comunicazione è relazione

il blog di Roberto Basso sulla comunicazione di pubblica utilità e varia umanità

La sconfitta

Ha ragione Umberto Ambrosoli: inutile spaccare il pelo in quattro, abbiamo perso. Ma le ragioni della sconfitta vanno individuate. Le ragioni politiche vengono da molto lontano, e parlarne significa esprimere opinioni senza il supporto di evidenze sufficienti. Le ragioni tecniche possono essere invece identificate più facilmente.

La prima ragione è il tempo: 3-4 settimane per proporre la candidatura alle primarie; altre 8 settimane per arrivare alle elezioni. Troppo poco. Giuliano Pisapia cominciò a lavorare per le comunali di Milano, che si tennero a inizio maggio 2011, dal luglio del 2010: quasi un anno per battere – quartiere per quartiere – una città.

La seconda ragione è legata alle risorse economiche: insufficienti. Con poco tempo a disposizione, un budget robusto avrebbe potuto aiutare a recuperare il divario di notorietà. Le affissioni negli spazi commerciali finché la legge lo consente e poi le plance elettorali avrebbero fatto conoscere il volto e il nome del candidato a quegli elettori meno attenti all’informazione, a quelli che non leggono i giornali e guardano poco o con minore attenzione i telegiornali e le trasmissioni televisive di informazione politica.

La terza ragione riguarda i contenuti e gli stili della comunicazione. Ambrosoli ha potuto, con il supporto di decine di esperti e accademici, sviluppare un progetto di governo – non un programma elettorale, proprio un piano di impegni per governare la Regione – che aveva due focus: il lavoro e la riduzione dei costi della politica. In termini più precisi: l’impegno a sostenere attivamente le imprese e lo sviluppo economico in modo da creare 300mila posti di lavoro (facendo così salire l’occupazione dal 65 al 70%, con un forte incremente dell’occupazione femminile), e l’abbattimento dei compensi a consiglieri assessori e presidente della Giunta (un orientamento accompagnato da un più ampio impegno a garantire comportamenti irreprensibili). Una buona sintesi, una sintesi realistica, concreta. Certo con quel requisito di “realizzabilità” che caratterizza gli impegni che i leader intellettualmente onesti accettano di dichiarare come “concessione” alla esigenza di sintesi che la comunicazione di massa impone.

Dall’altra parte, il “combinato disposto” della promessa di Maroni di trattenere in Lombardia il 75% delle tasse e quella di Berlusconi di restituire l’IMU hanno fatto presa. Non sappiamo se siano credibili (Maroni probabilmente tra qualche mese spiegherà che “è colpa di Roma” se non può ottenere quello che ha promesso in campagna elettorale, mentre Berlusconi non avrà la responsabilità del Governo e quindi non dovrà giustificare la mancata restituzione dell’IMU) ma sicuramente sono efficaci. Come tutte le favole. E hanno premiato Maroni nelle aree più periferiche della Regione, dove è maturata la sua vittoria.

Infatti il dato che emerge con maggiore forza da una prima occhiata all’andamento del voto è la divaricazione tra grandi centri urbani e aree rurali e montane: Ambrosoli ha prevalso in 11 capoluoghi di provincia su 12, insomma tutti tranne Varese, la città del leader leghista. Con uno scarto che va dal punto di Como ai 14 di Milano fino ai 20 di Mantova. Eppure non è bastato.

Attenzione, però: non si tratta di distinguere tra cultura “alta” e cultura “bassa”. Non basta evocare la differenza nei tassi di lettura dei giornali tra centri urbani e provincia. Si tratta di distinguere tra modelli cognitivi, tra modi di organizzare la propria percezione della realtà. Modi diversi che definiscono diversamente il perimetro della realtà stessa. Tra i ceti urbani è più elevata la disponibilità a considerare rilevanti questioni dalle quali non si è toccati direttamente e concretamente. Se a Milano ci si chiede come sia possibile che dopo gli scandali nella sanità e la penetrazione della ‘ndrangheta sia stata premiata un’offerta politica di continuità con l’amministrazione uscente di Formigoni, a Moniga del Garda si limitano a constatare che quando chiamano il CUP per prenotare una visita specialistica in ospedale l’appuntamento viene fissato in modo efficiente e in tempi ragionevoli. E quando sentono parlare di ‘ndrangheta pensano alla Calabria e a uomini tozzi con la coppola in testa che in piazza San Martino non hanno mai visto.

