comunicazione è relazione

il blog di Roberto Basso sulla comunicazione di pubblica utilità e varia umanità

Veltroni, Barca, Renzi e noi domani

In apertura del suo ultimo volume, in libreria da ieri (E se noi domani, Rizzoli, €12,00), Walter Veltroni dichiara che non si tratta di un manifesto né di un programma, e minimizza riconducendolo alla forma del pamphlet. Ma non è proprio così. Perché è un manifesto con una parola in testa: “cambiamento”. E perché contiene precise indicazioni su alcune scelte da fare, per esempio in campo istituzionale.

Il cambiamento come obiettivo e ragion d’essere della sinistra: aspirazione a un mondo nuovo, alla giustizia sociale, alla creazione di pari opportunità per tutti i cittadini a prescindere dalla condizioni di partenza. Una sinistra quindi finalmente rivendicata in quanto tale, per la quale respinge risolutamente l’aggettivazione “moderata” e al contrario reclama quella di “radicale” – anche se in un capitolo rievoca una sua passata affermazione secondo la quale il centrosinistra sarebbe la nuova sinistra (?).

Lo stesso prodotto editoriale esprime molto bene questa focalizzazione sul cambiamento: l’incipit del risvolto di copertina è

“Non c’è sinistra senza cambiamento”

la citazione per l’apertura del libro è scelta da Roosvelt e attinge alla metafora della navigazione (cambiamento, apertura) contrapposta a quella dell’àncora (conservazione) e della deriva (mancanza di visione e obiettivi); la quarta di copertina cita il passaggio del testo dove si afferma che “sinistra e conservazione dovrebbero essere una contraddizione in termini”. Solo il titolo del libro tradisce l’autore con il solo scopo di accodarsi commercialmente a una lunga e trita tradizione di pamphlet politici e spesso pre-elettorali (soprattutto con il sottotitolo “L’Italia e la sinistra che vorrei”).

Che cosa ci dice il primo leader del PD con questo libro? Prima due cose non strettamente necessarie: per togliersi il classico macigno dalla scarpa e per rivendicare a sé risultati sottovalutati da altri. Innanzitutto accusa Bersani – senza citarlo, quasi riservandogli lo stesso trattamento scelto per “il leader del principale partito dello schieramento avverso” – della pessima gestione della campagna elettorale (un gol mancato a porta vuota) e ancor più per gli errori della fase successiva, alla fine dei quali non ha potuto far altro che allearsi con il nemico giurato; e poi D’Alema per aver guidato la retromarcia che avrebbe riportato il PD ad essere un partito pesante e chiuso. Quindi rivendica per se stesso intuizioni e visione, persino l’uso del mitico e sbertucciato “ma anche” (tirando le orecchie agli autori satirici ed evocando accanto a sé l’Obama del discorso al Cairo) nonché il miglior risultato elettorale della sinistra italiana. Ovviamente esprimendo al tempo stesso parole di stima personale per i suoi avversari politici interni, a partire da D’Alema.

Poi però illustra una visione e un programma. Innanzitutto ribadisce una idea di partito che sarebbe stata bistrattata e distorta dai suoi detrattori: un partito che rivendica di aver sempre concepito non come liquido ma come “strutturato a rete anziché a piramide”, aperto ai cittadini-elettori-non-iscritti, luogo di confronto dove a sfidarsi sono le idee e non le persone, un partito che serve a prendere decisioni. Sembra quasi il partito teorizzato da Fabrizio Barca. Che infatti l’autore cita, esattamente a metà del volume, annoverandolo tra i suoi amici di sempre, e ricordando le comuni battaglie ideali per un mondo migliore. Insomma, parlandone bene. Un po’ come fa con D’Alema. Salvo riferire che i “partiti forti” (qualunque cosa intenda Veltroni con questa definizione) che piacerebbero – a suo dire – all’ex ministro per la coesione territoriale non esistono più in nessuna parte del mondo.

Poi il programma di Veltroni si spinge dall’interno del partito all’esterno: alla società e alle istituzioni. Sul lavoro dice cose a mio avviso straordinarie: che la sinistra a lungo ha mancato di riconoscere che nel tessuto della piccola e media impresa spesso lavoratori e imprenditori costituiscono una comunità di destino, cita Adriano Olivetti e la sua visione della persona, propugna la presenza dei lavoratori nei consigli di amministrazione delle imprese come accade in Germania. Sul sistema istituzionale propone il semi-presidenzialismo sul modello della Quinta Repubblica francese come migliore compromesso tra rappresentanza e decisionismo (rammenta la marcia su Roma e la caduta della Repubblica di Weimar, e cita Calamandrei: “Le dittature sorgono non dai governi che governano e che durano, ma dalla impossibilità di governare dei governi democratici”). E per il sistema elettorale il collegio uninominale.

Esprime una visione nella quale alle tradizionali “libertà uguaglianza e fratellanza” sono affiancate 3 nuove parole d’ordine: responsabilità (diffusa), comunità (opposta all’egotismo, basata sull’identità fiduciosa nell’altro, che aiuta a unire, non a dividere), opportunità (da parificare per tutti a prescindere dalla nascita). Una rivoluzione democratica fondata sulla libertà intesa come autonomia e fiducia nelle persone.

