comunicazione è relazione

il blog di Roberto Basso sulla comunicazione di pubblica utilità e varia umanità

Piccola campagna sul rapporto media-politica

I deputati del M5S rinunciano all’appellativo di “onorevole” e la notizia fa colore, così che molto se ne discute. Già Bertinotti, quando fu presidente della Camera, mise in discussione la formula proponendo di sostituirla con “deputato”, riecheggiante delle emozioni della rivoluzione francese. Oggi nella sua “Amaca” Michele Serra rivendica di aver sostenuto in passato una piccola battaglia lessicale per l’abbandono del termine e si rammarica per l’ottusità dell’apparato che non capiva il potenziale rivoluzionario di un cambiamento formale solo apparentemente piccolo.

Anch’io ho la mia piccola campagna lessicale, che ripropongo a intervalli (quasi) regolari. Sulla confidenzialità con la quale i giornalisti parlano dei loro interlocutori politici. Spesso senza nomi né appellativi. Pensando forse di dimostrare così di avere la schiena dritta. Mah.

Il mio invito è semplicemente di fare come i colleghi inglesi o francesi: che nei loro articoli scrivono “Mr. Blair” e “M. Hollande”. Scrivere “sig. Bersani” o “sig. Monti” non cambierebbe la politica? Forse però aiuterebbe a ristabilire una opportuna distanza tra media e politica.

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Tu chiamala, se vuoi, #antipolitica. Intanto @beppe_grillo ha offerto una opportunità di rinnovamento

Qualche anno fa ho dedicato del tempo a investigare il rapporto tra istituzioni e cittadini nel contesto delle amministrazioni comunali, quelle più vicine ai cittadini. Una ricerca sul campo con un punto di vista particolare, quello di una specifica categoria socio-professionale che a un certo punto della propria traiettoria individuale si mette al servizio delle istituzioni: gli imprenditori che fanno i sindaci (Sindaci imprenditori. Viaggio tra le storie dei 300 italiani che guidano Comune e impresa, ed. Rubbettino, 2009). Il fenomeno Grillo imperversava già da tempo.

Scrivevo allora che “il personale politico rigetta la tesi di un’insoddisfazione generalizzata”, preferendo reagire con l’accusa di qualunquismo e di estremismo. Mentre “i media […] scambiano la sintesi con l’approssimazione e lucrano su etichette facili facili come quella di antipolitica, applicata a tutte le manifestazioni di malcontento rivolte alla classe politica nel suo insieme”, fuori dal circuito media-politica impegnato ad autoriprodurre se stesso “i cittadini fanno i conti tutti i giorni con i disservizi provocati dalla scomparsa dell’efficienza dall’orizzonte di azione della pubblica amministrazione”.

Antipolitica? No, i cittadini che “scendono in campo”, si occupano della polis. A meno che il prefisso “anti” non indichi, piuttosto che opposizione, anteposizione: cioè l’invocazione di una fase pre-politica in cui destra e sinistra sono irrilevanti perché le politiche sono sopraffatte dalla difesa di interessi particolari. “E’ evidente che gli italiani insoddisfatti della politica non sono – o almeno non sono soltanto – qualunquisti e non sono necessariamente populisti: semplicemente lamentano l’inefficienza delle autorità e chiedono un cambiamento”. Ecco che cosa mi dicevano alcuni dei sindaci intervistati.

“I cittadini che si mobilitano sull’antipolitica stanno in realtà facendo politica. Si è creato un movimento: che siano i girotondi o i seguaci di Beppe Grillo si tratta di politica, ben venga!” [sindaco della Lega Nord].

“In futuro bisognerà sapere che se fai il deputato o il senatore non avrai il biglietto gratis […] Eliminare tanti piccoli privilegi oggi per mantenere il grande privilegio di dedicarsi alla politica domani.” [un altro sindaco della Lega Nord].

“Ma lo sa che qui c’era gente che portava lo scontrino del caffè per il rimborso? Io sono pagato da sindaco, prima di portare la ricevuta di un pranzo ci penso mille volte” [sindaco di centrodestra, chissà che cosa ha pensato del consigliere regionale che si è fatto rimborsare il pranzo di nozze della figlia e delle altre spese dei suoi colleghi].

“Il cittadino si lamenta perché non riesce a trovare una corrispondenza tra la sua richiesta e la risposta che gli viene dalle istituzioni […] Quando si parla di abolire le province io sono d’accordo, ma non per una questione politica: si tratta di accorciare la catena di comando” [sindaco eletto con una lista civica].

Insomma, altro che antipolitica. Il Movimento 5 Stelle è stato votato da cittadini con culture e opinioni assai eterogenee per una sola ragione: sostituire il personale politico con qualcuno che non faccia il proprio interesse ma quello generale. Davanti all’appropriazione indebita del bene comune, le opzioni che qualificano destra e sinistra vanno in secondo piano. E vince Grillo.

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Ambrosoli-Maroni in attesa del voto disgiunto

Le ipotesi razionali sull’esito del voto amministrativo in Regione Lombardia – visti trend, indicatori, serie storiche, quadro delle alleanze ecc. – renderebbero plausibile la clamorosa sorpresa di una vittoria del candidato civico e di centrosinistra dopo 18 anni.

