Il confirmation bias dell’intellighentzia

In questi mesi di grande attenzione al fenomeno delle fake news si parla molto di confirmation bias: l’attitudine degli individui a prestare un’attenzione selettiva alle informazioni, privilegiando quelle che confermano le proprie opinioni a discapito dei dati che le sfidano e mettono in discussione.

Di solito se ne parla avanzando – implicitamente – il sospetto che le persone meno istruite – e più in generale nelle fasce sociali dove il capitale intellettuale è modesto – ne siano più facilmente vittime, rispetto alle persone più istruite. Si dà per scontato che i ceti più istruiti, l’establishment e l’intellighentzia di una comunità siano immuni al fenomeno. Non credo sia così. Provo a spiegare perché tramite un aneddoto.

Martedì scorso il Ministro Padoan è a Londra per diversi incontri con operatori della comunità finanziaria internazionale, nell’ambito di un’azione continuativa di recupero della reputazione nazionale che – vale la pena ricordarlo – si può tradurre in risparmi sulla spesa per il servizio del debito pubblico (insieme a tutte le altre variabili e condizioni, a cominciare dalla politica monetaria espansiva). Le domande al Ministro lasciano finalmente emergere interesse per la ripresa dell’economia e il miglioramento del quadro di finanza pubblica, ma sono ovviamente concentrate sugli aspetti critici: l’elevato debito pubblico, le recenti crisi bancarie, la disoccupazione giovanile, l’incertezza politica. Proprio quella mattina l’Istat pubblica la stima preliminare sul prodotto interno lordo nel terzo trimestre dell’anno: una crescita di 0,5% sul secondo trimestre e dell’1,8% sullo stesso trimestre del 2016. Una conferma che la ripresa economica in atto dal 2014 si va irrobustendo. Nel circuito dei commenti sono numerose le critiche di coloro che ricordano tuttavia la lentezza della crescita italiana rispetto a quella di altri paesi (secondo i detrattori l’Italia sarebbe “il fanalino di coda”). Si potrebbe ricordare a molti di questi detrattori che quando essi stessi hanno avuto responsabilità di governo l’andamento dell’economia aveva già questa caratteristica.

Ma il Ministro evita sempre le polemiche personali e decide di commentare questo dato con una prospettiva diversa. Per farlo sceglie una grandezza: l’andamento del PIL pro-capite al posto del PIL totale. Comparando la dinamica della crescita economica pro-capite dell’Italia con quella delle altre tre principali economie europee a partire dal 2014 si scopre che l’Italia cresce più rapidamente del Regno Unito, della Germania e della Francia.

Apriti cielo. Il fatto che l’Italia abbia una dinamica del PIL pro-capite migliore dei tre più grandi paesi europei è sembrato così inverosimile ad alcuni sapienti osservatori dei limiti e delle difficoltà della nostra economia da spingerli a sospettare che i dati fossero falsi. Un caso di dissonanza cognitiva, che induce a respingere dati che non coincidono con le convinzioni.

Ora, la scelta di un singolo dato o fenomeno per rappresentare una realtà complessa è necessariamente soggettiva. In questo caso si è deciso di mettere in evidenza un dato positivo, incoraggiante, benché legato a un fenomeno preoccupante, sul quale il Ministro stesso non manca di mettere in guardia ogni volta che se ne presenta l’opportunità: la crescita pro-capite è alta anche perché la dinamica demografica è deludente. In altre parole, il numero dei cittadini cresce in Italia meno che in altri paesi (anche perché molti italiani vanno all’estero e pochi immigrati vengono integrati nella nostra società).

Davanti alla mole di critiche che sempre accompagna la diffusione di un dato statistico sembra francamente legittimo che un’autorità di governo decida di accendere un faro su un fenomeno positivo. Qualcuno la definisce “cherry picking”, io la chiamo legittima difesa informativa. Del resto chi snocciola solo dati negativi non fa “adverse cherry picking”? In questo caso come in qualsiasi altro è soggettiva non solo la scelta del fenomeno o della grandezza ma anche la composizione del dato: si è scelto di confrontare il dato dell’Italia con quello delle altre maggiori economie europee (l’Italia è la quarta in questa classifica dopo Germania, Regno Unito, Francia) a partire dal 2014. La lista poteva essere più lunga a piacere, ovviamente, e avrebbe potuto includere la Spagna, quinta economia del continente, la quale registra una crescita del PIL pro-capite superiore a quella italiana. Ma allora avremmo tutti parlato di quanto sono bravi gli spagnoli, e non del fatto che a Londra potevamo stupire gli ospiti con un punto di vista originale, che li avrebbe sorpresi (e li ha sorpresi, infatti). E poi siccome – per rendere più chiara la comparazione – si è scelto di trasformare la crescita in numero indice, perché eleggere proprio l’anno 2014 quale punto di partenza? La risposta è banale: il Ministro ha assunto la carica a febbraio di quell’anno, sviluppando da allora una politica economica e di finanza pubblica lungo un percorso coerente; inoltro è proprio quello l’anno in cui l’economia è uscita dalla recessione. Quindi sussistono due motivazioni ragionevoli per una scelta che risulta certamente soggettiva ma non arbitraria.

