Non sono tutti uguali: io ne conosco uno…

No, non siamo tutti uguali: ci sono italiani che vanno in giro a testa alta per il mondo. E, di conseguenza, anche coloro che si impegnano in attività politiche non sono tutti uguali. Perché accanto a quelli che intascano i soldi pubblici per migliorare la propria vita e quelli che utilizzano varie risorse pubbliche (per esempio la possibilità di insediare personale nelle amministrazioni) per ricambiare le disponibilità e il sostegno ricevuto per l’elezione, ci sono quelli che pagano di tasca propria.
Conosco, e ne sono onorato, un signore che a fine campagna elettorale – una campagna difficile, una specie di mission impossible – ha fatto ricorso a un finanziamento personale per pagare le spese di fornitori e consulenti, visto che i partiti della coalizione hanno tirato i remi in barca.
Ecco, c’è ancora chi è disposto a metterci la faccia e le proprie risorse per provare a fare del mondo posto un mondo migliore.

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Ma che c’entra la casta?

Alle 6:40 ascoltavo una rassegna stampa su RadioRai, ovviamente dedicata alle dimissioni della Presidente della Regione Lazio. Ospiti alcuni direttori di testata, tutti i commenti concentrati sul “ceto politico” e le sue nefandezze. Una conduttrice interrompe l’originale dibattito per dare questa notizia: Undici dipendenti del comune di Pedace (Calabria) arrestati per assenteismo. Il commento a caldo è stato incomprensibile, o illuminante, secondo i punti di vista: “ecco, la corruzione della casta ha invaso tutta la politica, a tutti i livelli”.
Ma come “la casta”? Come “la politica”? Quelli sono dipendenti di una amministrazione, mica rappresentanti eletti di una comunità. Sono persone che erogano una prestazione in cambio di un salario, sulla base di un contratto, che dovrebbe costituire un impegno etico, non solo giuridico. Sono persone partecipi della comunità che contribuisce a retribuirli. Quella è marcia, e di conseguenza “la politica”, cioè il gruppo di persone che vive di indennità per ricoprire una carica pubblica.
La “casta” non è una moderna aristocrazia, da debellarsi a colpi di ghigliottina e di rivoluzione. Perché qui non c’è sangue blu e non c’è discendenza. Estromessa una infornata se ne presenta subito un’altra. Magari composta dagli undici dipendenti del Comune di Pedace rimasti senza lavoro…

Ma che c’entra la casta?

Alle 6:40 ascoltavo una rassegna stampa su RadioRai, ovviamente dedicata alle dimissioni della Presidente della Regione Lazio. Ospiti alcuni direttori di testata, tutti i commenti concentrati sul “ceto politico” e le sue nefandezze. Una conduttrice interrompe l’originale dibattito per dare questa notizia: Undici dipendenti del comune di Pedace (Calabria) arrestati per assenteismo. Il commento a caldo è stato incomprensibile, o illuminante, secondo i punti di vista: “ecco, la corruzione della casta ha invaso tutta la politica, a tutti i livelli”.
Ma come “la casta”? Come “la politica”? Quelli sono dipendenti di una amministrazione, mica rappresentanti eletti di una comunità. Sono persone che erogano una prestazione in cambio di un salario, sulla base di un contratto, che dovrebbe costituire un impegno etico, non solo giuridico. Sono persone partecipi della comunità che contribuisce a retribuirli. Quella è marcia, e di conseguenza “la politica”, cioè il gruppo di persone che vive di indennità per ricoprire una carica pubblica.
La “casta” non è una moderna aristocrazia, da debellarsi a colpi di ghigliottina e di rivoluzione. Perché qui non c’è sangue blu e non c’è discendenza. Estromessa una infornata se ne presenta subito un’altra. Magari composta dagli undici dipendenti del Comune di Pedace rimasti senza lavoro…

#Monti l’ha detto domenica, io ero d’accordo già due anni fa

Nella conferenza stampa di presentazione della manovra, domenica scorsa, il premier Mario Monti ha detto una cosa che appare rivoluzionaria nel dibattito pubblico sui costi della politica, sulla “casta”. Ha detto che il costo della politica è nelle decisioni sbagliate o non prese dal ceto politico. Le conseguenze di quelle decisioni, o della mancanza di decisioni, per lunghi anni, è immenso, ben diverso dall’ammontare delle indennità.

Beh, nel mio Sindaci imprenditori pubblicato nel 2009 da Rubbettino dicevo così:

Il vero costo della politica trascende i compensi riconosciuti alle cariche elettive perché riguarda l’inefficienza e lo spreco prodotti dall’amministrazione delle risorse pubbliche, incomparabilmente più elevati dei primi.

Nuovi capri espiatori?

Scriveva ieri, su La Stampa, Massimo Gramellini che il focus delle colpe sociali si sta spostando dalla politica (la casta) ai manager della finanza (la borsa).

