comunicazione è relazione

il blog di Roberto Basso sulla comunicazione di pubblica utilità e varia umanità

Caro @claudiocerasa hai ragione: ma quale populismo buono

Le formule retoriche, così come gli slogan, hanno un loro tempo. È inutile, sbagliato e dannoso il tentativo di aggiornarle con l’ausilio di un aggettivo. Il populismo non è “buono” o “cattivo”. È populismo. Matteo Renzi non può fare il populista buono: è un genio uscito dalla sua lampada toscana per cambiare l’Italia, per trasportarla nel XXI secolo. Le sue chance di riuscirci non dipendo dalla qualità del populismo che potrebbe esprimere ma dalla persuasività del suo discorso politico presso il maggior numero possibile di cittadini. Regoletta che vale per chiunque in democrazia.

A distinguere il demagogo o populista dallo statista o leader epocale è il ruolo della verità nel suo discorso politico: se usa la verità potrà governare in coerenza con le promesse, se mente trascinerà la comunità nel baratro oppure dovrà contraddirsi. Ma verità e consenso sono spesso incompatibili: le anime belle delle élite ignorano questo semplice principio politologico e per questo criticano un leader che ammicca al popolo per conservarne i favori pur tenendo una direzione di marcia coerente con le necessità strutturali del tempo.

Il discorso demagogico è più efficace nel breve tempo (soddisfa una domanda esistente e radicata benché fallace) ma si rivela inadatto a selezionare il buon governo: basta dare un’occhiata alla storia italiana recente per rendersi conto che gli elettori di casa nostra continuano a sognare bacchette magiche che – ahinoi – non esistono. E più fallimenti mettiamo in fila, maggiore è l’urgenza di una nuova bacchetta magica più potente.

La buona politica è l’unica soluzione compatibile con una democrazia funzionante ma richiede tempi lunghi e soprattutto lo sforzo di costruire presso la cittadinanza la domanda per la quale si hanno le risposte. Si accompagna a una scuola buona e a buoni mezzi di informazione. Richiede il coraggio della pedagogia politica (oddìo, quanti la considerano un’eresia). Richiede una lunga marcia. 

Nel 2014 Renzi è riuscito ad accorciare i tempi di questa marcia cogliendo l’attimo: in quel tempo ha dato una risposta efficace alla richiesta di buongoverno che saliva dall’elettorato, trasversalmente ai segmenti culturali, ideali e socio-politici in cui si scompone. Il 40 percento degli elettori che ha votato alle europee del 2014 ma anche il 40 percento degli elettori che ha votato sì al referendum di dicembre ha trovato soddisfacente quella risposta. Al referendum è uscito sconfitto, e una sconfitta è una sconfitta è una sconfitta. Tuttavia è un risultato strepitoso perché ottenuto da solo contro tutti (contro uno schieramento che andava dalla Meloni a Fassina passando per Berlusconi, Bersani e Camusso oltre – ovviamente – ai trasversali pentastellati).

La sfida che avrà davanti a sé da lunedì è nuova: esaurita l’intrinseca e vera qualità del rottamatore, dovrà conciliare la verità delle sfide (compresa la verità delle sfide vinte dal suo governo) con l’insoddisfazione profonda che deprime milioni di italiani dopo cinque lustri quasi interamente sprecati dai governi nazionali che non hanno modernizzato la comunità nazionale. Si atterrà all’uso della verità per riconquistare gli scettici blu sempre pronti a storcere il naso perché propensi a ignorare antidemocraticamente il primato dell’esigenza del consenso nel confronto elettorale? Riuscirà ad usarla in modo tale da renderla accettabile anche da coloro che vogliono dissetarsi soltanto di pozioni magiche e che sono molto più numerosi delle élite scettiche? Il futuro di Renzi (e del Paese) dipende dalla risposta a queste domande (e dalla legge elettorale, e dalle alleanze ecc. ecc.).

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La rivoluzione non (ancora) interrotta di @matteorenzi @paologentiloni @pcpadoan & C.

