comunicazione è relazione

il blog di Roberto Basso sulla comunicazione di pubblica utilità e varia umanità

Pensioni: promesse, aperture e risposte dovute

Sui quotidiani di oggi grande evidenza al tema delle pensioni (Corriere e Messaggero ci fanno l’apertura, ma è in prima su tutte le principali testate). Il fatto che ieri ne abbiano parlato il Ministro dell’Economia e delle Finanze, il presidente dell’INPS e il sottosegretario con deleghe economiche ha scatenato ipotesi di grandi manovre sul sistema previdenziale. Alcuni titoli:

  • Pensioni: Padoan apre sulla flessibilità (Il Sole 24 Ore)
  • Padoan riapre il cantiere pensioni (Corriere della Sera)
  • Flessibilità, Padoan apre (Repubblica)
  • Padoan apre sulle pensioni “Ma servono 7 miliardi” (La Stampa)
  • Pensioni flessibili, Padoan apre (Il Messaggero)

Avvenire e Fatto Quotidiano non citano il Ministro nei titoli, Libero fa un catenaccio con “Padoan rilancia una vecchia proposta del governo Monti: un prestito per chi lascia il lavoro in anticipo”.

Il lettore si può chiedere quale iniziativa sarà stata presa per annunciare una iniziativa che giustifichi questi entusiasmi: in realtà, il ministro ha risposto alla domanda di un parlamentare nel corso di un’audizione (sul sito del Ministero il testo dell’intervento e il video della sessione) sul Documento di Economia e Finanza 2016 (DEF) alla Commissione Bilancio della Camera dei Deputati.

Ecco che cosa ha chiesto l’on. Marchi e quello che ha risposto il Ministro.

Domanda dell’On. Maino Marchi

Volevo chiedere se sulla flessibilità per le pensioni si sta pensando anche a un coinvolgimento di soggetti bancari o assicurativi per affrontare il tema dell’impatto che può avere nei primi anni – e che è la difficoltà  con cui ci stiamo confrontando per raggiungere questo obiettivo.

Replica del Ministro Padoan

È stata citata la questione del possibile ruolo del sistema creditizio relativamente alla flessibilità pensionistica. Su questo tema il DEF non si addentra più di tanto, ribadisce un concetto che sicuramente mi avete sentito esprimere più di una volta: il sistema pensionistico è uno dei pilastri della sostenibilità del sistema italiano e questo ci viene riconosciuto in sede europea. Siamo un paese ad altro debito – che peraltro sta scendendo ma siamo pur sempre un paese ad alto debito – quindi questo [la stabilità] è un valore fondamentale. Detto questo sicuramente ci sono margini per ragionare sia sugli strumenti che sugli incentivi che sui legami tra sistema pensionistico e mercato del lavoro in modo tale da migliorare le opportunità sia per chi sta per andare in pensione sia per chi deve entrare nel mercato del lavoro. Quindi io sono sicuramente favorevole a un ragionamento complesso e sono sicuramente aperto a fonti di finanziamento complementari che si possono studiare. Non mi soffermo di più perché il DEF non esclude queste cose, le rinvia al dibattito dei prossimi mesi.

Quando il Ministro accenna al DEF fa riferimento a un passaggio del Programma Nazionale di Riforma (costituisce una delle sezioni del Documento), a pag. 86:

Il Governo da ultimo valuterà, nell’ambito delle politiche previdenziali, la fattibilità di interventi volti a favorire una maggiore flessibilità nelle scelte individuali, salvaguardando la sostenibilità finanziaria e il corretto equilibrio nei rapporti tra generazioni, peraltro già garantiti dagli interventi di riforma che si sono susseguiti dal 1995 ad oggi.

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Dati, previsioni e titolazione #chisaleechiscende?

Ma il PIL aumenta o diminuisce? E con quale velocità rispetto al passato? Il deficit scende o sale?

Guardando i titoli sulle prime pagine dei giornali sembra che ci troviamo davanti a una prospettiva economica in peggioramento. Il Corriere della Sera: “Tregua con la Ue su debito e deficit. Ma cresciamo meno“. Il Sole 24 Ore: “Def, più deficit per 11 miliardi nel 2017“. Il Messaggero: “Sale il deficit ma niente manovra”. Un po’ più precisa La Stampa: “Nel Def il Pil sale più lentamente” (rispetto a che cosa?).