In altre parole non si sentono toccati e investiti dall’allarme sulle questioni etiche, che sembrano poter avere un impatto sulla propria realtà e sulla propria esperienza quotidiana solo marginale e comunque indiretto. Mentre la restituzione dell’IMU, una riduzione delle imposte, la cancellazione del bollo auto hanno un impatto diretto sul proprio portafoglio.

Insomma a fare la differenza, in Lombardia, potrebbe essere stato quel voto d’opinione che potremmo definire “pragmatico”, “di interesse” o “utilitaristico”. Insieme alla stima per la figura personale di Roberto Maroni e ad una parte di voto irriducibilmente identitario (leghista e berlusconiano), avrebbe contribuito a superare il voto per Ambrosoli. Che a sua volta ha goduto, oltre al voto identitario della base PD, di un voto d’opinione che potremmo chiamare “valoriale” o “consapevole” (degli effetti indiretti delle storture collusive delle precedenti amministrazioni).

forteperchelibero

La conclusione non assolve nessuno, ma punta il dito su un dato dal quale non si può prescindere: chiunque si occupi di comunicazione di massa sa che il successo di una proposta è saldamente legato alla notorietà. E’ la notorietà il requisito fondamentale per conquistare il consenso. Quando Umberto Ambrosoli ha cominciato questa avventura politica aveva una notorietà pari a un terzo di quella di Maroni. Ha recuperato tantissimo. Ma non ha avuto tempo sufficiente per il sorpasso. E’ una lezione per un’intera classe dirigente: il consenso non si costruisce in 8 settimane. E’ bene che si cominci domattina a lavorare per il prossimo giro.

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#Lombardia: le campagne elettorali si fanno per sovvertire le previsioni

Riflettendo sugli scenari politici in Lombardia un anno fa (prima della passate amministrative e dello scandalo sul Trota e the family che ha interessato la Lega, per intenderci) pensavo che una candidatura di Roberto Maroni sarebbe stata molto probabilmente vincente.
La scelta del Centrosinistra di fare lo sherpa, il portatore d’acqua per un candidato esterno al partito (anzi, estraneo alla politica istituzionale come Ambrosoli) e capace di portare con sé il consenso di elettori esterni al perimetro elettorale tradizionale del centrosinistra è stata una scelta giusta e coraggiosa. È una strada che avevo indicato sul quotidiano Europa nell’estate del 2011, dopo la vittoria di Pisapia a Milano.
Il crollo dei consensi per l’accoppiata PDL-Lega – da attribuire sia all’inaffidabilità etica mostrata da questi partiti sia all’incapacità di mantenere le promesse – non basterebbe infatti a PD e SEL per vincere le elezioni. Il bacino elettorale di queste formazioni non supera il 30-34%.
Umberto Ambrosoli può intercettare il voto di elettori in uscita da UDC, FLI, PDL e Lega. Voti diretti verso l’astensionismo o la protesta, destinati ad arricchire il bottino elettorale di Grillo (mentre Ingroia pesca nel bacino elettorale a sinistra di SEL, nel qualunquismo e nel populismo che prescindono dalle categorie di destra e sinistra), in qualche caso la chiarezza liberale di Giannino (in disgrazia dopo le sciocchezze sul master a Chicago: la vanità fa brutti scherzi).
Personalmente stimo il “valore aggiunto” di Ambrosoli rispetto al quadro nazionale PD-SEL-PSI tra i 4 e gli 8 punti percentuali. E’ una stima che va fatta tenendo conto che la coalizione che sostiene Bersani alle politiche è diversa da quella che sostiene Ambrosoli alle elezioni amministrative lombarde: il Patto civico di centrosinistra include la lista civica Etico che raccoglie l’offerta a sinistra di SEL ma probabilmente anche simpatie tra i partiti di Vendola e di Bersani; l’IDV che alle politiche è confluita in RIvoluzione civile; il Centro Popolare Lombardo, composto da ex UDC che hanno deciso di non seguire l’indicazione ufficiale del partito di sostenere Albertini; e la lista civica Con Ambrosoli presidente. Un quadro reso possibile solo dall’alterità di Ambrosoli rispetto agli esponenti politici “di professione” e quindi intrinseci ai partiti presenti sulla scena.
Le due civiche “centriste” della coalizione potranno prendere tra 6 e 10 punti, certamente valore aggiunto del candidato presidente. Etico sottrarrà qualcosa a SEL e PD (quest’ultimo potrebbe perdere qualche cosa anche a vantaggio delle civiche). Il bilancio complessivo dovrebbe registrare appunto 4-8 punti in più rispetto al risultato di PD-SEL-IDV.
Insomma, il bello della sociologia politica è che gli scenari cambiano. E che le campagne elettorali si fanno per sovvertire le previsioni.

