comunicazione è relazione

il blog di Roberto Basso sulla comunicazione di pubblica utilità e varia umanità

Piccola campagna sul rapporto media-politica

I deputati del M5S rinunciano all’appellativo di “onorevole” e la notizia fa colore, così che molto se ne discute. Già Bertinotti, quando fu presidente della Camera, mise in discussione la formula proponendo di sostituirla con “deputato”, riecheggiante delle emozioni della rivoluzione francese. Oggi nella sua “Amaca” Michele Serra rivendica di aver sostenuto in passato una piccola battaglia lessicale per l’abbandono del termine e si rammarica per l’ottusità dell’apparato che non capiva il potenziale rivoluzionario di un cambiamento formale solo apparentemente piccolo.

Anch’io ho la mia piccola campagna lessicale, che ripropongo a intervalli (quasi) regolari. Sulla confidenzialità con la quale i giornalisti parlano dei loro interlocutori politici. Spesso senza nomi né appellativi. Pensando forse di dimostrare così di avere la schiena dritta. Mah.

Il mio invito è semplicemente di fare come i colleghi inglesi o francesi: che nei loro articoli scrivono “Mr. Blair” e “M. Hollande”. Scrivere “sig. Bersani” o “sig. Monti” non cambierebbe la politica? Forse però aiuterebbe a ristabilire una opportuna distanza tra media e politica.

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Il @pdnetwork riparta dai disoccupati, che votano per altri

Dell’analisi di Ilvio Diamanti (oggi a pag. 9 di Repubblica) prendo in considerazione soprattutto un dato, che è un punto di vista: il voto dei disoccupati. Sono quelli che alzano gli occhi verso il futuro con un punto interrogativo fatto di angoscia. Sono quelli che più di tutti hanno voglia di credere, più di tutti sono pronti a dare spazio alla speranza.

Dalle mappe di Diamanti risulta che più di 4 disoccupati su 10 hanno scelto alle ultime elezioni il Movimento 5 stelle. Poco più di 2 (23,7%) hanno votato peri il centrodestra di Berlusconi. Soltanto 2 su 10 hanno votato il cenetrosinistra.

Solo il 20,1% dei disoccupati ha votato per la coalizione Bersani

Il voto 2013 per categoria socio-professionale

Ecco, un partito “di sinistra” dovrebbe combattere la disuguaglianza tra i cittadini nelle condizioni di partenza, quelle che dovrebbero consentire a tutti di accedere alle risorse materiali e immateriali della vita sociale secondo i propri meriti e i propri talenti (dopo aver assicurato che tutti possano soddisfare i bisogni primari). I disoccupati si trovano in condizione di non potere garantire per sé e per le proprie famiglie l’accesso alle risorse, si trovano in condizioni anzi di vedere deperire il proprio capitale sociale (per esempio la possibilità che i propri figli possano acquisire nuovo capitale intangibile attraverso lo studio). Si trovano in condizioni di vedere negata la propria dignità, perché è questo che vuole dirci l’art. 1 della nostra Costituzione.

Chi andrà dal Capo dello Stato nei prossimi giorni abbia questo in testa, prima di tutto: una proposta per sostenere le imprese capaci di conservare i propri livelli di occupazione e magari aumentarli. Perché tutto il resto – i costi della politica, la legge elettorale ecc. – sono un mezzo. Non un fine.

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Tu chiamala, se vuoi, #antipolitica. Intanto @beppe_grillo ha offerto una opportunità di rinnovamento

Qualche anno fa ho dedicato del tempo a investigare il rapporto tra istituzioni e cittadini nel contesto delle amministrazioni comunali, quelle più vicine ai cittadini. Una ricerca sul campo con un punto di vista particolare, quello di una specifica categoria socio-professionale che a un certo punto della propria traiettoria individuale si mette al servizio delle istituzioni: gli imprenditori che fanno i sindaci (Sindaci imprenditori. Viaggio tra le storie dei 300 italiani che guidano Comune e impresa, ed. Rubbettino, 2009). Il fenomeno Grillo imperversava già da tempo.