Leggendo i titoli dei quotidiani dunque sembra che la risposta alle domande sia chiara: i conti pubblici peggiorerebbero (il deficit aumenta) e l’economia andrebbe peggio (il PIL cresce meno di prima).

Che cosa dicono i dati? PIL: crescita effettiva registrata nel 2015 sul 2014 +0,8%; crescita stimata per il 2016 rispetto al 2015 +1,2%. In altre parole: non solo il PIL aumenta, ma la crescita nel 2016 sarà il 50% più elevata che nell’anno precedente. Per questo parliamo di “accelerazione”. Tutti vorremmo che fosse più sostenuta, ovviamente, perché questo renderebbe più rapido il processo di assorbimento della disoccupazione. Ma intanto si tratta di un miglioramento rispetto al passato (e non dimentichiamo che il paese è stato in recessione dal 2012 al 2014).

Numeri alla mano le risposte sono quindi incontrovertibili: il PIL aumenta e anche più velocemente che nel passato recente, il deficit diminuisce. Perché allora i titoli dei quotidiani trasmettono una informazione diversa? Manipolazione deliberata dell’informazione? No, almeno non per le testate citate. Si tratta piuttosto della propensione a ragionare all’interno di schemi mentali da addetti ai lavori, dimenticando il punto di vista del lettore. Gli addetti ai lavori confrontano le previsioni aggiornate del DEF con le previsioni formulate a settembre del 2015. Come minimo questo andrebbe chiarito nella titolazione (qualche testata lo fa, correttamente). Ma in ogni caso ci si dimentica che la prima informazione – ribadisco: informazione – da dare al lettore dovrebbe essere il confronto tra i dati effettivi e ciò che ci aspettiamo per l’anno in corso e per il futuro.

Il confronto tra previsioni può essere utile, per esempio per capire quanto sia affidabile il previsore. Ma è certamente secondario rispetto all’informazione principale (da dove veniamo, dove andiamo).

PS: sull’affidabilità delle previsioni è abbastanza facile fare confronti; sfogliando i DEF e le note di aggiornamento al DEF tra 2011 e 2015 per confrontare le previsioni con le serie ISTAT sui dati effettivi si ricava una tabella interessante. In questo periodo, lo scarto medio tra l’andamento effettivo del PIL e le previsioni del governo Berlusconi è pari a 2 punti percentuali; per il governo Monti lo scarto è di 1,3 pp; per il governo Letta di 0,6 pp; per il governo Renzi (l’unico ad avere formulato anche previsioni inferiori ai dati poi effettivamente registrati) di soli 0,2 punti percentuali.

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Gli errori di Bloomberg e le aberrazioni sui derivati. Come confondere un costo con le “perdite”

Bloomberg ha fatto un’analisi della spesa sostenuta dalla Repubblica Italiana in virtù dei “derivati”, cioè di contratti sottoscritti con istituzioni finanziare al fine di compensare oscillazioni dei tassi su una parte dei titoli di debito pubblico emessi sul mercato. Ne emergono una sintesi e un’analisi. La prima contiene un errore di metodo, la seconda un errore concettuale.

La sintesi è semplice e altri organi d’informazione vi hanno dato molta evidenza: l’Italia avrebbe sostenuto oneri per derivati pari a circa 16,95 miliardi. Si tratta semplicemente della somma della spesa sostenuta per ciascuno degli anni tra il 2011 e il 2014 reperibile nei dati Eurostat. Facile. Semplice eppure sbagliata. Perché a Bloomberg hanno sommato la spesa effettiva per Financial derivatives (Tabella 3A del Rapporto sui livelli di deficit e debito consegnato a Eurostat) con aggiustamenti contabili che non corrispondono ad esborsi, anche se contabilmente incrementano il debito (Net incurrence (-) of liabilities in financial derivatives). Anche Morya Longo inciampa nello stesso errore, scrivendo sul Sole 24 Ore che “non si tratta di costi teorici: si tratta di soldi veri”: sì, ma per una cifra inferiore per un terzo a quella denunciata. Alla domanda “quanti soldi ha sborsato la Repubblica Italiana in 4 anni per derivati?” la risposta è quindi 12,4 miliardi e non 16,95. Per essere precisi, a Bloomberg avrebbero dovuto guardare la tavola 3B (Central Government) e non la tavola 3A (General Government) . In questo caso l’esborso (la spesa effettiva) sarebbe ancora più contenuta: 11,9 miliardi. In media nel periodo: 3 miliardi all’anno. Come componente di una spesa per la gestione del debito che si è aggirata intorno a 80 miliardi all’anno: il 3,7%.