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Riflessioni sulla politica per la destra, la sinistra e il Paese, tra @senatoremonti, @fabriziobarca e @uambrosoli

Nel suo classico Destra e sinistra, Norberto Bobbio [1] concludeva che la distinzione tra i due poli dello spazio ideale della politica riposa sull’importanza attribuita all’uguaglianza. In entrambi i poli del pensiero politico v’è spazio per la libertà ma soltanto una politica egualitaria “è caratterizzata dalla tendenza a rimuovere gli ostacoli che rendono le donne e gli uomini meno uguali” [2]. Gli estremi dello spazio politico, tanto a destra quanto a sinistra, sarebbero caratterizzati dalla comune propensione all’autoritarismo e alla limitazione delle libertà individuali. Al centro-sinistra (Bobbio usava il trattino) vi sarebbero “dottrine e movimenti insieme egualitari e libertari” mentre al centro-destra vi sarebbero “dottrine e movimenti insieme libertari e inegualitari […] che si distinguono dalle destre reazionarie per la loro fedeltà al metodo democratico”.

A vent’anni di distanza da quel 1994 in cui Bobbio sentiva il bisogno di contrastare con il suo saggio la propensione del discorso politico a negare l’utilità della dicotomia destra-sinistra, è tornato di moda nel dibattito pubblico quell’illusionismo populista che ci accompagna dalla crisi della Prima Repubblica, sotto molteplici sembianze: la pretesa prevalenza dell’interesse localistico propagandata dalla Lega Nord alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso; la presunta prevalenza della competenza gestionale vantata da Silvio Berlusconi al momento della sua discesa in campo da imprenditore ormai vent’anni fa; l’illusione di Beppe Grillo, secondo il quale basterebbe scegliere le soluzioni tecniche più adeguate che sicuramente i “suoi” esperti garantirebbero (strano punto di contatto con il “tecnico” Monti); fino alle più recenti intemerate di Ingroia.

Questa tendenza ha una sua spiegazione: il comportamento del personale politico (espressione che mi sembra preferibile alla pretesa dell’esistenza di una “classe politica” perché restituisce concretezza storica ai Belsito e ai Lusi, a Batman e al Trota). Cioè la quotidiana estrazione [3] di privilegi e benefici personali dai beni della collettività ad opera di individui che sono riusciti ad acquisire attraverso i metodi della democrazia formale posizioni di rendita che ovviamente si rifiutano di lasciare. Davanti al dato storico dell’occupazione delle istituzioni da parte di individui per lo più disinteressati al bene comune, i cittadini italiani ritengono di doversi accontentare dell’onestà personale. Insomma, di destra o sinistra purché non si mettano in tasca i soldi della comunità.

Da molti anni la comunità nazionale fa i conti con una casta di privilegiati che difende strenuamente le proprie prerogative, indifferente allo scandalo provocato dai propri comportamenti (che proprio per questo rischiano di cominciare ad essere accettati). Gli interessi incrostati di questa casta, che non si limita al personale politico ma si estende a molti ambiti in cui si manifestano classi dirigenti, sono stati difesi da logge massoniche e da intese implicite tra sodali improvvisati che scoprono di avere vantaggi comuni da tutelare insieme. Inutile illudersi di cambiare da un giorno all’altro: occorre una lunga stagione di ricostruzione civile del Paese, grazie alla quale gli individui, i singoli cittadini italiani riscoprano la bellezza dell’esercizio della propria libertà di scegliere che uomini e che donne vogliono essere. Umberto Ambrosoli scrive a proposito del padre Giorgio: “È stato libero nel senso più completo del termine, quello che include la consapevolezza del proprio ruolo. Non isitituzionale, di commissario liquidatore, ma di uomo, di marito, di padre, di cittadino. Il mondo, in una certa misura, va nella direzione in cui noi vogliamo che vada (anche nella subordinata forma del “permettiamo”). […] Nelle piccole e nelle grandi cose: nell’accettare di non fare o di non pretendere una fattura, di chiedere o non chiedere un permesso che una norma impone. Di rispettare o meno i diritti del nostro prossimo, o per esempio delegando ad altri le scelte che dovrebbero impegnarci. […] E se in qualche momento, che l’abbiamo cercato o no, l’esercizio di questo potere coinvolge non solo la nostra vita personale ma anche i diritti di altri e implica la responsabilità verso altre persone, poche o tante che siano, ecco che stiamo facendo politica [4].

