Piccolo contributo di chiarificazione (si spera) sul (fantomatico) #DEF

È piuttosto triste il vociare polemico che si avverte sui media a proposito dei destini del Documento di Economia e Finanza, sintetizzato con l’acronimo DEF. Soprattutto se confrontato con lo scopo del documento. Provo sommessamente a dare qualche informazione nell’auspicio – presumibilmente vano – di promuovere un dibattito utile, nell’interesse generale.

I governi tentano di condizionare le prospettive dell’economia nazionale e di determinare i saldi di finanza pubblica con un provvedimento annuale, molto ampio, da approvare entro il 31 dicembre. Il provvedimento coincide con la principale “legge finanziaria” dello Stato perché dispone modifiche alla legislazione vigente in vista di quattro effetti finanziari:

  • diminuisce o elimina alcune imposte (con l’intento di sollecitare la crescita economica di alcuni settori, e con l’effetto di diminuire le entrate);
  • aumenta o introduce alcune imposte (per esempio allo scopo di disincentivare comportamenti nocivi per l’individuo e costosi per la collettività come il fumo, e con l’effetto presumibile di aumentare le entrate)
  • taglia alcune spese delle pubbliche amministrazioni (per esempio per eliminare sprechi, con l’effetto di ridurre le uscite)
  • aumenta alcune spese delle pubbliche amministrazioni (per esempio per accelerare il processo di trasformazione digitale o andare incontro ai cittadini in difficoltà economica, con l’effetto di aumentare le uscite)

In sintesi, questa molteplicità di effetti finanziari (maggiori/minori uscite, maggiori/minori entrate) testimonia la funzione principale della legge, che consiste nel ri-allocare risorse. E per questo la legge viene chiamata anche manovra: sposta denaro tra capitoli di entrata e uscita. Lo spostamento può lasciare inalterati i saldi (nel senso che i vari spostamenti si compensano e l’effetto sul saldo risulta neutro). Più frequentemente invece modifica anche i saldi, cioè riduce o aumenta il deficit previsto prima dell’entrata in vigore della legge finanziaria.

La ri-allocazione di risorse è la funzione primaria della politica: se le risorse fossero infinite la politica non esisterebbe, basterebbe dare a ciascuno ciò che vuole e tutti vivrebbero felici e contenti. E invece – ahinoi – le risorse sono limitate quindi occorre operare scelte: ed è questa la funzione essenziale della politica, che attraverso una meta-risorsa (il potere) è in grado di togliere a qualcuno per dare a qualcun altro. In una democrazia ben temperata queste decisioni devono essere prese con un coinvolgimento dei cittadini quanto più ampio possibile. Nelle democrazie rappresentative – quale ancora è, costituzionalmente, quella italiana – questo coinvolgimento si realizza attraverso il dibattito parlamentare nel quale i partiti politici rappresentano gruppi di elettori distinti.

Il processo attraverso cui svolgere questo dibattito e la formalizzazione della legge finanziaria è determinato in Italia dalla legge di contabilità e finanza pubblica del 31 dicembre 2009 numero 196. La legge prevede che il Governo debba presentare alle Camere un disegno di legge di bilancio entro il 20 ottobre e che il Parlamento debba discutere, emendare e approvare la legge entro il 31 dicembre. Tuttavia, per promuovere un ampio e trasparente dibattito, la stessa legge prevede che il Governo dichiari i suoi programmi per l’anno successivo con largo anticipo, sei mesi prima: entro il 10 aprile, con la presentazione al Parlamento di un documento programmatico – definito Documento di Economia e Finanza o DEF.

Il DEF non ha effetti sulla finanza pubblica, non è una legge, non è la “manovra”

Questo documento non ha effetti sulla finanza pubblica: non contiene norme nuove, non modifica quelle vigenti. È un documento, appunto, che contiene valutazioni, stime, analisi, intenzioni e orientamenti.

Il Parlamento non approva né boccia questo documento ma lo discute e i partiti propongono delle risoluzioni che vengono votati dalle assemblee delle due Camere. Le risoluzioni non comportano la modifica del documento, che è un atto del Governo, ma evidentemente possono sollecitare il Governo a rivedere le proprie posizioni in una fase successiva. La legge 196/2009 individua questa fase successiva in una Nota di aggiornamento al DEF da presentare al Parlamento entro il 27 settembre. Anche in questo caso il documento di per sé non ha effetti e il Parlamento è chiamato ad esprimersi sul suo contenuto allo scopo di orientarne le scelte in vista del disegno di legge di bilancio dello Stato.

