Le idi di maggio. No Clooney, no fiction. Era l’11 maggio 2011, a Sky…

Un minuto prima delle 11 il direttore di SkyTg24 Emilio Carelli ha annunciato al pubblico televisivo l’intervallo pubblicitario previsto a metà della registrazione. Le telecamere nello studio SKY in via Monte Penice, al quartiere di Santa Giulia, si sono spente, le cinquanta persone che assistevano al dibattito tra il candidato Giuliano Pisapia e il sindaco uscente Letizia Moratti si sono rilassate e hanno cominciato a commentare l’andamento della prima parte del dibattito. Red Ronnie si è avvicinato a Giuliano Pisapia, ha imbracciato la sua telecamera e ha cominciato a riprenderlo.

Mi sono alzato dalla sedia in prima fila, mi sono avvicinato a lui e gli ho chiesto chi fosse e perché fosse lì. Non mi interessava che facesse parte dello staff di Letizia Moratti e quindi si ritenesse in diritto di stare nello studio e videoregistrare. Gli ho intimato di interrompere la registrazione e ho chiamato il capo dell’ufficio stampa di Sky: nel concordare le regole del confronto avevamo deciso che durante l’intervallo e anche dopo la trasmissione le telecamere di Sky sarebbero rimaste spente per evitare riprese “fuori onda”, quindi ho preteso che quella regola venisse fatta rispettare a chiunque, incluso Red Ronnie.

I giornali riferiscono degli incontri che preparano i confronti televisivi come di riunioni misteriche nelle quali un manipolo di superesperti prestano attenzione a dettagli apparentemente insignificanti ai quali però loro attribuiscono una immensa importanza. Il nostro lavoro in realtà fu semplicemente di buon senso. Il capo-redattore di SkyTg24 ci fece visitare lo studio con il direttore della produzione, ci dissero quante telecamere intendevano utilizzare e ci mostrarono come le avrebbero collocate. Era previsto un tavolo ovale con uno sgabello per ciascuno dei due candidati, mentre il conduttore sarebbe rimasto in piedi. Ci accordammo rapidamente sulla disposizione dei protagonisti: allo staff di Letizia Moratti andava bene che lei stesse a destra delle telecamere, a me che Giuliano Pisapia stesse a sinistra e quindi non dovemmo discutere né tirare a sorte per la posizione dei due candidati. Tornammo nella sala riunioni. Lì mettemmo a punto altri dettagli.

La conversazione fu cordiale, salvo un paio di battute di presunto sarcasmo del portavoce del sindaco in carica (del loro staff erano in tre: con il portavoce erano venuti la capo-ufficio stampa e un consulente). Ci accordammo rapidamente su tutto. Il capo-redattore, Luigi Casillo, ci ricordò che Sky avrebbe voluto mandare in onda la trasmissione in diretta, come sarebbe avvenuto per altri confronti tra i candidati sindaci di Bologna, Napoli e Torino. Il sindaco Letizia Moratti non era però disponibile per la data proposta dalla redazione e quindi avevamo dovuto trovare una soluzione diversa, conciliando le agende dei due candidati per registrare mercoledì 11 maggio alle ore 10:30. La trasmissione sarebbe andata in onda il giorno stesso dalle 16:00 alle 17:00. Nello staff non amavamo i confronti televisivi e in generale le arene gladiatorie in cui si trasformano le trasmissioni che si occupano della politica politicante. Però apprezzavamo tutti lo stile del telegiornale di Sky, i suoi toni, ed eravamo favorevoli a un confronto. Eravamo fiduciosi che potesse svolgersi con toni sereni, sui temi della città, che erano stati il centro indiscusso della nostra attenzione per tutta la campagna elettorale. Giuliano aveva una visione e aveva maturato un progetto con la partecipazione di più di mille cittadini: non ci interessava la politica dei professionisti, non ci interessavano le ideologie. Avevamo provato per molti mesi a raccontare che una città come Milano andava guidata verso il futuro nell’interesse di tutti, e non semplicemente “amministrata”.