Una dimensione indiscutibile della politica come tutela dei diritti minimi della collettività è così, nell’Italia di oggi, un programma di governo. Oggi però la retorica grillina si combina con quella montiana e insieme promuovono un salto di qualità nel dibattito: la pretesa che esistano soluzioni “giuste” in quanto tecniche, cioè che ogni problema socio-economico (e quindi politico) abbia una risposta adeguata, da selezionare sulla base di una competenza tecnico-formale. Eppure che la distinzione tra destra e sinistra conservi un senso lo dimostra proprio l’operato del Governo dimissionario, sul quale è ampiamente diffuso un giudizio positivo per aver salvato il Paese del baratro finanziario ma anche la critica per la carenza di equità e orientamento allo sviluppo. Sviluppo definibile in diversi modi, che un “tecnico” come il ministro Fabrizio Barca definisce la combinazione di crescita economica e inclusione sociale. Questa definizione, che contempla la stretta associazione tra la dimensione economica (crescita nell’interesse di tutti) e quella sociale (inclusione, cioè contrasto alla disuguaglianza, come strumento organico e sistematico di solidarietà), è una definizione “di sinistra”, perché nei programmi di una destra pur liberale e democratica quest’attenzione a tutelare i più deboli e a rimuovere gli ostacoli alla diseguaglianza non è presente nelle stesse forme e intensità.  Ci si può scherzare su alla Gaber, oppure riconoscere che “dare più peso all’inclusione sociale piuttosto che alla crescita, o meglio pensare che non c’è crescita senza inclusione è di sinistra” come ha affermato il ministro in una intervista di sabato scorso.

L’ipotesi che le politiche si alimentino esclusivamente attraverso le competenze tecniche è un’illusione. Questa illusione va contrastata perché distoglie la comunità nazionale dalla responsabilità individuale che ciascun cittadino deve assumere per rendere reale e concreta la democrazia della quale fa parte. La democrazia richiede fatica quotidiana. La fatica di partecipare alla vita collettiva, attraverso l’esperienza delle associazioni di scopo, dei partiti, dei sindacati, del volontariato. Ben diversa dal semplice esercizio del diritto di voto. Non basta andare a votare per potersi dire in democrazia. Per questo “partiti” e “liste” non sono la stessa cosa: i partiti restano e agiscono da corpi intermedi, cioè producono elaborazione, sintesi, pedagogia sociale; le liste sono cartelli che nascono e muoiono nel volgere di una campagna elettorale.

Così pensare di cancellare la perversione egoista del personale politico sostituendolo in blocco è un’illusione infondata. Non solo perché i magistrati ci spiegano che dopo la furia di rinnovamento che ha seguito Tangentopoli non è cambiato molto, anzi la cultura civile nel Paese è ulteriormente degradata. Ma perché è così da sempre nelle democrazie. Basta rileggere cosa diceva Max Weber nel 1918: “Con il numero crescente di cariche prodotto dalla burocratizzazione universale e con la domanda crescente di esse in quanto forma di sostentamento particolarmente sicura, questa tendenza va crescendo presso tutti i partiti, i quali per i loro seguaci diventano sempre più un mezzo rispetto allo scopo di essere in tal modo sistemati”. Ecco, non solo per questo La politica come professione andrebbe riletta almeno una volta l’anno: aiuta a capire che l’Italia in cui viviamo non costituisce un’eccezione, che l’istituto democratico è tutt’altro che stabile e perfetto, e che della nostra Repubblica dobbiamo avere cura, assumendoci la responsabilità dei valori che animano le nostre idee e le nostre politiche. Che siano legittimamente di centro-destra o di centro-sinistra. Con il trattino di Bobbio.

 

[1] N. Bobbio, Destra e sinistra, Donzelli ed. 1994

[2] Come prescrive la nostra Costituzione all’art. 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” Una specifica attenzione alla rimozione delle diseguaglianze in chiave geografica trova spazio nell’art. 119: “Per promuovere lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale, per rimuovere gli squilibri economici e sociali, per favorire l’effettivo esercizio dei diritti della persona, o per provvedere a scopi diversi dal normale esercizio delle loro funzioni, lo Stato destina risorse aggiuntive ed effettua interventi speciali in favore di determinati Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni.”

