comunicazione è relazione

il blog di Roberto Basso sulla comunicazione di pubblica utilità e varia umanità

Caro @claudiocerasa hai ragione: ma quale populismo buono

Le formule retoriche, così come gli slogan, hanno un loro tempo. È inutile, sbagliato e dannoso il tentativo di aggiornarle con l’ausilio di un aggettivo. Il populismo non è “buono” o “cattivo”. È populismo. Matteo Renzi non può fare il populista buono: è un genio uscito dalla sua lampada toscana per cambiare l’Italia, per trasportarla nel XXI secolo. Le sue chance di riuscirci non dipendo dalla qualità del populismo che potrebbe esprimere ma dalla persuasività del suo discorso politico presso il maggior numero possibile di cittadini. Regoletta che vale per chiunque in democrazia.

A distinguere il demagogo o populista dallo statista o leader epocale è il ruolo della verità nel suo discorso politico: se usa la verità potrà governare in coerenza con le promesse, se mente trascinerà la comunità nel baratro oppure dovrà contraddirsi. Ma verità e consenso sono spesso incompatibili: le anime belle delle élite ignorano questo semplice principio politologico e per questo criticano un leader che ammicca al popolo per conservarne i favori pur tenendo una direzione di marcia coerente con le necessità strutturali del tempo.

Il discorso demagogico è più efficace nel breve tempo (soddisfa una domanda esistente e radicata benché fallace) ma si rivela inadatto a selezionare il buon governo: basta dare un’occhiata alla storia italiana recente per rendersi conto che gli elettori di casa nostra continuano a sognare bacchette magiche che – ahinoi – non esistono. E più fallimenti mettiamo in fila, maggiore è l’urgenza di una nuova bacchetta magica più potente.

La buona politica è l’unica soluzione compatibile con una democrazia funzionante ma richiede tempi lunghi e soprattutto lo sforzo di costruire presso la cittadinanza la domanda per la quale si hanno le risposte. Si accompagna a una scuola buona e a buoni mezzi di informazione. Richiede il coraggio della pedagogia politica (oddìo, quanti la considerano un’eresia). Richiede una lunga marcia. 

Nel 2014 Renzi è riuscito ad accorciare i tempi di questa marcia cogliendo l’attimo: in quel tempo ha dato una risposta efficace alla richiesta di buongoverno che saliva dall’elettorato, trasversalmente ai segmenti culturali, ideali e socio-politici in cui si scompone. Il 40 percento degli elettori che ha votato alle europee del 2014 ma anche il 40 percento degli elettori che ha votato sì al referendum di dicembre ha trovato soddisfacente quella risposta. Al referendum è uscito sconfitto, e una sconfitta è una sconfitta è una sconfitta. Tuttavia è un risultato strepitoso perché ottenuto da solo contro tutti (contro uno schieramento che andava dalla Meloni a Fassina passando per Berlusconi, Bersani e Camusso oltre – ovviamente – ai trasversali pentastellati).

La sfida che avrà davanti a sé da lunedì è nuova: esaurita l’intrinseca e vera qualità del rottamatore, dovrà conciliare la verità delle sfide (compresa la verità delle sfide vinte dal suo governo) con l’insoddisfazione profonda che deprime milioni di italiani dopo cinque lustri quasi interamente sprecati dai governi nazionali che non hanno modernizzato la comunità nazionale. Si atterrà all’uso della verità per riconquistare gli scettici blu sempre pronti a storcere il naso perché propensi a ignorare antidemocraticamente il primato dell’esigenza del consenso nel confronto elettorale? Riuscirà ad usarla in modo tale da renderla accettabile anche da coloro che vogliono dissetarsi soltanto di pozioni magiche e che sono molto più numerosi delle élite scettiche? Il futuro di Renzi (e del Paese) dipende dalla risposta a queste domande (e dalla legge elettorale, e dalle alleanze ecc. ecc.).

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Abbiamo un bisogno folle di politica

Circola tra i tifosi dell’anti-politica una colossale idiozia: che questo governo farebbe bene perché è “tecnico”, cioè capace di applicare a ciascun problema “la” soluzione corrispondente. Quale sarebbe la controprova di questo assioma? Che il ceto politico fallirebbe perché incompetente sul piano tecnico, cioè perché non conoscerebbe “la” soluzione. In sostanza, che la politica non serve. Forse che la politica non esiste, se non come funzione professionale da cui alcune migliaia di persone ricavano un reddito.

