorale che definiscono “una porcata”, che avrebbero dovuto fare la riforma elettorale, una legge sulla natura giuridica dei partiti e sull’obbligo di controllo da parte della corte dei conti.

Grillo ci serve, eccome se ci serve. Altro che “fascisti del web”. Non è il bene, Grillo. E’ soltanto un tipo di male diverso da quello che impera. Grillo è il motore della conflagrazione, non la soluzione, perché il popolo non è mai migliore dei suoi rappresentanti, in democrazia. E non esiste alcun ricorso salvifico alla verginità di “chi non ha mai fatto politica”.

La società è alla continua ricerca di un equilibrio. Quello attuale è insostenbile. Non bisogna sperare in formulette magiche. Bisogna soltanto lavorare per il meglio, tutti i giorni. Perché la democrazia è come la creatività: 10% ispirazione, 90% traspirazione. Cioè fatica quotidiana.

 

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Il paradosso di Maroni

L’on. Maroni è il volto istituzionale della Lega. Una persona che sa usare toni corretti, che evita le porcate, che rifugge dallo slang bossiano e calderoliano. Una delle anime leghiste. Che sono molteplici, per chi non se ne fosse accorto nel corso degli anni.
Da un lato c’è il richiamo popolano alle soluzioni semplicistiche, palesemente impraticabili, la legittimazione del senso comune (che spesso coincide con ignoranza diffusa sui temi che si pretende di affrontare), la denuncia degli intellettualismi e delle sofisticatezze di chi tenta di affrontare la complessità del reale. Ci sono le pulsioni localistiche e dialettali, le volgarità, il gesto dell’ombrello, il medio alzato, il celodurismo, l’oltraggio alla bandiera, le battute razziste.
Dall’altro un certo aplomb, competenze, capacità di dialogare anche con l’Europa. Anzi, in qualche passaggio del nuovo segretario federale della Lega si parla dell’Europa come del destino della “Padania”, soluzione invece di problema. A condizione, ovviamente, che l’Europa stessa si divida in due binari per fare viaggiare convogli a velocità diversa. L’Italia del Sud, ca va sans dir, viaggerebbe sul binario lento, mentre il Nord bavarese fischierebbe rapido mostrando i vagoni di coda a coloro che restano indietro.
Con l’armamentario della retorica bossiana Maroni accantonerebbe anche l’iconologia padana: il “sacro” prato di Pontida, l’ampolla del “dio” Po ecc. Il paradosso di Maroni, o la sfida politica, se si preferisce, sta nella contraddizione tra la necessità di rilanciare la Lega dopo gli scandali che l’hanno mostrata molto più “romana” di quanto pretendesse di essere, e il dato che racconta che a resistere intorno al totem sono proprio gli elettori della prima ora, quelli più identificati, quelli che provano un senso di appartenenza forte. Quell’appartenenza che i dirigenti della Lega hanno saputo sollecitare con grandissimo intuito, quell’intuito proprio solo dei costruttori naturali di consenso, leader che sanno individuare le leve da toccare – emozionali, valoriali, e quindi efficacemente identitarie.
Maroni avrebbe bisogno del suo zoccolo duro ma non ne parla il linguaggio. Riuscirà a rilanciare la Lega toccando tasti diversi? A trasformarla nella sua natura sociale, valorizzando le istanze federaliste nel merito e traghettando il suo partito verso un elettorato borghese che non sogna la secessione ma punta a una seria autonomia istituzionale? Per riuscirci dovrebbe riconquistare proprio quegli elettori (ceti produttivi e professionali col cuore a destra che avevano abbandonato o non si erano fidati del PDL) che davanti alla delusione per la Lega degli scandali hanno mostrato vincoli di appartenenza laschi e hanno abbandonato il campo (e le urne). E verso i quali rischia di trovare concorrenza…

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La politica non esiste più

O forse non è mai esistita. Diciamo che esiste una dimensione pre-politica che si chiama “orientamento all’interesse generale”. Sembrerà incredibile, sì lo so sembrerà incredibile: ma, a questo mondo, c’è gente che – pensate un po’ – non desidera avere una Porsche. Preti, suore, laici volontari, impiegati, dirigenti dello Stato. Conosco almeno un sindaco e un ministro così. Gente che non vuole un posto migliore per sé nel mondo, ma desidera che il mondo sia un posto migliore per tutti.
Proviamo a ripartire da qui.

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PDL-Lega, braccio di ferro in periferia come prova generale?

Un dato singolare di questa tornata elettorale al Nord è la reciproca autonomia di base tra Lega e PDL. A livello nazionale non si fa menzione di questo fenomeno che in altre condizioni qualcuno avrebbe etichettato come “spaccatura”. Però la domanda viene da porsela: perché le due formazioni si sono presentate spesso separate, favorendo peraltro la vittoria degli avversari?

Qualche esempio tra i comuni toccati da Sindaci imprenditori.

A Castelli Calepio (BG), il sindaco Clementina Belotti, dopo 5 anni di governo, non ha potuto contare sul sostegno della coalizione e si è presentata con la sola Lega Nord. Così si è piazzata al secondo posto, con il 30,8% dei consensi, mentre al terzo è arrivato il candidato del PDL con il 21,8% (la somma dei consensi alle due liste supera fa quasi il 53%). Sindaco è stato eletto il candidato della lista civica che aggrega forze di centrosinistra, con 3,3 punti percentuali di scarto.

A Pescantina (VR), invece, il sindaco uscente, l’indipendente Alessandro Reggiani, ha ottenuto la conferma con la sua lista civica comprensiva di forze del solo PDL (col 34,3%) mentre la Lega Nord ha espresso in autonomia un suo candidato che si è fermato al 23,6%.

Un atteggiamento più prudente ha consentito di limitare i danni e conquistare il Municipio, come nel caso di Sirmione (BS), dove l’allenaza PDL-Lega ha preso il 68,1% alle europee, il 63,4% alle provinciali e soltanto il 57,1% alle comunali, dove avrebbe vinto la lista civica dell”avversario se i due alleati fossero andati separati.

Certo, si tratta di piccoli comuni, ma questo lasciare mano libera è il sintomo di una voglia di confrontarsi là dove si fa meno scalpore, in attesa di chiarire i rapporti di forza tra Umberto Bossi e Silvio Berlusconi sul palcoscenico nazionale.

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