comunicazione è relazione

il blog di Roberto Basso sulla comunicazione di pubblica utilità e varia umanità

La strategia della finzione

Ce lo siamo chiesti il pomeriggio di lunedì 16, dopo i risultati del primo turno: che cosa faranno adesso? E’ in gioco un sistema di potere che si è consolidato in un ventennio. Dopo avere schierato 12 ministri in una settimana venuti a Milano a fare la passerella per il sindaco, firmando protocolli e facendo inaugurazioni last minute, quale strategia adotteranno? Dobbiamo preoccuparci? I tempi sono cambiati, ma di cose inconsulte avvenute per fermare il cambiamento in questo Paese ne sono avvenute tante.

Poi abbiamo sentito di una signora sedicente aggredita, accettata al Pronto soccorso con un referto che non mostra assolutamente nulla se non qualche indolenzimento dichiarato dall’interessata. Ricoverata, pare, si dice, si mormora, soltanto dietro premuroso interessamento di un dirigente (del resto ci sarà pure un motivo se i dirigenti li nominano i politici, no?).

Poi abbiamo cominciato a ricevere testimonianze di: finti punkabbestia che fanno casino in metropolitana dicendo che loro sono “di Pisapia”; finte zingare che distribuiscono opsucoli di Pisapia (certo, facciamo Zingaropoli, giusto a est di Paperino e a ovest di Sucate); e addirittura finti geometri che fanno rilevazioni geodediche annunciando l’apertura del cantiere per “la moschea di Pisapia”.

Poi sono comparsi i manifesti e i volantini che stravolgono il programma e inventano la città dei gay di culto musulmano e fede comunista, tutta concentrata in un unico, enorme centro sociale, da piazza Duomo al Parco Trotter.

Poi abbiamo visto su Internet pubblicità ingannevoli: ti piacciono i cagnolini (teneri)? Ti piaccioni i gattini (teneri)? Ti piace il Milan? Vuoi il Wi-Fi gratis? Tu clicchi e diventi automaticamente fan di Letizia Moratti (che così in pochi giorni ne raccoglie 30mila).

Alla fine ho smesso di preoccuparmi perché ho capito che cosa hanno messo in campo: la strategia della finzione.

PS: aggiungo che le tecniche per promuovere artificialmente il numero dei fan sulla pagina di Letizia Moratti in Facebook sono molto più sofisticate. Leggete il post di Marco Messori oppure guardate direttamente il suo video su YouTube.

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FIAT, Pomigliano e Radio Padania

Dialogo su Radio Padania (ieri alle 17:30 circa).

Ascoltatore: sulla FIAT io penso che dovrebbe decidere lo Stato, perché è lo Stato che deve decidere se una sua azienda può andare all’estero. Conduttore: ma la FIAT non è un’azienda di Stato. Asc: ah! ma… sapevo che fino a qualche anno fa… adesso non è più di Stato? Cond: mi dispiace darti questa notizia, no, la FIAT non appartiene allo Stato. Asc: ah! vabbe’, niente. Buona padania a tutti…

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Rifare lo Stato dal basso

Dal capitolo L’utopia di Sindaci imprenditori, sul progetto politico di Adriano Olivetti.

L’ordine politico delle comunità è un progetto che lascia di stucco per la capacità di anticipare i problemi dello stato centralista ripresi della Lega negli anni Novanta del secolo scorso e oggi issati a vessillo a destra come a sinistra. Basta scorrere le parole pronunciate alla chiusura della campagne del Movimento Comunità per le amministrative del 1956:

[…] rifare lo Stato dal basso, dai Comuni alle Comunità per poi giungere dalle Comunità alle Regioni, dalla Regione allo Stato. […] Roma […] oggi significa soltanto uno Stato mediocre e corrotto, incapace di garantire quel rinnovamento morale e materiale che milioni di italiani attendono da dieci anni.

Il suo programma prevede di «abbattere l’idolatria dello Stato e l’egemonia dei partiti», di selezionare una nuova classe dirigente composta di sociologi, economisti, urbanisti. Al centro del progetto c’è un nuovo rapporto tra il singolo e la collettività, basato su quella Comunità che sarebbe stata come «un diaframma creativo tra l’individuo e lo Stato».

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Giochi fatti per le amministrative? Al Nord…

Al Nord, laddove PDL e Lega si presentano uniti, non sembra esserci partita: basta pensare in Lombardia ai casi delle province di Milano (dove il pdl Guido Podestà è in netto vantaggio sull’uscente Penati) e Brescia (dove il deputato e sottosegretario leghista Molgora si confronta con il pd Peli).