Per chi lavora dentro le istituzioni la rassegna dei commenti e degli editoriali risulta certe mattine sconcertante. Nelle ultime settimane si susseguono scritti che esprimono perplessità per la propensione a riavvolgere il nastro e tornare indietro sul cammino delle riforme compiuto in questi anni. Effettivamente i tentativi di cancellare i progressi compiuti per modernizzare il Paese sono all’ordine del giorno come se l’esito referendario di dicembre avesse liberato gli spiriti conservatori e reazionari ben radicati in tutte le aree sociali.
Accanto a questi commenti perplessi ci sono dettagliate inchieste che mostrano stupore per cose che non dovrebbero stupire: come la permanenze delle Province (per cancellarle non basta una legge ordinaria e la riforma costituzionale ne contemplava l’abolizione; il no al referendum ci lascia intonse le Province). E per ultime stanno arrivando dotte analisi politologiche preoccupate che gli scenari post-elettorali condannino la comunità nazionale all’ingovernabilità, dato che non si vede come si possa formare una maggioranza – quale che ne sia il colore politico – in grado di governare. Anche in questo caso siamo nel campo degli scenari facilmente prefigurabili nell’ipotesi di una interruzione del cammino di modernizzazione intrapreso qualche anno fa.

La domanda sorge spontanea: ma non è che la critica feroce all’esecutivo negli ultimi tre anni ha sottovalutato le condizioni in cui questo si è mosso? Non è che i commentatori hanno concentrato la propria attenzione su singole questioni perdendo di vista la direzione complessiva verso la quale l’azione dell’esecutivo stava spingendo la comunità nazionale?

Vista da dentro, risulta evidente la spinta all’innovazione generata dal governo Renzi – ma in un linguaggio più specificamente politico potremmo dire che il governo ha mostrato un impulso riformista sconosciuto, se non – forse – in epoche storiche rintracciabili all’inizio del secolo scorso. Siccome non è il caso di fare qui elenchi, può essere utile rimandare alla corposa e puntuale documentazione del Tesoro, che aggiorna costantemente un cronoprogramma molto dettagliato.

Di tutto questo lavoro c’è però – a mio avviso – un segno preciso, inciso profondamente nel lavoro di questi anni: riguarda la cultura d’impresa e il lavoro. L’Italia è ancora profondamente segnata da una cultura arcaica che oppone padroni e lavoratori e ignora i fenomeni di ri-articolazione del rapporto tra capitale e lavoro e la ricomposizione della frattura maturata nelle piccole imprese e nei mestieri della conoscenza. E’ una ricomposizione innanzitutto cognitiva, dovuta alla possibilità di attribuire senso e finalità al lavoro individuale e di ridurre gli spazi di alienazione. La conseguenza: gli spazi di conflitto potenziale si sono trasformati in ambiti di cooperazione. (Questa evoluzione si accompagna alla nascita di nuove occupazioni dove l’alienazione aumenta anziché diminuire, ovviamente, ma la novità non può essere affrontata come se il telefono di un call center fosse il tornio di Gian Maria Volontè in “La classe operaia va in paradiso”). 

L’esecutivo – con gli atti formali e con i comportamenti – ha affermato con determinazione che l’impresa è un formidabile motore della società: crea occupazione, genera innovazione, amplia l’offerta di servizi e prodotti in grado di migliorare la qualità della vita.

Un segnale come questo offerto da una forza politica di sinistra è radicale, è rivoluzionario. Molto più che se fosse venuto da uno schieramento di destra – che peraltro difficilmente avrebbe accompagnato questo segnale con l’attenzione ai diritti concreti dei lavoratori e più in generale dei cittadini messa in campo in questi anni. Ovviamente questo segnale è stato interpretato dai conservatori di sinistra come la prova provata che il governo Renzi era “di destra”, ma questo atteggiamento fa parte della propensione dei conservatori a negare che il mondo evolva (a chi si scandalizzasse per l’uso dell’espressione “conservatori di sinistra” consiglio di rileggere il classico “Destra e sinistra” di Norberto Bobbio).

Si tratta invece di un cambiamento cruciale. Accompagnato concretamente da misure legislative predisposte dal Ministero dell’economia e delle finanze e dal Ministero per lo sviluppo economico (ma se ne trova traccia anche negli interventi del Ministero della giustizia e del Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione). Una rivoluzione non (ancora) interrotta perché l’esecutivo attuale sta operando in continuità con il precedente: il miglioramento delle condizioni di contesto aumenta la capacità del paese di attrarre investitori dall’estero e di sollecitare gli investimenti interni e quindi di creare occupazione. Occupazione che mostra il segno più in diverse dimensioni: più numerosa (+624mila occupati da marzo 2013 a gennaio 2017) e più stabile (il numero di lavoratori con contratto a tempo determinato è cresciuto nello stesso periodo di 624mila unità – l’aumento dei contratti a termine è compensato dalla diminuzione dei lavoratori indipendenti).