È quest’ultimo atto, da compiersi entro il 20 ottobre, che dispone effetti concreti da realizzarsi con l’entrata in vigore a partire dall’1 gennaio successivo. È quest’atto che i partiti in Parlamento modificano per riorientare l’allocazione delle risorse. Fino ad allora i passi legati al DEF e alla nota di aggiornamento dello stesso sono snodi di un dibattito fondamentale per il coinvolgimento dei cittadini – attraverso i loro rappresentanti in Parlamento e i movimenti di opinione pubblica – senza effetti immediati.

L’accanimento di questi giorni e queste ore sul contenuto del DEF, sul rischio che possa ipotecare il futuro, su chi lo debba fare, su cosa debba contenere non è un bello spettacolo. Non è un bel servizio alla democrazia. Il Governo in carica, che ha operato sulla base della fiducia ottenuta in una legislatura ormai terminata e dimissionario dopo la nomina dei presidenti delle Camere della nuova legislatura, ha ricordato ampiamente che non può assumere impegni per il futuro del Paese. Non è legittimato a farlo sul piano formale ma è sufficiente un po’ di buon senso per comprendere che impegni per il futuro li assume chi ha la facoltà di attuare decisioni che possono influire sul futuro, non certo chi attende da un momento all’altro di lasciare onori e oneri a un successore di prossima nomina.

E tuttavia se si prolungassero i tempi per la formazione di una nuova maggioranza politica in grado di esprimere un governo, sarebbe di qualche utilità per il dibattito pubblico disporre di un quadro delle prospettive della finanza pubblica aggiornato alla luce dell’evoluzione dell’economia nazionale, europea e globale: il cosiddetto quadro tendenziale a legislazione vigente, che stima che cosa accadrebbe ai saldi di finanza pubblica se non cambiasse nulla, se non si facesse una nuova finanziaria per l’anno successivo. Un esercizio che si fa sempre nella programmazione, in modo che gli stakeholder possano apprezzare la differenza tra la prospettiva inerziale e gli effetti di una manovra finanziaria su quella prospettiva.

[Perché è utile un aggiornamento delle prospettive di finanza pubblica a legislazione vigente? Perché rispetto alle precedenti stime si potrebbe evidenziare che le entrate sono più alte o più basse di quelle programmate, e così le spese. Questo è possibile perché gli effetti delle norme sono sempre stimati, non certi. E perché un andamento dell’economia globale o fatti nuovi (per esempio una crisi geopolitica) possono influenzare l’andamento dell’economia nazionale in modo tale da produrre effetti per la finanza pubblica. Se l’economia va particolarmente bene, per esempio, aumenta il gettito tributario. Se va male aumenta la spesa sociale (per esempio per gli ammortizzatori in caso di aumento della disoccupazione).]

Insomma, “ciclo e strumenti della programmazione finanziaria e di bilancio” (è il titolo dell’articolo 7 della legge 196/2009) sono utili al Paese e alla democrazia. Se ben usati favoriscono una valutazione condivisa ed equilibrata delle possibilità di ri-allocazione di risorse secondo gli scopi definiti dai rappresentanti dei cittadini eletti in Parlamento.

Un dibattito serio in attesa del nuovo governo sarebbe prezioso. Chiedersi se il governo attuale presenterà il DEF è invece piuttosto ozioso, perché il termine del 10 aprile previsto dalla legge è “non perentorio”, quindi sarebbe una scelta di buon senso rimandare la presentazione quanto basta per consentire a un nuovo governo di insediarsi, ottenere la fiducia in Parlamento, comunicare i propri orientamenti al Dipartimento del Tesoro – in modo che questo possa elaborare stime e simulazioni – e presentare alle Camere un DEF completo di quadro tendenziale e ipotesi programmatiche. Se in prossimità del 10 aprile il quadro politico restasse incerto senza ipotesi plausibili sui tempi necessari alla formazione di un nuovo governo, sarebbe una scelta di senso altrettanto buono la decisione di mettere a disposizione del Parlamento un documento parziale con il quadro aggiornato delle prospettive di finanza pubblica a legislazione vigente. Solo perché è utile al Paese sapere dove si sta andando. Senza che questo rappresenti un “golpe economico”.

