comunicazione è relazione

il blog di Roberto Basso sulla comunicazione di pubblica utilità e varia umanità

Questa sinistra

Se la frontiera della sinistra è l’uguaglianza (e non l’egualitarismo) questa è uguaglianza nelle condizioni di accesso ai beni materiali e immateriali del mondo contemporaneo, nella titolarità dei diritti civili, nella distribuzione delle opportunità sociali. È quindi uguaglianza che non ignora le diversità e non mortifica le eccellenze ma valorizza il merito, l’impegno e il talento.
Questa sinistra dunque riconosce la strumentazione sociale che il progresso civile ha messo a disposizione della comunità globale per conseguire l’uguaglianza: le istituzioni democratiche, le competenze sociali e tecnologiche, i mercati come meccanismi aperti per la valorizzazione delle eccellenze.
In questa cornice l’agire politico ha un primato sugli altri ambiti dell’agire sociale, a cominciare dall’economia. Come ci confermano Daron Acemoglu e James Robinson, soltanto istituzioni economiche aperte possono garantire uguaglianza nelle condizioni in cui gli individui si confrontano, cooperano e competono; a loro volta queste possono essere realizzate soltanto in presenza di istituzioni politiche aperte. L’agire politico di sinistra, le politiche di sinistra, quindi, questo devono perseguire: l’apertura delle istituzioni, ovvero la rimozione degli ostacoli alla libera circolazione e al franco confronto tra le idee e le persone, garantendo a quelli che nascono deboli le stesse condizioni di quelli che nascono forti.

Su Bobbio in questo blog
Renzi: prefazione alla nuova edizione di Destra e sinistra di Bobbio
Destra e sinistra, norberto bobbio

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Riflessioni sulla politica per la destra, la sinistra e il Paese, tra @senatoremonti, @fabriziobarca e @uambrosoli

Nel suo classico Destra e sinistra, Norberto Bobbio [1] concludeva che la distinzione tra i due poli dello spazio ideale della politica riposa sull’importanza attribuita all’uguaglianza. In entrambi i poli del pensiero politico v’è spazio per la libertà ma soltanto una politica egualitaria “è caratterizzata dalla tendenza a rimuovere gli ostacoli che rendono le donne e gli uomini meno uguali” [2]. Gli estremi dello spazio politico, tanto a destra quanto a sinistra, sarebbero caratterizzati dalla comune propensione all’autoritarismo e alla limitazione delle libertà individuali. Al centro-sinistra (Bobbio usava il trattino) vi sarebbero “dottrine e movimenti insieme egualitari e libertari” mentre al centro-destra vi sarebbero “dottrine e movimenti insieme libertari e inegualitari […] che si distinguono dalle destre reazionarie per la loro fedeltà al metodo democratico”.

A vent’anni di distanza da quel 1994 in cui Bobbio sentiva il bisogno di contrastare con il suo saggio la propensione del discorso politico a negare l’utilità della dicotomia destra-sinistra, è tornato di moda nel dibattito pubblico quell’illusionismo populista che ci accompagna dalla crisi della Prima Repubblica, sotto molteplici sembianze: la pretesa prevalenza dell’interesse localistico propagandata dalla Lega Nord alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso; la presunta prevalenza della competenza gestionale vantata da Silvio Berlusconi al momento della sua discesa in campo da imprenditore ormai vent’anni fa; l’illusione di Beppe Grillo, secondo il quale basterebbe scegliere le soluzioni tecniche più adeguate che sicuramente i “suoi” esperti garantirebbero (strano punto di contatto con il “tecnico” Monti); fino alle più recenti intemerate di Ingroia.

Questa tendenza ha una sua spiegazione: il comportamento del personale politico (espressione che mi sembra preferibile alla pretesa dell’esistenza di una “classe politica” perché restituisce concretezza storica ai Belsito e ai Lusi, a Batman e al Trota). Cioè la quotidiana estrazione [3] di privilegi e benefici personali dai beni della collettività ad opera di individui che sono riusciti ad acquisire attraverso i metodi della democrazia formale posizioni di rendita che ovviamente si rifiutano di lasciare. Davanti al dato storico dell’occupazione delle istituzioni da parte di individui per lo più disinteressati al bene comune, i cittadini italiani ritengono di doversi accontentare dell’onestà personale. Insomma, di destra o sinistra purché non si mettano in tasca i soldi della comunità.

