#ItaliaGermania e #notiziechenonloerano

Dalle prime pagine di oggi:

Corriere della Sera: Sfida sulle banche tra Roma e Berlino

Repubblica: Aiuti alle banche, Merkel frena Renzi

La Stampa: Banche, Merkel gela l’Italia

Il Messaggero: Banche, duello Merkel-Renzi

Ci dobbiamo preoccupare? Si ripropone tra stati membri il cliché dello “scontro” tra l’Italia e “l’Europa”?

Se la Brexit è frutto di anni di impegno attivo nella disinformazione e direi nella disedeucazione dei cittadini europei, i titoli dei giornali sono parte del processo. Perché mistificano, raccontano cioè una storia che è diversa dalla realtà dei fatti.

I fatti li ha raccontati molto bene ieri Giovanna Pancheri. La corrispondente di SkyTg24 da Bruxelles ha spiegato che le parole della Cancelliera Merkel sono state pronunciate in risposta alla domanda posta da un giornalista tedesco in conferenza stampa. Il giornalista ha premesso che alcuni paesi, tra cui l’Italia, starebbero pensando di approfittare della Brexit per stravolgere le regole comuni (il riferimento è alle regole sugli aiuti di Stato e sulla gestione delle crisi bancarie ma ancora più esplicitamente ai parametri di bilancio come il rapporto tra deficit e PIL), e quindi ha chiesto che cosa può fare la Germania per impedire che ciò accada. È evidente che in quel contesto la signora Merkel dovesse rassicurare la propria opinione pubblica nazionale, spiegando di essere contraria all’idea di cambiare regole entrate in vigore da poco. Ma ha anche detto che quelle stesse regole prevedono degli spazi di manovra per consentire interventi straordinari in casi eccezionali e che le istituzioni sono pronte a salvaguardare il risparmio.

Dove sarebbe quindi lo scontro? L’Italia non ha chiesto e non sta chiedendo di cambiare alcuna regola. È quello che ha ricordato il Presidente Renzi. Rilasciando di propria iniziativa dichiarazioni per replicare alla collega tedesca? No. Anche lui ha risposto a una domanda, nel corso della conferenza stampa italiana a Bruxelles. Gli è stata riportata la posizione della Cancelliera e il Presidente ha ricordato appunto che l’Italia non chiede di cambiare le regole in corsa.

Come accade allora che quasi tutte le testate raccontino la storia in termini di duello, scontro, sfida? Evidentemente è una scelta che ha poco a che vedere con l’informazione, che dovrebbe riportare i fatti. È piuttosto una scelta estetica, basata sulla presunzione di conoscere i gusti dei lettori e sulla decisione che convenga accontentarli, piuttosto che sfidarli con la verità. Lo “scontro” è un cliché, un format, che alle direzioni dei giornali piace assai. E basta appena uno spiraglio perché le agenzie selezionino accadimenti che vi alludano (anche i redattori sanno che cosa “funziona” nella vertigine del flusso di informazioni, cioè che cosa ha più probabilità di essere ripreso da altri), e i siti dei giornali in Rete vi costruiscano i primi titoli, poi ripresi dai TG. Fino ad arrivare alle prime pagine dei giornali che leggiamo il giorno dopo.

Che fare? Rassegnarsi? Meglio di no. Tre piccoli suggerimenti ai lettori per orientarsi nella interpretazione di queste “notizie”. Che corrispondono alle tre regole molto pragmaticamente usate da Giovanna Pancheri ieri per il suo servizio:

  1. Chiedersi in quale contesto è stata resa una dichiarazione
  2. Chiedersi se si tratta di un’affermazione spontanea o della risposta a una domanda
  3. Ascoltare / leggere la domanda alla quale si è data risposta

Insomma, dalle #notizichenonloerano ci si può difendere. Anche ascoltando Luca Sofri (al minuto 5’10”) che su questi temi ha scritto un libro.

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Pensioni: promesse, aperture e risposte dovute

Sui quotidiani di oggi grande evidenza al tema delle pensioni (Corriere e Messaggero ci fanno l’apertura, ma è in prima su tutte le principali testate). Il fatto che ieri ne abbiano parlato il Ministro dell’Economia e delle Finanze, il presidente dell’INPS e il sottosegretario con deleghe economiche ha scatenato ipotesi di grandi manovre sul sistema previdenziale. Alcuni titoli:

  • Pensioni: Padoan apre sulla flessibilità (Il Sole 24 Ore)
  • Padoan riapre il cantiere pensioni (Corriere della Sera)
  • Flessibilità, Padoan apre (Repubblica)
  • Padoan apre sulle pensioni “Ma servono 7 miliardi” (La Stampa)
  • Pensioni flessibili, Padoan apre (Il Messaggero)

Avvenire e Fatto Quotidiano non citano il Ministro nei titoli, Libero fa un catenaccio con “Padoan rilancia una vecchia proposta del governo Monti: un prestito per chi lascia il lavoro in anticipo”.