[3] Uso qui la terminologia di D. Acemoglu e J. A. Robinson in Why Nations Fail, Atlantic 2012

[4] U. Ambrosoli, Qualunque cosa succeda, Sironi ed. 2009

[5] M. Weber, La politica come professione, Mondadori ed. 2006

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Il paradosso di Maroni

L’on. Maroni è il volto istituzionale della Lega. Una persona che sa usare toni corretti, che evita le porcate, che rifugge dallo slang bossiano e calderoliano. Una delle anime leghiste. Che sono molteplici, per chi non se ne fosse accorto nel corso degli anni.
Da un lato c’è il richiamo popolano alle soluzioni semplicistiche, palesemente impraticabili, la legittimazione del senso comune (che spesso coincide con ignoranza diffusa sui temi che si pretende di affrontare), la denuncia degli intellettualismi e delle sofisticatezze di chi tenta di affrontare la complessità del reale. Ci sono le pulsioni localistiche e dialettali, le volgarità, il gesto dell’ombrello, il medio alzato, il celodurismo, l’oltraggio alla bandiera, le battute razziste.
Dall’altro un certo aplomb, competenze, capacità di dialogare anche con l’Europa. Anzi, in qualche passaggio del nuovo segretario federale della Lega si parla dell’Europa come del destino della “Padania”, soluzione invece di problema. A condizione, ovviamente, che l’Europa stessa si divida in due binari per fare viaggiare convogli a velocità diversa. L’Italia del Sud, ca va sans dir, viaggerebbe sul binario lento, mentre il Nord bavarese fischierebbe rapido mostrando i vagoni di coda a coloro che restano indietro.
Con l’armamentario della retorica bossiana Maroni accantonerebbe anche l’iconologia padana: il “sacro” prato di Pontida, l’ampolla del “dio” Po ecc. Il paradosso di Maroni, o la sfida politica, se si preferisce, sta nella contraddizione tra la necessità di rilanciare la Lega dopo gli scandali che l’hanno mostrata molto più “romana” di quanto pretendesse di essere, e il dato che racconta che a resistere intorno al totem sono proprio gli elettori della prima ora, quelli più identificati, quelli che provano un senso di appartenenza forte. Quell’appartenenza che i dirigenti della Lega hanno saputo sollecitare con grandissimo intuito, quell’intuito proprio solo dei costruttori naturali di consenso, leader che sanno individuare le leve da toccare – emozionali, valoriali, e quindi efficacemente identitarie.
Maroni avrebbe bisogno del suo zoccolo duro ma non ne parla il linguaggio. Riuscirà a rilanciare la Lega toccando tasti diversi? A trasformarla nella sua natura sociale, valorizzando le istanze federaliste nel merito e traghettando il suo partito verso un elettorato borghese che non sogna la secessione ma punta a una seria autonomia istituzionale? Per riuscirci dovrebbe riconquistare proprio quegli elettori (ceti produttivi e professionali col cuore a destra che avevano abbandonato o non si erano fidati del PDL) che davanti alla delusione per la Lega degli scandali hanno mostrato vincoli di appartenenza laschi e hanno abbandonato il campo (e le urne). E verso i quali rischia di trovare concorrenza…

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Zingaropoli è già realtà

Dopotutto hanno ragione Umberto Bossi e la Lega: a Milano c’è già Zingaropoli. Anzi, ce ne sono 5: Maria, Luciano, Elena, Erminia, Annarita. E magari fosse finita qui: si parla dei campi Rom e invece gli Zingaro sono in mezzo a noi. 48 Zingaro, per l’esattezza, da Agata a Walter. E ancora tanti Zingarello e Zingarelli (67). Capite il rischio per la nostra identità culturale? Pensate che gli Zingarelli si sono messi a fare dizionari italiani…

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Cannavaro, Buffon e la perfidia

Il ministro Calderoli chiede ai calciatori di ridirai i compensi: in tempi di crisi è una questione morale (o più semplicemente di opportunità?).

Cannavaro e Buffon, a nome della nazionale italiana di calcio annunciano che in caso di vittoria ai mondiali devolveranno parte del premio. A chi? Al fondo per le celebrazioni del 150o anniversario dell’unità d’Italia.