L’impegno riformista dell’esecutivo non è scemato con l’avvicendamento tra Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Al contrario, il Programma Nazionale di Riforma che verrà presto presentato nel Documento di Economia e Finanza sarà ambizioso e rilancerà l’impulso al cambiamento e alla modernizzazione del quale abbiamo uno straordinario bisogno. A cominciare dai più deboli.

PS: Qualcuno potrebbe concludere che gli esecutivi Renzi e Gentiloni e la politica economica del ministro Padoan sono di segno semplicemente liberista, ovvero di destra. Si sbaglierebbe. Esistono una politica di sinistra e una di destra, certo. Ma se vogliamo evitare che il dibattito si svolga da posizioni contrapposte sui bastioni dell’ideologia sarà meglio volgere lo sguardo alla nostra Costituzione. E in particolare all’articolo 3. Un governo che rispetti i principi di solidarietà sociale – di ispirazione cristiana e socialista che convivono nella nostra Costituzione – accompagnerà l’ampliamento dello spazio creativo dell’impresa (un convincimento di ispirazione liberale) con il rafforzamento di servizi sociali capaci di diminuire il divario delle opportunità tra cittadini classificabili in ceti diversi. Si tratta di garantire la sicurezza, la salute, l’istruzione (il recente studio dell’OCSE giudica il sistema educativo italiano come il migliore per la capacità di ridurre la disuguaglianza nelle condizioni di partenza). Ma anche la riduzione delle differenze tra i territori in termini di opportunità di connessione attraverso infrastrutture di trasporto materiali (persone e merci) e immateriali (informazioni). Tutte aree sulle quali i due esecutivi in questi tre anni si impegnati a fondo allocando risorse e avviando progetti (si guardi per esempio il progetto sulle aree interne).

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Avviso ai naviganti: ciò che il DEF è e ciò che non è

Molto rumore per nulla intorno all’approvazione del Documento di Economia e Finanza (DEF) 2015 in questi giorni.

I primi colpi a salve sono stati sparati sulla questione dei tagli ai comuni: ma i tagli ai comuni sono previsti dalla legge di stabilità 2015, presentata dal Governo a ottobre 2014 e approvata dal Parlamento in dicembre. Che c’entra il DEF?

Il DEF è il documento di programmazione economico e finanziaria, una programmazione di ampio orizzonte (il triennio successivo all’anno corrente) che serve a identificare i vincoli esterni, le prospettive macroeconomiche e i programmi del Governo, esplicitati in termini di obiettivi di finanza pubblica. Non contiene “misure” o “provvedimenti” di politica economica, cioè leggi che determinano più spesa (e relative coperture) o minori entrate. Individua gli spazi di manovra del Governo entro i quali sviluppare (con provvedimenti legislativi e altre azioni) la politica economica e di riforma.

Altri colpi a salve oggi, in attesa del Consiglio dei Ministri chiamato ad approvare il DEF 2015, slittato dalle 9:30 alle 20:00. Così strano che il Presidente del Consiglio voglia avere ancora un po’ di margine, e assicurarne ai ministri, per una lettura del testo completo? Troppo semplice. Infatti nascono invenzioni di contrasti, dimissioni, richieste da parte dell’UE e tutto un armamentario letterario frutto di fantasia che nulla ha a che fare con l’informazione.

Che cos’è allora il DEF, e a chi è destinato? Il DEF è composto di 3 sezioni:

  • Sezione I – Programma di Stabilità dell’Italia
  • Sezione II – Analisi e tendenze della finanza pubblica
  • Sezione III – Programma Nazionale di Riforma

E diversi allegati. Tutto è spiegato con molta chiarezza sul sito del Dipartimento del Tesoro, qui.

Le sezioni I e III (Programma di stabilità e Programma nazionale di riforma) vengono anche inviati al Consiglio e alla Commissione dell’UE entro la fine di aprile (il codice di condotta predisposto dalla Commissione indica il termine per la trasmissione intorno alla metà di aprile e comunque non oltre la fine del mese; il ciclo di programmazione nazionale individua il termine del 10 aprile per la trasmissione del DEF dal Governo alle Camere, in modo che queste possano avere il tempo per valutare ed esprimersi in tempo utile per la trasmissione dal Governo alle istituzioni europee entro il 30 aprile).