La sensazione indubbiamente è che Veltroni soffi nella vela di Matteo Renzi, quasi proponendosi come un suo nobile predecessore, che ha perso una battaglia eppure vede nel rottamatore nuova linfa per riprendere la guerra. Forse ha ragione Claudio Cerasa sul foglio di ieri a sostenere che il discorso di Veltroni riguarda Renzi (“chiunque non voglia far morire il Pd […] deve impegnarsi in prima persona per combattere quel cortocircuito che […] ha portato l’Italia ad avere un sistema di ‘partiti deboli che partoriscono governi che non decidono nulla’”) o forse no, ma certo nel frame che ha caratterizzato l’ultima stagione del Pd il sindaco di Firenze ha presidiato proprio il vessillo del cambiamento.

Singolare invece il rapporto con il pensiero di Barca. Le enunciazioni di Veltroni sembrano coincidere in molti punti con le tesi avanzate nella sua memoria politica “Un nuovo partito per un buon governo”: l’apertura, la pratica del conflitto come mezzo per scardinare le posizioni di potere e le correnti, la cautela nell’utilizzo delle primarie e il fatto stesso che queste siano indicate come una forma di sperimentazione in democrazia, i distinguo a proposito del ruolo e dell’utilizzo della Rete, il collegamento tra partito e governo che decide, perfino alcuni riferimenti culturali come Perché le nazioni falliscono degli americani Acemoglu e Robinson e il lessico sulle classi dirigenti “estrattive”. Singolare che nonostante tutti questi punti di contatto Veltroni appiattisca la proposta di Barca invece su di un modello di partito forte che non esiste più. Ad altri lettori il compito di verificare quanto nel merito le due visioni di partito coincidano o divergano, quello che notiamo qui è che a differenza della pubblicazione veltroniana di un pamphlet, Barca si sta impegnando in prima persona in un percorso di “mobilitazione cognitiva”, durante il quale non va in giro per l’Italia a presentare un suo scritto ma a sperimentare rigorosamente forme di confronto democratico nei circoli del PD.

Ah, un’ultima domanda resta, chiuso il libro, direttamente per l’autore: Walter, ma allora dove hai sbagliato?

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@fabriziobarca sulla stampa del sabato, dal sarcasmo al #catoblepismo

È divertente la rassegna degli articoli comparsi sulla stampa oggi a proposito della memoria politica di Fabrizio Barca, Un partito nuovo per un buon governo. So che arriva un po’ tardi ma pazienza, chi volesse può trovare la maggior parte dei contributi online.

Partiamo dai quotidiani “di partito”, come si sarebbe detto un tempo. Europa pubblica, nell’ordine, un editoriale dedicato al “fenomeno Barca” (lucidissimo Stefano Menichini), un commento di Antonio Funiciello (“Con Barca si tornerà a parlare di politica?”), due interviste – abbinate – a Carmine Donzelli (l’editore di Barca) e a Nicola Rossi (economista). Sul sito del quotidiano ci sono un’intera sezione dedicata a Fabrizio Barca e una dedicata a Matteo Renzi. Il direttore nel suo editoriale parla infatti anche di Renzi e alla fine dice:

Tra i due c’è uno scarto di tempo. Il sindaco è pronto: la sua partita per la leadership si gioca tra oggi e domani. Al ministro toccherà, se riuscirà, dopodomani: per la minore notorietà, per la profondità del progetto e per il conseguente obbligo (che riconosce) di dover partire dalla gavetta).

L’altro giornale del PD, l’Unità, ha già dedicato spazio ieri alle anticipazioni del “documento”, quindi oggi si limita a un pezzo titolato con formula dubitativa: “Renzi-Barca, competizione al congresso. O forse no”, di Vladimiro Frulletti, il quale fa notare che proprio nello stesso giorno in cui il ministro apre una discussione – e dopo aver manifestato a Lilli Gruber la propria ambizione a “far parte del gruppo dirigente” del partito – il sindaco manifesta un interessamento alla segreteria del partito. L’estensore dell’articolo cita il renziano Salvatore Vassallo per accreditare l’idea che l’impostazione di Barca sarebbe indigesta al sindaco, ma chiude con le parole del ministro:

“Io contro Renzi? Non è così, anche se a qualcuno farebbe comodo fosse così”.

Al di là del dibattito tra i diretti interessati, giustamente ospitato da chi si rivolge a iscritti, militanti e simpatizzanti del PD, bisogna proprio partire da “Love Boat”, la parodia del Foglio di Giuliano Ferrara. Imperdibile Nove colonne: dopo aver ironizzato sulla stampa italiana che aderirebbe alle tesi del documento di Barca, paragona il ministro ai “vecchi di Potere Operaio. Avevano un’altra piattaforma ma, almeno, scrivevano più chiaro.” Il Fatto Quotidiano titola invece tra entusiasmo e bonaria ironia “Barca, evviva il catoblepismo e la libertà” il pezzo di Giorgio Meletti, che gigioneggia tra caveat e warning, facendo poi una buona sintesi del “documento”. Non è online, ma c’è quello di giornata, più critico, di Chiara Paolin.

