Fake news? Ma quali hacker stranieri…

La vittoria della Brexit, la campagna di Trump contro Hillary Clinton, gli accessi alle mail di Macron per favorire una vittoria di Marine Le Pen. Tre casi di consultazione elettorale per i quali si è evocato il rischio di manipolazione dell’opinione pubblica anche per mano di “potenze straniere”. L’arma di manipolazione di massa sarebbero le vituperate fake news prodotte grazie al lavoro di hacker e di specialisti della propagazione di notizie false in Internet.

Ma siamo sicuri che il nemico della democrazia occidentale sia oltre il confine di quella che per anni è stata la cortina di ferro? In molti casi non sembra necessario ricorrere al “nemico esterno” per spiegare la diffusione di notizie false e la manipolazione della percezione da parte di frange più o meno ampie dell’opinione pubblica. Esistono evidenze dell’intreccio di mezzi di informazione tradizionali, siti di pseudo-informazione, social media, politica. Proviamo qui a raccontarne una.

Martedì 17 ottobre il Ministro dell’economia e delle finanze Pier Carlo Padoan ha illustrato i principi generali del disegno di legge di bilancio per il 2018 a Radio Anch’io, storica trasmissione di RadioUno Rai. Un ascoltatore ha posto una domanda sulle pensioni: in particolare sulla possibilità di interrompere l’adeguamento automatico dell’età di accesso alla pensione all’aspettativa di vita della popolazione. Il ministro ha risposto che il meccanismo di adeguamento serve a tenere in equilibrio i conti della previdenza sociale nella prospettiva che la vita media si allunghi.

Le agenzie di stampa riportano la risposta fedelmente, con sfumature leggermente diverse. L’Ansa (ore 8:56): “’C’è una legge concordata in sede Ue che tiene conto dell’allungamento delle aspettative di età’, ma ci sono anche ‘molti meccanismi introdotti per affrontare la questione, come per i lavoratori usuranti che hanno diritto ad andare in pensione prima’”. La Presse (ore 9:06): “’E’ una legge concordata in sede europea che tiene conto dell’aspettativa di vita, un meccanismo che ha a che fare con la demografia’. Secondo il ministro ‘il nostro sistema è uno dei più equi d’Europa e l’equità e l’inclusione sono rafforzati. Abbiamo messo risorse per una crescita inclusiva, per vaste e crescenti zone della popolazione’”. Italpress (ore 9:16): “’Per quanto riguarda l’età pensionabile, è una legge concordata in sede europea che tiene conto dell’allungamento dell’aspettativa di età’”. ADNKronos (ore 9:36): “E’ una legge già applicata, concordata in sede Ue, che ha a che fare con l’aspettativa di vita e la demografia’”. Chiaro, no?

Ebbene, ecco il titolo di apertura di Libero il giorno dopo:

“Gli italiani non muoiono mai”

tra virgolette (che dovrebbero indicare la riproduzione letterale di quanto pronunciato) e preceduto dall’occhiello “Il disappunto di Padoan”.

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Nell’editoriale che scaturisce direttamente dal titolo di apertura, in prima pagina, il direttore Vittorio Feltri scrive “il ministro dell’economia ne ha sparata una clamorosa a proposito della longevità dei nostri pensionati. Ha detto di loro: ‘muoiono troppo tardi e ciò incide negativamente sui conti dell’Inps’”. Ancora una volta con l’uso delle virgolette, che per convenzione dovrebbero essere utilizzate per riportare un discorso diretto, in modo letterale e fedele a quanto pronunciato dalla persona chiamata in causa.

Invece siamo davanti alla manipolazione. Come altrimenti vogliamo giustificare questa operazione “giornalistica”? Esigenza di sintesi? Efficacia della titolazione? Ispirazione futurista?

