Il degrado si può fermare. Anche a Roma

Sabato 28 gennaio il Messaggero ha ospitato nelle pagine della cronaca di Roma un mio intervento sul degrado materiale e civile della città. Qui di seguito il testo integrale, nel quale suggerisco che il processo di progressivo degrado non è inevitabile, al contrario può essere fermato. Per fermarlo occorre ripristinare la legalità a partire dal rispetto delle semplici regole che favoriscono la convivenza sulla strada, lo spazio della convivenza urbana per eccellenza. E non basta invocare l’intervento dell’autorità, occorre mobilitare gli individui e unirli in iniziative associative.

messaggero

Le denunce sul degrado che sta travolgendo Roma sono diventate costanti al punto da costituire un rumore di fondo al quale tutti rischiano di diventare indifferenti. Tuttavia chi ama questa città, che vi sia nato o che vi sia approdato, prova il bisogno di una reazione che vada al di là dell’indignazione e della denuncia.

Le domande da porsi sono almeno tre. Da dove ha inizio il processo di degrado? È inarrestabile? Se esiste una chance di riscossa, da dove si può cominciare concretamente? Vorrei provare a proporre tre risposte tra quelle possibili, a prescindere dai doveri dell’amministrazione pubblica.

Dove comincia il degrado? Il degrado materiale che si osserva nella sporcizia sulle strade, nei disservizi del trasporto pubblico, nelle condizioni stesse delle strade è anche degrado civile. Comincia da comportamenti di singoli orientati a massimizzare il vantaggio individuale a discapito di tutti gli altri cittadini (“parcheggio dove mi pare, anche in seconda e terza fila, anche sulle strisce pedonali o davanti a un passaggio per disabili o un passo carraio dal quale qualcuno non potrà uscire anche se dovesse farlo con urgenza e anche se ciò rallenterà il traffico e impedirà il passaggio degli autobus e ostacolerà i mezzi dell’AMA nello svuotamento dei cassonetti; non raccolgo gli escrementi del cane, ché è faticoso chinarsi e mi fa anche un po’ schifo; lascio nell’aiuola le bottiglie della birra che abbiamo consumato in compagnia sulla panchina per non doverle portare fino alla campana del vetro”).

Questo processo è inarrestabile? Comportamenti individuali contrari all’interesse generale sono come le pietre che cominciano a rotolare per una discesa e presto diventano frana o valanga. Vanno fermati, altrimenti innescano comportamenti imitativi anche presso persone consapevoli di ciò che è buono o sbagliato per la collettività (“parcheggio là dove non si potrebbe, tanto se non lo faccio io lo fa un altro; quest’aiuola è così sporca che una cartaccia in più non farà la differenza”). La violazione di semplici regole di civiltà non va tollerata perché alimenta il degrado e soltanto la difesa del principio di legalità nelle sue manifestazioni più elementari può arrestare il processo in corso.

Cosa fare, concretamente, per ripartire? In assenza dell’intervento imprescindibile di un’autorità che imponga il rispetto delle regole (come il Leviatano di Hobbes), occorre riscoprire l’azione collettiva che il fenomeno della individualizzazione (definito dai sociologi come l’allontanamento degli individui da appartenenze e vincoli sociali) ha progressivamente cancellato dall’orizzonte quotidiano dei cittadini. Davanti all’imbarbarimento dello spazio pubblico, i cittadini rispettosi del prossimo e delle regole della convivenza civile si chiudono nella solitudine, uno spazio dove regnano rassegnazione, rabbia e frustrazione. L’opportunità dell’azione collettiva offerta dall’associazionismo conforta sul piano psicologico e aumenta la capacità dei singoli di avere un impatto sulla realtà.

Sono in gioco molte cose: il diritto al riposo dei cittadini nelle zone residenziali, da conciliare al diritto alla libertà d’impresa di chi apre un bar o un ristorante sperando di innescare la movida, il recupero di funzionalità del trasporto pubblico locale, l’igiene, i valori immobiliari, la sicurezza (quella effettiva e quella percepita), la capacità di attrazione turistica.