Ora, la destinazione è molto coerente: dall’Italia calcistica all’Italia unita che si autocelebra.

Però: poiché il gesto è una risposta al ministro leghsita Calderoli, che per cultura di partito contesta l’unificazione ottocentesca ma non lo può gridare avendo giurato sulla Costituzione, la destinazione dell’eventuale elargizione dei calciatori è veramente perfida: dà ragione al ministro ma gli fa un dispetto politico.

Perfidi, quei due…

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Un venerdì sera a Verona con Ivan Scalfarotto

Una bella serata tra primavera ed estate, a Verona, il Wind Music Awards all’Arena. Difficilissimo trovare un posto per l’auto, ma intercetto un “indigeno” che si sposta e mi lascia il posto a pochi passi da Piazza Cittadella. Lì, al 22, c’è la sede del PD scaligero, al primo piano.
In una serata così, mi sorprende che una trentina di persone si riuniscano per ascoltare e per parlare. Non c’è un clima da comizio, è un incontro con Ivan Scalfarotto, venuto a parlare di diritti.
Ma siccome sono stato invitato per raccontare a modo mio la questione generazionale nel PD, con qualche dato di fatto, qualche numero, Ivan mi invita a partire dalle mie slide (scaricabili qui).
E così per buona parte della serata parliamo soprattutto di quello: come è fatto il PD, che età hanno i suoi amministratori, perché questo partito fa fatica ad intercettare il voto dei più giovani e così via. Poi finalmente Scalfarotto riporta la discussione sui principi, fornendo anche lui qualche dato di fatto (per esempio la data a partire dalla quale le donne italiane hanno avuto accesso alla magistratura: il 1965, soltanto 50 anni fa…).
Ma la cosa più bella è il clima: un po’ tutti intervengono, lo fanno in modo pertinente, con pacatezza, fornendo il proprio punto di vista. Non c’è asimmetria tra la scrivania dalla quale parliamo noi e chi è seduto sulle sedie di fronte. Ognuno portatore di un contributo.
Penso che le sedi del PD siano rimasti gli ultimi posti dove si può discutere di (e partecipare alla) politica in Italia (probabilmente insieme alle sedi della Lega).

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Basta inseguire. Educare, soltanto educare

Le marche commerciali che hanno saputo sviluppare un’identità al di là del prodotto hanno operato in una prospettiva di lungo termine: hanno di fatto educato i consumatori a prodotti sempre nuovi, nuove categorie di consumo, nuovi bisogni. Hanno saputo affermarsi come brand, soggetti dotati di una personalità. Se non hai personalità non “comunichi”. Puoi parlare, urlare, diffondere messaggi. Ma non puoi “comunicare”. Cioè non hai nulla da “mettere in comunione”, da condividere.

L’on. Silvio Berlusconi è un leader carismatico dotato di due leve straordinarie: l’insieme delle qualità che ne fanno un fuoriclasse della competizione elettorale; una posizione dominante nel sistema della comunicazione di massa che gli consente di “educare” il suo pubblico.

Ecco, la parola-chiave è questa: educare. Gli ideologi più feroci (Mao), i dittatori più spietati (Pol Pot), gli idealisti dell’uguaglianza (Gramsci), i santi, tutti i visionari hanno sempre individuato nell’educazione il fondamento di un sistema socio-politico duraturo. Ci hanno provato con l’autorità, con la violenza, con la persuasione, con l’amore. Ma i risultati migliori li hanno ottenuti le marche commerciali.

La proposta politica dell’on. Berlusconi ha una propria personalità: costruita intorno alla libertà (lasciamo perdere se sia o meno nient’altro che un dispositivo retorico, cioè un tema buono per una rappresentazione: la libertà, almeno la propria, è un tratto connaturato nella sua personalità politica). La proposta politica della Lega Nord ha una propria personalità: costruita intorno al federalismo (e alle sue articolate ragioni). Lasciamo perdere tutto il resto, i gazebo, il radicamento, la censura ecc. Questioni di potere, certo, ma per adesso un dato di fatto (una non-variabile della competizione) e di tecnica comunicativa, dove ciascuno è bravo a modo suo.

Lì c’è il cuore. L’identità. La personalità.