Il sito ilpopulista.it (che si definisce “Audace, istintivo, fuori controllo” e invita i lettori a scrivere per la testata con l’incitazione “libera la bestia che c’è in te”) riporta la pseudo-notizia di Libero trasformandola in un dato di fatto, e titola così: “Il rammarico di Padoan: gli italiani non crepano più”. Sottotitolo: “Incredibile gaffe del ministro. I pensionati? ‘Muoiono troppo tardi e ciò incide negativamente sui conti dell’Inps’”. Sul profilo Facebook della testata il titolo sotto la fotografia del ministro è “Il ministro Padoan svela il problema dell’INPS: ‘Gli italiani muoiono troppo tardi’” (ancora le virgolette). Da notare che il condirettore della testata è l’on. Matteo Salvini, segretario della Lega Nord.

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Il sito newnotizie.it (più di 750mila like su Facebook e registrazione della testata presso il Tribunale di Roma) non vuole essere da meno: “Padoan choc: ‘I pensionati muoiono troppo tardi, influisce negativamente sui conti dell’INPS’”. Lineapress.it, che nella sua pagina Facebook si definisce “Agenzia media/stampa” ed è una testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Napoli: “Il ministro Padoan svela il problema dell’INPS: ‘Gli Italiani muoiono troppo tardi’”. Adessobasta.org (replica o una affiliazione italiana dell’americano conservativepost.com con sede a Dallas, in Texas, la cui missione dichiarata sarebbe “diffondere la libertà di informazione”): “Padoan è triste: gli italiani crepano troppo tardi. La mega gaffe del ministro”. L’originale piovegovernoladro.info apre con una variante: “Il rammarico di Padoan: ‘Gli italiani crepano troppo tardi’”.

Gli “articoli” sono tutti simili eppure molti di questi siti sono registrati come testate giornalistiche. Lo è anche tecnicadellascuola.it che sembra essere un portale di settore e dichiara di essere anche accreditato presso il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca. L’accuratezza nella verifica delle fonti non sembra essere però all’altezza della prosopopea con cui si accredita presso studenti e genitori e il titolo del suo post è analogo a quello degli altri siti: “Padoan choc: gli italiani muoiono troppo tardi, Inps in crisi. Ministro chieda scusa!”. Superficialità o scelta di campo?

Ciò che va preso seriamente in considerazione è che insieme ad app, profili Facebook, Twitter e Instagram, questi siti costituiscono un ecosistema capace di amplificare una stessa “notizia” fino a raggiungere milioni di persone, tra le quali magari molte che non hanno l’abitudine di informarsi tramite media professionali. La frase imputata, che viene chiamata “gaffe” ma che non è mai stata pronunciata, si propaga nella rete e raggiunge persone nella coscienza delle quali si sedimenterà l’idea del ministro gaffeur. Idea che li porterà a commentare con violenza, come dimostra la bacheca Facebook di una delle testate citate.

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Peraltro le persone che si informano pressoché esclusivamente in rete hanno una scarsa propensione a discriminare le fonti di informazione, e i contenuti in cui “inciampano” sono proposti automaticamente dai motori di ricerca, anche sulla base di inserzioni a pagamento che profila target omogenei. In questo modo una rete di siti tra loro collegati ex-ante (per ragioni politiche o sulla base di strutture giuridiche) ovvero ex-post (perché puntano allo stesso target e propagano gli stessi contenuti, come nell’esempio proposto qui) propala presso un certo pubblico sempre lo stesso tipo di notizie. Queste persone quindi si troveranno a leggere informazione sempre più omogenea. Se poi questa informazione è basata su notizie false, queste persone saranno inevitabilmente vittime inerti di un meccanismo di manipolazione senza precedenti.

Nel frattempo l’ecosistema mediatico propaga la bufala senza farsi alcuno scrupolo di verificarla. Dal circuito dell’informazione travasa in quello dell’intrattenimento (ma – attenzione – i due generi sono sempre più sovrapposti: da Striscia la Notizia a Le Iene l’intrattenimento “informa” sempre di più, mentre i talk show condotti da giornalisti contengono sempre più intrattenimento) e Maurizio Crozza nel suo show del venerdì sera usa il titolo di Libero (senza citarne la fonte) ovviamente tra virgolette, accreditando ulteriormente l’idea che Padoan abbia effettivamente pronunciato parole che non hai mai usato.