E l’Europa? (altro fantomatico attore del nostro dibattito pubblico) La Commissione europea ha già fatto sapere che il programma di stabilità e il programma nazionale di riforma (che coincidono rispettivamente con la sezione I e la sezione III del DEF) devono essere presentati da un governo in grado di assumere impegni per il futuro. E che è già accaduto in passato che alcune scadenze siano state trasgredite in attesa della formazione dell’Esecutivo dopo elezioni. Ovviamente. Dato che l’Unione europea è composta di stati democratici dove le elezioni sono la norma e non l’eccezione. Peraltro, il termine per la presentazione di questi programmi alle autorità europee non è il 10 bensì il 30 aprile. Insomma, calma e sangue freddo. C’è tempo.

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La rivoluzione non (ancora) interrotta di @matteorenzi @paologentiloni @pcpadoan & C.

Per chi lavora dentro le istituzioni la rassegna dei commenti e degli editoriali risulta certe mattine sconcertante. Nelle ultime settimane si susseguono scritti che esprimono perplessità per la propensione a riavvolgere il nastro e tornare indietro sul cammino delle riforme compiuto in questi anni. Effettivamente i tentativi di cancellare i progressi compiuti per modernizzare il Paese sono all’ordine del giorno come se l’esito referendario di dicembre avesse liberato gli spiriti conservatori e reazionari ben radicati in tutte le aree sociali.
Accanto a questi commenti perplessi ci sono dettagliate inchieste che mostrano stupore per cose che non dovrebbero stupire: come la permanenze delle Province (per cancellarle non basta una legge ordinaria e la riforma costituzionale ne contemplava l’abolizione; il no al referendum ci lascia intonse le Province). E per ultime stanno arrivando dotte analisi politologiche preoccupate che gli scenari post-elettorali condannino la comunità nazionale all’ingovernabilità, dato che non si vede come si possa formare una maggioranza – quale che ne sia il colore politico – in grado di governare. Anche in questo caso siamo nel campo degli scenari facilmente prefigurabili nell’ipotesi di una interruzione del cammino di modernizzazione intrapreso qualche anno fa.

La domanda sorge spontanea: ma non è che la critica feroce all’esecutivo negli ultimi tre anni ha sottovalutato le condizioni in cui questo si è mosso? Non è che i commentatori hanno concentrato la propria attenzione su singole questioni perdendo di vista la direzione complessiva verso la quale l’azione dell’esecutivo stava spingendo la comunità nazionale?

Vista da dentro, risulta evidente la spinta all’innovazione generata dal governo Renzi – ma in un linguaggio più specificamente politico potremmo dire che il governo ha mostrato un impulso riformista sconosciuto, se non – forse – in epoche storiche rintracciabili all’inizio del secolo scorso. Siccome non è il caso di fare qui elenchi, può essere utile rimandare alla corposa e puntuale documentazione del Tesoro, che aggiorna costantemente un cronoprogramma molto dettagliato.

Di tutto questo lavoro c’è però – a mio avviso – un segno preciso, inciso profondamente nel lavoro di questi anni: riguarda la cultura d’impresa e il lavoro. L’Italia è ancora profondamente segnata da una cultura arcaica che oppone padroni e lavoratori e ignora i fenomeni di ri-articolazione del rapporto tra capitale e lavoro e la ricomposizione della frattura maturata nelle piccole imprese e nei mestieri della conoscenza. E’ una ricomposizione innanzitutto cognitiva, dovuta alla possibilità di attribuire senso e finalità al lavoro individuale e di ridurre gli spazi di alienazione. La conseguenza: gli spazi di conflitto potenziale si sono trasformati in ambiti di cooperazione. (Questa evoluzione si accompagna alla nascita di nuove occupazioni dove l’alienazione aumenta anziché diminuire, ovviamente, ma la novità non può essere affrontata come se il telefono di un call center fosse il tornio di Gian Maria Volontè in “La classe operaia va in paradiso”). 

L’esecutivo – con gli atti formali e con i comportamenti – ha affermato con determinazione che l’impresa è un formidabile motore della società: crea occupazione, genera innovazione, amplia l’offerta di servizi e prodotti in grado di migliorare la qualità della vita.