Il lettore si può chiedere quale iniziativa sarà stata presa per annunciare una iniziativa che giustifichi questi entusiasmi: in realtà, il ministro ha risposto alla domanda di un parlamentare nel corso di un’audizione (sul sito del Ministero il testo dell’intervento e il video della sessione) sul Documento di Economia e Finanza 2016 (DEF) alla Commissione Bilancio della Camera dei Deputati.

Ecco che cosa ha chiesto l’on. Marchi e quello che ha risposto il Ministro.

Domanda dell’On. Maino Marchi

Volevo chiedere se sulla flessibilità per le pensioni si sta pensando anche a un coinvolgimento di soggetti bancari o assicurativi per affrontare il tema dell’impatto che può avere nei primi anni – e che è la difficoltà  con cui ci stiamo confrontando per raggiungere questo obiettivo.

Replica del Ministro Padoan

È stata citata la questione del possibile ruolo del sistema creditizio relativamente alla flessibilità pensionistica. Su questo tema il DEF non si addentra più di tanto, ribadisce un concetto che sicuramente mi avete sentito esprimere più di una volta: il sistema pensionistico è uno dei pilastri della sostenibilità del sistema italiano e questo ci viene riconosciuto in sede europea. Siamo un paese ad altro debito – che peraltro sta scendendo ma siamo pur sempre un paese ad alto debito – quindi questo [la stabilità] è un valore fondamentale. Detto questo sicuramente ci sono margini per ragionare sia sugli strumenti che sugli incentivi che sui legami tra sistema pensionistico e mercato del lavoro in modo tale da migliorare le opportunità sia per chi sta per andare in pensione sia per chi deve entrare nel mercato del lavoro. Quindi io sono sicuramente favorevole a un ragionamento complesso e sono sicuramente aperto a fonti di finanziamento complementari che si possono studiare. Non mi soffermo di più perché il DEF non esclude queste cose, le rinvia al dibattito dei prossimi mesi.

Quando il Ministro accenna al DEF fa riferimento a un passaggio del Programma Nazionale di Riforma (costituisce una delle sezioni del Documento), a pag. 86:

Il Governo da ultimo valuterà, nell’ambito delle politiche previdenziali, la fattibilità di interventi volti a favorire una maggiore flessibilità nelle scelte individuali, salvaguardando la sostenibilità finanziaria e il corretto equilibrio nei rapporti tra generazioni, peraltro già garantiti dagli interventi di riforma che si sono susseguiti dal 1995 ad oggi.

Dati, previsioni e titolazione #chisaleechiscende?

Ma il PIL aumenta o diminuisce? E con quale velocità rispetto al passato? Il deficit scende o sale?

Guardando i titoli sulle prime pagine dei giornali sembra che ci troviamo davanti a una prospettiva economica in peggioramento. Il Corriere della Sera: “Tregua con la Ue su debito e deficit. Ma cresciamo meno“. Il Sole 24 Ore: “Def, più deficit per 11 miliardi nel 2017“. Il Messaggero: “Sale il deficit ma niente manovra”. Un po’ più precisa La Stampa: “Nel Def il Pil sale più lentamente” (rispetto a che cosa?).

Leggendo i titoli dei quotidiani dunque sembra che la risposta alle domande sia chiara: i conti pubblici peggiorerebbero (il deficit aumenta) e l’economia andrebbe peggio (il PIL cresce meno di prima).

Che cosa dicono i dati? PIL: crescita effettiva registrata nel 2015 sul 2014 +0,8%; crescita stimata per il 2016 rispetto al 2015 +1,2%. In altre parole: non solo il PIL aumenta, ma la crescita nel 2016 sarà il 50% più elevata che nell’anno precedente. Per questo parliamo di “accelerazione”. Tutti vorremmo che fosse più sostenuta, ovviamente, perché questo renderebbe più rapido il processo di assorbimento della disoccupazione. Ma intanto si tratta di un miglioramento rispetto al passato (e non dimentichiamo che il paese è stato in recessione dal 2012 al 2014).