Scrivevo allora che “il personale politico rigetta la tesi di un’insoddisfazione generalizzata”, preferendo reagire con l’accusa di qualunquismo e di estremismo. Mentre “i media […] scambiano la sintesi con l’approssimazione e lucrano su etichette facili facili come quella di antipolitica, applicata a tutte le manifestazioni di malcontento rivolte alla classe politica nel suo insieme”, fuori dal circuito media-politica impegnato ad autoriprodurre se stesso “i cittadini fanno i conti tutti i giorni con i disservizi provocati dalla scomparsa dell’efficienza dall’orizzonte di azione della pubblica amministrazione”.

Antipolitica? No, i cittadini che “scendono in campo”, si occupano della polis. A meno che il prefisso “anti” non indichi, piuttosto che opposizione, anteposizione: cioè l’invocazione di una fase pre-politica in cui destra e sinistra sono irrilevanti perché le politiche sono sopraffatte dalla difesa di interessi particolari. “E’ evidente che gli italiani insoddisfatti della politica non sono – o almeno non sono soltanto – qualunquisti e non sono necessariamente populisti: semplicemente lamentano l’inefficienza delle autorità e chiedono un cambiamento”. Ecco che cosa mi dicevano alcuni dei sindaci intervistati.

“I cittadini che si mobilitano sull’antipolitica stanno in realtà facendo politica. Si è creato un movimento: che siano i girotondi o i seguaci di Beppe Grillo si tratta di politica, ben venga!” [sindaco della Lega Nord].

“In futuro bisognerà sapere che se fai il deputato o il senatore non avrai il biglietto gratis […] Eliminare tanti piccoli privilegi oggi per mantenere il grande privilegio di dedicarsi alla politica domani.” [un altro sindaco della Lega Nord].

“Ma lo sa che qui c’era gente che portava lo scontrino del caffè per il rimborso? Io sono pagato da sindaco, prima di portare la ricevuta di un pranzo ci penso mille volte” [sindaco di centrodestra, chissà che cosa ha pensato del consigliere regionale che si è fatto rimborsare il pranzo di nozze della figlia e delle altre spese dei suoi colleghi].

“Il cittadino si lamenta perché non riesce a trovare una corrispondenza tra la sua richiesta e la risposta che gli viene dalle istituzioni […] Quando si parla di abolire le province io sono d’accordo, ma non per una questione politica: si tratta di accorciare la catena di comando” [sindaco eletto con una lista civica].

Insomma, altro che antipolitica. Il Movimento 5 Stelle è stato votato da cittadini con culture e opinioni assai eterogenee per una sola ragione: sostituire il personale politico con qualcuno che non faccia il proprio interesse ma quello generale. Davanti all’appropriazione indebita del bene comune, le opzioni che qualificano destra e sinistra vanno in secondo piano. E vince Grillo.

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Ambrosoli-Maroni in attesa del voto disgiunto

Le ipotesi razionali sull’esito del voto amministrativo in Regione Lombardia – visti trend, indicatori, serie storiche, quadro delle alleanze ecc. – renderebbero plausibile la clamorosa sorpresa di una vittoria del candidato civico e di centrosinistra dopo 18 anni.

I primi dati che vengono dagli exit poll e dagli instant poll annunciano un testa a testa nel voto politico tra centrodestra e centrosinistra. In questa condizione, due considerazioni possono aiutare a prefigurare l’esito. La prima considerazione riguarda la differenza tra la coalizione politica nazionale di centrosinistra e quella amministrativa per le regionali in Lombardia: quest’ultima è più ampia e dovrebbe portare ad Ambrosoli più voti di quelli presi da Bersani in regione.

La seconda considerazione riguarda il voto disgiunto: le dichiarazioni di voto di esponenti di Scelta Civica (come Ilaria Borletti Buitoni e Pietro Ichino) e di personaggi popolari come Dario Fo e Adriano Celentano indurrebbero a pensare che Ambrosoli potrebbe avvantaggiarsi del voto disgiunto. C’è un però: il voto disgiunto può funzionare anche al contrario. Se è vero quanto ci dicono gli analisti sul M5S, ovvero che sarebbe cresciuto grazie al voto di elettori che in passato hanno votato per il centrodestra, non è da escludere che qualcuno voti per il Movimento 5 Stelle al consiglio regionale e per Maroni alla presidenza.

