Un anno di Barca. Con i piedi per terra.

Lavorare un anno accanto a Fabrizio Barca è stato entusiasmante. Un entusiasmo diffuso tra i suoi collaboratori tanto quanto lo stress per la mole di lavoro che genera con le sue idee e la preoccupazione per gli effetti talvolta dirompenti che possono avere. Provo a raccontare quest’anno di lavoro attraverso un piccolo alfabeto, un breviario barchiano.

A come attuazione: la vera “fissa” del Ministro che vuole “vedere le gru nei cantieri“, consapevole com’è che per cambiare l’Italia non bastano leggi o riforme ma piuttosto la tenacia e la perseveranza per fare ciò che si promette, ovvero di attuare le politiche dichiarate.

B come bottoni, quelli che ha detto di aver trovato una volta arrivato nelle stanze del potere. E che ha saputo usare, a dimostrazione che si può cambiare, se si è determinati a farlo e si sa in quale direzione andare. Ma anche come Bruxelles, dove è apprezzato come pochi italiani. E dove potrebbe prima o poi o approdare.

C come coesione territoriale, che nessuno capiva cosa fosse e che lui ha interpretato come sa: l’impegno specifico a ridurre le distanze tra i territori svantaggiati e quelli più avanzati, come suggeriscono le politiche europee e l’art. 119 della nostra Costituzione. E per il futuro della coesione territoriale è fondamentale il metodo proposto per la programmazione 2014-2020.

D come dipartimenti: il Ministro per la Coesione territoriale ha una delega senza portafoglio e perciò non dispone di un “ministero” ma ha potuto avvalersi di due dipartimenti della Presidenza del Consiglio (DIPE e DiSET) e di uno del Ministero per lo sviluppo (DPS): strutture con personale di prima classe, competente, motivato e capace di sostenere le idee e i progetti di Barca.

E come export. Da economista specializzato in politiche di sviluppo, si è messo a caccia di aree di vitalità industriale nel Sud con due criteri: quota significativa di esportazioni (che testimonia la capacità di stare su mercati senza distorsioni) e richiesta di beni collettivi in luogo di privilegi particolari.

F come ferrovia, mezzo di trasporto preferito e dimensione infrastrutturale sulla quale investire per il Paese. Come accaduto con l’avviamento della Napoli-Bari-Taranto-Lecce. Ma anche come famiglia: la sua, speciale come quelle che si costruiscono intorno a un leader naturale, un leader emozionale.

G come Grande Progetto Pompei: approvato in tempi record dalla Commissione europea per interventi di messa in sicurezza e restauro del valore di 105 milioni di euro. Secondo Barca il mondo cambierà il giudizio sull’Italia soltanto se sapremo cambiare il destino di quel luogo.

H come gli hotel discreti e semplici che sceglie, anche quando si muove per scopi istituzionali. Come quello che usa a Bruxelles, così economico che i suoi collaboratori sperano sempre non abbia posto a sufficienza oltre al suo, per poter alloggiare con maggiore comfort altrove.

I come inclusione sociale: quando l’economia va male, ma anche quando cresce e ancora non genera occupazione, un Governo giusto deve prestare attenzione a non lasciare indietro pezzi del Paese. Se ci si chiede che cosa voglia dire essere “di sinistra” in un Governo di tecnici, questa è una risposta.

J come Juventus, la squadra per la quale fa il tifo con due dei tre figli, che appena può porta a Torino per vedere la partita. Ovviamente viaggiando in treno e rinunciando alle offerte di biglietti, che acquista di tasca propria rinunciando a qualsiasi omaggio, com’è normale che sia (o come dovrebbe essere normale per chiunque).

K come i molti kilometri che macina per vedere i luoghi e le persone con i propri occhi, sapendo che non esistono best practice ma solo buone pratiche che possono essere adattate ad altri contesti se ve ne sono le condizioni.

L come luoghi, concetto al centro della sua teoria dello sviluppo: le politiche possono funzionare soltanto se sono pensate specificamente per i luoghi in cui intervengono, con le loro peculiarità.

M come migliore ministro del Governo. Secondo Il Sole 24 Ore, che nella classifica pubblicata in prima pagina il 22 dicembre 2012 gli attribuisce, unico caso nella compagine di Governo, un voto superiore al 7 (7 e mezzo per l’esattezza).

N come Nitti, Francesco Saverio. Il 23 ottobre 2012 ha ricevuto dall’Istituto italiano per gli studi filosofici di Napoli il premio intestato allo statista melfitano, che ha certamente un ruolo tra riferimenti culturali di Barca, come Raffaele Mattioli. A figure così il Ministro guarda non solo con rispetto ma per ricavarne lezioni tanto dalla produzione teorica quanto dalle esperienze concrete delle politiche attuate.

O come OpenCoesione (opencoesione.gov.it), il portale per informare in modo trasparente sugli interventi pubblici finanziati (anche) con i fondi per la coesione, nazionali ed europei, che ha fortemente voluto e fatto realizzare in soli 6 mesi, anche grazie alla passione di dipendenti pubblici competenti e appassionati di open data come strumento essenziale e moderno per la trasparenza e la democrazia.

P come piano di azione per la coesione: lo strumento di riprogrammazione con il quale ha spostato 12,1 miliardi di euro da progetti inconsistenti a interventi strategici e con maggiori chance di successo, dalle infrastrutture all’inclusione sociale, salvaguardando le risorse comunitarie destinate all’Italia.