E se tutto nasce non nel dark web ma dalla prestigiosa carta stampata, alla carta stampata ritorna. Infatti dopo il giro tra web e TV ecco che la “notizia” torna su un quotidiano: Marco Travaglio nella sua rubrica del lunedì (“Ma mi faccia il piacere”) cita il titolo di Libero come fosse un dato di realtà. Possibile che né Crozza né Travaglio si siano chiesti perché quel titolo sia comparso su una testata soltanto? Possibile che non abbiano controllato le agenzie? Possibile che non si pongano il problema della veridicità di un titolo, alla luce di ciò che qualsiasi osservatore della comunicazione sa, ben spiegato da Luca Sofri (“Notizie che non lo erano”)?

“…sono soprattutto i titoli degli articoli a influenzare la nostra percezione del loro contenuto e ciò che ne conserviamo. […] in un sistema in cui il tasso di inaccuratezza dei titoli è molto superiore a quello già alto degli articoli, questo significa che ciò che conserviamo in termini di conoscenza della realtà e degli eventi accaduti è una grandissima quota di informazioni false.”

Nel frattempo il ministro ha risposto a una persona che via Twitter ha posto una semplice domanda – anziché propagare senza approfondire o spargere odio per partito preso. Ma quanti avranno visto la replica e quanti avranno subito la bufala?

Forse dovremmo smetterla di evocare gli agenti stranieri quando parliamo di fake news e di bufale e riflettere su come l’inquinamento dei pozzi della democrazia stia rendendo imbevibile l’esito di qualsiasi consultazione. In fondo, le grandi dittature del Novecento sono nate con il consenso popolare.
PS: Dato che la maggior parte dei siti qui citati sono di imprese giornalistiche regolarmente registrate, è giusto che il “merito” di questa qualità di informazione venga riconosciuto ai direttori responsabili:

  • Libero – Vittorio Feltri
  • ilpopulista.it – Alessandro Morelli (condirettore Matteo Salvini)
  • newnotizie.it – Rocco Di Vincenzo
  • tecnicadellascuola.it – Alessandro Giuliani
  • L’audio integrale dell’intervista del ministro Padoan è qui.
  • L’attendibilità del Conservative Post è analizzata dal sito Media Bias Fact Check qui dal minuto 20.
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@fabriziobarca sulla stampa del sabato, dal sarcasmo al #catoblepismo

È divertente la rassegna degli articoli comparsi sulla stampa oggi a proposito della memoria politica di Fabrizio Barca, Un partito nuovo per un buon governo. So che arriva un po’ tardi ma pazienza, chi volesse può trovare la maggior parte dei contributi online.

Partiamo dai quotidiani “di partito”, come si sarebbe detto un tempo. Europa pubblica, nell’ordine, un editoriale dedicato al “fenomeno Barca” (lucidissimo Stefano Menichini), un commento di Antonio Funiciello (“Con Barca si tornerà a parlare di politica?”), due interviste – abbinate – a Carmine Donzelli (l’editore di Barca) e a Nicola Rossi (economista). Sul sito del quotidiano ci sono un’intera sezione dedicata a Fabrizio Barca e una dedicata a Matteo Renzi. Il direttore nel suo editoriale parla infatti anche di Renzi e alla fine dice:

Tra i due c’è uno scarto di tempo. Il sindaco è pronto: la sua partita per la leadership si gioca tra oggi e domani. Al ministro toccherà, se riuscirà, dopodomani: per la minore notorietà, per la profondità del progetto e per il conseguente obbligo (che riconosce) di dover partire dalla gavetta).

L’altro giornale del PD, l’Unità, ha già dedicato spazio ieri alle anticipazioni del “documento”, quindi oggi si limita a un pezzo titolato con formula dubitativa: “Renzi-Barca, competizione al congresso. O forse no”, di Vladimiro Frulletti, il quale fa notare che proprio nello stesso giorno in cui il ministro apre una discussione – e dopo aver manifestato a Lilli Gruber la propria ambizione a “far parte del gruppo dirigente” del partito – il sindaco manifesta un interessamento alla segreteria del partito. L’estensore dell’articolo cita il renziano Salvatore Vassallo per accreditare l’idea che l’impostazione di Barca sarebbe indigesta al sindaco, ma chiude con le parole del ministro:

“Io contro Renzi? Non è così, anche se a qualcuno farebbe comodo fosse così”.