Rispettabili commentatori molto attivi in Twitter hanno esercitato il loro legittimo diritto di critica, esplorandone tutte le possibilità: la mancanza delle fonti dei dati, la scelta della data di riferimento per la comparazione, la scelta del fenomeno stesso (la dinamica del PIL pro-capite). E via alle accuse di malafede, di disonestà intellettuale, di manipolazione dei dati (se non di invenzione), di becero propagandismo.

Ora, sulle fonti la critica è assolutamente fondata: in una tabella o in un grafico bisogna sempre indicarle. Facciamo ammenda: si tratta di dati Ameco (il database macroeconomico della Commissione europea) consultati online il giorno prima, e in particolare della serie RVGDP. Ognuno può ricalcolarsi il numero indice.

Su tutto il resto c’è poco da commentare: cari economisti, opinionisti, giornalisti, osservatori, ricercatori, analisti, esercitate il vostro diritto/dovere di critica sulla valutazione d’impatto delle politiche del Governo, e fate le pulci anche a chi più modestamente cerca di divulgare alcuni fatti, così da spronarci a fare meglio il nostro lavoro (così magari non ci si dimentica delle fonti nel grafico). Ma rendetevi conto che nel XXI secolo le voci del Governo – per quanto sempre riportate dai media – sono incommensurabilmente inferiori sul piano numerico a tutti coloro che cercano 5’ di celebrità criticando il Governo stesso: gli esponenti dei partiti di opposizione, i movimenti e le organizzazioni civiche, i sindacati, i centri studi, i blogger, i giornalisti che giustamente vogliono mostrare di avere la schiena dritta e quelli che cercano il titolo più clamoroso (e negativo: good news are not news, secondo un adagio la cui validità andrebbe dimostrata ma che comunque gode di grande popolarità tra i direttori di testata), gli attivisti online, i keyboard warriors, gli haters e via digitando.

Non so se ve ne siate resi conto ma l’epoca della comunicazione di massa in cui le istituzioni avevano il monopolio delle fonti informative è storia: oggi “uno vale uno” e sui social networks la propagazione di informazioni negative (e spesso false) è preponderante, quindi la comunicazione istituzionale è soccombente perché nella circolazione dell’informazione “quantity matters”. Fatevene una ragione: sui siti dipartimentali del Ministero dell’Economia e delle Finanze potete trovare working papers, studi, analisi, montagne di dati (aperti) sui quali esercitarvi in analisi dalle quali ricavare qualche prescrizione da suggerire alle autorità; troverete anche i testi integrali dei numerosi interventi nei quali il Ministro affronta più analiticamente tutte le dimensioni dei fenomeni che deve governare, segnalando problemi, spiegando le soluzioni, accennando agli effetti delle politiche implementate quando sono disponibili delle evidenze, senza mai nascondere le questioni aperte. Su Twitter lasciateci usare quei 140-280 caratteri per divulgare qualche informazione positiva (anche perché è un modo per farla finire sui TG e sui quotidiani, come accaduto con il tweet di martedì scorso).

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Fake news? Ma quali hacker stranieri…

La vittoria della Brexit, la campagna di Trump contro Hillary Clinton, gli accessi alle mail di Macron per favorire una vittoria di Marine Le Pen. Tre casi di consultazione elettorale per i quali si è evocato il rischio di manipolazione dell’opinione pubblica anche per mano di “potenze straniere”. L’arma di manipolazione di massa sarebbero le vituperate fake news prodotte grazie al lavoro di hacker e di specialisti della propagazione di notizie false in Internet.

Ma siamo sicuri che il nemico della democrazia occidentale sia oltre il confine di quella che per anni è stata la cortina di ferro? In molti casi non sembra necessario ricorrere al “nemico esterno” per spiegare la diffusione di notizie false e la manipolazione della percezione da parte di frange più o meno ampie dell’opinione pubblica. Esistono evidenze dell’intreccio di mezzi di informazione tradizionali, siti di pseudo-informazione, social media, politica. Proviamo qui a raccontarne una.