A Bloomberg hanno poi sbagliato l’analisi dell’impatto dei derivati sul costo di gestione del debito pubblico sul piano concettuale. Gli autori dell’articolo sostengono infatti che nel 2014 il costo di finanziamento del debito italiano è calato di 2,76 miliardi, poi affermano che la spesa per derivati nello stesso anno è pari a circa il doppio di quella cifra ovvero 5,46 miliardi. Suggerendo così che il risparmio dovuto al calo degli interessi sia stato più che vanificato dai derivati. Però non è così. Innanzitutto perché la spesa effettiva (i “soldi veri”) ammonta a 3,5 miliardi, per le ragioni spiegate sopra. Ma soprattutto perché il minor costo della gestione del debito registrato nel 2014 rispetto al 2013 è complessivo: il risparmio così calcolato tiene conto tanto del calo degli interessi quanto della spesa per derivati. Si potrebbe eventualmente sostenere che senza derivati la Repubblica Italiana avrebbe risparmiato più di 2,76 miliardi. Ma anch’io avrei risparmiato 800 euro se non avessi sottoscritto un’assicurazione per proteggermi dal rischio di furto e incendio dell’automobile…

Non è tutto. L’errore concettuale è più profondo. Si può certamente registrare un minor costo nel 2014 rispetto al 2013. E’ un dato oggettivo. Ma siccome nel 2014 il debito è cresciuto rispetto al 2013, il confronto non ha alcun valore esplicativo. Il risparmio va piuttosto calcolato come la differenza tra quanto abbiamo speso e quanto avevamo previsto di spendere nello stesso anno 2014, quando ritenevamo che i tassi sarebbero stati più alti. Un calcolo che si può fare a partire dal Documento di Economia e Finanza 2012 (si è parlato molto del DEF nei giorni scorsi, anche a sproposito: questa è un’opportunità per ricordare il suo scopo, che non è quello di aggiustare la spesa nell’anno in cui viene elaborato ma piuttosto di programmare le finanze pubbliche per gli anni successivi, appunto tenendo conto di possibili introiti e possibili spese – comprese quelle per interessi sui titoli pubblici e per derivati). Nel DEF 2012 il Governo ipotizzava di spendere per la gestione del debito nel 2014 ben 92,9 miliardi (90,9 se ricalcolati secondo il nuovo standard SEC 2010). Ne abbiamo spesi invece 78,5 (75,2 con SEC 2010).

Alla domanda “quanto abbiamo risparmiato per la gestione del debito nel 2014?” la risposta corretta è quindi 14,4 miliardi (12 miliardi rispetto alle stime del DEF 2013 e 4 miliardi rispetto alle stime dello stesso DEF 2014; comunque più del 2,76 citato da Bloomberg, che misura soltanto il minor costo tra un anno e l’altro).

Un ultimo commento. Parlare della spesa per derivati in modo indipendente dalla spesa per interessi è un errore e porta all’aberrazione – per esempio – di Ugo Bertone su Libero, che parla del valore mark-to-market complessivo dei derivati come di un “saldo teorico che dovremmo pagare sui derivati ancora aperti se non si invertirà l’andamento (speriamo il più tardi possibile) dei tassi di interesse”. Come se flussi finanziari da derivati e spesa per interessi fossero due fenomeni alieni l’uno all’altro. Non è così perché – al contrario – la spesa per derivati è strettamente correlata all’andamento dei tassi: quando i tassi salgono aumenta la spesa per interessi mentre il flusso in uscita sui derivati si riduce e – in corrispondenza di una soglia che oggi appare elevata ma che che è invece equilibrata se si guarda le serie storiche – il funzionamento dei derivati comporta un introito invece di una spesa, così che la somma algebrica di esborsi e introiti sia inferiore alla sola spesa per interessi; quando i tassi scendono, come sta avvenendo oggi, diminuisce la spesa per interessi e i derivati comportano una spesa invece di un introito, così che la somma algebrica di esborsi e introiti risulta superiore alla sola spesa per interessi. E allora perché si fanno i contratti derivati di Interest Swap Rate (IRS)? Perché i tassi di interesse non possono, di norma, scendere al di sotto del livello 0 (anche se nella situazione monetaria straordinaria che stiamo attraversando alcuni Stati sono arrivati ad emettere titoli con tassi negativi). Possono però salire molto, in teoria senza limite. In questo caso i derivati fanno il loro dovere, di generare introiti per compensare (parzialmente) la maggiore spesa per interessi.