Perché allora quest’anno c’è stata tanta agitazione intorno al DEF? La sensazione è che la risposta vada forse cercata nel clima che si è instaurato nel circuito politico-mediatico dopo quattro anni frenetici (dal 2011 al 2014) in cui si sono succeduti altrettanti governi (Berlusconi, Monti, Letta, Renzi), segnati dalla crisi finanziaria, dalla recessione economica, dall’instabilità politica. In questo clima c’è una caccia esasperata alla novità, alla rivoluzione, allo stravolgimento continuo. E invece.

Invece questo Governo è al suo secondo DEF e conta di fare anche i prossimi tre. Di conseguenza il DEF 2015 va letto in continuità con il DEF 2014, nella consapevolezza che l’economia la si imposta e la si modifica in un orizzonte temporale ampio – a meno che non ci si trovi in una situazione emergenziale, caso che non si pone quest’anno. E va letto nella prospettiva del triennio 2016-2018, impostato su tre linee d’azione:

  1. responsabilità di bilancio (riduzione progressiva del deficit, fondamentale per un paese ad alto debito come l’Italia)
  2. stimolo alla crescita attraverso la riduzione delle tasse
  3. riforme strutturali per migliorare in modo permanente la competitività del Paese e creare così le condizioni per una crescita a ritmo più elevato e sostenibile nel lungo periodo

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La capacità di dissenso di una leadership istituzionale

Un partito istituzionale che attraverso il suo leader mette in discussione la conduzione dell’istituzione sovranazionale europea ma non l’istituzione in sé. Un leader di lotta e di governo. Un leader che è leader perché indica alla nazione di averne compreso il disagio, di saperne riconoscere i problemi, e di avvertire l’urgenza di una soluzione. Un leader che ha costruito la propria campagna elettorale sul dissenso istituzionale, moderato e riformista: ovvero la capacità di criticare la conduzione delle istituzioni (inclusa la moneta comune) senza minacciare alle radici le istituzioni stesse. Anzi, indicando la strada su cui rimettere le istituzioni perché siano il luogo in cui progettare e costruire uno spazio economico e civile comune nell’interesse dei popoli europei.

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Claudio Cerasa e il leader carismatico nel PD ai tempi di Matteo Renzi

Bravo come sempre Claudio Cerasa sul Foglio di ieri: il problema nel rapporto tra Matteo Renzi e la base del Partito democratico non è se le sue proposte siano di destra o sinistra, ma nella natura stessa del rapporto, cioè la concezione del ruolo del leader, il senso della leadership, la relazione tra leader e militanti.

Lo stile di leadership di Matteo Renzi è analogo a quello di Silvio Berlusconi e Beppe Grillo. Aggiungerei “di Benito Mussolini” se non temessi che verrebbe considerato offensivo. Ma non c’è nessuna volontà d’offesa. Piuttosto il riconoscimento che si tratta di leader capaci di fare leva sulla “emotività delle masse” (niente di nuovo, cito Max Weber, roba vecchia di un secolo). E quindi orientati a disintermediare qualsiasi soggetto collettivo (incluso il loro partito) per affascinare direttamente l’elettorato, il popolo, la “gente”.

Roberto Michels, teorico della legge ferrea dell’oligarchia dei partiti, socialista, democratico, ebbe a sostenere che la vera democrazia non coincide con il suffragio universale quanto piuttosto con la presenza di un leader (“dittatore democratico”) capace di mettersi in sintonia con l’opinione pubblica e di fornire l’interpretazione autentica dell’opinione popolare, dei bisogni e delle attese delle masse (dalle lezioni al corso di Scienze Politiche dell’Università di Roma tenute nel 1926). E su questa base ebbe una infatuazione politica per Mussolini.

Ecco, Matteo Renzi sarebbe un leader di questo tipo, capace di mettersi in sintonia con l’opinione pubblica. In altre parole avrebbe quella capacità di “parlare alla pancia della gente” che i leader di sinistra hanno perso da anni, come dimostra la composizione dell’elettorato delle diverse formazioni politiche (con i ceti più deboli che si sono spostati verso la Lega e Berlusconi). Peccato che gli elettori di sinistra abbiano qualche sospetto sull’ipotesi che una singola persona si possa fare garante della “autenticità” dell’interpretazione della volontà popolare.