Numeri alla mano le risposte sono quindi incontrovertibili: il PIL aumenta e anche più velocemente che nel passato recente, il deficit diminuisce. Perché allora i titoli dei quotidiani trasmettono una informazione diversa? Manipolazione deliberata dell’informazione? No, almeno non per le testate citate. Si tratta piuttosto della propensione a ragionare all’interno di schemi mentali da addetti ai lavori, dimenticando il punto di vista del lettore. Gli addetti ai lavori confrontano le previsioni aggiornate del DEF con le previsioni formulate a settembre del 2015. Come minimo questo andrebbe chiarito nella titolazione (qualche testata lo fa, correttamente). Ma in ogni caso ci si dimentica che la prima informazione – ribadisco: informazione – da dare al lettore dovrebbe essere il confronto tra i dati effettivi e ciò che ci aspettiamo per l’anno in corso e per il futuro.

Il confronto tra previsioni può essere utile, per esempio per capire quanto sia affidabile il previsore. Ma è certamente secondario rispetto all’informazione principale (da dove veniamo, dove andiamo).

PS: sull’affidabilità delle previsioni è abbastanza facile fare confronti; sfogliando i DEF e le note di aggiornamento al DEF tra 2011 e 2015 per confrontare le previsioni con le serie ISTAT sui dati effettivi si ricava una tabella interessante. In questo periodo, lo scarto medio tra l’andamento effettivo del PIL e le previsioni del governo Berlusconi è pari a 2 punti percentuali; per il governo Monti lo scarto è di 1,3 pp; per il governo Letta di 0,6 pp; per il governo Renzi (l’unico ad avere formulato anche previsioni inferiori ai dati poi effettivamente registrati) di soli 0,2 punti percentuali.

Al largo dal territorio dei fatti. L’Offshore di #Caizzi

La differenza tra le chiacchiere da bar e i commenti di un autorevole quotidiano dovrebbe basarsi sul riferimento ai dati di fatto e alla qualità delle fonti. Quando la nebbia del pregiudizio offusca la tastiera del reporter, ecco che lo spazio di una rubrica diventa una postazione di cecchinaggio verbale.
Ivo Caizzi usa così la rubrica Offshore sul Corriere Economia. Da mesi scrive che la presidenza italiana del Consiglio Europeo sarebbe stata inutile. E per avvalorare questo giudizio fornisce informazioni che non corrispondono ai fatti. Per esempio ignorando che il semestre di presidenza si è concluso con l’approvazione di nuove linee guida per l’utilizzo della flessibilità contemplata nei trattati europei, che mettono in relazione riforme strutturali e investimenti. Proprio come proposto dall’Italia a partire da luglio. Oppure tacendo sul lavoro della task force promossa dall’Italia a settembre, che ha permesso – con il coordinamento della Commissione Europea e della Banca Europea per gli Investimenti – di raccogliere migliaia di progetti di interesse europeo sui quali concentrare nuove iniziative per una ripresa degli investimenti su scala continentale. Infine accusando l’Italia di avere fatto un piacere al Lussemburgo, accettando che lo scambio automatico di informazioni cominciasse nel 2017. Cioè l’anno sul quale si sono allineati gli sforzi convergenti del G20 e dell’OCSE. Laddove, semmai, c’era il rischio che alcuni paesi dell’UE chiedessero di rimandare al 2018 o 2019.
Oggi Caizzi mette insieme queste ed altre distorsioni in un giudizio conclusivo. Parla di flessibilità temporanea concessa all’Italia, ma ignora che la Commissione ha adottato linee guida che valgono per tutti i paesi e cambiano significativamente l’orientamento del lavoro di monitoraggio delle finanze pubbliche nell’Unione. Sostiene che l’Italia non intende adottare un piano di rilancio analogo a quello del presidente Obama di “ingenti investimenti pubblici” – sottintendendo una evidente insipienza economica del nostro Governo – ma evidentemente ignora che all’inizio della crisi il debito pubblico degli USA era pari al 40% del PIL, mentre quello italiano sfiorava già il 100% (e quindi con ben poco spazio per un’ulteriore espansione del debito). Infine parla della legge sulla autodenuncia dei capitali detenuti all’estero come di condono/sanatoria (la cosiddetta voluntary disclosure), laddove si tratta di una procedura di regolarizzazione delle proprietà finanziarie sulle quali il contribuente deve pagare integralmente le imposte dovute quando è insorto il reddito nascosto al fisco e sui successivi guadagni. Infine parla della bozza di schema di decreto legislativo sul fisco ritirata dal Governo come di “recenti concessioni”, come se fosse effettivamente già incorso un cambiamento normativo.
Insomma, si naviga lontano del territorio della verità e dei fatti. Forse è per questo che la rubrica si chiama Offshore.