Manifestazioni come la pulizia del parco Nemorense nel quartiere Trieste a cura di un’associazione indicano una via. Che tuttavia non può essere iniziativa occasionale né può diventare sostituzione permanente delle funzioni dell’amministrazione pubblica. La sfida dell’azione collettiva oggi a Roma è nella sperimentazione di forme di recupero dello spazio pubblico (come fanno per esempio Retake Roma e altre associazioni simili) capaci di porre davanti all’amministrazione e all’autorità non soluzioni ideali ma azioni sperimentate per superare le inerzie, le resistenze attive e gli interessi particolari di gruppi di pressione (non si scomodino qui i “poteri forti”, ché bastano le tante inerzie, a cominciare da quelle di alcuni dipendenti dell’amministrazione).

I media possono aiutare l’associazionismo a evolvere in forme organizzate di partecipazione civica capaci di determinare un impatto sulla realtà. Dedicare con continuità attenzione alla dimensione dell’azione collettiva serve a ristabilire un rapporto tra coloro che abitano uno spazio urbano e il mezzo che dovrebbe rappresentare quella realtà concreta. Il Messaggero potrebbero cominciare proprio dal quartiere Trieste, dove il degrado rischia di seppellire in pochi anni una lunga storia di civiltà.

Il quartiere Trieste ha un impianto viario ben concepito: un’arteria principale sull’asse tra centro e periferia, dalla quale salgono vie strette alternate ad altre più larghe, da un lato verso Villa Ada, dall’altro verso la via Nomentana. I fasti della zona edificata da Gino Coppedè si alternano agli edifici razionalisti di Ludovico Quaroni ma anche all’edilizia popolare di qualità come si progettava all’inizio del Novecento.

A dispetto del tempo trascorso dalla sua edificazione, la viabilità del quartiere consentirebbe agevolmente lo scorrimento di un traffico privato misto a un trasporto pubblico efficiente. La conformazione delle strade consentirebbe una raccolta facile dei rifiuti e la pulizia dei marciapiedi, che ospitano negozi bar e ristoranti in grande quantità. E invece il quartiere rischia di soccombere alla carenza di servizi pubblici, all’imbarbarimento dei comportamenti e a una nuova movida che trasforma un quartiere residenziale in una terra di nessuno, dove la pulizia del parco di quartiere (progettato su via Nemorense da Raffaele de Vico, l’architetto progettista dei parchi più belli di Roma, che fu anche direttore del Servizio giardini del Comune) richiede l’intervento dell’accoppiata pensionati – nipotini.

La riscossa è possibile e può cominciare invertendo il processo di degrado in atto qui attraverso la sperimentazione di prototipi di azione collettiva replicabili in altri quartieri, monitorati dai mezzi di informazione, e successivamente proposti all’amministrazione municipale e comunale.

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#ItaliaGermania e #notiziechenonloerano

Dalle prime pagine di oggi:

Corriere della Sera: Sfida sulle banche tra Roma e Berlino

Repubblica: Aiuti alle banche, Merkel frena Renzi

La Stampa: Banche, Merkel gela l’Italia

Il Messaggero: Banche, duello Merkel-Renzi

Ci dobbiamo preoccupare? Si ripropone tra stati membri il cliché dello “scontro” tra l’Italia e “l’Europa”?

Se la Brexit è frutto di anni di impegno attivo nella disinformazione e direi nella disedeucazione dei cittadini europei, i titoli dei giornali sono parte del processo. Perché mistificano, raccontano cioè una storia che è diversa dalla realtà dei fatti.

I fatti li ha raccontati molto bene ieri Giovanna Pancheri. La corrispondente di SkyTg24 da Bruxelles ha spiegato che le parole della Cancelliera Merkel sono state pronunciate in risposta alla domanda posta da un giornalista tedesco in conferenza stampa. Il giornalista ha premesso che alcuni paesi, tra cui l’Italia, starebbero pensando di approfittare della Brexit per stravolgere le regole comuni (il riferimento è alle regole sugli aiuti di Stato e sulla gestione delle crisi bancarie ma ancora più esplicitamente ai parametri di bilancio come il rapporto tra deficit e PIL), e quindi ha chiesto che cosa può fare la Germania per impedire che ciò accada. È evidente che in quel contesto la signora Merkel dovesse rassicurare la propria opinione pubblica nazionale, spiegando di essere contraria all’idea di cambiare regole entrate in vigore da poco. Ma ha anche detto che quelle stesse regole prevedono degli spazi di manovra per consentire interventi straordinari in casi eccezionali e che le istituzioni sono pronte a salvaguardare il risparmio.