Da molti anni la comunità nazionale fa i conti con una casta di privilegiati che difende strenuamente le proprie prerogative, indifferente allo scandalo provocato dai propri comportamenti (che proprio per questo rischiano di cominciare ad essere accettati). Gli interessi incrostati di questa casta, che non si limita al personale politico ma si estende a molti ambiti in cui si manifestano classi dirigenti, sono stati difesi da logge massoniche e da intese implicite tra sodali improvvisati che scoprono di avere vantaggi comuni da tutelare insieme. Inutile illudersi di cambiare da un giorno all’altro: occorre una lunga stagione di ricostruzione civile del Paese, grazie alla quale gli individui, i singoli cittadini italiani riscoprano la bellezza dell’esercizio della propria libertà di scegliere che uomini e che donne vogliono essere. Umberto Ambrosoli scrive a proposito del padre Giorgio: “È stato libero nel senso più completo del termine, quello che include la consapevolezza del proprio ruolo. Non isitituzionale, di commissario liquidatore, ma di uomo, di marito, di padre, di cittadino. Il mondo, in una certa misura, va nella direzione in cui noi vogliamo che vada (anche nella subordinata forma del “permettiamo”). […] Nelle piccole e nelle grandi cose: nell’accettare di non fare o di non pretendere una fattura, di chiedere o non chiedere un permesso che una norma impone. Di rispettare o meno i diritti del nostro prossimo, o per esempio delegando ad altri le scelte che dovrebbero impegnarci. […] E se in qualche momento, che l’abbiamo cercato o no, l’esercizio di questo potere coinvolge non solo la nostra vita personale ma anche i diritti di altri e implica la responsabilità verso altre persone, poche o tante che siano, ecco che stiamo facendo politica [4].

Una dimensione indiscutibile della politica come tutela dei diritti minimi della collettività è così, nell’Italia di oggi, un programma di governo. Oggi però la retorica grillina si combina con quella montiana e insieme promuovono un salto di qualità nel dibattito: la pretesa che esistano soluzioni “giuste” in quanto tecniche, cioè che ogni problema socio-economico (e quindi politico) abbia una risposta adeguata, da selezionare sulla base di una competenza tecnico-formale. Eppure che la distinzione tra destra e sinistra conservi un senso lo dimostra proprio l’operato del Governo dimissionario, sul quale è ampiamente diffuso un giudizio positivo per aver salvato il Paese del baratro finanziario ma anche la critica per la carenza di equità e orientamento allo sviluppo. Sviluppo definibile in diversi modi, che un “tecnico” come il ministro Fabrizio Barca definisce la combinazione di crescita economica e inclusione sociale. Questa definizione, che contempla la stretta associazione tra la dimensione economica (crescita nell’interesse di tutti) e quella sociale (inclusione, cioè contrasto alla disuguaglianza, come strumento organico e sistematico di solidarietà), è una definizione “di sinistra”, perché nei programmi di una destra pur liberale e democratica quest’attenzione a tutelare i più deboli e a rimuovere gli ostacoli alla diseguaglianza non è presente nelle stesse forme e intensità.  Ci si può scherzare su alla Gaber, oppure riconoscere che “dare più peso all’inclusione sociale piuttosto che alla crescita, o meglio pensare che non c’è crescita senza inclusione è di sinistra” come ha affermato il ministro in una intervista di sabato scorso.

L’ipotesi che le politiche si alimentino esclusivamente attraverso le competenze tecniche è un’illusione. Questa illusione va contrastata perché distoglie la comunità nazionale dalla responsabilità individuale che ciascun cittadino deve assumere per rendere reale e concreta la democrazia della quale fa parte. La democrazia richiede fatica quotidiana. La fatica di partecipare alla vita collettiva, attraverso l’esperienza delle associazioni di scopo, dei partiti, dei sindacati, del volontariato. Ben diversa dal semplice esercizio del diritto di voto. Non basta andare a votare per potersi dire in democrazia. Per questo “partiti” e “liste” non sono la stessa cosa: i partiti restano e agiscono da corpi intermedi, cioè producono elaborazione, sintesi, pedagogia sociale; le liste sono cartelli che nascono e muoiono nel volgere di una campagna elettorale.