Repubblica dà spazio alle idee di Barca con una intervista di Sebastiano Messina (sintesi del titolista: “Non punto a fare il segretario. Renzi ha le carte per la premiership”). Domanda-chiave, secondo me:

“Lei non sembra attratto da Palazzo Chigi. Perché?”. Risposta di Barca: “Governare è stata un’avventura straordinaria. Ho scoperto che Nenni si sbagliava: la stanza dei bottoni c’è davvero. Ma sono andato a sbattere contro l’assenza dei partiti. E allora mi appassiona la sfida di provare a cambiare il luogo dove si forma la volontà democratica: i partiti, appunto”.

Interessante il Corriere della Sera, macchina d’opinione sempre assai ardua da decifrare. Monica Guerzoni fa buon uso di Twitter, dove intercetta la consapevolezza di Barca che gli applausi che hanno accolto il suo documento lasceranno il posto a molti schiaffoni. “Passati applausi e schiaffoni si comincerà a ragionare, forse” cita l’autrice da un tweet del ministro. Il meglio però è nel commento in cui Pierluigi Battista – e non il censore ufficiale della sinistra da via Solferino, Antonio Polito – fa l’equilibrista: è tentato (si, è tentato) di diffondere ironia a piene mani per il lessico del ministro. Ma non si fida: l’intellettuale pragmatico Barca potrebbe essere come il filoso Cacciari, che scrive difficile ma parla facile quando si tratta di competere per il consenso. Battista parte dall’assunto “implicito” che “il fatato mondo di Twitter” con i suoi entusiasmi costituisca una distorsione che ingannerebbe l’intellettuale di sinistra Barca. Il pezzo è un catalogo delle ricercate espressioni di Barca, tutte accuratamente virgolettate (il mitologico catoblepismo, ovviamente, poi forma partito, partito palestra, élite estrattiva, addendum, telaio sociale, sperimentalismo democratico, procedura deliberativa, mobilitazione cognitiva, monitoraggio in itinere, disintermediazione) ma l’autore teme molto – al punto da escluderlo esplicitamente – che il suo contributo passi per “vieto anti intellettualismo”, quindi lascia cadere la possibilità (remota) che queste parole possano “rappresentare nuove mete per un partito frastornato”, prima della chiosa sarcastica sul bisogno di mobilitazione “morale, ma anche cognitiva”.

PS: nel post-scriptum (oddìo ma si può usare un’abbreviazione latina sul Corriere?), Battista spiega che “catoblepismo” deriva da catoblepa, animale mitologico citato dal banchiere ed economista Raffaele Mattioli, descritto come quadrupede africano con il capo pesante sempre abbassato verso terra. Beh, da oggi, di catoblepismo c’è una definizione in Wikipedia. Utile anche per scoprire che Fabrizio Barca lo ha adottato per definire la degenerazione dei rapporti tra partiti politici e Stato, analogamente alla degenerazione del rapporto che Mattioli attribuiva a banche e imprese. In entrambi i casi una simbiosi degenerata in “fratellanza siamese”.

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@fabriziobarca al GR1

Fabrizio Barca ha commentato al GR1 delle 13:00 l’iniziativa politica lanciata con la sua memoria politica “Un partito nuovo per un buon governo“.

GR1 da 4:45 a 6:15

L’Italia ha bisogno di un buon governo ma lo cerca da una ventina di anni. Quel documento sostiene che per avere un governo buono bisogna modificare radicalmente la macchina dello stato. Questa riforma è dolorosa e difficile. Richiede contemporaneamente una forte riforma di tutti i partiti, e in particolare – questo è quello che a me interessa – del partito di sinistra, che divenga un luogo, la palestra dove le idee sul che fare vengono discusse fra i cittadini.

L’obiettivo è rinnovare il PD trasformandolo in una palestra dove non ci si riunisce e non si discute soltanto una volta ogni 5 anni quando si scelgono le persone ma si discute nei circoli, nei territorio dei problemi delle persone. Questo è di sinistra.

Il personalismo che caratterizza questa fase della vita italiana non aiuta. Mi auguro – questo è il mio auspicio – che attorno a questo documento, alle critiche che arriveranno, alle scoperte che si faranno, si possa aggregare una squadra di persone che dicono “sì, lavoriamo in questa direzione”.

 

 

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Riflessioni sulla politica per la destra, la sinistra e il Paese, tra @senatoremonti, @fabriziobarca e @uambrosoli

Nel suo classico Destra e sinistra, Norberto Bobbio [1] concludeva che la distinzione tra i due poli dello spazio ideale della politica riposa sull’importanza attribuita all’uguaglianza. In entrambi i poli del pensiero politico v’è spazio per la libertà ma soltanto una politica egualitaria “è caratterizzata dalla tendenza a rimuovere gli ostacoli che rendono le donne e gli uomini meno uguali” [2]. Gli estremi dello spazio politico, tanto a destra quanto a sinistra, sarebbero caratterizzati dalla comune propensione all’autoritarismo e alla limitazione delle libertà individuali. Al centro-sinistra (Bobbio usava il trattino) vi sarebbero “dottrine e movimenti insieme egualitari e libertari” mentre al centro-destra vi sarebbero “dottrine e movimenti insieme libertari e inegualitari […] che si distinguono dalle destre reazionarie per la loro fedeltà al metodo democratico”.