Quel giovedì pomeriggio io e tre dei principali responsabili della comunicazione di Letizia Moratti dovevamo garantire ai nostri rispettivi candidati che il confronto si svolgesse lealmente, e ognuno di noi era preoccupato che l’avversario non conquistasse qualche vantaggio. Tra le altre regole proposte da Sky, ci venne spiegato che avremmo tirato a sorte per determinare a chi spettasse il vantaggio di rispondere per primo alla prima domanda del conduttore. L’ordine delle risposte si sarebbe alternato: a una domanda avrebbe risposto prima un candidato poi l’altro, alla domanda successiva l’ordine si sarebbe invertito. Ma in ogni caso all’ultima domanda l’ordine delle risposte sarebbe stato l’opposto rispetto alla prima: chi rispondeva per primo alla prima domanda avrebbe quindi risposto per ultimo all’ultima domanda. Fummo tutti concordi nel giudicare sbagliata quella regola: in questo modo, uno dei due contendenti avrebbe avuto il doppio vantaggio di presentarsi per primo al pubblico e di congedarsene per ultimo, con la possibilità di lasciare un segno più incisivo nella memoria degli elettori. Decidemmo allora che avremmo applicato la regola diversamente: chi avesse risposto per primo alla prima domanda avrebbe risposto per primo anche all’ultima, così che il vantaggio del primo intervento in trasmissione e quello dell’ultimo intervento sarebbero stati distribuiti equamente tra i due candidati.

Il capo-redattore di Sky non ebbe difficoltà ad accettare la variazione, dato che i rappresentanti dei candidati erano d’accordo tra di loro, e annunciò che l’ordine di risposta sarebbe stato tirato a sorte prima dell’inizio della trasmissione, il giorno stesso. Il consulente di Letizia Moratti propose però che tirassimo subito a sorte, in modo da semplificare il lavoro di tutti, candidati compresi, il giorno della registrazione, che sicuramente sarebbe stato ricco di tensione, come accade per i confronti televisivi. E io commisi un errore.

Quell’errore, con il senno di poi, può esser letto in un’altra luce. Ma per una settimana ne fui angosciato. Avrei dovuto rifiutare quella soluzione, l’estrazione a sorte sul momento, una settimana prima della trasmissione: non aveva alcuna utilità che uno dei due candidati sapesse in anticipo di disporre del vantaggio di dare l’ultima risposta della trasmissione, senza più alcuna possibilità di replica per l’avversario. Se anche l’avessimo avuto noi, quel vantaggio, che cosa ne avremmo fatto? Non avevamo promesse mirabolanti da fare, non avevamo ricette miracolistiche da proporre ai milanesi: avremmo giocato le nostre carte, quelle della credibilità di un candidato serio e convinto di potere cambiare in meglio la città grazie alla sua indipendenza da qualsiasi centro di potere e alla sua dedizione totale all’interesse generale. Ma se questo vantaggio lo avesse avuto l’avversario? Se Letizia Moratti avesse potuto dire la sua per ultima, senza possibilità di replica, come avrebbe sfruttato quel vantaggio?

Partendo dalla mano di Gabriele Bertipaglia, la moneta da un euro che avrebbe assegnato l’ordine delle risposte volò in aria: se fosse uscita l’Europa avrebbe parlato per primo Pisapia e per ultima Moratti, il contrario se fosse uscito l’Uomo vitruviano. La moneta volò in aria senza roteare e io – che avvertivo crescere una inquietudine – lo feci notare e chiesi la cortesia di ripetere il lancio, affidando la moneta al neutrale capo-redattore di SkyTg24. Non che non mi fidassi di chi aveva lanciato la monetina: ne avevo sentito parlare sempre come di un ottimo professionista e di una persona stimabile, e quell’incontro me lo stava confermando. La mancata rotazione della moneta non era certamente frutto di un’intenzione. Ma era preferibile per tutti che quella scelta importante venisse fatta in modo incontestabile. Soprattutto per la mia coscienza professionale. Nessuno ebbe da obiettare e la moneta passò nelle mani di Luigi Casillo. Non tenne l’euro sul palmo della mano ma lo posò sull’unghia del pollice. Con la punta dell’indice tirò verso il basso il pollice per poi lasciarlo di colpo. Un gesto a me familiare, quello che a Napoli fanno i ragazzini che giocano a biglie. La monetina cominciò il suo volo, roteando per aria.