Dove sarebbe quindi lo scontro? L’Italia non ha chiesto e non sta chiedendo di cambiare alcuna regola. È quello che ha ricordato il Presidente Renzi. Rilasciando di propria iniziativa dichiarazioni per replicare alla collega tedesca? No. Anche lui ha risposto a una domanda, nel corso della conferenza stampa italiana a Bruxelles. Gli è stata riportata la posizione della Cancelliera e il Presidente ha ricordato appunto che l’Italia non chiede di cambiare le regole in corsa.

Come accade allora che quasi tutte le testate raccontino la storia in termini di duello, scontro, sfida? Evidentemente è una scelta che ha poco a che vedere con l’informazione, che dovrebbe riportare i fatti. È piuttosto una scelta estetica, basata sulla presunzione di conoscere i gusti dei lettori e sulla decisione che convenga accontentarli, piuttosto che sfidarli con la verità. Lo “scontro” è un cliché, un format, che alle direzioni dei giornali piace assai. E basta appena uno spiraglio perché le agenzie selezionino accadimenti che vi alludano (anche i redattori sanno che cosa “funziona” nella vertigine del flusso di informazioni, cioè che cosa ha più probabilità di essere ripreso da altri), e i siti dei giornali in Rete vi costruiscano i primi titoli, poi ripresi dai TG. Fino ad arrivare alle prime pagine dei giornali che leggiamo il giorno dopo.

Che fare? Rassegnarsi? Meglio di no. Tre piccoli suggerimenti ai lettori per orientarsi nella interpretazione di queste “notizie”. Che corrispondono alle tre regole molto pragmaticamente usate da Giovanna Pancheri ieri per il suo servizio:

  1. Chiedersi in quale contesto è stata resa una dichiarazione
  2. Chiedersi se si tratta di un’affermazione spontanea o della risposta a una domanda
  3. Ascoltare / leggere la domanda alla quale si è data risposta

Insomma, dalle #notizichenonloerano ci si può difendere. Anche ascoltando Luca Sofri (al minuto 5’10”) che su questi temi ha scritto un libro.

Pensioni: promesse, aperture e risposte dovute

Sui quotidiani di oggi grande evidenza al tema delle pensioni (Corriere e Messaggero ci fanno l’apertura, ma è in prima su tutte le principali testate). Il fatto che ieri ne abbiano parlato il Ministro dell’Economia e delle Finanze, il presidente dell’INPS e il sottosegretario con deleghe economiche ha scatenato ipotesi di grandi manovre sul sistema previdenziale. Alcuni titoli:

  • Pensioni: Padoan apre sulla flessibilità (Il Sole 24 Ore)
  • Padoan riapre il cantiere pensioni (Corriere della Sera)
  • Flessibilità, Padoan apre (Repubblica)
  • Padoan apre sulle pensioni “Ma servono 7 miliardi” (La Stampa)
  • Pensioni flessibili, Padoan apre (Il Messaggero)

Avvenire e Fatto Quotidiano non citano il Ministro nei titoli, Libero fa un catenaccio con “Padoan rilancia una vecchia proposta del governo Monti: un prestito per chi lascia il lavoro in anticipo”.

Il lettore si può chiedere quale iniziativa sarà stata presa per annunciare una iniziativa che giustifichi questi entusiasmi: in realtà, il ministro ha risposto alla domanda di un parlamentare nel corso di un’audizione (sul sito del Ministero il testo dell’intervento e il video della sessione) sul Documento di Economia e Finanza 2016 (DEF) alla Commissione Bilancio della Camera dei Deputati.

Ecco che cosa ha chiesto l’on. Marchi e quello che ha risposto il Ministro.