Ha quindi ragione Lapo Pistelli, citato da Cerasa: per la prima volta la sinistra sta facendo i conti con il complesso del tiranno. Ma non è un conto che si fa su due piedi, perché non è scontato che la soluzione al disastro della democrazia rappresentativa di questi anni sia il dittatore democratico, o illuminato. Ben venga il capo carismatico Renzi, c’è bisogno di entusiasmo e della sua capacità di allargare il fronte del consenso. Ma per governare c’è anche bisogno di un partito. Democratico. È faticoso, certo. Ma la democrazia non si esaurisce con il voto. È una conquista che va rinnovata ogni giorno.

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Veltroni, Barca, Renzi e noi domani

In apertura del suo ultimo volume, in libreria da ieri (E se noi domani, Rizzoli, €12,00), Walter Veltroni dichiara che non si tratta di un manifesto né di un programma, e minimizza riconducendolo alla forma del pamphlet. Ma non è proprio così. Perché è un manifesto con una parola in testa: “cambiamento”. E perché contiene precise indicazioni su alcune scelte da fare, per esempio in campo istituzionale.

Il cambiamento come obiettivo e ragion d’essere della sinistra: aspirazione a un mondo nuovo, alla giustizia sociale, alla creazione di pari opportunità per tutti i cittadini a prescindere dalla condizioni di partenza. Una sinistra quindi finalmente rivendicata in quanto tale, per la quale respinge risolutamente l’aggettivazione “moderata” e al contrario reclama quella di “radicale” – anche se in un capitolo rievoca una sua passata affermazione secondo la quale il centrosinistra sarebbe la nuova sinistra (?).

Lo stesso prodotto editoriale esprime molto bene questa focalizzazione sul cambiamento: l’incipit del risvolto di copertina è

“Non c’è sinistra senza cambiamento”

la citazione per l’apertura del libro è scelta da Roosvelt e attinge alla metafora della navigazione (cambiamento, apertura) contrapposta a quella dell’àncora (conservazione) e della deriva (mancanza di visione e obiettivi); la quarta di copertina cita il passaggio del testo dove si afferma che “sinistra e conservazione dovrebbero essere una contraddizione in termini”. Solo il titolo del libro tradisce l’autore con il solo scopo di accodarsi commercialmente a una lunga e trita tradizione di pamphlet politici e spesso pre-elettorali (soprattutto con il sottotitolo “L’Italia e la sinistra che vorrei”).

Che cosa ci dice il primo leader del PD con questo libro? Prima due cose non strettamente necessarie: per togliersi il classico macigno dalla scarpa e per rivendicare a sé risultati sottovalutati da altri. Innanzitutto accusa Bersani – senza citarlo, quasi riservandogli lo stesso trattamento scelto per “il leader del principale partito dello schieramento avverso” – della pessima gestione della campagna elettorale (un gol mancato a porta vuota) e ancor più per gli errori della fase successiva, alla fine dei quali non ha potuto far altro che allearsi con il nemico giurato; e poi D’Alema per aver guidato la retromarcia che avrebbe riportato il PD ad essere un partito pesante e chiuso. Quindi rivendica per se stesso intuizioni e visione, persino l’uso del mitico e sbertucciato “ma anche” (tirando le orecchie agli autori satirici ed evocando accanto a sé l’Obama del discorso al Cairo) nonché il miglior risultato elettorale della sinistra italiana. Ovviamente esprimendo al tempo stesso parole di stima personale per i suoi avversari politici interni, a partire da D’Alema.

Poi però illustra una visione e un programma. Innanzitutto ribadisce una idea di partito che sarebbe stata bistrattata e distorta dai suoi detrattori: un partito che rivendica di aver sempre concepito non come liquido ma come “strutturato a rete anziché a piramide”, aperto ai cittadini-elettori-non-iscritti, luogo di confronto dove a sfidarsi sono le idee e non le persone, un partito che serve a prendere decisioni. Sembra quasi il partito teorizzato da Fabrizio Barca. Che infatti l’autore cita, esattamente a metà del volume, annoverandolo tra i suoi amici di sempre, e ricordando le comuni battaglie ideali per un mondo migliore. Insomma, parlandone bene. Un po’ come fa con D’Alema. Salvo riferire che i “partiti forti” (qualunque cosa intenda Veltroni con questa definizione) che piacerebbero – a suo dire – all’ex ministro per la coesione territoriale non esistono più in nessuna parte del mondo.

