comunicazione è relazione

il blog di Roberto Basso sulla comunicazione di pubblica utilità e varia umanità

Tra Berlusconismo e Antiberlusconismo

polito

Antonio Polito

Sul Riformista di oggi Antonio Polito passa in rassegna il quindicennio che Silvio Berlusconi aprì con il famoso “discorso della calza”, in cui annunciava una rivoluzione liberale (“con tutto quello che si portava appresso, la cultura del fare, la critica dei politici di professioni, gli imprenditori che si occupano della cosa pubblica”).

Berlusconismo e Antiberlusconismo sono due degli ingredienti del mix micidiale di prassi politiche contemporanee che hanno impedito di avviare quella rivoluzione liberale e riformista di cui tutti sentono un gran bisogno, salvo frenare quando il cambiamento entra nel proprio backyard.

Tra Berlusconismo e Antiberlusconismo ci sono gli italiani: che non sono migliori della loro classe dirigente (non solo politica) altrimenti ne selezionerebbero una diversa. Per ora stanno dimostrando di essere disposti a rinunciare a controllo e partecipazione in cambio di decisioni e azioni: per recuperare un po’ di quel deficit operativo accumulato in anni durante i quali il potere è stato spartito ma usato mai (per esempio per quelle infrastrutture e servizi che hanno reso unici gli anni Cinquanta e Sessanta).

Archiviato in:Uncategorized, , , , ,

Ha ragione Caldarola

Condivido il pensiero di fondo che Peppino Caldarola esprime nell’editoriale del Riformista di oggi. Il nodo della questione morale sta nell’agire in vista di uno scopo, e non possono più essere ammessi scopi latenti che non coincidono con lo scopo manifesto dell’amministrazione pubblica: servizi all’individuo e alla crescita sociale.

Archiviato in:Uncategorized, , ,

Il voto disgiunto degli elettori pragmatici

Da LibMagazine di questa settimana, in buona parte dedicato alle elezioni americane, dove potete trovare le interviste ai corrispondenti del Sole 24 Ore e del Messaggero, le rubriche di Michael Mazzei e Nicola Scardi, la vignetta di Ciro Monacella e molto altro.

Ugo Sposetti, che gestiva i cordoni della borsa nei Democratici di Sinistra prima che questi confluissero nel Partito Democratico, sul Riformista di sabato scorso si dice preoccupato da “questo riformismo che ha come retropensiero l’atteggiamento pernicioso e snob per cui il popolo sia da educare, da formare”. Preoccupazione sacrosanta se viene dalla memoria delle tentazioni pedagogiche del socialismo reale.

Ma quella memoria non dovrebbe far dimenticare la distinzione tra un autista e una guida: il primo non ha alcuna responsabilità sul traguardo e sulla strada da fare per arrivarci; il secondo ne assume sia sul traguardo che sul percorso. Insomma, c’è differenza tra “comprendere l’orientamento” e “orientare la comprensione”, come dice Remo Bassetti nel geniale Contro il target (Bollati Boringhieri). In altre parole: in politica ci si può limitare a promettere al proprio target quello che già vuole? “Fare politica” non dovrebbe comportare un ruolo attivo nella società per orientarne la sensibilità e la direzione del cambiamento? I grandi partiti di massa non hanno forse contribuito a fare progredire il Paese promuovendo maggiore consapevolezza sociale e culturale in modo trasversale a tutte le classi?

Si può cercare un equilibrio vincente tra promesse “popolari” (quello che le imprese chiamano marketing) alla competizione elettorale e la promozione di uno specifico modello (quello che le stesse imprese chiamano consumer education), un modello sociale capace di offrire maggiore benessere a una quota crescente della popolazione. Come? Una risposta può venire dal basso, dal territorio, là dove le istanze più o meno astratte corrisposte dalle promesse dei leader nazionali si incrociano con bisogni concreti e proposte pragmatiche di leader locali dotati di credibilità.