Domanda dell’On. Maino Marchi

Volevo chiedere se sulla flessibilità per le pensioni si sta pensando anche a un coinvolgimento di soggetti bancari o assicurativi per affrontare il tema dell’impatto che può avere nei primi anni – e che è la difficoltà  con cui ci stiamo confrontando per raggiungere questo obiettivo.

Replica del Ministro Padoan

È stata citata la questione del possibile ruolo del sistema creditizio relativamente alla flessibilità pensionistica. Su questo tema il DEF non si addentra più di tanto, ribadisce un concetto che sicuramente mi avete sentito esprimere più di una volta: il sistema pensionistico è uno dei pilastri della sostenibilità del sistema italiano e questo ci viene riconosciuto in sede europea. Siamo un paese ad altro debito – che peraltro sta scendendo ma siamo pur sempre un paese ad alto debito – quindi questo [la stabilità] è un valore fondamentale. Detto questo sicuramente ci sono margini per ragionare sia sugli strumenti che sugli incentivi che sui legami tra sistema pensionistico e mercato del lavoro in modo tale da migliorare le opportunità sia per chi sta per andare in pensione sia per chi deve entrare nel mercato del lavoro. Quindi io sono sicuramente favorevole a un ragionamento complesso e sono sicuramente aperto a fonti di finanziamento complementari che si possono studiare. Non mi soffermo di più perché il DEF non esclude queste cose, le rinvia al dibattito dei prossimi mesi.

Quando il Ministro accenna al DEF fa riferimento a un passaggio del Programma Nazionale di Riforma (costituisce una delle sezioni del Documento), a pag. 86:

Il Governo da ultimo valuterà, nell’ambito delle politiche previdenziali, la fattibilità di interventi volti a favorire una maggiore flessibilità nelle scelte individuali, salvaguardando la sostenibilità finanziaria e il corretto equilibrio nei rapporti tra generazioni, peraltro già garantiti dagli interventi di riforma che si sono susseguiti dal 1995 ad oggi.

Tu chiamale se vuoi interpretazioni

Visita del Commissario europeo alla concorrenza Vestager ieri a Roma per un’audizione parlamentare. Nel corso della giornata incontra i titolari di diversi ministeri, e tra questi il Ministro dell’economia e delle finanze. Si parla anche di “bad bank” (la società che dovrebbe eventualmente favorire lo smaltimento dei crediti in sofferenza che appesantiscono i bilanci delle banche).

Alcuni titoli di oggi:

  • Libero cruento: La Ue spara sulla bad bank di Renzi
  • Repubblica aperturista – La Ue apre alla “bad bank” italiana
  • Messaggero per la via di mezzo – Bad bank, Bruxelles resta tiepida sulla proposta italiana

Per completezza gli altri:

  • Sole 24 Ore perimetrale – Bad bank, i paletti di Bruxelles
  • Stampa ottimista – Bad bank, Ue fiduciosa sull’ok
  • Giornale una volta tanto d’accordo con Repubblica – La Ue apre alla bad bank italiana
  • Avvenire introduce una sfumatura – La Ue (ri)apre sulla bad bank

Ma forse è colpa nostra che comunichiamo male.

Le retromarce, le illusioni ottiche e @OGiannino. Se i censori facessero buon giornalismo…

Il caso dei premi ai dipendenti del Comune di Roma sui quali la Ragioneria dello Stato ha sollevato dubbi di legittimità, e l’illusione ottica dei media, che inventano casi e quando questi si smontano perché infondati attribuiscono ad altri presunte “retromarce”.

Questa mattina è possibile vedere come si realizza plasticamente una illusione ottica giornalistica. Non uso “manipolazione”, perché allude a una distorsione proditoria o un intento strumentale. In questo caso, come nella maggior parte dei casi simili, si tratta soltanto di un processo autoreferenziale con il quale si costruisce un’argomentazione sul nulla, creando una illusione ottica della quale gli stessi autori cadono vittima.

