Una su cinque

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Nella cabina di regia delle imprese italiane un incarico ogni cinque è ricoperto da una donna (dati Unioncamere 2007). Tra gli 8.101 sindaci italiani, l’incidenza delle donne si dimezza: soltanto una su dieci. Tra i sindaci-imprenditori, più di 300, la presenza femminile è ancora più risicata: meno del 7%.

Insomma, l’emancipazione femminile passa più per il lavoro, in proprio possibilmente, che per la politica. Secondo l’Organizzazione Internazionale del lavoro, nel mondo sono occupate 1,2 miliardi di donne contro 1,8 miliardi di uomini, un quinto in più rispetto a dieci anni fa. Nonostante ciò, la politica italiana è un posto a forte prevalenza maschile.

L’on. Berlusconi, in conclusione al congresso fondativo del Partito delle Libertà, annuncia di voler puntare sulle donne “largamente sottorappresentate”. È lecito nutrire qualche dubbio, visto che nell’attuale Governo gli incarichi alle donne sono in numero inferiore a quello precedente. Ma soprattutto preoccupa la “rappresentazione” data delle donne nei discorsi del “capo”, nei gesti più spontanei e sinceri: relegate a una funzione decorativa, elogiate per il talento estetico, raramente altre doti sono attese dalle donne.

Tra poche settimane si rinnoveranno più di 4000 consigli comunali: soprattutto nei centri più piccoli, dove il richiamo del simbolo dei partiti esercita un’attrazione minore, gli elettori dovrebbero prestare attenzione alla composizione delle liste, all’ipotesi di giunta dei candidati sindaci, per valutare e premiare la presenza di candidate. Diversi analisti sostengono che le imprese guidate da donne ottengono risultati migliori. Potrebbe essere così anche nei comuni. Un sindaco donna su cinque è un obiettivo ambizioso, ma bisogna pur cominciare.

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Size matters…

I 304 comuni amministrati da imprenditori-sindaci sono per lo più piccoli, ma se ne contano 45 superiori a 15mila abitanti, 13 con più di 30mila, e 5 oltre 50mila. Il focus di “Sindaci SpA” non è sulle aree metropolitane: troppo importanti politicamente perché il ceto politico possa abdicare, salvo cooptare l’imprenditore di fama per supplire alla propria inadeguatezza. Ciò non toglie che se avessimo scoperto che questo plotone di sindaci-imprenditori si occupa per lo più di comunità popolate da poche migliaia di cittadini, beh, avremmo dovuto radicalmente rivedere le tesi che animano il lavoro di ricerca. Questa distribuzione, invece, conferma che il fenomeno ha una sua rilevanza, e va analizzato in profondità.

L’altro aspetto interessante, delle dimensioni, riguarda la tipologia di “impresa” guidata dal sindaco: titolari di pubblici esercizi? Potremmo immaginarne tanti, tra le piccole municipalità d’Italia. Solo 10 su 304, invece.

Ma chi ve lo fa fare?

Ovvero: hai un’azienda che va bene (che se va male non è facendo il sindaco che la risani, e soprattutto le stai appiccicato per trovare il modo di farla riprendere), hai costruito la tua soddisfacente notorietà (nella tua comunità e anche molto oltre), tempo libero non ne hai granché, perché quasi sicuramente l’azienda non l’hai ereditata, piuttosto l’hai tirata su da solo. Ma allora che cosa accade perché a un certo punto decidi di dedicarle meno tempo e invece ne dedichi – e tanto – alla tua città? Scrive Weber che né l’operaio, né – si badi bene – l’imprenditore sono disponibili a vivere per la politica, perché privi di rendita e quindi impossibilitati a fare politica in assenza di una remunerazione specifica. Ora, bisogna considerare che Weber diceva queste cose nel gennaio del 1919 e sebbene il modello logico del suo ragionamento tenga – ai miei occhi almeno – benissimo, vale la pena aggiornarlo nelle sue possibilità di lettura della contemporaneità. Conosco personalmente imprenditori che hanno deciso di dedicare una fetta della propria esistenza (qualche mese o qualche anno) alla propria comunità nella logica del civil servant, senza alcun compenso. Proprio grazie al fatto che l’impresa genera un reddito anche in assenza, o con una presenza ridotta, dell’imprenditore. Certo, perché ciò possa avvenire sono necessarie alcune condizioni: l’impresa deve essere stabile, o in una fase di crescita sostenibile, e affidata a soci o manager che possano limitare le conseguenze negative dell’assenza dell’imprenditore.

Ma allora siamo autorizzati a pensare che nel nostro Paese, affetto da una evidente propensione del ceto politico all’occupazione in pianta stabile di ogni spazio pubblico a proprio diretto beneficio, ci sono anche individui che fanno politica nell’interesse comune?

Dall'impresa alla cosa pubblica

In Italia ci sono più di 8000 comuni, guidati da sindaci scelti per elezione diretta. Fanno eccezione 16 commissari nominati dal Governo. Di questo esercito di sindaci, più di trecento sono imprenditori prestati alla gestione della cosa pubblica. Venti le donne, meno del 7%. Come lavorano questi sindaci-imprenditori? Quale contributo hanno dato alle comunità che li hanno scelti? Sono di destra, di sinistra o post-ideologici? Ci hanno perso o ci hanno guadagnato? Esistono analogie tra la gestione d’impresa e l’amministrazione pubblica? Clienti e cittadini sono in qualche misura assimilabili? La leadership di un amministratore eletto dai cittadini e quella dell’imprenditore che ha scelto i propri dipendenti hanno natura così diversa?