Sono almeno due gli errori imbecilli di questa posizione. Il primo è l’illusione che ad ogni problema sociale, economico e finanziario corrisponderebbe un’unica soluzione: provate a parlare di una singola issue con due economisti o due sociologi a caso e potrete scrivere 4-5 saggi con “ricette” distinte e contrapposte. Non esistono soluzioni univoche, perché ogni intervento sulla collettività ha certamente un impatto: toglie risorse (finanziarie, materiali, simboliche) a qualcuno per trasferirle a qualcun altro. A chi, come e quando è questione di scelte e di valori: cioè una questione “politica”, non “tecnica”.

Ma i tifosi dell’anti-politica non lo comprendono, a causa del secondo errore: credono che la “politica” non sia un’attività ma soltanto un mestiere, molto artigianale (anche se in alcune fasi, storiche, come con il berlusconismo in questi anni, vive una escalation industriale), che non comporti competenze utili alla collettività ma solo una minima attrezzatura utile al consenso da spendere a fini personali.

Invece abbiamo un bisogno folle di politica, proprio oggi: perché un cattivo governo redistribuisce le risorse senza pervenire a un nuovo equilibrio sostenibile, sul piano sociale e sul piano finanziario. Un “buon governo” è consapevole dei diversi interessi e bisogni, lavora alla redistribuzione delle risorse con una versione sistemica, integrata. Persegue cioè un nuovo equilibrio, del quale magari alcuni saranno meno soddisfatti di altri, ma in ogni caso un equilibrio sostenibile per tutti.

Per fare un “buon governo” servono buoni cittadini, impegnati a lavorare per il bene comune e nell’interesse generale. Questa stagione che i media raccontano con il registro del conflitto tra la politica (l’interesse individuale, i favori, l’incompetenza) e i tecnici (la “società civile”, la competenza) è in realtà un conflitto interno alla classe dirigente di questo Paese che riguarda non “la politica” ma il personale politico.

Abbiamo un bisogno folle di politica, e per una buona politica abbiamo bisogno di altri “politici”.

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Concussi e contenti

Dietro il Sud Africa. Più giù di Portorico. Molto dopo Santa Lucia (che peraltro non so neanche dove sia, ma escludo che vada intesa come la sede principale della Regione Campania a Napoli). L’Italia è al 55° posto nella classifica mondiale della percezione della corruzione, che prende in considerazione 180 Paesi. Al primo posto (la classifica è stilata in ordine decrescente, dal più virtuoso al più corrotto) Nuova Zelanda, Danimarca e Svezia ex-aequo con un punteggio pari a 9,3; agli ultimi due Myanmar (1,3) e Somalia (1,0). Il punteggio sintetico è il Corruption Perception Index, calcolato da un’organizzazione indipendente internazionale, Transparency International (www.transparency.org).

L’articolo continua sul nuovo numero di LibMagazine.

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Il sogno della politica

Per andare da Napoli a Montesarchio e da Milano a Garbagnate si possono evitare le autostrade, e percorrere strade statali e provinciali che aiutano a intuire qualcosa dei paesi che si assiepano lungo la via. Montesarchio sa di Appennini e di Sannio, Garbagnate ancora di pianura, ma già assediata dalle prealpi comasche e varesine. Entrambi i paesaggi sono disseminati di attività produttive; in quello lombardo prevalgono i capannoni, che in quello campano si contendono lo spazio con le aziende agricole e casearie.

L’articolo continua su LibMagazine.

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Nevio e Ivano

Ieri sono stato a Leinì, in provincia di Torino. Ho conosciuto Nevio Coral e suo figlio Ivano. Il primo ha fondato un’azienda che produce filtri e altri prodotti per il trattamento dell’aria e dell’acqua, poi ha fatto il sindaco del suo comune dal 1994 al 2005. Il secondo ha assunto la direzione dell’azienda, insieme ad un fratello, entrambi ancora molto giovani, quando il padre ha deciso di dedicarsi all’amministrazione comunale. E poi, nel 2005, è diventato a sua volta primo cittadino.

Lo spirito che ritrovo nei sindaci-imprenditori del Sud e del Nord, di ispirazione destrorsa o sinistrorsa, ha una omogeneità che può stupire. Le cose che osservo, la buona politica messa in pratica, la passione che avverto (e che fa emozionare i protagonisti fino alle lacrime quando nel raccontare toccano un episodio particolare) mi stupiscono e mi fanno sperare. Sperare che sia tuttora possibile che un leader agisca per il bene pubblico, che una comunità venga amministrata nell’interesse collettivo.

A volte sollecito il mio spirito critico, controllo sensazioni e comportamenti …

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