Poi il programma di Veltroni si spinge dall’interno del partito all’esterno: alla società e alle istituzioni. Sul lavoro dice cose a mio avviso straordinarie: che la sinistra a lungo ha mancato di riconoscere che nel tessuto della piccola e media impresa spesso lavoratori e imprenditori costituiscono una comunità di destino, cita Adriano Olivetti e la sua visione della persona, propugna la presenza dei lavoratori nei consigli di amministrazione delle imprese come accade in Germania. Sul sistema istituzionale propone il semi-presidenzialismo sul modello della Quinta Repubblica francese come migliore compromesso tra rappresentanza e decisionismo (rammenta la marcia su Roma e la caduta della Repubblica di Weimar, e cita Calamandrei: “Le dittature sorgono non dai governi che governano e che durano, ma dalla impossibilità di governare dei governi democratici”). E per il sistema elettorale il collegio uninominale.

Esprime una visione nella quale alle tradizionali “libertà uguaglianza e fratellanza” sono affiancate 3 nuove parole d’ordine: responsabilità (diffusa), comunità (opposta all’egotismo, basata sull’identità fiduciosa nell’altro, che aiuta a unire, non a dividere), opportunità (da parificare per tutti a prescindere dalla nascita). Una rivoluzione democratica fondata sulla libertà intesa come autonomia e fiducia nelle persone.

La sensazione indubbiamente è che Veltroni soffi nella vela di Matteo Renzi, quasi proponendosi come un suo nobile predecessore, che ha perso una battaglia eppure vede nel rottamatore nuova linfa per riprendere la guerra. Forse ha ragione Claudio Cerasa sul foglio di ieri a sostenere che il discorso di Veltroni riguarda Renzi (“chiunque non voglia far morire il Pd […] deve impegnarsi in prima persona per combattere quel cortocircuito che […] ha portato l’Italia ad avere un sistema di ‘partiti deboli che partoriscono governi che non decidono nulla’”) o forse no, ma certo nel frame che ha caratterizzato l’ultima stagione del Pd il sindaco di Firenze ha presidiato proprio il vessillo del cambiamento.

Singolare invece il rapporto con il pensiero di Barca. Le enunciazioni di Veltroni sembrano coincidere in molti punti con le tesi avanzate nella sua memoria politica “Un nuovo partito per un buon governo”: l’apertura, la pratica del conflitto come mezzo per scardinare le posizioni di potere e le correnti, la cautela nell’utilizzo delle primarie e il fatto stesso che queste siano indicate come una forma di sperimentazione in democrazia, i distinguo a proposito del ruolo e dell’utilizzo della Rete, il collegamento tra partito e governo che decide, perfino alcuni riferimenti culturali come Perché le nazioni falliscono degli americani Acemoglu e Robinson e il lessico sulle classi dirigenti “estrattive”. Singolare che nonostante tutti questi punti di contatto Veltroni appiattisca la proposta di Barca invece su di un modello di partito forte che non esiste più. Ad altri lettori il compito di verificare quanto nel merito le due visioni di partito coincidano o divergano, quello che notiamo qui è che a differenza della pubblicazione veltroniana di un pamphlet, Barca si sta impegnando in prima persona in un percorso di “mobilitazione cognitiva”, durante il quale non va in giro per l’Italia a presentare un suo scritto ma a sperimentare rigorosamente forme di confronto democratico nei circoli del PD.

Ah, un’ultima domanda resta, chiuso il libro, direttamente per l’autore: Walter, ma allora dove hai sbagliato?

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@laurapuppato: donna di servizio. Pubblico.

Bellissimo l’endorsement di Marco Paolini per la candidata alle primarie del centrosinistra Laura Puppato.

Scrive il veneto Paolini:

Una volta il Veneto, di regola, generava soprattutto emigranti e donne di servizio per la gente di città e una classe politica di scarso rilievo nazionale con poche eccezioni. Ogni tanto, in una di queste eccezioni, genera ache una donna di servizio pubblico tenace, senza soggezione verso chi è più potente di lei, capace di farsi apprezzare anche da elettori di campo avverso.

Geniale, quella definizione.

Marco Paolini su Laura Puppato

Sulla candidatura poco visibile di Laura Puppato informazioni sul suo sito e in questo blog.