Un segnale come questo offerto da una forza politica di sinistra è radicale, è rivoluzionario. Molto più che se fosse venuto da uno schieramento di destra – che peraltro difficilmente avrebbe accompagnato questo segnale con l’attenzione ai diritti concreti dei lavoratori e più in generale dei cittadini messa in campo in questi anni. Ovviamente questo segnale è stato interpretato dai conservatori di sinistra come la prova provata che il governo Renzi era “di destra”, ma questo atteggiamento fa parte della propensione dei conservatori a negare che il mondo evolva (a chi si scandalizzasse per l’uso dell’espressione “conservatori di sinistra” consiglio di rileggere il classico “Destra e sinistra” di Norberto Bobbio).

Si tratta invece di un cambiamento cruciale. Accompagnato concretamente da misure legislative predisposte dal Ministero dell’economia e delle finanze e dal Ministero per lo sviluppo economico (ma se ne trova traccia anche negli interventi del Ministero della giustizia e del Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione). Una rivoluzione non (ancora) interrotta perché l’esecutivo attuale sta operando in continuità con il precedente: il miglioramento delle condizioni di contesto aumenta la capacità del paese di attrarre investitori dall’estero e di sollecitare gli investimenti interni e quindi di creare occupazione. Occupazione che mostra il segno più in diverse dimensioni: più numerosa (+624mila occupati da marzo 2013 a gennaio 2017) e più stabile (il numero di lavoratori con contratto a tempo determinato è cresciuto nello stesso periodo di 624mila unità – l’aumento dei contratti a termine è compensato dalla diminuzione dei lavoratori indipendenti).

L’impegno riformista dell’esecutivo non è scemato con l’avvicendamento tra Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Al contrario, il Programma Nazionale di Riforma che verrà presto presentato nel Documento di Economia e Finanza sarà ambizioso e rilancerà l’impulso al cambiamento e alla modernizzazione del quale abbiamo uno straordinario bisogno. A cominciare dai più deboli.

PS: Qualcuno potrebbe concludere che gli esecutivi Renzi e Gentiloni e la politica economica del ministro Padoan sono di segno semplicemente liberista, ovvero di destra. Si sbaglierebbe. Esistono una politica di sinistra e una di destra, certo. Ma se vogliamo evitare che il dibattito si svolga da posizioni contrapposte sui bastioni dell’ideologia sarà meglio volgere lo sguardo alla nostra Costituzione. E in particolare all’articolo 3. Un governo che rispetti i principi di solidarietà sociale – di ispirazione cristiana e socialista che convivono nella nostra Costituzione – accompagnerà l’ampliamento dello spazio creativo dell’impresa (un convincimento di ispirazione liberale) con il rafforzamento di servizi sociali capaci di diminuire il divario delle opportunità tra cittadini classificabili in ceti diversi. Si tratta di garantire la sicurezza, la salute, l’istruzione (il recente studio dell’OCSE giudica il sistema educativo italiano come il migliore per la capacità di ridurre la disuguaglianza nelle condizioni di partenza). Ma anche la riduzione delle differenze tra i territori in termini di opportunità di connessione attraverso infrastrutture di trasporto materiali (persone e merci) e immateriali (informazioni). Tutte aree sulle quali i due esecutivi in questi tre anni si impegnati a fondo allocando risorse e avviando progetti (si guardi per esempio il progetto sulle aree interne).

Dati, previsioni e titolazione #chisaleechiscende?

Ma il PIL aumenta o diminuisce? E con quale velocità rispetto al passato? Il deficit scende o sale?

Guardando i titoli sulle prime pagine dei giornali sembra che ci troviamo davanti a una prospettiva economica in peggioramento. Il Corriere della Sera: “Tregua con la Ue su debito e deficit. Ma cresciamo meno“. Il Sole 24 Ore: “Def, più deficit per 11 miliardi nel 2017“. Il Messaggero: “Sale il deficit ma niente manovra”. Un po’ più precisa La Stampa: “Nel Def il Pil sale più lentamente” (rispetto a che cosa?).

Leggendo i titoli dei quotidiani dunque sembra che la risposta alle domande sia chiara: i conti pubblici peggiorerebbero (il deficit aumenta) e l’economia andrebbe peggio (il PIL cresce meno di prima).