Al di là del dibattito tra i diretti interessati, giustamente ospitato da chi si rivolge a iscritti, militanti e simpatizzanti del PD, bisogna proprio partire da “Love Boat”, la parodia del Foglio di Giuliano Ferrara. Imperdibile Nove colonne: dopo aver ironizzato sulla stampa italiana che aderirebbe alle tesi del documento di Barca, paragona il ministro ai “vecchi di Potere Operaio. Avevano un’altra piattaforma ma, almeno, scrivevano più chiaro.” Il Fatto Quotidiano titola invece tra entusiasmo e bonaria ironia “Barca, evviva il catoblepismo e la libertà” il pezzo di Giorgio Meletti, che gigioneggia tra caveat e warning, facendo poi una buona sintesi del “documento”. Non è online, ma c’è quello di giornata, più critico, di Chiara Paolin.

Repubblica dà spazio alle idee di Barca con una intervista di Sebastiano Messina (sintesi del titolista: “Non punto a fare il segretario. Renzi ha le carte per la premiership”). Domanda-chiave, secondo me:

“Lei non sembra attratto da Palazzo Chigi. Perché?”. Risposta di Barca: “Governare è stata un’avventura straordinaria. Ho scoperto che Nenni si sbagliava: la stanza dei bottoni c’è davvero. Ma sono andato a sbattere contro l’assenza dei partiti. E allora mi appassiona la sfida di provare a cambiare il luogo dove si forma la volontà democratica: i partiti, appunto”.

Interessante il Corriere della Sera, macchina d’opinione sempre assai ardua da decifrare. Monica Guerzoni fa buon uso di Twitter, dove intercetta la consapevolezza di Barca che gli applausi che hanno accolto il suo documento lasceranno il posto a molti schiaffoni. “Passati applausi e schiaffoni si comincerà a ragionare, forse” cita l’autrice da un tweet del ministro. Il meglio però è nel commento in cui Pierluigi Battista – e non il censore ufficiale della sinistra da via Solferino, Antonio Polito – fa l’equilibrista: è tentato (si, è tentato) di diffondere ironia a piene mani per il lessico del ministro. Ma non si fida: l’intellettuale pragmatico Barca potrebbe essere come il filoso Cacciari, che scrive difficile ma parla facile quando si tratta di competere per il consenso. Battista parte dall’assunto “implicito” che “il fatato mondo di Twitter” con i suoi entusiasmi costituisca una distorsione che ingannerebbe l’intellettuale di sinistra Barca. Il pezzo è un catalogo delle ricercate espressioni di Barca, tutte accuratamente virgolettate (il mitologico catoblepismo, ovviamente, poi forma partito, partito palestra, élite estrattiva, addendum, telaio sociale, sperimentalismo democratico, procedura deliberativa, mobilitazione cognitiva, monitoraggio in itinere, disintermediazione) ma l’autore teme molto – al punto da escluderlo esplicitamente – che il suo contributo passi per “vieto anti intellettualismo”, quindi lascia cadere la possibilità (remota) che queste parole possano “rappresentare nuove mete per un partito frastornato”, prima della chiosa sarcastica sul bisogno di mobilitazione “morale, ma anche cognitiva”.

PS: nel post-scriptum (oddìo ma si può usare un’abbreviazione latina sul Corriere?), Battista spiega che “catoblepismo” deriva da catoblepa, animale mitologico citato dal banchiere ed economista Raffaele Mattioli, descritto come quadrupede africano con il capo pesante sempre abbassato verso terra. Beh, da oggi, di catoblepismo c’è una definizione in Wikipedia. Utile anche per scoprire che Fabrizio Barca lo ha adottato per definire la degenerazione dei rapporti tra partiti politici e Stato, analogamente alla degenerazione del rapporto che Mattioli attribuiva a banche e imprese. In entrambi i casi una simbiosi degenerata in “fratellanza siamese”.