A vent’anni di distanza da quel 1994 in cui Bobbio sentiva il bisogno di contrastare con il suo saggio la propensione del discorso politico a negare l’utilità della dicotomia destra-sinistra, è tornato di moda nel dibattito pubblico quell’illusionismo populista che ci accompagna dalla crisi della Prima Repubblica, sotto molteplici sembianze: la pretesa prevalenza dell’interesse localistico propagandata dalla Lega Nord alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso; la presunta prevalenza della competenza gestionale vantata da Silvio Berlusconi al momento della sua discesa in campo da imprenditore ormai vent’anni fa; l’illusione di Beppe Grillo, secondo il quale basterebbe scegliere le soluzioni tecniche più adeguate che sicuramente i “suoi” esperti garantirebbero (strano punto di contatto con il “tecnico” Monti); fino alle più recenti intemerate di Ingroia.

Questa tendenza ha una sua spiegazione: il comportamento del personale politico (espressione che mi sembra preferibile alla pretesa dell’esistenza di una “classe politica” perché restituisce concretezza storica ai Belsito e ai Lusi, a Batman e al Trota). Cioè la quotidiana estrazione [3] di privilegi e benefici personali dai beni della collettività ad opera di individui che sono riusciti ad acquisire attraverso i metodi della democrazia formale posizioni di rendita che ovviamente si rifiutano di lasciare. Davanti al dato storico dell’occupazione delle istituzioni da parte di individui per lo più disinteressati al bene comune, i cittadini italiani ritengono di doversi accontentare dell’onestà personale. Insomma, di destra o sinistra purché non si mettano in tasca i soldi della comunità.

Da molti anni la comunità nazionale fa i conti con una casta di privilegiati che difende strenuamente le proprie prerogative, indifferente allo scandalo provocato dai propri comportamenti (che proprio per questo rischiano di cominciare ad essere accettati). Gli interessi incrostati di questa casta, che non si limita al personale politico ma si estende a molti ambiti in cui si manifestano classi dirigenti, sono stati difesi da logge massoniche e da intese implicite tra sodali improvvisati che scoprono di avere vantaggi comuni da tutelare insieme. Inutile illudersi di cambiare da un giorno all’altro: occorre una lunga stagione di ricostruzione civile del Paese, grazie alla quale gli individui, i singoli cittadini italiani riscoprano la bellezza dell’esercizio della propria libertà di scegliere che uomini e che donne vogliono essere. Umberto Ambrosoli scrive a proposito del padre Giorgio: “È stato libero nel senso più completo del termine, quello che include la consapevolezza del proprio ruolo. Non isitituzionale, di commissario liquidatore, ma di uomo, di marito, di padre, di cittadino. Il mondo, in una certa misura, va nella direzione in cui noi vogliamo che vada (anche nella subordinata forma del “permettiamo”). […] Nelle piccole e nelle grandi cose: nell’accettare di non fare o di non pretendere una fattura, di chiedere o non chiedere un permesso che una norma impone. Di rispettare o meno i diritti del nostro prossimo, o per esempio delegando ad altri le scelte che dovrebbero impegnarci. […] E se in qualche momento, che l’abbiamo cercato o no, l’esercizio di questo potere coinvolge non solo la nostra vita personale ma anche i diritti di altri e implica la responsabilità verso altre persone, poche o tante che siano, ecco che stiamo facendo politica [4].

Una dimensione indiscutibile della politica come tutela dei diritti minimi della collettività è così, nell’Italia di oggi, un programma di governo. Oggi però la retorica grillina si combina con quella montiana e insieme promuovono un salto di qualità nel dibattito: la pretesa che esistano soluzioni “giuste” in quanto tecniche, cioè che ogni problema socio-economico (e quindi politico) abbia una risposta adeguata, da selezionare sulla base di una competenza tecnico-formale. Eppure che la distinzione tra destra e sinistra conservi un senso lo dimostra proprio l’operato del Governo dimissionario, sul quale è ampiamente diffuso un giudizio positivo per aver salvato il Paese del baratro finanziario ma anche la critica per la carenza di equità e orientamento allo sviluppo. Sviluppo definibile in diversi modi, che un “tecnico” come il ministro Fabrizio Barca definisce la combinazione di crescita economica e inclusione sociale. Questa definizione, che contempla la stretta associazione tra la dimensione economica (crescita nell’interesse di tutti) e quella sociale (inclusione, cioè contrasto alla disuguaglianza, come strumento organico e sistematico di solidarietà), è una definizione “di sinistra”, perché nei programmi di una destra pur liberale e democratica quest’attenzione a tutelare i più deboli e a rimuovere gli ostacoli alla diseguaglianza non è presente nelle stesse forme e intensità.  Ci si può scherzare su alla Gaber, oppure riconoscere che “dare più peso all’inclusione sociale piuttosto che alla crescita, o meglio pensare che non c’è crescita senza inclusione è di sinistra” come ha affermato il ministro in una intervista di sabato scorso.