La missione dei derivati “swap” sui tassi d’interesse consiste quindi nella stabilizzazione del costo di gestione del debito pubblico: offrono flussi positivi quando i tassi salgono, negativi quando scendono. Ciò che sembra essere costantemente ignorato dai commenti è che la gestione del debito pubblico include due componenti: spesa per interessi e flussi finanziari (che possono essere positivi o negativi) da derivati. La seconda componente compensa sempre la prima: comporta un costo quando l’evento non si verifica (esattamente come un’assicurazione) ma protegge i conti pubblici da repentine impennate dei tassi. Un evento raro? Chi ha memoria di ciò che accadde nel 2011 la pensa diversamente.

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Ma il debito aumenta o si stabilizza? #avvisoainaviganti (e a Giannelli) cc @corriereit

Il debito pubblico aumenta, il debito pubblico si stabilizza. Due affermazioni così palesemente in contraddizione tra loro possono essere entrambe vere? Per trovare la risposta bisogna “leggere” i numeri prima di usarli per il calcolo.

Debito in valori assoluti
Il debito pubblico italiano in valori assoluti aumenterà fino al 2018. Infatti nel 2015, 2016 e 2017 le finanze pubbliche del nostro paese presenteranno un deficit, cioè un saldo di bilancio negativo: le spese saranno superiori alle entrate. Dove prendiamo i soldi per spendere ciò che non incassiamo? Contraendo nuovi debiti*.
Il debito quindi passerà da 2.172 miliardi (circa) di quest’anno a 2.213 (circa) nel 2018 (40 miliardi in più).

Il debito che conta: in rapporto al PIL
Ma il valore assoluto del debito non dice molto sulla capacità di un debitore – nel nostro caso uno Stato sovrano – di rimborsarlo. Che dipende invece dal valore del reddito prodotto. Una considerazione che vale per una famiglia, per un’azienda e per uno Stato. Per questo la grandezza significativa per valutare l’affidabilità di un paese è il rapporto tra il debito assoluto e il prodotto interno lordo: il debito/PIL.
Se il reddito (PIL) cresce più velocemente del debito, allora il rapporto debito/PIL diminuisce. Per l’Italia le proiezioni del Governo mostrano appunto un profilo discendente del rapporto debito/PIL tra 2015 e 2018. Rispettivamente, nei quattro anni: 132,5 – 130,9 – 127,4 – 123,4.

Sì, il debito aumenta e diminuisce al tempo stesso
Ecco quindi che mentre il debito assoluto aumenta di 40 miliardi il debito relativo (quello che conta) diminuisce di 9,1 punti percentuali di PIL (grazie al fatto che il PIL cresce più del valore assoluto del debito).

(*) Una spesa superiore alle entrate non va interpretata come una conduzione scellerata dell’economia: nel caso dell’Italia è piuttosto la pesante eredità del debito pubblico accumulato negli anni ’80 e ’90 del Novecento. Se infatti togliamo dalle spese il costo del debito (cioè la spesa annuale per interessi), il saldo primario è positivo: lo Stato spende meno di quanto incassa. Anzi, da più di venti anni (con la sola eccezione del 2009) il nostro saldo primario è positivo. Per intenderci: nel 2014 gli introiti per le Stato sono stati superiori alla spesa pubblica per 26 miliardi (circa). Però abbiamo speso 76 miliardi di interessi sul debito pubblico. In parte queste spese sono state finanziate con l’avanzo primario, ma per circa 40 miliardi abbiamo dovuto ricorrere a deficit (senza superare il famigerato 3%). Ovviamente questa cifra è stata reperita sul mercato con l’emissione di titoli di Stato, quindi ha incrementato il debito.