Così pensare di cancellare la perversione egoista del personale politico sostituendolo in blocco è un’illusione infondata. Non solo perché i magistrati ci spiegano che dopo la furia di rinnovamento che ha seguito Tangentopoli non è cambiato molto, anzi la cultura civile nel Paese è ulteriormente degradata. Ma perché è così da sempre nelle democrazie. Basta rileggere cosa diceva Max Weber nel 1918: “Con il numero crescente di cariche prodotto dalla burocratizzazione universale e con la domanda crescente di esse in quanto forma di sostentamento particolarmente sicura, questa tendenza va crescendo presso tutti i partiti, i quali per i loro seguaci diventano sempre più un mezzo rispetto allo scopo di essere in tal modo sistemati”. Ecco, non solo per questo La politica come professione andrebbe riletta almeno una volta l’anno: aiuta a capire che l’Italia in cui viviamo non costituisce un’eccezione, che l’istituto democratico è tutt’altro che stabile e perfetto, e che della nostra Repubblica dobbiamo avere cura, assumendoci la responsabilità dei valori che animano le nostre idee e le nostre politiche. Che siano legittimamente di centro-destra o di centro-sinistra. Con il trattino di Bobbio.

 

[1] N. Bobbio, Destra e sinistra, Donzelli ed. 1994

[2] Come prescrive la nostra Costituzione all’art. 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” Una specifica attenzione alla rimozione delle diseguaglianze in chiave geografica trova spazio nell’art. 119: “Per promuovere lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale, per rimuovere gli squilibri economici e sociali, per favorire l’effettivo esercizio dei diritti della persona, o per provvedere a scopi diversi dal normale esercizio delle loro funzioni, lo Stato destina risorse aggiuntive ed effettua interventi speciali in favore di determinati Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni.”

[3] Uso qui la terminologia di D. Acemoglu e J. A. Robinson in Why Nations Fail, Atlantic 2012

[4] U. Ambrosoli, Qualunque cosa succeda, Sironi ed. 2009

[5] M. Weber, La politica come professione, Mondadori ed. 2006

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Nove semplici cittadini emettono la sentenza: ed Apple batte Samsung

Una giuria popolare, composta di sette uomini e due donne, ha aggiudicato a Apple il processo contro Samsung per la violazione di alcuni brevetti legati a tablet e smartphone (qui un articolo del Corriere sulla sentenza e qui quello di Repubblica). Una materia giuridicamente difficile come la controversia sulla violazione di brevetti è stata decisa dopo un mese di dibattito in aula e pochi giorni di discussione in camera di consiglio da nove semplici cittadini, come prevede il sistema giuridico americano, scelti causalmente dalle liste elettoriali volontarie e poi selezionati per escludere coloro che potessero avere pregiudizi.

Complice un’estate di letture grimsciane (eh sì, non gramsciane ma di John Grisham: “I contendenti”, “La giuria”, “L’ultimo giurato” e perfino “Il rapporto Pelican”), mi sono immaginato la battaglia legale in aula, il ruolo dei consulenti che avranno valutato i potenziali giurati ed esercitato un certo numero di veti (chissà, magari contro immigrati di origine asiatica…), la compattezza del processo (un mese di dibattimento, contro le diluitissime udienze del nostro sistema).

Ma soprattutto mi affascina il ruolo affidato dalle leggi americane a semplici cittadini in un contesto ipertecnico e specialistico come quello giuridico. Un ruolo tutto sommato molto vicino alla politica e alla democrazia, dove scelte cruciali sono affidate a soggetti che ne hanno il diritto ma non necessariamente le competenze e sono fortemente manipolabili.

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Fratello Lago Sorella Acqua

Belle energie in movimento sul lago di Garda, a Padenghe, in Valtenesi, sabato scorso. Più di venti persone in rappresentanza di sette associazioni hanno partecipato al workshop Fratello Lago Sorella Acqua. E in cento hanno assistito alla serata con le conferenze di don Gabriele Scalmana (Pastorale del Creato della diocesi di Brescia) e Pierlucio Ceresa (segretario generale della Comunità del Garda), con la chiusura dei corti cinematografici proiettati da Cinit.

Il tutto a cura di VivaValtenesi, l’associazione nata per fare rete sulla base di due semplici prinicipi: ogni nodo è autonomo e indipendente dagli altri ma al tempo stesso collegato a tutti gli altri per condividere competenze e idee e quindi raggiungere la massa critica necessaria a incidere sulle politiche del territorio con la partecipazione dei cittadini ai processi democratici di formazione delle decisioni.

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Niente di nuovo sotto il sole

Riprende la regolare pubblicazione di LibMagazine in e-dicola, più bello che pria, dal quale traggo il pezzo di inizio anno dalla consueta rubrica Sindaco SpA.