L’ipotesi che le politiche si alimentino esclusivamente attraverso le competenze tecniche è un’illusione. Questa illusione va contrastata perché distoglie la comunità nazionale dalla responsabilità individuale che ciascun cittadino deve assumere per rendere reale e concreta la democrazia della quale fa parte. La democrazia richiede fatica quotidiana. La fatica di partecipare alla vita collettiva, attraverso l’esperienza delle associazioni di scopo, dei partiti, dei sindacati, del volontariato. Ben diversa dal semplice esercizio del diritto di voto. Non basta andare a votare per potersi dire in democrazia. Per questo “partiti” e “liste” non sono la stessa cosa: i partiti restano e agiscono da corpi intermedi, cioè producono elaborazione, sintesi, pedagogia sociale; le liste sono cartelli che nascono e muoiono nel volgere di una campagna elettorale.

Così pensare di cancellare la perversione egoista del personale politico sostituendolo in blocco è un’illusione infondata. Non solo perché i magistrati ci spiegano che dopo la furia di rinnovamento che ha seguito Tangentopoli non è cambiato molto, anzi la cultura civile nel Paese è ulteriormente degradata. Ma perché è così da sempre nelle democrazie. Basta rileggere cosa diceva Max Weber nel 1918: “Con il numero crescente di cariche prodotto dalla burocratizzazione universale e con la domanda crescente di esse in quanto forma di sostentamento particolarmente sicura, questa tendenza va crescendo presso tutti i partiti, i quali per i loro seguaci diventano sempre più un mezzo rispetto allo scopo di essere in tal modo sistemati”. Ecco, non solo per questo La politica come professione andrebbe riletta almeno una volta l’anno: aiuta a capire che l’Italia in cui viviamo non costituisce un’eccezione, che l’istituto democratico è tutt’altro che stabile e perfetto, e che della nostra Repubblica dobbiamo avere cura, assumendoci la responsabilità dei valori che animano le nostre idee e le nostre politiche. Che siano legittimamente di centro-destra o di centro-sinistra. Con il trattino di Bobbio.

 

[1] N. Bobbio, Destra e sinistra, Donzelli ed. 1994

[2] Come prescrive la nostra Costituzione all’art. 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” Una specifica attenzione alla rimozione delle diseguaglianze in chiave geografica trova spazio nell’art. 119: “Per promuovere lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale, per rimuovere gli squilibri economici e sociali, per favorire l’effettivo esercizio dei diritti della persona, o per provvedere a scopi diversi dal normale esercizio delle loro funzioni, lo Stato destina risorse aggiuntive ed effettua interventi speciali in favore di determinati Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni.”

[3] Uso qui la terminologia di D. Acemoglu e J. A. Robinson in Why Nations Fail, Atlantic 2012

[4] U. Ambrosoli, Qualunque cosa succeda, Sironi ed. 2009

[5] M. Weber, La politica come professione, Mondadori ed. 2006

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Un anno di Barca. Con i piedi per terra.

Lavorare un anno accanto a Fabrizio Barca è stato entusiasmante. Un entusiasmo diffuso tra i suoi collaboratori tanto quanto lo stress per la mole di lavoro che genera con le sue idee e la preoccupazione per gli effetti talvolta dirompenti che possono avere. Provo a raccontare quest’anno di lavoro attraverso un piccolo alfabeto, un breviario barchiano.

A come attuazione: la vera “fissa” del Ministro che vuole “vedere le gru nei cantieri“, consapevole com’è che per cambiare l’Italia non bastano leggi o riforme ma piuttosto la tenacia e la perseveranza per fare ciò che si promette, ovvero di attuare le politiche dichiarate.

B come bottoni, quelli che ha detto di aver trovato una volta arrivato nelle stanze del potere. E che ha saputo usare, a dimostrazione che si può cambiare, se si è determinati a farlo e si sa in quale direzione andare. Ma anche come Bruxelles, dove è apprezzato come pochi italiani. E dove potrebbe prima o poi o approdare.

C come coesione territoriale, che nessuno capiva cosa fosse e che lui ha interpretato come sa: l’impegno specifico a ridurre le distanze tra i territori svantaggiati e quelli più avanzati, come suggeriscono le politiche europee e l’art. 119 della nostra Costituzione. E per il futuro della coesione territoriale è fondamentale il metodo proposto per la programmazione 2014-2020.

D come dipartimenti: il Ministro per la Coesione territoriale ha una delega senza portafoglio e perciò non dispone di un “ministero” ma ha potuto avvalersi di due dipartimenti della Presidenza del Consiglio (DIPE e DiSET) e di uno del Ministero per lo sviluppo (DPS): strutture con personale di prima classe, competente, motivato e capace di sostenere le idee e i progetti di Barca.

E come export. Da economista specializzato in politiche di sviluppo, si è messo a caccia di aree di vitalità industriale nel Sud con due criteri: quota significativa di esportazioni (che testimonia la capacità di stare su mercati senza distorsioni) e richiesta di beni collettivi in luogo di privilegi particolari.

F come ferrovia, mezzo di trasporto preferito e dimensione infrastrutturale sulla quale investire per il Paese. Come accaduto con l’avviamento della Napoli-Bari-Taranto-Lecce. Ma anche come famiglia: la sua, speciale come quelle che si costruiscono intorno a un leader naturale, un leader emozionale.