Infatti, se le analisi dei flussi elettorali per le politiche tracciano un quadro senza sfumature con elettori praticamente bloccati su uno dei due poli e pochissimi cambiamenti di fronte (secondo i dati presentati da Carlo Buttaroni di GPF in Nel labirinto elettorale pubblicato da M&B, per esempio, su 100 voti per il PDL nella scorsa primavera, soltanto 7 vengono da elettori che nel 2006 avevano votato per la coalizione ulivista; meno di 5 voti su 100 hanno fatto il percorso inverso. Secondo le stime di Paolo Natale in Senza più Sinistra, ed. Il Sole 24 Ore, “chi passa da un partito di centro-sinistra a uno di centro-destra o viceversa rappresenta una quota intorno al 3-4% del corpo elettorale”), le elezioni comunali raccontano una realtà diversa.

Così mentre nella Roma del “modello Bettini” il candidato del PD Francesco Rutelli perdeva la corsa per il Comune a dispetto della maggioranza conquistata dal compagno di partito Nicola Zingaretti alla Provincia, l’imprenditore di sinistra Fausto Servadio diventava sindaco di Velletri per il PD nonostante due terzi degli elettori della sua città votassero PDL alle politiche. Voto disgiunto, che gli italiani praticano con disinvoltura.

Chissà che per una volta i protagonisti del PD non mettano da parte la passione per la palla di vetro dei sondaggi e si mettano a ragionare sui dati elettorali, magari leggendoseli Comune per Comune: c’è un sacco di cose da imparare ripartendo dal basso.

Archiviato in:Uncategorized, , , , , , , , , , , ,

Efficienza, competenze e federalismo fiscale

Oggi segnalo un dibattito sull’efficienza dei Comuni italiani e gli scenari che si aprirebbero con il federalismo fiscale, a pagina 2 del Riformista, con gli interventi di due parlamentari del Pdl, l’ex sindaco di Lecce Adriana Poli Bortone (alla quale è succeduto un giovane imprenditore) e Giorgio Stracquadanico.

La domanda di fondo è in quale forma il federalismo fiscale sarebbe più adatto a perseguire l’efficienza piuttosto che a promuoverla.

Ci sono Comuni che per rispettare il Patto di stabilità hanno incrementato le imposte locali, altri che invece hanno ridotto i costi, qualcuno ha fatto entrambe le cose e c’è anche chi ha ridotto sia i costi che le imposte, trasferendo il beneficio dell’efficienza anche alle tasche dei cittadini. I due commentatori mettono l’accento sul rischio che l’autonomia impositiva spinga alcuni sindaci a compensare l’inefficienza con l’incremento delle tasse locali.

Il tema dell’efficienza, quindi ritorna, e con quello l’esigenza di disporre di competenze e visioni adeguate per conseguirla, senza tagliare i servizi ma intervenendo sui costi di struttura e funzionamento.

Archiviato in:Uncategorized, , , , , , ,

"C'era una volta la distinzione netta tra destra e sinistra"

Così Peppino Caldarola alias mambo comincia la sua rubrica sul Riformista di mercoledì scorso. Anche in vacanza trova conferme della rinuncia degli italiani a identificarsi in modo aprioristico con uno dei due settori del tradizionale continuum dello spazio politico. È la configurazione più recente di un trend di lungo periodo: Renato Mannheimer scrive che alle ultime consultazioni elettorali soltanto il 40% dei voti era predeterminato per ragioni identitarie (convinzioni ideologiche, tradizioni e culture politiche “ereditarie”) e che un quinto degli elettori ha deciso a chi dare il proprio voto nell’ultima settimana (per la precisione, l’8% del totale direttamente nella cabina elettorale). Mambo conclude che “un partito che sa cosa fare, e si fa capire, può prendere voti dappertutto.”

Già scritto, un minimo sindacale di buon governo e ci accontentiamo. Ce lo insegnano le esperienze dei piccoli comuni, dove l’appartenenza del sindaco a un partito è addirittura, spesso, un ostacolo al suo rapporto con i concittadini, e l’efficienza attribuita a un imprenditore è un vantaggio sicuro.

Archiviato in:Uncategorized, , , , , ,

robertobasso@twitter

Segui assieme ad altri 3.922 follower