Tutte le lotte tra i partiti non si svolgono soltanto per fini oggettivi, ma anche e soprattutto per il patronato delle cariche. In Germania tutti i contrasti tra le aspirazioni particolaristiche e centralistiche gravitano anche e soprattutto intorno al problema di quali poteri – di Berlino o di Monaco, di Karlsruhe, di Dresda – debbano controllare il patronato delle cariche. I ridimensionamenti nella partecipazione alla distribuzione delle cariche vengono vissuti dai partiti come uno scacco ben più grave di qualsiasi insuccesso rispetto ai loro fini oggettivi. In Francia un’infornata di prefetti a opera di un partito politico è sempre stata considerata come un sovvertimento maggiore e ha provocato più chiasso di un cambiamento del programma di governo, il quale ha un significato quasi meramente retorico.

Così accade che si contrappongono l’un l’altro partiti privi di principi, pure organizzazioni di cacciatori di posti, le quali elaborano i propri programmi per le singole campagne elettorali a seconda della possibilità di raccogliere voti. Con il numero crescente di cariche prodotto dalla burocratizzazione e con la domanda crescente di esse in quanto forma di sostentamento particolarmente sicura, questa tendenza va crescendo presso tutti i partiti, i quali per i loro seguaci diventano sempre più un mezzo rispetto allo scopo di essere in tal modo sistemati.

Ci troviamo in presenza di “un’impresa di partito” organizzata dai vertici fino alla base, sostenuta anche da circoli estremamente saldi e organizzati, i quali puntano in modo esclusivo a realizzare profitti mediante il controllo politico soprattutto delle amministrazioni comunali, che costituiscono le più importanti fonti di lucro.

Il seguito del partito, soprattutto i funzionari, si aspettano ovviamente dalla vittoria del proprio capo un compenso personale: cariche o altri vantaggi. E se lo aspettano da lui, e non – o non soltanto – dai singoli parlamentari: questo è l’elemento decisivo. Essi si aspettano soprattutto che l’efficacia demagogica della personalità del capo nella lotta elettorale porti al partito il più possibile di voti e mandati, e quindi potere, e attraverso di esso la possibilità per i suoi seguaci di ottenere per sé lo sperato compenso.

Per questo è decisiva soprattutto la potenza del discorso demagogico, all’epoca presente, ove si opera assai frequentemente con mezzi puramente emozionali. Si può con buone ragioni definire l’attuale situazione come “una dittatura che si fonda sullo sfruttamento dell’emotività delle masse”. Qual è stato dunque l’effetto dell’intero sistema? Che oggi i parlamentari, con l’eccezione di alcuni membri del gabinetto (e di alcuni indipendenti irriducibili), di regola non sono altro che un gregge di votanti ben disciplinati.

Sembrano attuali queste righe? Sono state pronunciate per la prima volta il 28 gennaio 1919, novanta anni fa, dal sociologo tedesco Max Weber, all’indirizzo degli studenti dell’Università di Monaco, in una conferenza dal titolo “La politica come professione”. Così come le ho proposte sono il frutto di un collage assolutamente arbitrario ma altrettanto rigoroso tratto dal testo originale: non ho modificato nulla, se non per qualche “cucitura” del testo pubblicato negli Oscar Mondadori.

Un divertissement per dire che l’Italia ha molti problemi, e purtroppo non sono neanche troppo originali. L’auspicio per quest’anno – anno di elezioni: amministrative, europee – è che possa essere un po’ più originale almeno il dibattito sulle cause e, speriamo, sulle soluzioni.

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Concussi e contenti

Dietro il Sud Africa. Più giù di Portorico. Molto dopo Santa Lucia (che peraltro non so neanche dove sia, ma escludo che vada intesa come la sede principale della Regione Campania a Napoli). L’Italia è al 55° posto nella classifica mondiale della percezione della corruzione, che prende in considerazione 180 Paesi. Al primo posto (la classifica è stilata in ordine decrescente, dal più virtuoso al più corrotto) Nuova Zelanda, Danimarca e Svezia ex-aequo con un punteggio pari a 9,3; agli ultimi due Myanmar (1,3) e Somalia (1,0). Il punteggio sintetico è il Corruption Perception Index, calcolato da un’organizzazione indipendente internazionale, Transparency International (www.transparency.org).

L’articolo continua sul nuovo numero di LibMagazine.

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