Q come quesiti del concorso pubblico con il quale ha trasparentemente selezionato gli organici destinati a lavorare alla ricostruzione de L’Aquila, missione speciale affidatagli dal presidente Monti. Oggetto di grande discussione e critiche pesanti, per ridare un futuro alla città messa in ginocchio dal sisma del 2009, con la partecipazione dei cittadini e sempre alla luce del sole.

R come risultati attesi. Parola magica nel bagaglio concettuale e teorico di Barca, indica l’imperativo di definire e dichiarare i risultati che ci si attende da un intervento pubblico prima di metterlo in atto, in termini di qualità della vita dei cittadini che ne sono destinatari e in modo che siano misurabili e verificabili. Insieme ad altre 6 radicali innovazioni di metodo, 3 opzioni strategiche e 11 aree tematiche è alla base del documento proposto per l’utilizzo dei fondi comunitari del periodo 2014-20.

S come Sud, che è stato la sua missione principale sebbene non unica, ma anche come sviluppo – che è il suo mestiere – e come sinistra, che è nella sua vocazione valoriale. Soprattutto però come sopralluoghi, altra innovazione di metodo per “fare accadere le cose”, cioè per fare funzionare le politiche: andando a vedere come procede un intervento sul posto, interagendo con le persone che ne sono incaricate de visu, e non solo tramite le carte.

T come Twitter, dove è diventato un mito perché il suo account (“autocertificato” a prova di fake già da un anno) lo usa personalmente per dialogare davvero con i cittadini. E ingaggiarsi con loro, come quando si è accordato con una studentessa aquilana per andare a sperimentare una mattinata da pendolare universitario. Ma anche come talk show: quelli a cui ha rinunciato quasi sempre, non per snobismo ma perché disponibile alla TV solo per fare informazione sulla propria attività di governo.

U come Università. Non è il suo mestiere, ma la consapevolezza che le chance di sviluppo di una società riposano nelle qualità della sua classe dirigente lo spinge a dedicare parte del proprio tempo alla didattica: da SciencesPo di Parigi alla Scuola di Alti Studi sullo Sviluppo della Fondazione Nitti che ha prodotto il corso “Far accadere le cose” a Villa Nitti in Maratea.

V come valutazione d’impatto, una delle sette innovazioni di metodo per la programmazione dell’impiego dei fondi europei nel periodo 2014-20: se investi denaro pubblico lo devi fare solo per migliorare la qualità della vita dei cittadini, devi dichiarare anticipatamente come, e alla fine misuri se l’intervento è stato efficace o meno. E ne trai le dovute lezioni.

W come World Wide Web, la Rete che consente a tutti di diffondere informazioni e a tutti di accedervi senza barriere d’accesso (a condizioni che venga implementato il piano per la banda larga finanziato anche con il piano di azione per la coesione). La chiave per fare trasparenza e promuovere la partecipazione dei cittadini alle decisioni e al monitoraggio degli investimenti pubblici, da Twitter a OpenCoesione a tutti i siti usati per promuovere l’accesso all’informazione, compreso quello del Comune di Acerra.

Z come lo zaino che si porta in spalla durante le escursioni ma anche quando va in missione: leggero ed efficiente.

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Abbiamo un bisogno folle di politica

Circola tra i tifosi dell’anti-politica una colossale idiozia: che questo governo farebbe bene perché è “tecnico”, cioè capace di applicare a ciascun problema “la” soluzione corrispondente. Quale sarebbe la controprova di questo assioma? Che il ceto politico fallirebbe perché incompetente sul piano tecnico, cioè perché non conoscerebbe “la” soluzione. In sostanza, che la politica non serve. Forse che la politica non esiste, se non come funzione professionale da cui alcune migliaia di persone ricavano un reddito.

Sono almeno due gli errori imbecilli di questa posizione. Il primo è l’illusione che ad ogni problema sociale, economico e finanziario corrisponderebbe un’unica soluzione: provate a parlare di una singola issue con due economisti o due sociologi a caso e potrete scrivere 4-5 saggi con “ricette” distinte e contrapposte. Non esistono soluzioni univoche, perché ogni intervento sulla collettività ha certamente un impatto: toglie risorse (finanziarie, materiali, simboliche) a qualcuno per trasferirle a qualcun altro. A chi, come e quando è questione di scelte e di valori: cioè una questione “politica”, non “tecnica”.

Ma i tifosi dell’anti-politica non lo comprendono, a causa del secondo errore: credono che la “politica” non sia un’attività ma soltanto un mestiere, molto artigianale (anche se in alcune fasi, storiche, come con il berlusconismo in questi anni, vive una escalation industriale), che non comporti competenze utili alla collettività ma solo una minima attrezzatura utile al consenso da spendere a fini personali.

Invece abbiamo un bisogno folle di politica, proprio oggi: perché un cattivo governo redistribuisce le risorse senza pervenire a un nuovo equilibrio sostenibile, sul piano sociale e sul piano finanziario. Un “buon governo” è consapevole dei diversi interessi e bisogni, lavora alla redistribuzione delle risorse con una versione sistemica, integrata. Persegue cioè un nuovo equilibrio, del quale magari alcuni saranno meno soddisfatti di altri, ma in ogni caso un equilibrio sostenibile per tutti.

Per fare un “buon governo” servono buoni cittadini, impegnati a lavorare per il bene comune e nell’interesse generale. Questa stagione che i media raccontano con il registro del conflitto tra la politica (l’interesse individuale, i favori, l’incompetenza) e i tecnici (la “società civile”, la competenza) è in realtà un conflitto interno alla classe dirigente di questo Paese che riguarda non “la politica” ma il personale politico.

Abbiamo un bisogno folle di politica, e per una buona politica abbiamo bisogno di altri “politici”.