Il risultato non cambiava: Giuliano Pisapia avrebbe parlato per primo, Letizia Moratti per ultima. Era destino che andasse così.

[continua… forse]

***

Moratti accusa Pisapia nel confronto diretto su Sky

L’articolo di Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera del giorno dopo, basato sui documenti diffusi alle 17 dello stesso giorno in una conferenza stampa all’aperto, in piazza della Scala, davanti alla sede del Comune. Nello stesso momento in cui distribuivamo il dossier alla stampa, lo pubblicavamo anche su Internet, riconoscendo ai nostri sostenitori il diritto a un’informazione tempestiva a di prima mano. Un’operazione di crisis management tempestiva che impedì si insinuasse il dubbio: la storia raccontata il 12 maggio da tutte le testata era diversa da quella che altrimenti avrebbe potuto affacciarsi, dato anche Gian Giacomo Schiavi, vice direttore del Corriere, aveva immediatamente pubblicato sul suo blog un post – poi modificato – nel quale pretendeva spiegazioni.

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Balla da sola, coi lupi

La giornata è cominciata con un’ottima videochat del prossimo sindaco di Milano al Corriere.it, mentre il sindaco uscente si presentava al “faccia a faccia” di SKY Tg24 (la puntata precedente, l’11 maggio, era stata battezzata da qualcuno “faccia a feccia”). Davanti a una sedia vuota. Devo dire che faceva un po’ tristezza lì così, una specie di “Io ballo da sola” ma mica tanto felice.
Poi è finita con l’abbandono del campo di Gigi D’Alessio davanti a una Piazza Duomo semivuota, dove Red Ronnie tentava almeno un collegamento telefonico con lo chansonnier dei Quartieri Spagnoli. Poi è salito sul palco l’on. La Russa, promettendo che in caso di vittoria della signora Moratti l’avrebbero chiamato davvero Gigi D’Alessio per un concerto, specificando “gratis”. E a quel il film della giornata cambiava titolo in “Balla coi lupi”. Mentre Lupi, Maurizio, faceva quel che poteva ad Annozero, travolto da Celentano.
La giornata è finita negli studi Rai di corso Sempione per Linea Notte del TG3 dove Matteo Salvini lasciava capire di essersi ormai adattato all’idea di fare il consigliere di minoranza. Con grande dignità e serietà, bisogna riconoscere. Trovando anche il tempo di dire al nuovo sindaco “non faccia come la Moratti, che falsifica le cose” e di ammettere che il Consiglio comunale aveva già approvato una mozione per la costruzione di una moschea, mozione presentata dai suoi colleghi del PDL.

Zingaropoli è già realtà

Dopotutto hanno ragione Umberto Bossi e la Lega: a Milano c’è già Zingaropoli. Anzi, ce ne sono 5: Maria, Luciano, Elena, Erminia, Annarita. E magari fosse finita qui: si parla dei campi Rom e invece gli Zingaro sono in mezzo a noi. 48 Zingaro, per l’esattezza, da Agata a Walter. E ancora tanti Zingarello e Zingarelli (67). Capite il rischio per la nostra identità culturale? Pensate che gli Zingarelli si sono messi a fare dizionari italiani…

La strategia della finzione

Ce lo siamo chiesti il pomeriggio di lunedì 16, dopo i risultati del primo turno: che cosa faranno adesso? E’ in gioco un sistema di potere che si è consolidato in un ventennio. Dopo avere schierato 12 ministri in una settimana venuti a Milano a fare la passerella per il sindaco, firmando protocolli e facendo inaugurazioni last minute, quale strategia adotteranno? Dobbiamo preoccuparci? I tempi sono cambiati, ma di cose inconsulte avvenute per fermare il cambiamento in questo Paese ne sono avvenute tante.