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Destra, sinistra o con le idee tue?

Ma Renzi è di destra o di sinistra?

si chiede Antonio Polito nel suo editoriale sul Corriere di oggi. La domanda ammicca retoricamente al giochino gaberiano.

Ma mentre lui ci gioca, altri ragionano proprio così: si chiedono se un’idea sia catalogabile a destra o a sinistra prima di decidere se farsela piacere.

In realtà il gioco di Renzi è proprio orientato a smarcarsi da questo schema e può produrre un’innovazione nel modo in cui alcuni cittadini si pongono rispetto alla politica (altri questo passaggio lo hanno fatto da tempo: si sono de-ideologizzati, de-politicizzati e qualunquisticizzati). In un Paese ad alto tasso di conformismo non sarebbe un’innovazione da poco.

Un altro esempio è quello di Pippo Civati, che invece di lanciare anatemi è andato a vederli da vicino i grillini, ad ascoltarli, a capire quali istanze sollevano. Non adesso, eh, già più di un anno fa. Anzi, se il PD avesse dato un po’ di spazio alle proposte di Civati, Grillo avrebbe meno spazio tra gli elettori.

Perché un paio di cosette da fare sono di buon senso e oneste, quindi né di destra né di sinistra: garantire la scelta dei candidati anche a prescindere dalle condizioni per fare la legge elettorale, mettere un tetto ai mandati, impedire la candidatura dei condannati. Per esempio.

 

Destra Sinistra (Gaber, Curci Edizioni)

Tutti noi ce la prendiamo con la storia
ma io dico che la colpa è nostra
è evidente che la gente è poco seria
quando parla di sinistra o destra.

Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…

Fare il bagno nella vasca è di destra
far la doccia invece è di sinistra
un pacchetto di Marlboro è di destra
di contrabbando è di sinistra.
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…
Una bella minestrina è di destra
il minestrone è sempre di sinistra
tutti i films che fanno oggi son di destra
se annoiano son di sinistra.
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…
Le scarpette da ginnastica o da tennis
hanno ancora un gusto un po’ di destra
ma portarle tutte sporche e un po’ slacciate
è da scemi più che di sinistra.
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…

I blue-jeans che sono un segno di sinistra
con la giacca vanno verso destra
il concerto nello stadio è di sinistra
i prezzi sono un po’ di destra.
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…
I collant son quasi sempre di sinistra
il reggicalze è più che mai di destra
la pisciata in compagnia è di sinistra
il cesso è sempre in fondo a destra.
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…
La piscina bella azzurra e trasparente
è evidente che sia un po’ di destra
mentre i fiumi, tutti i laghi e anche il mare
sono di merda più che sinistra.
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…

L’ideologia, l’ideologia
malgrado tutto credo ancora che ci sia
è la passione, l’ossessione
della tua diversità
che al momento dove è andata non si sa
dove non si sa, dove non si sa.

Io direi che il culatello è di destra
la mortadella è di sinistra
se la cioccolata svizzera è di destra
la Nutella è ancora di sinistra.
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…
Il pensiero liberale è di destra
ora è buono anche per la sinistra
non si sa se la fortuna sia di destra
la sfiga è sempre di sinistra.
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…
Il saluto vigoroso a pugno chiuso
è un antico gesto di sinistra
quello un po’ degli anni ’20, un po’ romano
è da stronzi oltre che di destra.
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…

L’ideologia, l’ideologia
malgrado tutto credo ancora che ci sia
è il continuare ad affermare
un pensiero e il suo perché
con la scusa di un contrasto che non c’è
se c’è chissà dov’è, se c’é chissà dov’é.

Tutto il vecchio moralismo è di sinistra
la mancanza di morale è a destra
anche il Papa ultimamente
è un po’ a sinistra
è il demonio che ora è andato a destra.
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…
La risposta delle masse è di sinistra
con un lieve cedimento a destra
son sicuro che il bastardo è di sinistra
il figlio di puttana è a destra.
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…
Una donna emancipata è di sinistra
riservata è già un po’ più di destra
ma un figone resta sempre un’attrazione
che va bene per sinistra e destra.
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…

Tutti noi ce la prendiamo con la storia
ma io dico che la colpa è nostra
è evidente che la gente è poco seria
quando parla di sinistra o destra.

Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…
Ma cos’è la destra cos’è la sinistra…

Destra-sinistra
Destra-sinistra
Destra-sinistra
Destra-sinistra
Destra-sinistra
Basta!

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L’onda è partita. @matteorenzi è sul surf

L’onda è partita. I fenomeni di massa – come la politica in democrazia e come il largo consumo in Occidente – sono così, come il mare. Quando ci stai sopra, non puoi frenare né governare l’andamento come si fa in auto su strada. Puoi orientare l’andatura ma devi sapere che il mare è più forte del tuo volere, devi rispettarlo, e spesso non vai dritto alla meta ma prendi traiettorie che dipendono dall’onda e dal vento.
Le campagne elettorali sono così. In una competizione politica le condizioni del campo di regata prevalgono quasi sempre sulle intenzioni e l’unica strategia possibile va inscritta in una consapevolezza zen. Fuor di metafora, e per fare una citazione da Lakoff: il frame determina il ruolo dei concorrenti. I concorrenti possono influenzare il frame se sono portatori di una novità radicale ma soltanto se quella novità recupera (sembra un paradosso) uno schema antico, un ruolo archetipico (e a quelli che invocano la “narrazione” a ogni spernacchiata pubblica rivolgo l’invito a rileggersi Vladimir Propp).
Il frame in cui si giocano le primarie del centrosinistra non lo inventa Renzi ma prende forma in virtù della sua presenza: è un frame che ha la forza antica delle cose ovvie, che per dirla meglio chiameremmo costanti antropologiche. È il frame del confronto vecchio/nuovo. Qui e ora, nell’Italia corrotta e inefficiente fino allo stallo di questi anni, il frame promuove Renzi.
Potrebbe non essere l’unico frame capace di strutturare la percezione degli elettori. Vedremo se qualcuno sarà capace di attivarne altri e in che modo questi si sovrapporranno a quello. Di sicuro la differenza tra i candidati non la faranno i mitici “contenuti”: quante persone conoscete che siano disponibili a confrontare documenti, dichiarazioni d’intenti, teorie e ipotesi di lavoro? Io pochissime, pagate per farlo (studiosi, ricercatori, consulenti).

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Il dito dei media, la luna di @matteorenzi e lo sguardo di @weuropa

I mezzi di informazione italiani si accalcano intorno a Matteo Renzi, come tanti indici che invitano l’opinione pubblica a distogliere lo sguardo dalle curiosità del presunto novus del verbo grillino per rivolgerlo al rottamatore (espressione veramente coniata per Pippo Civati). Il quotidiano Europa guarda il dito. Ma non nel senso degli stolti che non capiscano di dover guardare la luna.

Al contrario, Stefano Menichini e Paolo Campo oggi sottolineano come sia cambiato il mood dei principali media italiani: Repubblica, ritenendo Bersani impossibilitato a vincere, ha deciso di dare un po’ di boost a Renzi, anche se probabilmente il sindaco di Firenze non è esattamente la cup of tea di Ezio Mauro, Eugenio Scalfari e l’editore (ah, L’Espresso di questa settimana gli dedica la copertina, proprio quando la festa nazionale del PD si appresta a raggiungere il culmine del climax con il discorso del segretario di domani); il Corriere ritiene di poter dare una spallata alla componente meno riformista e moderna del PD, continuando nella linea del watchdog (il cerchiobottista, secondo il Foglio) della democrazia – delegando come sempre il compito di mazzolare la sinistra ad Antonio Polito, che oggi pone 9 buone domande al candidato Renzi. E Mentana vive una nuova giovinezza soffiando sul fuoco delle agitazioni interne al Movimento 5 Stelle (e sai che novità quello che sta accadendo… da Formigli, poche sere, Carlo Galli fa ha detto spazientito e un po’ avvilito l’ovvio che ogni buon osservatore già sa).

I veri king maker sono i mezzi di informazione, e se i due più grandi quotidiani decidono di dare spazio al nuovo che avanza (probabilmente per fini diversi e mossi da diversi presupposti) c’è da scommettere che il gioco si fa duro per Pierluigi Bersani. Lui ritiene che Hollande non sia tanto lontano, non solo geograficamente, ma la storia (italiana recente dell’opinione) non è schierata con lui. Se Rep e Corsera gli si mettono di traverso non è che si possa andare avanto soltanto con l’Unità…

PS: Però, ragazzi di Europa, cambiate l’app per iPad, crasha in continuazione…

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