Dimostrazione ne siano i sequestri dei manager Sony e 3M in Francia e l’assalto in Gran Bretagna alla casa dell’amministratore delegato di Royal Bank of Scotland.

Non credo che sia così, perché questi episodi hanno per protagonisti i diretti interessati alle crisi aziendali: dipendenti che perdono il lavoro.

Condivido invece le conclusioni di Gramellini: negli USA una politica coraggiosa e una giustizia rapida ha già risolto gli scandali dei bonus e di Madoff. In Europa questo non accade e la reazione dei cittadini diventa isterica. Colpa ancora una volta della casta.

Rousselet, il dirigente 3M sequestrato
Rousselet, il dirigente 3M sequestrato (da repubblica.it)

Questione immorale

Come ogni lunedì è online un nuovo, prezioso numero di LibMagazine. Anticipo qui la rubrica di Sindaco SpA ma vi invito a leggere LM.

Andiamo al cuore della questione: prendere soldi per fare politica. E sgombriamo il campo da idee rancorosamente o invidiosamente qualunquiste: se non esistesse il professionismo in politica, gli unici a potersi dedicare in senso moderno alla polis sarebbero pochi ricchi. Il professionismo politico è un’importante innovazione di età moderna che ha reso possibile la nascita e il consolidamento delle democrazie contemporanee. La necessità di remunerazione non riguarda soltanto le cariche elettive ma anche coloro che sostengono l’attività di candidati ed eletti, i quali vengono occupati in patronati, sindacati, giornali, nella pubblica amministrazione. Non è uno scandalo: nella prima democrazia del mondo, quella americana, funziona così da un paio di secoli. Hanno dovuto riformare lo spoils system con una legge, per mettere un freno al furore sostitutivo di ogni nuova elezione. Secondo quanto scrive il patron di Esselunga, Bernardo Caprotti, nel suo “Falce e carrello”, in Italia l’elenco delle opportunità di occupazione per chi vive di politica si sarebbe esteso alla grande distribuzione organizzata, che avrebbe garantito al vecchio PCI la rotazione per i propri funzionari tra i ruoli di amministratore pubblico e dipendente delle Coop. La politica ha a che fare con il potere, il potere determina le condizioni per guadagnare risorse e le risorse vengono reinvestite nella competizione politica che si svolge prevalentemente sul terreno elettorale.

La cosiddetta questione morale che riempie le pagine dei giornali di questi giorni è diversa dal dibattito sulla “casta” che imperava soltanto pochi mesi fa: non si discute di quanto guadagnano i politici – che infatti non è un problema in sé – ma dell’effetto che l’ambizione dei politici di professione esercita sull’ambiente circostante (economico, naturale, sociale) quando questi fanno favori in cambio di altri favori utili a conseguire successi sempre più prestigiosi nella propria carriera professionale. Quando l’agire dei politici di professione è prevalentemente autoriferito, l’interesse generale cade in secondo piano, si verificano distorsioni del libero mercato e con buona probabilità ne risulterà danneggiato il bene comune.

La soglia oltre la quale il livello di occupazione della società da parte della politica non è più accettabile è determinata dall’efficienza dell’azione politica: quando il costo complessivo della politica resta ben al di sotto dell’efficacia conseguita dall’azione degli amministratori non c’è problema, almeno non in senso assoluto, ma eventualmente relativo e riferito alla concorrenza internazionale. La questione morale della insufficienza di una causa ideale non è determinante. È la democrazia, bellezza!, sembrava dire Max Weber quasi un secolo fa quando affermava che i cittadini americani preferirebbero “avere per funzionari persone sulle quali sputare piuttosto che una casta di funzionari che sputa su di noi” (La politica come professione, 1919).

Non prendiamoci in giro, dunque, ché predicare moralità è una necessità inestingubile ma di Giordano Bruno se ne vedono pochi in giro. La vera questione immorale è la irresponsabilità, cioè la rinuncia o il tentativo di sottrarsi al dovere di dare risposte adeguate alle domande dei cittadini. Di servizi, di prestazioni, di infrastrutture. Gli italiani forse più di altri sono particolarmente propensi a tollerare (magari perfino a simpatizzare con) vecchi vizi e la scarsa coerenza nell’aderire a un ideale. Ciò che la cittadinanza competente, secondo la descrizione che ne dà Carlo Carboni nel suo La società cinica, diversamente dalla cittadinanza qualunquista, dovrebbe pretendere dal ceto politico è la responsabilità nella sua accezione originaria di “dovere della risposta”. Dovrebbe controllare, valutare e al momento opportuno giudicare. E se è moralmente degna di questo privilegio democratico, dovrebbe giudicare proprio sulla base dell’efficacia e della dignità responsabile del personale politico.