Poi abbiamo sentito di una signora sedicente aggredita, accettata al Pronto soccorso con un referto che non mostra assolutamente nulla se non qualche indolenzimento dichiarato dall’interessata. Ricoverata, pare, si dice, si mormora, soltanto dietro premuroso interessamento di un dirigente (del resto ci sarà pure un motivo se i dirigenti li nominano i politici, no?).

Poi abbiamo cominciato a ricevere testimonianze di: finti punkabbestia che fanno casino in metropolitana dicendo che loro sono “di Pisapia”; finte zingare che distribuiscono opsucoli di Pisapia (certo, facciamo Zingaropoli, giusto a est di Paperino e a ovest di Sucate); e addirittura finti geometri che fanno rilevazioni geodediche annunciando l’apertura del cantiere per “la moschea di Pisapia”.

Poi sono comparsi i manifesti e i volantini che stravolgono il programma e inventano la città dei gay di culto musulmano e fede comunista, tutta concentrata in un unico, enorme centro sociale, da piazza Duomo al Parco Trotter.

Poi abbiamo visto su Internet pubblicità ingannevoli: ti piacciono i cagnolini (teneri)? Ti piaccioni i gattini (teneri)? Ti piace il Milan? Vuoi il Wi-Fi gratis? Tu clicchi e diventi automaticamente fan di Letizia Moratti (che così in pochi giorni ne raccoglie 30mila).

Alla fine ho smesso di preoccuparmi perché ho capito che cosa hanno messo in campo: la strategia della finzione.

PS: aggiungo che le tecniche per promuovere artificialmente il numero dei fan sulla pagina di Letizia Moratti in Facebook sono molto più sofisticate. Leggete il post di Marco Messori oppure guardate direttamente il suo video su YouTube.

Ma non era meglio perdere con dignità?

Io per abitudine mi pongo domande. Magari a volte anche troppe. Per esempio l’11 maggio alle 11:30 quando Letizia Moratti ha accusato Giuliano Pisapia di avere responsabilità in un furto d’auto (un falso, dimostrato due ore dopo carte alla mano), la cosa era così volgare e l’accusa così infondata che mi sono chiesto: perché? quale sarà lo scopo vero? che cosa avranno preparato?

Uscendo dallo studio cercavo di accedere alle agenzie per capire se avessero lanciato polpette avvelenate, “bugie a grappollo”. Niente. I minuti passavano e si consolidava l’evidenza che la signora Moratti aveva semplicemente fatto un clamoroso errore.

Così questa sera, guardando il servizio di Porta a Porta con la signora Moratti che va al mercato senza la bigiotteria e con una camicetta della Standa (non ho nulla contro la Standa, osservo soltanto che non c’è alcuna autenticità in quella scelta) mi faccio un’alra domanda: ma invece di svendere il proprio modo di essere, la propria storia, il proprio stile sul mercato elettorale e al mercato rionale, non era meglio perdere con dignità?

Mosci a chi?

Poi scriverò per spiegare che in una campagna bisogna fare tantissime cose perché ogni inizativa ha una certa probabilità di raggiungere un certo numero di elettori, e per beccarne mille bisogna farne davvero tante, di cose. Oppure spendere 10 milioni di euro come il centrodestra a Milano per le Comunali.

Intanto mi limito a dire qui un paio di cose perché non mi importa di qualsiasi scemenza sui manifesti troppo scuri / troppo chiari, troppo seri / troppo sorridenti (ovviamente tra i maestri che ci commentano sono diffuse opinioni diametralmente opposte [com’è naturale che sia, basterebbe un po’ di umiltà per rendersene conto] che ci arrivano con la stessa prosopopea e sicumera). Però mi incazzo se mi dicono che questa campagna è moscia.

Date un’occhiata a questo video

e ditemi se è il segnale di una campagna moscia. Date un’occhiata al lavoro di documentazione fatto da 4 persone con caparbietà per ricostruire le inadempienze dell’incumbent: dalla A di Aria alla Z di Zincar.

Ma soprattutto, date un’occhiate alle centinaia di eventi organizzati dai più di 30 comitati cittadini, ai video virali, ai gadget prodotti dai creativiXmilano, alle aste di opere d’arte, a un periodico nato per l’occasione che ha pubblicato una decina di numeri per un milione di copie!