Diversa la situazione nei piccoli comuni, dove la Lega pensa di poter vincere da sola oppure il PDL registra le defezioni di componenti di Fi che preferiscono andare da soli o unirsi a forze di sinistra. Così accade che in comunità di poche migliaia di anime si presentino anche 5 liste.

E pure a Bologna i contendenti accreditati di qualche chance nella successione a Cofferati sono 4, 2 a sinistra e due a (centro)destra: Delbono, Pasquino, Guazzaloca e Cazzola. Un po’ di pepe nell’attesa dei risultati…

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Osservatorio candidature / Ancona

Anche ad Ancona (capoluogo delle Marche, 101mila abitanti) il Pdl candida un imprenditore, Giacomo Bugaro, in coalizione con la Lega Nord, che si fa strada verso sud.

Bugaro è figlio di commercianti ma ormai ha una lunga militanza politica: ha cominciato il suo impegno con l’avvento di Forza Italia, nel 1994, è stato poi eletto consigliere provinciale, consigliere comunale e attualmente è anche consigliere regionale.

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La sfida di Prato

Da LibMagazine del lunedì.

L’election day di giugno si avvicina. I partiti corrono verso le elezioni. Cominciano ad affermarsi le candidature ai vertici degli enti locali. In questa rubrica segnaleremo quelle più interessanti per le modalità con cui i candidati vengono selezionati. Cominciamo con Prato, la città con la più alta concentrazione di immigrati e cittadini di origine cinese. Sindaco uscente di centrosinistra è Marco Romagnoli, dirigente della pubblica amministrazione. Il candidato del PD, vincitore delle primarie contro il compagno di partito Paolo Abbati, è Massimo Carlesi. Il centrodestra si affida unito e compatto a un outsider, l’imprenditore cinquantaseienne Roberto Cenni, titolare del marchio Sasch.

Il Duomo di Prato

Il Duomo di Prato

A sinistra quindi la selezione ha avuto luogo attraverso la partecipazione della base con le primarie, strumento ormai acquisito, diffuso e reclamato nel PD e più in generale nel centrosinistra. Uno strumento capace di produrre anche colpi di teatro, come nel caso della candidatura di Matteo Renzi nella vicina Firenze. A destra si tratta di un’investitura fatta dai vertici dei partiti, che nella rossa Toscana giocano una gara tutta in salita, ma dall’esito non scontato.

È vero infatti che Prato è nel cuore di una regione rossa, ma la crisi competitiva che ha devastato il tessuto della locale industria dell’abbigliamento, combinata alla crisi economica globale, apre crepe in un sistema di governo cittadino ampiamente collaudato. L’avanzata della Lega alle politiche dello scorso aprile, che tanto per cambiare ha colto di sorpresa la sinistra, ne è stato un segnale importante. E poi, in chiave più tattica, bisogna considerare la capacità di erosione a sinistra della lista civica di un assessore dell’attuale giunta, Aldo Milone.

Sul piano squisitamente tecnico quindi la scelta dei partiti di centrodestra è comprensibile e competitiva: un personaggio esterno ai partiti, capace di attirare quindi anche elettori propensi a un voto non identitario né ideologico; un imprenditore, nel quale altri imprenditori e lavoratori non vincolati ideologicamente si vorranno riconoscere nella speranza di un intervento sulle condizioni economiche del territorio.

Sarà interessante vedere in che misura questa scelta modificherà lo schema della competizione elettorale. L’incumbent, il partito di governo (locale), affronta una sfida oggettiva (la crisi della principale industria del territorio) e una sfida competitiva: quella posta da un outsider che rappresenterà le istanze economiche e le preoccupazioni del territorio. Peraltro un outsider che dichiara di avere ricevuto un’investitura dotata di ampia autonomia: “i partiti mi hanno affidato la responsabilità di guidare questo cambiamento in piena autonomia, lasciandomi la libertà di formare la squadra che riterrò più opportuna per rispondere nel modo più efficace alle esigenze di Prato”.

Una sfida da seguire con attenzione.

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Tremonti non è più il pontiere della Lega

Il numero odierno di LibMagazine si apre con il discorso di Calamandrei del 1955 sulla Costituzione, ed è in buona parte dedicato alla vicenda di Eluana Englaro. Nella rubrica Sindaco SpA riparliamo invece del patto di stabilità dietro il quale si è aperto un conflitto politico che è anche di logica: periferia vs centro, amministrazione locale vs governo centrale.

Il patto di stabilità interna è quello strumento che viene adottato per contenere la spesa degli enti locali ed evitare che contribuiscano a sforare i limiti del patto di stabilità sancito a livello europeo.