Che cosa dicono i dati? PIL: crescita effettiva registrata nel 2015 sul 2014 +0,8%; crescita stimata per il 2016 rispetto al 2015 +1,2%. In altre parole: non solo il PIL aumenta, ma la crescita nel 2016 sarà il 50% più elevata che nell’anno precedente. Per questo parliamo di “accelerazione”. Tutti vorremmo che fosse più sostenuta, ovviamente, perché questo renderebbe più rapido il processo di assorbimento della disoccupazione. Ma intanto si tratta di un miglioramento rispetto al passato (e non dimentichiamo che il paese è stato in recessione dal 2012 al 2014).

Numeri alla mano le risposte sono quindi incontrovertibili: il PIL aumenta e anche più velocemente che nel passato recente, il deficit diminuisce. Perché allora i titoli dei quotidiani trasmettono una informazione diversa? Manipolazione deliberata dell’informazione? No, almeno non per le testate citate. Si tratta piuttosto della propensione a ragionare all’interno di schemi mentali da addetti ai lavori, dimenticando il punto di vista del lettore. Gli addetti ai lavori confrontano le previsioni aggiornate del DEF con le previsioni formulate a settembre del 2015. Come minimo questo andrebbe chiarito nella titolazione (qualche testata lo fa, correttamente). Ma in ogni caso ci si dimentica che la prima informazione – ribadisco: informazione – da dare al lettore dovrebbe essere il confronto tra i dati effettivi e ciò che ci aspettiamo per l’anno in corso e per il futuro.

Il confronto tra previsioni può essere utile, per esempio per capire quanto sia affidabile il previsore. Ma è certamente secondario rispetto all’informazione principale (da dove veniamo, dove andiamo).

PS: sull’affidabilità delle previsioni è abbastanza facile fare confronti; sfogliando i DEF e le note di aggiornamento al DEF tra 2011 e 2015 per confrontare le previsioni con le serie ISTAT sui dati effettivi si ricava una tabella interessante. In questo periodo, lo scarto medio tra l’andamento effettivo del PIL e le previsioni del governo Berlusconi è pari a 2 punti percentuali; per il governo Monti lo scarto è di 1,3 pp; per il governo Letta di 0,6 pp; per il governo Renzi (l’unico ad avere formulato anche previsioni inferiori ai dati poi effettivamente registrati) di soli 0,2 punti percentuali.

Italy’s economic recovery is not what Münchau says

If country [Italy] fails to bounce back from recession, it is hard to see how it can stay in the eurozone.

This is the way FT summarises the opinion piece by Wolfgang Münchau on today’s edition. Welcome M. Lapalisse, would Italy fail to bounce back from recession the issue won’t be about remaining in the eurozone, rather rising unemployment, desperation of the poorest, permanent destruction of production capabilities.
According to the author, the 2.4 per cent deficit to GDP ratio forecast (in fact, it is 2.2 per cent) “could easily turn into 3.4 per cent or 4.4 per cent”. Now, in order to turn the deficit to GDP ratio from 2.4 into 3.4 a contraction in the economy by 0.6 per cent instead of the forecast growth by 1.6 should occur. Is that “easy” or likely to happen?
Münchau is worried about the global economy slowdown. The Italian government is wary of global risks (even if our export is performing positively so far), but we also share the viewpoint that at present the lack of growth primarily depends on weak demand. This analysis pushes us to policies that boost domestic demand. Many commentators are ignoring or underestimating that we are supporting growth in two ways: promoting competitiveness in the long run through structural reforms, while boosting domestic demand in the short term.
During the recent G20 meetings, one of the most credible leaders of the world stated that every government should undertake “active policy responses”, “sustain demand” and “put money into the pockets of workers”. It wasn’t Mr. Renzi, but the recipe seems the one the Italian government is currently adopting.
However, a number of assumptions in the recurrent criticism by Mr Munchau are surprisingly uninformed. For example:

Instead of reforming the public administration or the judiciary, he [Mr. Renzi] has opted for a cut in the housing tax.

 What motivates the use of the word “Instead”? The Italian government has already passed many radical reforms (in the labour market, in the banking sector, in the judiciary, in the tax administration, in the institutions) and is now undertaking a major public administration reform: a so-called “delegation act” approved by the Parliament provides the Government with criteria and the authority to implement the reform over the next few months. It’s worth spending a little time reading the report on reform implementation which the Italian Treasury regularly updates: there’s plenty of details. Furthermore is worth noting that the tax cuts are across the board so to support offer as well as demand.
Italy is succeeding to implement an ambitious structural reform program intended to increase competitiveness while consolidating public finances (the deficit to GDP ratio was 3.0 in 2014, is 2.6 in 2015 and will be 2.2 in 2016) while sustaining domestic demand in order to avoid the vicious circle experienced in the recent past (increase in taxation, contraction in disposable incomes, unemployment, and so forth). Such an outcome may surprise commentators but surprise doesn’t justify uninformed criticism based on old cliché. There’s no complacency among Italian government officials but it’s time to recognise that times are changing even if this requires to overcome intellectual laziness.