 

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L’illusione ottica di @beppe_grillo

La bellissima piazza San Giovanni di Beppe Grillo è una festa democratica. Ma è anche una grande illusione ottica. È l’illusione di chi crede che si possano “resettare” le istituzioni e che dopo tutto debba necessariamente migliorare. Questa illusione si ripresenta in Italia periodicamente. All’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, con la Lega e con Berlusconi. Più tardi con l’IDV. Oggi con il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo.
La storia si ripete: davanti all’impasse istituzionale, in presenza di classi dirigenti che “estraggono” privilegi personali dal bene comune, i cittadini più superficiali e qualunquisti si illudono che il colpo di spugna produca automaticamente il risanamento. Invece accade che i “nuovi” movimenti si macchiano degli stessi comportamenti approfittatori dei predecessori. Nel caso della Lega gli scandali sulla gestione delle casse del partito affidate all’allegro Belsito (nominato perfino nel cda di Fincantieri), per esempio, o le storie su The Family. Nel caso dell’IDV lo scandalo sull’utilizzo dei rimborsi elettorali che hanno costretto il leader fondatore Di Pietro a non presentarsi a queste elezioni con il suo simbolo. E per il PDL la lista di comportamenti dallo sconveniente all’illecito penale è così lunga che non vale la pena di soffermarsi.
Agli occhi di qualsiasi osservatore avveduto è evidente che il problema non è politico, ma sociale. Nel senso che non si risolve nell’ambito socio-professionale specifico degli addetti ai lavori della politica e delle istituzioni, ma riguarda l’intera società italiana: per dirla meglio, l’educazione democratica dei cittadini italiani. Una parte dei quali non ritiene che la democrazia vada praticata in modo sostanziale, e si accontenta della sua dimensione formale attraverso la consultazione elettorale.
Non è un caso quindi che in questa stagione il consenso per il Movimento 5 Stelle si vada gonfiando di elettori che in passato hanno votato prevalentemente a destra (e quindi oggi sono in libera uscita da PDL e Lega). Perché si tratta degli elettori meno partecipi della vita civica attraverso le istituzioni e le altre forme di rappresentanza collettiva. Si tratta di due dei quattro segmenti nei quali Paolo Natale e Roberto Biorcio suddividono l’elettorato grillino, i “razionali” e quelli del “meno peggio” (si veda in proposito il loro recente Politica a 5 Stelle, ed. Feltrinelli, e l’analisi odierna su Europa).

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Fo, Celentano, Strada, Elio e gli altri endorsement per @uambrosoli

Sul voto per Umberto Ambrosoli alle elezioni regionali per la Lombardia sta arrivando una valanga di consensi e di endorsement da un mondo variegato e ampissimo. Dopo Corrado Stajano, Pietro Ichino, Ilaria Borletti Buitoni, Oscar Farinetti e tanti altri, nelle ultime ore sono arrivate le dichiarazioni di voto di Elio e degli altri componenti delle Storie tese, di Gino Strada di Emergency, la simpatia di Aldo Giovanni e Giacomo, e la doppia sorpresa di due monumenti: Dario Fo e Adriano Celentano hanno dichiarato che voteranno per il Movimento 5 Stelle alle elezioni politiche e al tempo stesso per Umberto Ambrosoli alla presidenza della Regione Lombardia.

Aldo Giovanni e Giacomo tifano per Umberto Ambrosoli

Non è difficile spiegarsi perché tutte queste persone vedano in Umberto una persona che merita la responsabilità di accogliere il loro voto. Perché in questa nostra Italia devastata dagli scandali e da un ceto dirigente in larga misura interessato al proprio interesse particolare molto più che al bene comune, il primo criterio di scelta e selezione è oggi la disponibilità a servire la propria comunità.

Destra e sinistra sono categorie che hanno eccome un senso, almeno per me. Ma la decadenza alla quale rischiamo di abituarci ci impone di scegliere persone sulla base di questo criterio, prima ancora che sulle opzioni “politiche”. Umberto Ambrosoli ha fatto le sue scelte: quando ha messo in campo il suo movimento civico, costruitito con la propria ostinazione civile, ha scelto di unire le forze con quelle formazioni politiche che hanno dato ampia prova della capacità di rigenerarsi attraverso metodi democratici per la selezione dei dirigenti e dei candidati.