Qual è la personalità del PD? Qual è la parola-chiave della sua proposta politica? Intorno a quale idea-simbolo, bandiera, carattere è stata costruita la sua personalità (if any)? Pippo Civati predica da tempo semplificazione e chiarificazione, sarebbe contento se il PD invece di fare confusione articolasse tre temi chiari. Di meno, Pippo, di meno; e molto di pù al tempo stesso: un’idea elementare. Non c’è nulla di sbagliato in ciò che elementare. Scende giù dritto al cuore.

Il PD si è affannato per anni ad inseguire un successo che non può arrivare nel breve termine. In questo inseguimento ha scambiato per fallimento un successo come il risultato delle elezioni politiche del 2008 (ma qualcuno poteva veramente pensare che dopo l’esperienza di un governo semi-paralizzato dalla coalizione-carrozzone il neo-partito di Veltroni facesse meglio di quanto ha fatto?). E da allora non si è più dato pace, ruzzolando lungo il declivio della perdita di consenso.

La Lega affina e divulga il suo verbo da più di vent’anni. Da quasi altrettanto Forza Italia ecc Anche Beppe Grillo arriva da lontano: da quanti anni è online il suo blog? E da quanti anni va in giro con i suoi spettacoli “politici”?

Cari democratici: datevi pace, per i prossimi tre anni non ce n’è. Fate il vostro lavoro in Parlamento e nelle assemblee regionali, ascoltate i cittadini nei luoghi di lavoro e nelle associazioni, dovunque si manifesti la quotidianità della vita sociale intorno a temi concreti: l’acqua pubblica, l’ambiente, i diritti negati, l’occupazione, la qualità delle cure e dei servizi. Ascoltate e costruite insieme e in mezzo ai cittadini la vostra identità. Restituitevi la forza organizzativa che he permesso negli anni che furono a PCI e DC di educare e dialogare con il proprio elettorato, tra bocciofile ed oratori.

E allora ne riparleremo.

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Voto disgiunto: gli italiani sanno divertirsi (e giudicare)

Quando sentite qualcuno che racconta la favola secondo cui gli elettori non saprebbero decidere con la propria testa, mostrate questa tabella sul Comune di Lecco: elezioni amministrative del 28-29 marzo 2010 (Regionali e Comunali).

Risultati delle elezioni regionali:

  • PDL: 31,57%
  • Lega Nord: 23,73%

Tot. centrodestra: 55,31%

  • PD: 32,02%
  • IDV: 4,95%
  • SEL: 1,79%
  • Pensionati: 1,24%

Tot. centrosinistra: 40,02%

Risultati elezioni comunali:

  • PDL: 25,69%
  • Lega Nord: 20,66%

Tot. centrodestra: 46,36%

  • PD: 36,29%
  • IDV: 3,38%
  • SEL: 3,58%
  • Lista civica: 5,37%

Tot. centrosinistra: 48,63%

Candidati vincenti:

Presidente Lombardia: Roberto Formigoni per il centrodestra con il 53,15% delle preferenze personali

Sindaco Lecco: Virginio Brivio per il centrosinistra con il 50,22%

E pensare che la maggioranza di centrodestra ha mandato a casa un sindaco leghista che godeva di un certo consenso, primo sindaco donna della città: Antonella Faggi, neanche cinquantenne, vicesindaco dal 2001 ed eletta sindaco alle precedenti comunali con il 53,5%. Certamente non una velina. Se ne è parlato in Sindaci imprenditori e qui.

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Onorevole sdoganamento

Due settimane fa il presidente di una commissione parlamentare mi diceva

“sì sì, io credo proprio che i cittadini hanno la classe politica che si merita”.

Mi compiacevo della condivisione di questa convinzione con un parlamentare della Lega Nord: basta con la retorica della società civile, il ceto politico è espressione di tutti i problemi, di tutte le contraddizioni e i difetti della nostra cultura. Macché, avevo capito male, molto male: il parlamentare intendeva dire che il ceto politico va bene così com’è, che rappresenta la volontà della “gente”, i desideri della “gente”.
Ecco, da questo nodo passa un problema critico: la rinuncia a pensare che la società sia (debba essere) in continua evoluzione e che il ceto dirigente debba farsi carico di guidare un cammino, debba essere un’avanguardia. Insomma, che sappia interpretare sì “la pancia del Paese” ma che ne sia anche migliore, che sappia andare oltre. Che abbia una visione e la sappia tradurre in politiche.
Ho capito che la politica di oggi non è nulla di tutto questo: è piuttosto la legittimazione dell’esistente, anche del peggio, è lo sdoganamento dei sentimenti più beceri.

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