Avviso ai naviganti: ciò che il DEF è e ciò che non è

Molto rumore per nulla intorno all’approvazione del Documento di Economia e Finanza (DEF) 2015 in questi giorni.

I primi colpi a salve sono stati sparati sulla questione dei tagli ai comuni: ma i tagli ai comuni sono previsti dalla legge di stabilità 2015, presentata dal Governo a ottobre 2014 e approvata dal Parlamento in dicembre. Che c’entra il DEF?

Il DEF è il documento di programmazione economico e finanziaria, una programmazione di ampio orizzonte (il triennio successivo all’anno corrente) che serve a identificare i vincoli esterni, le prospettive macroeconomiche e i programmi del Governo, esplicitati in termini di obiettivi di finanza pubblica. Non contiene “misure” o “provvedimenti” di politica economica, cioè leggi che determinano più spesa (e relative coperture) o minori entrate. Individua gli spazi di manovra del Governo entro i quali sviluppare (con provvedimenti legislativi e altre azioni) la politica economica e di riforma.

Altri colpi a salve oggi, in attesa del Consiglio dei Ministri chiamato ad approvare il DEF 2015, slittato dalle 9:30 alle 20:00. Così strano che il Presidente del Consiglio voglia avere ancora un po’ di margine, e assicurarne ai ministri, per una lettura del testo completo? Troppo semplice. Infatti nascono invenzioni di contrasti, dimissioni, richieste da parte dell’UE e tutto un armamentario letterario frutto di fantasia che nulla ha a che fare con l’informazione.

Che cos’è allora il DEF, e a chi è destinato? Il DEF è composto di 3 sezioni:

  • Sezione I – Programma di Stabilità dell’Italia
  • Sezione II – Analisi e tendenze della finanza pubblica
  • Sezione III – Programma Nazionale di Riforma

E diversi allegati. Tutto è spiegato con molta chiarezza sul sito del Dipartimento del Tesoro, qui.

Le sezioni I e III (Programma di stabilità e Programma nazionale di riforma) vengono anche inviati al Consiglio e alla Commissione dell’UE entro la fine di aprile (il codice di condotta predisposto dalla Commissione indica il termine per la trasmissione intorno alla metà di aprile e comunque non oltre la fine del mese; il ciclo di programmazione nazionale individua il termine del 10 aprile per la trasmissione del DEF dal Governo alle Camere, in modo che queste possano avere il tempo per valutare ed esprimersi in tempo utile per la trasmissione dal Governo alle istituzioni europee entro il 30 aprile).

Perché allora quest’anno c’è stata tanta agitazione intorno al DEF? La sensazione è che la risposta vada forse cercata nel clima che si è instaurato nel circuito politico-mediatico dopo quattro anni frenetici (dal 2011 al 2014) in cui si sono succeduti altrettanti governi (Berlusconi, Monti, Letta, Renzi), segnati dalla crisi finanziaria, dalla recessione economica, dall’instabilità politica. In questo clima c’è una caccia esasperata alla novità, alla rivoluzione, allo stravolgimento continuo. E invece.

Invece questo Governo è al suo secondo DEF e conta di fare anche i prossimi tre. Di conseguenza il DEF 2015 va letto in continuità con il DEF 2014, nella consapevolezza che l’economia la si imposta e la si modifica in un orizzonte temporale ampio – a meno che non ci si trovi in una situazione emergenziale, caso che non si pone quest’anno. E va letto nella prospettiva del triennio 2016-2018, impostato su tre linee d’azione:

  1. responsabilità di bilancio (riduzione progressiva del deficit, fondamentale per un paese ad alto debito come l’Italia)
  2. stimolo alla crescita attraverso la riduzione delle tasse
  3. riforme strutturali per migliorare in modo permanente la competitività del Paese e creare così le condizioni per una crescita a ritmo più elevato e sostenibile nel lungo periodo

#prideandprejudice Perché e nata, come funziona, quali sono le difficoltà

Martedì scorso dal Ministero dell’Economia e delle Finanze abbiamo lanciato una campagna alla quale abbiamo dato nome pride and prejudice (con l’hashtag #prideandprejudice).