Candele ed energia elettrica: il paradigma dell’innovazione in 10 righe

Dieci righe di concentrato di intelligenza per capire che cosa sia l’innovazione e perché abbiamo bisogno della ricerca di base. Dal Corriere della Sera di oggi, il direttore del CERN a pag. 23.

Sarebbe impensabile oggi negare l’impatto che le grandi rivoluzioni scientifiche occorse tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento hanno prodotto sulla nostra attuale qualità della vita, eppure, forse proprio perché siamo circondati dalle applicazioni tecnologiche di queste rivoluzioni, la tendenza a considerare la ricerca scientifica come un lusso si riaffaccia ciclicamente nelle convinzioni (e di conseguenza nelle azioni) dei policy makers.

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@fabriziobarca sulla stampa del sabato, dal sarcasmo al #catoblepismo

È divertente la rassegna degli articoli comparsi sulla stampa oggi a proposito della memoria politica di Fabrizio Barca, Un partito nuovo per un buon governo. So che arriva un po’ tardi ma pazienza, chi volesse può trovare la maggior parte dei contributi online.

Partiamo dai quotidiani “di partito”, come si sarebbe detto un tempo. Europa pubblica, nell’ordine, un editoriale dedicato al “fenomeno Barca” (lucidissimo Stefano Menichini), un commento di Antonio Funiciello (“Con Barca si tornerà a parlare di politica?”), due interviste – abbinate – a Carmine Donzelli (l’editore di Barca) e a Nicola Rossi (economista). Sul sito del quotidiano ci sono un’intera sezione dedicata a Fabrizio Barca e una dedicata a Matteo Renzi. Il direttore nel suo editoriale parla infatti anche di Renzi e alla fine dice:

Tra i due c’è uno scarto di tempo. Il sindaco è pronto: la sua partita per la leadership si gioca tra oggi e domani. Al ministro toccherà, se riuscirà, dopodomani: per la minore notorietà, per la profondità del progetto e per il conseguente obbligo (che riconosce) di dover partire dalla gavetta).

L’altro giornale del PD, l’Unità, ha già dedicato spazio ieri alle anticipazioni del “documento”, quindi oggi si limita a un pezzo titolato con formula dubitativa: “Renzi-Barca, competizione al congresso. O forse no”, di Vladimiro Frulletti, il quale fa notare che proprio nello stesso giorno in cui il ministro apre una discussione – e dopo aver manifestato a Lilli Gruber la propria ambizione a “far parte del gruppo dirigente” del partito – il sindaco manifesta un interessamento alla segreteria del partito. L’estensore dell’articolo cita il renziano Salvatore Vassallo per accreditare l’idea che l’impostazione di Barca sarebbe indigesta al sindaco, ma chiude con le parole del ministro:

“Io contro Renzi? Non è così, anche se a qualcuno farebbe comodo fosse così”.

Al di là del dibattito tra i diretti interessati, giustamente ospitato da chi si rivolge a iscritti, militanti e simpatizzanti del PD, bisogna proprio partire da “Love Boat”, la parodia del Foglio di Giuliano Ferrara. Imperdibile Nove colonne: dopo aver ironizzato sulla stampa italiana che aderirebbe alle tesi del documento di Barca, paragona il ministro ai “vecchi di Potere Operaio. Avevano un’altra piattaforma ma, almeno, scrivevano più chiaro.” Il Fatto Quotidiano titola invece tra entusiasmo e bonaria ironia “Barca, evviva il catoblepismo e la libertà” il pezzo di Giorgio Meletti, che gigioneggia tra caveat e warning, facendo poi una buona sintesi del “documento”. Non è online, ma c’è quello di giornata, più critico, di Chiara Paolin.

Repubblica dà spazio alle idee di Barca con una intervista di Sebastiano Messina (sintesi del titolista: “Non punto a fare il segretario. Renzi ha le carte per la premiership”). Domanda-chiave, secondo me:

“Lei non sembra attratto da Palazzo Chigi. Perché?”. Risposta di Barca: “Governare è stata un’avventura straordinaria. Ho scoperto che Nenni si sbagliava: la stanza dei bottoni c’è davvero. Ma sono andato a sbattere contro l’assenza dei partiti. E allora mi appassiona la sfida di provare a cambiare il luogo dove si forma la volontà democratica: i partiti, appunto”.

