Lettera a Milko

Segnalo una bella lettera aperta, bella sul piano umano e politico, che Stefano Rolando rivolge a Milko Pennisi, consigliere comunale milanese e presidente della commissione urbanistica, arrestato a Milano pochi giorni fa.

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Niente di nuovo sotto il sole

Riprende la regolare pubblicazione di LibMagazine in e-dicola, più bello che pria, dal quale traggo il pezzo di inizio anno dalla consueta rubrica Sindaco SpA.

Tutte le lotte tra i partiti non si svolgono soltanto per fini oggettivi, ma anche e soprattutto per il patronato delle cariche. In Germania tutti i contrasti tra le aspirazioni particolaristiche e centralistiche gravitano anche e soprattutto intorno al problema di quali poteri – di Berlino o di Monaco, di Karlsruhe, di Dresda – debbano controllare il patronato delle cariche. I ridimensionamenti nella partecipazione alla distribuzione delle cariche vengono vissuti dai partiti come uno scacco ben più grave di qualsiasi insuccesso rispetto ai loro fini oggettivi. In Francia un’infornata di prefetti a opera di un partito politico è sempre stata considerata come un sovvertimento maggiore e ha provocato più chiasso di un cambiamento del programma di governo, il quale ha un significato quasi meramente retorico.

Così accade che si contrappongono l’un l’altro partiti privi di principi, pure organizzazioni di cacciatori di posti, le quali elaborano i propri programmi per le singole campagne elettorali a seconda della possibilità di raccogliere voti. Con il numero crescente di cariche prodotto dalla burocratizzazione e con la domanda crescente di esse in quanto forma di sostentamento particolarmente sicura, questa tendenza va crescendo presso tutti i partiti, i quali per i loro seguaci diventano sempre più un mezzo rispetto allo scopo di essere in tal modo sistemati.

Ci troviamo in presenza di “un’impresa di partito” organizzata dai vertici fino alla base, sostenuta anche da circoli estremamente saldi e organizzati, i quali puntano in modo esclusivo a realizzare profitti mediante il controllo politico soprattutto delle amministrazioni comunali, che costituiscono le più importanti fonti di lucro.

Il seguito del partito, soprattutto i funzionari, si aspettano ovviamente dalla vittoria del proprio capo un compenso personale: cariche o altri vantaggi. E se lo aspettano da lui, e non – o non soltanto – dai singoli parlamentari: questo è l’elemento decisivo. Essi si aspettano soprattutto che l’efficacia demagogica della personalità del capo nella lotta elettorale porti al partito il più possibile di voti e mandati, e quindi potere, e attraverso di esso la possibilità per i suoi seguaci di ottenere per sé lo sperato compenso.

Per questo è decisiva soprattutto la potenza del discorso demagogico, all’epoca presente, ove si opera assai frequentemente con mezzi puramente emozionali. Si può con buone ragioni definire l’attuale situazione come “una dittatura che si fonda sullo sfruttamento dell’emotività delle masse”. Qual è stato dunque l’effetto dell’intero sistema? Che oggi i parlamentari, con l’eccezione di alcuni membri del gabinetto (e di alcuni indipendenti irriducibili), di regola non sono altro che un gregge di votanti ben disciplinati.

Sembrano attuali queste righe? Sono state pronunciate per la prima volta il 28 gennaio 1919, novanta anni fa, dal sociologo tedesco Max Weber, all’indirizzo degli studenti dell’Università di Monaco, in una conferenza dal titolo “La politica come professione”. Così come le ho proposte sono il frutto di un collage assolutamente arbitrario ma altrettanto rigoroso tratto dal testo originale: non ho modificato nulla, se non per qualche “cucitura” del testo pubblicato negli Oscar Mondadori.

Un divertissement per dire che l’Italia ha molti problemi, e purtroppo non sono neanche troppo originali. L’auspicio per quest’anno – anno di elezioni: amministrative, europee – è che possa essere un po’ più originale almeno il dibattito sulle cause e, speriamo, sulle soluzioni.

Concussi e contenti

Dietro il Sud Africa. Più giù di Portorico. Molto dopo Santa Lucia (che peraltro non so neanche dove sia, ma escludo che vada intesa come la sede principale della Regione Campania a Napoli). L’Italia è al 55° posto nella classifica mondiale della percezione della corruzione, che prende in considerazione 180 Paesi. Al primo posto (la classifica è stilata in ordine decrescente, dal più virtuoso al più corrotto) Nuova Zelanda, Danimarca e Svezia ex-aequo con un punteggio pari a 9,3; agli ultimi due Myanmar (1,3) e Somalia (1,0). Il punteggio sintetico è il Corruption Perception Index, calcolato da un’organizzazione indipendente internazionale, Transparency International (www.transparency.org).

L’articolo continua sul nuovo numero di LibMagazine.