Ne abbiamo già parlato in passato perché tutti gli imprenditori-sindaci intervistati per Sindaco SpA se ne sono lamentati. Il malcontento nasce da due considerazioni: lo strumento è inefficace (perché non promuove una corretta allocazione delle risorse) e iniquo (perché i trasferimenti dello Stato vengono erogati in funzione di quanto già speso, non del risultato finale di bilancio).

Nelle scorse settimane i sindaci del Nord-est, con una nutrita rappresentanza di primi cittadini leghisti, hanno contestato apertamente le modalità di applicazione stabilite per l’anno in corso e la revisione delle misure del patto effettuata dal ministro Tremonti. Proprio colui che in passato è stato considerato cerniera tra Forza Italia e l’anima della provincia leghista, localista e animata dall’imprenditoria artigianale.

Oggi ci sono sindaci che hanno lavorato bene per avere i conti in ordine, per assicurarsi risorse (cedendo parte del patrimonio immobiliare, per esempio), per potere lavorare allo sviluppo, e vorrebbero mettere in campo iniziative di investimento che non toglierebbero nulla alle casse dell’erario ma consentirebbero, invece, di stimolare le economie locali. Però non possono, perché la circolare emessa dal ministero dell’Economia il 27 gennaio sostanzialmente impedisce ai comuni virtuosi di utilizzare le risorse che hanno creato nel tempo.

Il presidente dell’ANCI (l’associzione nazionale dei comuni italiani) Leonardo Domenici, sindaco di Firenze, ha scritto a Tremonti contestando le scelte del Ministero, e di fatto ha interrotto i rapporti con l’amministrazione centrale dello Stato. Certo, il dissenso del presidente pd dell’Anci, così come quello della Conferenza delle Regioni Vasco Errani, anch’egli del Pd, potrebbe non fare notizia. Perfino la protesta di Letizia Moratti contro il ministro dell’Economia potrebbe sembrare pregiudiziale, perché i due erano accreditati dalla stampa di una certa reciproca avversione già ai tempi in cui sedevano insieme in consiglio dei Ministri, e le recenti vicende dell’Expo non sembrano aver contribuito a migliorare il loro rapporto.

Il dato politico interessante, piuttosto, è la contestazione che arriva dai sindaci leghisti, veneti e lombardi, e la mozione di 20 deputati del Pdl (primi firmatario Osvaldo Napoli – che è anche vicepresidente dell’ANCI – e Maurizio Lupi). Quell’area geografica e politica che ha visto in Tremonti un rappresentante degli interessi del blocco sociale di riferimento, ora gli si rivolta contro.

Anche se qualcuno sospetta che il contrasto all’interno del centrodestra tra dimensioni locale e nazionale sia puramente di facciata. Il consigliere regionale lombardo Marcello Saponaro sostiene infatti che la Regione Lombardia avrebbe il potere di adattare i vincoli posti dal legislatore nazionale agli enti locali del proprio territorio. Ma i consiglieri del Pdl e della Lega su questa strada non si sono ancora incamminati.

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Destra, sinistra o…?

Su 304 sindaci censiti come imprenditori, la stragrande maggioranza (195) è sostenuta da liste civiche di difficile collocazione nello spazio politico tradizionalmente inteso (cioè come un asse continuo destra-sinistra). Non c’è da stupirsi, perché una parte consistente dei comuni interessati ha piccole dimensioni, e nei piccoli comuni si trovano facilmente alleanze poco ortodosse come, per esempio, FI-DS (che oggi sarebbero più o meno PDL-PD) o giunte sostenute a braccetto da nazionalalleati e rifondaroli.

35 imprenditori-sindaci eletti in liste civiche sono dichiaratamente di centro-destra, 27 sono dichiaratamente di centro-sinistra, 7 dichiaratamente di centro.

Basta quindi fare due conti per realizzare che questi politici non professionisti sono associabili in modo univoco a un partito in misura minoritaria, anzi marginale, se si fa eccezione per le formazioni “territoriali” quali la Lega (che esprime 15 primi cittadini) e la SVP (8): il PDL/Forza Italia ha 3 esponenti, lo schieramento opposto ne conta 5 nelle sue varie denominazioni (DS, PD, Unione, Ulivo…), l’UDC 2 e il Movimento per le Autonomie 1. (Al conto totale mancano 6 sindaci registrati con denominazioni varie ma non esplicitamente associati a partiti o aree omogenee).

È difficile che uno di questi imprenditori-sindaci faccia appello a moti qualunquisti e quindi il fenomeno non è coincidente con il sentimento anti-politico che pervade una larga parte del Paese. Ciononostante questi protagonisti evitano di sposare esplicitamente un partito politico. Evidentemente sono consapevoli che il grado di fiducia nei partiti presso i cittadini è ai minimi storici e preferiscono non sfidare questo sentimento.

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