Martedì 17 ottobre il Ministro dell’economia e delle finanze Pier Carlo Padoan ha illustrato i principi generali del disegno di legge di bilancio per il 2018 a Radio Anch’io, storica trasmissione di RadioUno Rai. Un ascoltatore ha posto una domanda sulle pensioni: in particolare sulla possibilità di interrompere l’adeguamento automatico dell’età di accesso alla pensione all’aspettativa di vita della popolazione. Il ministro ha risposto che il meccanismo di adeguamento serve a tenere in equilibrio i conti della previdenza sociale nella prospettiva che la vita media si allunghi.

Le agenzie di stampa riportano la risposta fedelmente, con sfumature leggermente diverse. L’Ansa (ore 8:56): “’C’è una legge concordata in sede Ue che tiene conto dell’allungamento delle aspettative di età’, ma ci sono anche ‘molti meccanismi introdotti per affrontare la questione, come per i lavoratori usuranti che hanno diritto ad andare in pensione prima’”. La Presse (ore 9:06): “’E’ una legge concordata in sede europea che tiene conto dell’aspettativa di vita, un meccanismo che ha a che fare con la demografia’. Secondo il ministro ‘il nostro sistema è uno dei più equi d’Europa e l’equità e l’inclusione sono rafforzati. Abbiamo messo risorse per una crescita inclusiva, per vaste e crescenti zone della popolazione’”. Italpress (ore 9:16): “’Per quanto riguarda l’età pensionabile, è una legge concordata in sede europea che tiene conto dell’allungamento dell’aspettativa di età’”. ADNKronos (ore 9:36): “E’ una legge già applicata, concordata in sede Ue, che ha a che fare con l’aspettativa di vita e la demografia’”. Chiaro, no?

Ebbene, ecco il titolo di apertura di Libero il giorno dopo:

“Gli italiani non muoiono mai”

tra virgolette (che dovrebbero indicare la riproduzione letterale di quanto pronunciato) e preceduto dall’occhiello “Il disappunto di Padoan”.

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Nell’editoriale che scaturisce direttamente dal titolo di apertura, in prima pagina, il direttore Vittorio Feltri scrive “il ministro dell’economia ne ha sparata una clamorosa a proposito della longevità dei nostri pensionati. Ha detto di loro: ‘muoiono troppo tardi e ciò incide negativamente sui conti dell’Inps’”. Ancora una volta con l’uso delle virgolette, che per convenzione dovrebbero essere utilizzate per riportare un discorso diretto, in modo letterale e fedele a quanto pronunciato dalla persona chiamata in causa.

Invece siamo davanti alla manipolazione. Come altrimenti vogliamo giustificare questa operazione “giornalistica”? Esigenza di sintesi? Efficacia della titolazione? Ispirazione futurista?

Il sito ilpopulista.it (che si definisce “Audace, istintivo, fuori controllo” e invita i lettori a scrivere per la testata con l’incitazione “libera la bestia che c’è in te”) riporta la pseudo-notizia di Libero trasformandola in un dato di fatto, e titola così: “Il rammarico di Padoan: gli italiani non crepano più”. Sottotitolo: “Incredibile gaffe del ministro. I pensionati? ‘Muoiono troppo tardi e ciò incide negativamente sui conti dell’Inps’”. Sul profilo Facebook della testata il titolo sotto la fotografia del ministro è “Il ministro Padoan svela il problema dell’INPS: ‘Gli italiani muoiono troppo tardi’” (ancora le virgolette). Da notare che il condirettore della testata è l’on. Matteo Salvini, segretario della Lega Nord.

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Il sito newnotizie.it (più di 750mila like su Facebook e registrazione della testata presso il Tribunale di Roma) non vuole essere da meno: “Padoan choc: ‘I pensionati muoiono troppo tardi, influisce negativamente sui conti dell’INPS’”. Lineapress.it, che nella sua pagina Facebook si definisce “Agenzia media/stampa” ed è una testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Napoli: “Il ministro Padoan svela il problema dell’INPS: ‘Gli Italiani muoiono troppo tardi’”. Adessobasta.org (replica o una affiliazione italiana dell’americano conservativepost.com con sede a Dallas, in Texas, la cui missione dichiarata sarebbe “diffondere la libertà di informazione”): “Padoan è triste: gli italiani crepano troppo tardi. La mega gaffe del ministro”. L’originale piovegovernoladro.info apre con una variante: “Il rammarico di Padoan: ‘Gli italiani crepano troppo tardi’”.