Il caso: nei giorni scorsi è stata portata all’onore delle cronache una relazione scritta dalla Ragioneria Generale dello Stato (un dipartimento del Ministero dell’Economia e delle Finanze) in seguito a una ispezione presso il Comune di Roma. In quella relazione di sollevano obiezioni di legittimità alla concessione di premi al personale dipendente del Comune stesso tra il 2008 e il 2012. La relazione, come è prassi, è stata consegnata dalla Ragioneria al Comune e alla Corte dei Conti, la magistratura contabile che valuterà se sussistano gli estremi di una violazione normativa, se sia presente un danno erariale, ed eventualmente per intervenire.

I media decidono di raccontarla diversamente. In particolare ieri la Repubblica apre l’edizione locale di Roma con questo titolo: Salario accessorio, la scure del Mef “Il Comune restituisca 350 milioni”. Le virgolette, messe così, lasciano intendere che sia il Mef a chiedere la “restituzione” o il “rimborso” (sul sito Repubblica.it veniva usato questo termine). Una versione infondata, dato che la Ragioneria – e quindi il Ministero – hanno “soltanto” effettuato una ispezione, il cui esito è descritto in una relazione inviata alla Corte dei Conti. Nella relazione non si “richiede” alcunché. Eventualmente è la Corte dei Conti che ha il potere di “chiedere” qualcosa a qualcuno.

Ineffabilmente, oggi sul Messaggero – che ieri aveva riferito correttamente la vicenda, senza attribuire al Ministero la “richiesta” di rimborsi o restituzioni – Oscar Giannino fa un lungo panegirico nel quale colleziona l’armamentario retorico delle illusioni ottico-mediatiche: pasticcio, passo falso, e nel titolo di apertura del quotidiano romano non poteva mancare il mitico retromarcia.

Ora, osservate bene i passaggi: la Ragioneria fa un’ispezione su richiesta del sindaco, gli consegna la relazione, riceve delle controdeduzioni, comunica la propria valutazione delle stesse. Scrive sempre e soltanto a Comune e Corte dei Conti. Nessun leak né utilizzo strumentale delle informazioni. Tutto avviene nel rispetto delle regole e nell’ordinario riserbo istituzionale con il quale agisce la Ragioneria Generale dello Stato. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze non partecipa ad alcuna battaglia politica ma svolge i propri compiti istituzionali secondo le modalità istituzionalmente definite.

A distanza di tempo questo carteggio viene alla luce: non per volontà del Ministero, che non avrebbe alcuna motivazione. Diventa immediatamente oggetto di un confronto tra forze politiche presenti nel consiglio comunale, di alzate di scudi dei sindacati, e delle prese di posizione delle associazioni di consumatori (che altrettanto ineffabilmente scrivono: se qualcuno chiede ai dipendenti di restituire i soldi dei premi facciamo causa al fianco dei dipendenti, se invece qualcuno aumenta le tasse per finanziare quei premi facciamo causa al fianco dei cittadini; manca la terza possibilità: se quei premi sono stati finanziati con la fiscalità generale da tutti i contribuenti italiani, non vogliamo pensare di fare una causa al loro fianco?). Non c’è dubbio che la vicenda si presta, in questa fase, al confronto politico e quindi oggi si trova anche chi vanta la “vittoria” in una inesistente battaglia contro il Ministero. E di questo non si possono incolpare i media.

Ma mentre Repubblica recupera lo scivolone di ieri, con articolo e titolazione che escludono qualsiasi riferimento a “richieste” del Ministero, il Messaggero inverte la posizione e parla di retromarcia, con Giannino che scrive:

In sole dodici ore siamo passati dal Mef che sembrava [sic!] avere una posizione, cambiata poi completamente.

Caro Giannino, il Ministero ha fatto pervenire al Comune una relazione e una comunicazione di commento alle controdeduzioni. Non nelle ultime dodici ore, ma mesi fa. Senza alcun “passo falso”. Le retromarce e i cambi di posizione sono una illusione ottica tutta interna alla narrativa mediatica. Che farebbe un migliore servizio ai lettori se fosse più accurata. Tutto qui.

Inventare casi forzando i fatti e constatare che si è costruita informazione infondata è un conto. Sviare da sé le proprie responsabilità attribuendo ai soggetti interessati altrettanto infondate “retromarce” è una prassi insopportabile.