G come Grande Progetto Pompei: approvato in tempi record dalla Commissione europea per interventi di messa in sicurezza e restauro del valore di 105 milioni di euro. Secondo Barca il mondo cambierà il giudizio sull’Italia soltanto se sapremo cambiare il destino di quel luogo.

H come gli hotel discreti e semplici che sceglie, anche quando si muove per scopi istituzionali. Come quello che usa a Bruxelles, così economico che i suoi collaboratori sperano sempre non abbia posto a sufficienza oltre al suo, per poter alloggiare con maggiore comfort altrove.

I come inclusione sociale: quando l’economia va male, ma anche quando cresce e ancora non genera occupazione, un Governo giusto deve prestare attenzione a non lasciare indietro pezzi del Paese. Se ci si chiede che cosa voglia dire essere “di sinistra” in un Governo di tecnici, questa è una risposta.

J come Juventus, la squadra per la quale fa il tifo con due dei tre figli, che appena può porta a Torino per vedere la partita. Ovviamente viaggiando in treno e rinunciando alle offerte di biglietti, che acquista di tasca propria rinunciando a qualsiasi omaggio, com’è normale che sia (o come dovrebbe essere normale per chiunque).

K come i molti kilometri che macina per vedere i luoghi e le persone con i propri occhi, sapendo che non esistono best practice ma solo buone pratiche che possono essere adattate ad altri contesti se ve ne sono le condizioni.

L come luoghi, concetto al centro della sua teoria dello sviluppo: le politiche possono funzionare soltanto se sono pensate specificamente per i luoghi in cui intervengono, con le loro peculiarità.

M come migliore ministro del Governo. Secondo Il Sole 24 Ore, che nella classifica pubblicata in prima pagina il 22 dicembre 2012 gli attribuisce, unico caso nella compagine di Governo, un voto superiore al 7 (7 e mezzo per l’esattezza).

N come Nitti, Francesco Saverio. Il 23 ottobre 2012 ha ricevuto dall’Istituto italiano per gli studi filosofici di Napoli il premio intestato allo statista melfitano, che ha certamente un ruolo tra riferimenti culturali di Barca, come Raffaele Mattioli. A figure così il Ministro guarda non solo con rispetto ma per ricavarne lezioni tanto dalla produzione teorica quanto dalle esperienze concrete delle politiche attuate.

O come OpenCoesione (opencoesione.gov.it), il portale per informare in modo trasparente sugli interventi pubblici finanziati (anche) con i fondi per la coesione, nazionali ed europei, che ha fortemente voluto e fatto realizzare in soli 6 mesi, anche grazie alla passione di dipendenti pubblici competenti e appassionati di open data come strumento essenziale e moderno per la trasparenza e la democrazia.

P come piano di azione per la coesione: lo strumento di riprogrammazione con il quale ha spostato 12,1 miliardi di euro da progetti inconsistenti a interventi strategici e con maggiori chance di successo, dalle infrastrutture all’inclusione sociale, salvaguardando le risorse comunitarie destinate all’Italia.

Q come quesiti del concorso pubblico con il quale ha trasparentemente selezionato gli organici destinati a lavorare alla ricostruzione de L’Aquila, missione speciale affidatagli dal presidente Monti. Oggetto di grande discussione e critiche pesanti, per ridare un futuro alla città messa in ginocchio dal sisma del 2009, con la partecipazione dei cittadini e sempre alla luce del sole.

R come risultati attesi. Parola magica nel bagaglio concettuale e teorico di Barca, indica l’imperativo di definire e dichiarare i risultati che ci si attende da un intervento pubblico prima di metterlo in atto, in termini di qualità della vita dei cittadini che ne sono destinatari e in modo che siano misurabili e verificabili. Insieme ad altre 6 radicali innovazioni di metodo, 3 opzioni strategiche e 11 aree tematiche è alla base del documento proposto per l’utilizzo dei fondi comunitari del periodo 2014-20.

S come Sud, che è stato la sua missione principale sebbene non unica, ma anche come sviluppo – che è il suo mestiere – e come sinistra, che è nella sua vocazione valoriale. Soprattutto però come sopralluoghi, altra innovazione di metodo per “fare accadere le cose”, cioè per fare funzionare le politiche: andando a vedere come procede un intervento sul posto, interagendo con le persone che ne sono incaricate de visu, e non solo tramite le carte.

T come Twitter, dove è diventato un mito perché il suo account (“autocertificato” a prova di fake già da un anno) lo usa personalmente per dialogare davvero con i cittadini. E ingaggiarsi con loro, come quando si è accordato con una studentessa aquilana per andare a sperimentare una mattinata da pendolare universitario. Ma anche come talk show: quelli a cui ha rinunciato quasi sempre, non per snobismo ma perché disponibile alla TV solo per fare informazione sulla propria attività di governo.

U come Università. Non è il suo mestiere, ma la consapevolezza che le chance di sviluppo di una società riposano nelle qualità della sua classe dirigente lo spinge a dedicare parte del proprio tempo alla didattica: da SciencesPo di Parigi alla Scuola di Alti Studi sullo Sviluppo della Fondazione Nitti che ha prodotto il corso “Far accadere le cose” a Villa Nitti in Maratea.