Interessante il Corriere della Sera, macchina d’opinione sempre assai ardua da decifrare. Monica Guerzoni fa buon uso di Twitter, dove intercetta la consapevolezza di Barca che gli applausi che hanno accolto il suo documento lasceranno il posto a molti schiaffoni. “Passati applausi e schiaffoni si comincerà a ragionare, forse” cita l’autrice da un tweet del ministro. Il meglio però è nel commento in cui Pierluigi Battista – e non il censore ufficiale della sinistra da via Solferino, Antonio Polito – fa l’equilibrista: è tentato (si, è tentato) di diffondere ironia a piene mani per il lessico del ministro. Ma non si fida: l’intellettuale pragmatico Barca potrebbe essere come il filoso Cacciari, che scrive difficile ma parla facile quando si tratta di competere per il consenso. Battista parte dall’assunto “implicito” che “il fatato mondo di Twitter” con i suoi entusiasmi costituisca una distorsione che ingannerebbe l’intellettuale di sinistra Barca. Il pezzo è un catalogo delle ricercate espressioni di Barca, tutte accuratamente virgolettate (il mitologico catoblepismo, ovviamente, poi forma partito, partito palestra, élite estrattiva, addendum, telaio sociale, sperimentalismo democratico, procedura deliberativa, mobilitazione cognitiva, monitoraggio in itinere, disintermediazione) ma l’autore teme molto – al punto da escluderlo esplicitamente – che il suo contributo passi per “vieto anti intellettualismo”, quindi lascia cadere la possibilità (remota) che queste parole possano “rappresentare nuove mete per un partito frastornato”, prima della chiosa sarcastica sul bisogno di mobilitazione “morale, ma anche cognitiva”.

PS: nel post-scriptum (oddìo ma si può usare un’abbreviazione latina sul Corriere?), Battista spiega che “catoblepismo” deriva da catoblepa, animale mitologico citato dal banchiere ed economista Raffaele Mattioli, descritto come quadrupede africano con il capo pesante sempre abbassato verso terra. Beh, da oggi, di catoblepismo c’è una definizione in Wikipedia. Utile anche per scoprire che Fabrizio Barca lo ha adottato per definire la degenerazione dei rapporti tra partiti politici e Stato, analogamente alla degenerazione del rapporto che Mattioli attribuiva a banche e imprese. In entrambi i casi una simbiosi degenerata in “fratellanza siamese”.

Pasolini, purché se ne parli va bene anche Quagliarella

Ho controllato su Wikipedia: oggi non è un anniversario di qualche evento legato all’esistenza di Pier Paolo Pasolini. Ma è trascorso da 10 giorno l’anniversario della sua morte. Me lo sono chiesto perché oggi mi sono ritrovato citazione di PPP ad ogni pagina sfogliata dei giornali.

Viene citato da Massimo Giannini su Affari&Finanza di Repubblica (a proposito della “casta dei Quirini”, l’inchiesta sui funzionari inamovibili della Pubblica Amministrazione), che rievoca il famoso “scritto corsaro” (nel titolo in prima del suo pezzo) che esordiva con “io so” a proposito delle responsabilità di quegli anni. Lo ritrovo sul quotidiano concorrente di via Solferino, a pag. 8 del Corriere della Sera (Pernacchie e Pasolini, la “strategia Crocetta”) laddove il neo-presidente eletto della Regione Siciliana cito lo stesso scritto (!)

Mi sveglio, vedo le Eolie e sulla parete il famoso motto “Io so, ma non ho le prove”. Pasolini era un intellettuale fuori dal Palazzo,ma noi adesso ci siamo dentro e le prove cominciamo a vederle. Ne troveremo tante.

E infine Darwin Pastorin su Pubblico scomoda Pasolini per un articolo su Fabio Quagliarella (non Gaetano Quagliariello: proprio Quagliarella – pare che tutte le testate si siano messe d’accordo anche su questo, approfittando della domenica per scirvere lo stesso articolo sull’attaccante bianconero che in questa stagione realizza un gol ogni 55′ giocati – Rep e Corsera molto simili tra loro).

E va bene, dalla politica al calcio – le due forme di spettacolo più “pop” della nostra epoca insieme a X Factor – purché se ne parli: di Pasolini si optrebbe anche pubblicare uno scritto al giorno, a piccole dosi, perché la sua moralità non ci dia alla testa nello sconfortante panorama corrente.