La coalizione che lo sostiene è ampia ma ha lo stesso collante di quella che si è aggregata intorno a Giuliano Pisapia a Milano: un collante fatto di valori condivisi, che possono essere declinati in modi diversi eppure analoghi perché non ideologici. La solidarietà, che non significa elemosina ma un metodo di gestione della comunità che tenga conto degli ultimi e dei deboli; l’attenzione a rimuovere le cause della diseguaglianza, perché ognuno possa avere una chance di far valere merito e talenti individuali; il lavoro come base di un’esistenza dignitosa e opportunità di vedere premiato il proprio impegno.

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Chi c’è dietro @Beppe_Grillo: ecco la verità

Un complotto pluto-giudaico? La CIA? Il circolo Bilderberg?

No, vi dico io chi c’è dietro Grillo, ma dovreste averlo ormai capito tutti. Dietro Grillo ci sono i Belsito, i Trota, i Fiorito, i Battistoni, i Lusi. E tutti i loro colleghi che hanno approfittato, che hanno goduto, che hanno taciuto. Ci sono i Calderoli che fanno una legge elettorale che definiscono “una porcata”, che avrebbero dovuto fare la riforma elettorale, una legge sulla natura giuridica dei partiti e sull’obbligo di controllo da parte della corte dei conti.

Grillo ci serve, eccome se ci serve. Altro che “fascisti del web”. Non è il bene, Grillo. E’ soltanto un tipo di male diverso da quello che impera. Grillo è il motore della conflagrazione, non la soluzione, perché il popolo non è mai migliore dei suoi rappresentanti, in democrazia. E non esiste alcun ricorso salvifico alla verginità di “chi non ha mai fatto politica”.

La società è alla continua ricerca di un equilibrio. Quello attuale è insostenbile. Non bisogna sperare in formulette magiche. Bisogna soltanto lavorare per il meglio, tutti i giorni. Perché la democrazia è come la creatività: 10% ispirazione, 90% traspirazione. Cioè fatica quotidiana.

 

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Il dito dei media, la luna di @matteorenzi e lo sguardo di @weuropa

I mezzi di informazione italiani si accalcano intorno a Matteo Renzi, come tanti indici che invitano l’opinione pubblica a distogliere lo sguardo dalle curiosità del presunto novus del verbo grillino per rivolgerlo al rottamatore (espressione veramente coniata per Pippo Civati). Il quotidiano Europa guarda il dito. Ma non nel senso degli stolti che non capiscano di dover guardare la luna.

Al contrario, Stefano Menichini e Paolo Campo oggi sottolineano come sia cambiato il mood dei principali media italiani: Repubblica, ritenendo Bersani impossibilitato a vincere, ha deciso di dare un po’ di boost a Renzi, anche se probabilmente il sindaco di Firenze non è esattamente la cup of tea di Ezio Mauro, Eugenio Scalfari e l’editore (ah, L’Espresso di questa settimana gli dedica la copertina, proprio quando la festa nazionale del PD si appresta a raggiungere il culmine del climax con il discorso del segretario di domani); il Corriere ritiene di poter dare una spallata alla componente meno riformista e moderna del PD, continuando nella linea del watchdog (il cerchiobottista, secondo il Foglio) della democrazia – delegando come sempre il compito di mazzolare la sinistra ad Antonio Polito, che oggi pone 9 buone domande al candidato Renzi. E Mentana vive una nuova giovinezza soffiando sul fuoco delle agitazioni interne al Movimento 5 Stelle (e sai che novità quello che sta accadendo… da Formigli, poche sere, Carlo Galli fa ha detto spazientito e un po’ avvilito l’ovvio che ogni buon osservatore già sa).

I veri king maker sono i mezzi di informazione, e se i due più grandi quotidiani decidono di dare spazio al nuovo che avanza (probabilmente per fini diversi e mossi da diversi presupposti) c’è da scommettere che il gioco si fa duro per Pierluigi Bersani. Lui ritiene che Hollande non sia tanto lontano, non solo geograficamente, ma la storia (italiana recente dell’opinione) non è schierata con lui. Se Rep e Corsera gli si mettono di traverso non è che si possa andare avanto soltanto con l’Unità…

PS: Però, ragazzi di Europa, cambiate l’app per iPad, crasha in continuazione…

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