Gli “articoli” sono tutti simili eppure molti di questi siti sono registrati come testate giornalistiche. Lo è anche tecnicadellascuola.it che sembra essere un portale di settore e dichiara di essere anche accreditato presso il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca. L’accuratezza nella verifica delle fonti non sembra essere però all’altezza della prosopopea con cui si accredita presso studenti e genitori e il titolo del suo post è analogo a quello degli altri siti: “Padoan choc: gli italiani muoiono troppo tardi, Inps in crisi. Ministro chieda scusa!”. Superficialità o scelta di campo?

Ciò che va preso seriamente in considerazione è che insieme ad app, profili Facebook, Twitter e Instagram, questi siti costituiscono un ecosistema capace di amplificare una stessa “notizia” fino a raggiungere milioni di persone, tra le quali magari molte che non hanno l’abitudine di informarsi tramite media professionali. La frase imputata, che viene chiamata “gaffe” ma che non è mai stata pronunciata, si propaga nella rete e raggiunge persone nella coscienza delle quali si sedimenterà l’idea del ministro gaffeur. Idea che li porterà a commentare con violenza, come dimostra la bacheca Facebook di una delle testate citate.

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Peraltro le persone che si informano pressoché esclusivamente in rete hanno una scarsa propensione a discriminare le fonti di informazione, e i contenuti in cui “inciampano” sono proposti automaticamente dai motori di ricerca, anche sulla base di inserzioni a pagamento che profila target omogenei. In questo modo una rete di siti tra loro collegati ex-ante (per ragioni politiche o sulla base di strutture giuridiche) ovvero ex-post (perché puntano allo stesso target e propagano gli stessi contenuti, come nell’esempio proposto qui) propala presso un certo pubblico sempre lo stesso tipo di notizie. Queste persone quindi si troveranno a leggere informazione sempre più omogenea. Se poi questa informazione è basata su notizie false, queste persone saranno inevitabilmente vittime inerti di un meccanismo di manipolazione senza precedenti.

Nel frattempo l’ecosistema mediatico propaga la bufala senza farsi alcuno scrupolo di verificarla. Dal circuito dell’informazione travasa in quello dell’intrattenimento (ma – attenzione – i due generi sono sempre più sovrapposti: da Striscia la Notizia a Le Iene l’intrattenimento “informa” sempre di più, mentre i talk show condotti da giornalisti contengono sempre più intrattenimento) e Maurizio Crozza nel suo show del venerdì sera usa il titolo di Libero (senza citarne la fonte) ovviamente tra virgolette, accreditando ulteriormente l’idea che Padoan abbia effettivamente pronunciato parole che non hai mai usato.

E se tutto nasce non nel dark web ma dalla prestigiosa carta stampata, alla carta stampata ritorna. Infatti dopo il giro tra web e TV ecco che la “notizia” torna su un quotidiano: Marco Travaglio nella sua rubrica del lunedì (“Ma mi faccia il piacere”) cita il titolo di Libero come fosse un dato di realtà. Possibile che né Crozza né Travaglio si siano chiesti perché quel titolo sia comparso su una testata soltanto? Possibile che non abbiano controllato le agenzie? Possibile che non si pongano il problema della veridicità di un titolo, alla luce di ciò che qualsiasi osservatore della comunicazione sa, ben spiegato da Luca Sofri (“Notizie che non lo erano”)?

“…sono soprattutto i titoli degli articoli a influenzare la nostra percezione del loro contenuto e ciò che ne conserviamo. […] in un sistema in cui il tasso di inaccuratezza dei titoli è molto superiore a quello già alto degli articoli, questo significa che ciò che conserviamo in termini di conoscenza della realtà e degli eventi accaduti è una grandissima quota di informazioni false.”

Nel frattempo il ministro ha risposto a una persona che via Twitter ha posto una semplice domanda – anziché propagare senza approfondire o spargere odio per partito preso. Ma quanti avranno visto la replica e quanti avranno subito la bufala?

Forse dovremmo smetterla di evocare gli agenti stranieri quando parliamo di fake news e di bufale e riflettere su come l’inquinamento dei pozzi della democrazia stia rendendo imbevibile l’esito di qualsiasi consultazione. In fondo, le grandi dittature del Novecento sono nate con il consenso popolare.
PS: Dato che la maggior parte dei siti qui citati sono di imprese giornalistiche regolarmente registrate, è giusto che il “merito” di questa qualità di informazione venga riconosciuto ai direttori responsabili:

  • Libero – Vittorio Feltri
  • ilpopulista.it – Alessandro Morelli (condirettore Matteo Salvini)
  • newnotizie.it – Rocco Di Vincenzo
  • tecnicadellascuola.it – Alessandro Giuliani
  • L’audio integrale dell’intervista del ministro Padoan è qui.
  • L’attendibilità del Conservative Post è analizzata dal sito Media Bias Fact Check qui dal minuto 20.