Tutti i dati sono tratti dal Programma di stabilità dell’Italia (in particolare dalla tabella a pag. 2) del Documento di Economia e Finanza 2015.

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Avviso ai naviganti: ciò che il DEF è e ciò che non è

Molto rumore per nulla intorno all’approvazione del Documento di Economia e Finanza (DEF) 2015 in questi giorni.

I primi colpi a salve sono stati sparati sulla questione dei tagli ai comuni: ma i tagli ai comuni sono previsti dalla legge di stabilità 2015, presentata dal Governo a ottobre 2014 e approvata dal Parlamento in dicembre. Che c’entra il DEF?

Il DEF è il documento di programmazione economico e finanziaria, una programmazione di ampio orizzonte (il triennio successivo all’anno corrente) che serve a identificare i vincoli esterni, le prospettive macroeconomiche e i programmi del Governo, esplicitati in termini di obiettivi di finanza pubblica. Non contiene “misure” o “provvedimenti” di politica economica, cioè leggi che determinano più spesa (e relative coperture) o minori entrate. Individua gli spazi di manovra del Governo entro i quali sviluppare (con provvedimenti legislativi e altre azioni) la politica economica e di riforma.

Altri colpi a salve oggi, in attesa del Consiglio dei Ministri chiamato ad approvare il DEF 2015, slittato dalle 9:30 alle 20:00. Così strano che il Presidente del Consiglio voglia avere ancora un po’ di margine, e assicurarne ai ministri, per una lettura del testo completo? Troppo semplice. Infatti nascono invenzioni di contrasti, dimissioni, richieste da parte dell’UE e tutto un armamentario letterario frutto di fantasia che nulla ha a che fare con l’informazione.

Che cos’è allora il DEF, e a chi è destinato? Il DEF è composto di 3 sezioni:

  • Sezione I – Programma di Stabilità dell’Italia
  • Sezione II – Analisi e tendenze della finanza pubblica
  • Sezione III – Programma Nazionale di Riforma

E diversi allegati. Tutto è spiegato con molta chiarezza sul sito del Dipartimento del Tesoro, qui.

Le sezioni I e III (Programma di stabilità e Programma nazionale di riforma) vengono anche inviati al Consiglio e alla Commissione dell’UE entro la fine di aprile (il codice di condotta predisposto dalla Commissione indica il termine per la trasmissione intorno alla metà di aprile e comunque non oltre la fine del mese; il ciclo di programmazione nazionale individua il termine del 10 aprile per la trasmissione del DEF dal Governo alle Camere, in modo che queste possano avere il tempo per valutare ed esprimersi in tempo utile per la trasmissione dal Governo alle istituzioni europee entro il 30 aprile).

Perché allora quest’anno c’è stata tanta agitazione intorno al DEF? La sensazione è che la risposta vada forse cercata nel clima che si è instaurato nel circuito politico-mediatico dopo quattro anni frenetici (dal 2011 al 2014) in cui si sono succeduti altrettanti governi (Berlusconi, Monti, Letta, Renzi), segnati dalla crisi finanziaria, dalla recessione economica, dall’instabilità politica. In questo clima c’è una caccia esasperata alla novità, alla rivoluzione, allo stravolgimento continuo. E invece.

Invece questo Governo è al suo secondo DEF e conta di fare anche i prossimi tre. Di conseguenza il DEF 2015 va letto in continuità con il DEF 2014, nella consapevolezza che l’economia la si imposta e la si modifica in un orizzonte temporale ampio – a meno che non ci si trovi in una situazione emergenziale, caso che non si pone quest’anno. E va letto nella prospettiva del triennio 2016-2018, impostato su tre linee d’azione:

  1. responsabilità di bilancio (riduzione progressiva del deficit, fondamentale per un paese ad alto debito come l’Italia)
  2. stimolo alla crescita attraverso la riduzione delle tasse
  3. riforme strutturali per migliorare in modo permanente la competitività del Paese e creare così le condizioni per una crescita a ritmo più elevato e sostenibile nel lungo periodo

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