V come valutazione d’impatto, una delle sette innovazioni di metodo per la programmazione dell’impiego dei fondi europei nel periodo 2014-20: se investi denaro pubblico lo devi fare solo per migliorare la qualità della vita dei cittadini, devi dichiarare anticipatamente come, e alla fine misuri se l’intervento è stato efficace o meno. E ne trai le dovute lezioni.

W come World Wide Web, la Rete che consente a tutti di diffondere informazioni e a tutti di accedervi senza barriere d’accesso (a condizioni che venga implementato il piano per la banda larga finanziato anche con il piano di azione per la coesione). La chiave per fare trasparenza e promuovere la partecipazione dei cittadini alle decisioni e al monitoraggio degli investimenti pubblici, da Twitter a OpenCoesione a tutti i siti usati per promuovere l’accesso all’informazione, compreso quello del Comune di Acerra.

Z come lo zaino che si porta in spalla durante le escursioni ma anche quando va in missione: leggero ed efficiente.

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“Aho’, ‘n sacco de miliaaardi” @fabriziobarca #opencoesione

Stamattina in autobus, a Roma.

Aho’ ma hai visto Servizio Pubblico? quello de Santoro? Ce stanno ‘n saacco de sovvenzioni europee e nessuno se le fila. Nun so quanti miliaaardi.

Certo, non è che aiuti proprio a comprendere, la Tv, ma a sollevare questioni sì.

Comunque se qualcuno volesse conoscere lo stato della spesa rispetto ai finanziamenti disponibili guardi qui, sul sito della Coesione territoriale.

E per conoscere il valore, lo stato d’avanzamento, i programmatori e gli attuatori dei singoli progetti, si trova tutto su http://opencoesione.gov.it.

Sapere costa un po’ di tempo e fatica, ma quando i policy maker alla Fabrizio Barca “aprono” i giacimenti informativi finalmente si può.

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Il sub-leader @fabriziobarca

E vabbe’, avrò un pregiudizio positivo, sarò condizionato dalla collaborazione con lui, ma ditemi se qui dentro non c’è una visione composta di valori solidi e cristallini, ditemi se qui non c’è leadership umana, vera, profonda.
Appello all’orgoglio nazionale per il riconoscimento del potenziale del Paese senza retorica patriottarda, richiamo alla concorrenza non come ideologia ma come strumento per premiare il merito, bisogno dei partiti quali aggregatori di interessi generali al di là della crisi contingente e contro il populismo del “son tutti uguali”, urgenza di una ricostruzione sociale che può avvenire solo attraverso la condivisione e luoghi collettivi di confronto e di maturazione individuale.
Sì può volere qualcosa di più? No, eppure si deve imparare ad accettare il paradosso che le persone straordinarie, proprio quando sarebbero indispensabili e anche quando hanno mille opportunità, restano coerenti e tengono fede ai propri impegni fino a scadenza. Ché per questo sono straordinarie.

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Il governo del fare. Accadere le cose.

Vi siete mai chiesti perché il Governo si chiami anche esecutivo? Secondo me perché deve occuparsi di fare accadere le cose, come dice il ministro Barca. E una scuola di alti studi sullo sviluppo nata da sue intuizioni e organizzata dalla Fondazione Francesco Saverio Nitti si chiama proprio così: “Far accadere le cose”.

Far sì che al di là delle intenzioni, dei principi e delle regole le azioni collettive abbiano luogo è quell’attività che i manager chiamano execution.

Certo il Governo non amministra un condominio, non si occupa solo dell’amministrazione ordinaria ma di programmare il futuro della comunità nazionale, di tracciare una via per il Paese. E quindi di fare riforme, proponendo leggi e norme capaci di incidere profondamente nella vita quotidiana dei cittadini nel lungo periodo.

Ma nulla accade se non si presta la massima attenzione e cura all’execution. Senza di queste le norme restano lettera morta. Non a caso nell’organizzazione d’impresa i manager con responsabilità apicali si chiamano executive. L’amministratore delegato è il Chief Executive Officer: l’impiegato-capo che deve far accadere le cose.

Per esempio: se il CIPE (comitato interministeriale per la programmazione economica) stanzia denaro pubblico per finanziare opere e interventi nell’interesse generale e poi nessuno va a verificare che cosa accade sul posto, c’è una certa probabilità che le cose non accadano.

Per questo motivo il ministro Barca (che tra le sue deleghe ha anche il coordinamento del CIPE) ha inviato 21 sopralluoghi in altrettanti luoghi di Calabria, Campania, Puglia e Sicilia: per vedere sul posto se e come le cose accadono, guardando non solo le carte, ma gli occhi di chi ha la responsabilità della realizzazione di quegli interventi e “ascoltando” il contesto.

Mappa dei sopralluoghi effettuati in settembre 2012

E poi, ovviamente, rendendo tutto pubblico. Qui, sul sito della Coesione territoriale.

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San Vito lo Capo: andare in vacanza e capire qualcosa dello sviluppo locale grazie a #opencoesione e @fabriziobarca

San Vito lo Capo, estate 2012. Per la prima volta mi ritrovo in quest’angolo di Sicilia, del quale ho sentito parlare a lungo per la bellezza del mare e per l’eredità della cultura araba, che si ritroverebbe soprattutto a tavola e in particolare nel cous cous. E infatti la prima sera ne mangiamo uno buonissimo, con il brodo di pesce, che sembra quasi tostato per la croccantezza che invece viene – scopriamo – dalla combinazione con una buona dose di mandorle tostate.