I primi dati che vengono dagli exit poll e dagli instant poll annunciano un testa a testa nel voto politico tra centrodestra e centrosinistra. In questa condizione, due considerazioni possono aiutare a prefigurare l’esito. La prima considerazione riguarda la differenza tra la coalizione politica nazionale di centrosinistra e quella amministrativa per le regionali in Lombardia: quest’ultima è più ampia e dovrebbe portare ad Ambrosoli più voti di quelli presi da Bersani in regione.

La seconda considerazione riguarda il voto disgiunto: le dichiarazioni di voto di esponenti di Scelta Civica (come Ilaria Borletti Buitoni e Pietro Ichino) e di personaggi popolari come Dario Fo e Adriano Celentano indurrebbero a pensare che Ambrosoli potrebbe avvantaggiarsi del voto disgiunto. C’è un però: il voto disgiunto può funzionare anche al contrario. Se è vero quanto ci dicono gli analisti sul M5S, ovvero che sarebbe cresciuto grazie al voto di elettori che in passato hanno votato per il centrodestra, non è da escludere che qualcuno voti per il Movimento 5 Stelle al consiglio regionale e per Maroni alla presidenza.

 

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Chi c’è dietro @Beppe_Grillo: ecco la verità

Un complotto pluto-giudaico? La CIA? Il circolo Bilderberg?

No, vi dico io chi c’è dietro Grillo, ma dovreste averlo ormai capito tutti. Dietro Grillo ci sono i Belsito, i Trota, i Fiorito, i Battistoni, i Lusi. E tutti i loro colleghi che hanno approfittato, che hanno goduto, che hanno taciuto. Ci sono i Calderoli che fanno una legge elettorale che definiscono “una porcata”, che avrebbero dovuto fare la riforma elettorale, una legge sulla natura giuridica dei partiti e sull’obbligo di controllo da parte della corte dei conti.

Grillo ci serve, eccome se ci serve. Altro che “fascisti del web”. Non è il bene, Grillo. E’ soltanto un tipo di male diverso da quello che impera. Grillo è il motore della conflagrazione, non la soluzione, perché il popolo non è mai migliore dei suoi rappresentanti, in democrazia. E non esiste alcun ricorso salvifico alla verginità di “chi non ha mai fatto politica”.

La società è alla continua ricerca di un equilibrio. Quello attuale è insostenbile. Non bisogna sperare in formulette magiche. Bisogna soltanto lavorare per il meglio, tutti i giorni. Perché la democrazia è come la creatività: 10% ispirazione, 90% traspirazione. Cioè fatica quotidiana.

 

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Il dito dei media, la luna di @matteorenzi e lo sguardo di @weuropa

I mezzi di informazione italiani si accalcano intorno a Matteo Renzi, come tanti indici che invitano l’opinione pubblica a distogliere lo sguardo dalle curiosità del presunto novus del verbo grillino per rivolgerlo al rottamatore (espressione veramente coniata per Pippo Civati). Il quotidiano Europa guarda il dito. Ma non nel senso degli stolti che non capiscano di dover guardare la luna.

Al contrario, Stefano Menichini e Paolo Campo oggi sottolineano come sia cambiato il mood dei principali media italiani: Repubblica, ritenendo Bersani impossibilitato a vincere, ha deciso di dare un po’ di boost a Renzi, anche se probabilmente il sindaco di Firenze non è esattamente la cup of tea di Ezio Mauro, Eugenio Scalfari e l’editore (ah, L’Espresso di questa settimana gli dedica la copertina, proprio quando la festa nazionale del PD si appresta a raggiungere il culmine del climax con il discorso del segretario di domani); il Corriere ritiene di poter dare una spallata alla componente meno riformista e moderna del PD, continuando nella linea del watchdog (il cerchiobottista, secondo il Foglio) della democrazia – delegando come sempre il compito di mazzolare la sinistra ad Antonio Polito, che oggi pone 9 buone domande al candidato Renzi. E Mentana vive una nuova giovinezza soffiando sul fuoco delle agitazioni interne al Movimento 5 Stelle (e sai che novità quello che sta accadendo… da Formigli, poche sere, Carlo Galli fa ha detto spazientito e un po’ avvilito l’ovvio che ogni buon osservatore già sa).

I veri king maker sono i mezzi di informazione, e se i due più grandi quotidiani decidono di dare spazio al nuovo che avanza (probabilmente per fini diversi e mossi da diversi presupposti) c’è da scommettere che il gioco si fa duro per Pierluigi Bersani. Lui ritiene che Hollande non sia tanto lontano, non solo geograficamente, ma la storia (italiana recente dell’opinione) non è schierata con lui. Se Rep e Corsera gli si mettono di traverso non è che si possa andare avanto soltanto con l’Unità…

PS: Però, ragazzi di Europa, cambiate l’app per iPad, crasha in continuazione…

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A #Parma la sindrome del videogame

Ma non è che tutta l’eccitazione mediatica sulle elezioni a Parma ha contagiato la brava gente parmigiana, che ha deciso di provarci a vedere che cosa sarebbe successo con il salto nell’ignoto? Non è che si è sentita lusingata dall’invito al gran ballo della mondanità mediatica? Non c’è anche in questo una certa grandeur parmigiana? La stessa che si era beata di Vignali?

 

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