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Contro il pregiudizio che impera all’estero nei confronti dell’Italia, e per suscitare un po’ di sano orgoglio nazionale, abbiamo programmato la pubblicazione quotidiana da martedì a domenica di un dato economico utile a rappresentare una Italia diversa da quella che viene normalmente raccontata dai media, soprattutto internazionali. Sei dati per spiegare che l’Italia sa tenere i conti in ordine attraverso una lunga serie storica di bilanci chiusi con avanzo primario, che negli ultimi anni è riuscita a rispettare la soglia del 3% nel rapporto tra deficit nominale e PIL, e quindi che ha contenuto la crescita del debito pubblico molto più di altri paesi, tanto da vedersi riconoscere dalla Commissione europea il più basso grado di rischio per le finanze pubbliche, che ha aiutato a salvare altri paesi europei in crisi versando 60 miliardi di euro ai fondi “salva-stati” e infine che dispone di un sistema bancario solido per il quale sono stati forniti aiuti in misura quasi inesistente rispetto alla Germania o al Regno Unito.

Ogni giorno pubblichiamo su Twitter (dal profilo istituzionale @MEF_GOV) una infografica che sintetizza i dati in modo facilmente leggibile. Associamo il link alla pagina del sito in cui pubblichiamo l’infografica accompagnata da una spiegazione. E in una sezione del sito pubblichiamo via via tutti i dati giornalieri, in qualche caso anche con approfondimenti, in modo che sia possibile rintracciarli tutti insieme.

E’ un’operazione controversa, perché ogni dato economico deve essere letto e interpretato in un contesto che aiuti a valutarne la portata. E anche in un contesto adeguato le implicazioni non sono scontate, e le conclusioni che ne traggono gli economisti non sono univoche.

Per esempio: noi pubblichiamo la serie dei saldi primari di bilancio (cioè la differenza tra entrate e uscite al netto del pagamento degli interessi sul debito pubblico) dal 1995 al 2014. Lo facciamo per dimostrare che l’Italia è l’unica delle grandi economie europee a poter vantare una serie di 20 anni di saldi positivi, ovvero di avanzo primario (con la sola eccezione del 2009). Riteniamo che sia utile per ricordare che sappiamo tenere i conti sotto controllo (non spendiamo più ricchezza di quella che produciamo) e che il debito pubblico lievita a causa degli interessi e della bassa crescita economica piuttosto che per un azzardo morale. Altri usano questo dato a sostegno della propria tesi secondo cui le politiche di avanzo andrebbero riviste, con deficit più ampi per poter disporre di risorse da utilizzare – per esempio – per investimenti.

Non parliamo poi del fatto di usare Twitter: per alcuni un sacrilegio, per noi un modo per disseminare queste informazioni tra un pubblico curioso, informato o professionalmente coinvolto.
L’evidenza che abbiamo dopo pochi giorni di questo primo flight di campagna è che di dati positivi c’è bisogno per rinforzare un clima di fiducia indispensabile all’economia: persone di estrazione sociale e interessi diversi le rilanciano e le salutano a volte con entusiasmo. 

Le prestazioni psicologiche di una comunità hanno conseguenza reali sui duri numeri dell’economia, ha spiegato Keynes. La sfida è di fare informazione positiva senza strumentalizzare i dati né piegarli ai propri fini.

La comunicazione istituzionale: retorica o leva per l’attuazione delle politiche?

Le politiche pubbliche si rivolgono ai cittadini e hanno successo soltanto se li coinvolgono. Nell’azione pubblica, quindi, la comunicazione è una leva dell’attuazione delle politiche, così come nel settore privato è una delle leve del marketing mix. La prima decisione nell’organizzare la comunicazione di ua istituzione è quindi la scelta se attribuire alla struttura di comunicazione una funzione esclusivamente retorica o la capacità di contribuire ad attuare le politiche.

Il regolare monitoraggio pubblico dello stato di avanzamento delle politiche (iter amministrativo, realizzazione degli interventi), per esempio, promuove un’adeguata pressione dell’opinione pubblica su tutti i soggetti responsabili dell’attuazione.