Mi chiedo come sia arrivato questo sviluppo ordinato, che si percepisce costruito intorno a una cultura del servizio al cliente ben diffusa (sebbene non pervasiva: a un amico che si è chiuso inavvertitamente fuori casa il titolare del residence risponde al telefono “E io che ci posso fare?” prima di mettersi a contribuire alla ricerca di una soluzione). Mi chiedo se la ristrutturazione degli immobili sia stata promossa con incentivi, per esempio attraverso fondi strutturali.

Chi conosce il Sud e l’infinito spreco delle sue potenzialità, che in tanti luoghi si manifesta con un livello di servizio inadeguato e strutture ricettive non all’altezza delle aspettative, qui trova un paese pulito (alle 11 di sera di una domenica incrociamo un netturbino che ripulisce le strade del centro). Con un decoro che si estende dalle strade alle case, dai ristoranti agli alberghi, ai tanti B&B.

Alla mia curiosità, ovviamente, cerco una risposta attraverso OpenCoesione: il servizio pubblico di open government fortemente voluto dal Ministro Fabrizio Barca e reso possibile dal lavoro degli analisti del Dipartimento per lo sviluppo e la coesione economica e di altre amministrazioni dello Stato, tra i quali è ben radicata la cultura dell’open government e dell’open data.

Quindi sono andato a visitare opencoesione.gov.it, ho digitato “san vito lo capo” nella casella di ricerca per luoghi che si trova sotto la mappa e sono venuto a sapere che con i fondi strutturali europei del ciclo 2007-2013 sono stati realizzati o sono in via di realizzazione 19 progetti, per un totale di 4,6 milioni di euro già impegnati (di cui 2,6 già spesi).

Ci sono soltanto 2 casi di incentivi alle imprese, per un totale di 29.944 euro. Qui gli investimenti sono indirizzati prevalentemente alle infrastrutture (2,1 milioni, che coinvolgono anche la strada dove alloggiamo, circa 230mila euro distinti – chissà perché – tra “marciapiede destro” e “marciapiede sinistro”), secondo la descrizione – ed effettivamente è in ottimo stato) e spiccano gli investimenti sull’attrattività turistica: il Festival del cous cous, la ragione per la quale ho sentito spesso parlare di Trapani e della sua provincia, e in particolare di San Vito lo Capo, è stato finanziato con 400.000 euro nel 2009 e ben 600.000 euro nel 2010. Non sono presenti informazioni su finanziamenti per l’edizione 2011 (ci sarà stata?) né su quella 2012 (che si terrà, lo vedo dalle informazioni per i turisti sul posto, dal 25 al 30 settembre – periodo scelto strategicamente per allungare la stagione turistica, evidentemente). Che cosa significa? Che quest’anno lo fanno senza finanziamenti dei fondi strutturali europei? Oppure che le amministrazioni attuatrice e programmatrice non hanno ancora inserito le informazioni nel sistema nazionale di monitoraggio? (negli anni precedenti si trattava rispettivamente del Comune di San Vito lo Capo e della Regione Siciliana).

Non lo so, e non so neanche in che cosa siano stati investiti i soldi: promozione, organizzazione della manifestazione, ospiti di richiamo? Forse sul sito dell’amministrazione regionale potrei trovare qualche dettaglio ulteriore. Sicuramente lo troverei se si diffondesse la cultura dell’open government nel nostro Paese. Intanto qualcosa però l’ho saputa, grazie a OpenCoesione. Se siete in un posto e vi chiedete se e come sia finanziato il suo sviluppo, su OpenCoesione trovate i progetti, l’entità dei finanziamenti, le amministrazioni che li programmano, i soggetti pubblici o privati che sono responsabili della loro attuazione.

(Ah, il mio amico e la sua famiglia sono rientrati in casa, senza assistenza dell’albergatore, riuscendo ad aprire una finestra attraverso le doghe. Ma questa è un’altra storia, per TripAdvisor).

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La buonapolitica, le primarie e gli alberi

Quest’anno ho piantato un viale di tigli lungo la strada che conduce al mio eremo: mi son chiesto se riuscirò a godere della loro ombra e soprattutto delle ventate di profumo dei loro fiori nel mese di maggio. Ma li ho piantati per rendere più bella la terra che lascerò, li ho piantati perché altri si sentano inebriati del loro profumo, come lo sono stato io da quello degli alberi piantati da chi mi ha preceduto.

Così scrive padre Enzo Bianchi nell’epilogo del suo ultimo libro (Ogni cosa alla sua stagione, Einaudi, 130 pagg., 12,00€). Ecco, la politica è quella roba lì, di cose fatte non per sé ma per chi verrà dopo. Fare politica vuole dire lasciare il segno, una traccia su cui altri metteranno il piede. Un’attività gratuita, nel senso che produce effetti di cui non godrà chi la esercita, ma altri. Una roba per gente perbene, ma non per gente qualunque.

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