Ma chi ve lo fa fare?

Ovvero: hai un’azienda che va bene (che se va male non è facendo il sindaco che la risani, e soprattutto le stai appiccicato per trovare il modo di farla riprendere), hai costruito la tua soddisfacente notorietà (nella tua comunità e anche molto oltre), tempo libero non ne hai granché, perché quasi sicuramente l’azienda non l’hai ereditata, piuttosto l’hai tirata su da solo. Ma allora che cosa accade perché a un certo punto decidi di dedicarle meno tempo e invece ne dedichi – e tanto – alla tua città? Scrive Weber che né l’operaio, né – si badi bene – l’imprenditore sono disponibili a vivere per la politica, perché privi di rendita e quindi impossibilitati a fare politica in assenza di una remunerazione specifica. Ora, bisogna considerare che Weber diceva queste cose nel gennaio del 1919 e sebbene il modello logico del suo ragionamento tenga – ai miei occhi almeno – benissimo, vale la pena aggiornarlo nelle sue possibilità di lettura della contemporaneità. Conosco personalmente imprenditori che hanno deciso di dedicare una fetta della propria esistenza (qualche mese o qualche anno) alla propria comunità nella logica del civil servant, senza alcun compenso. Proprio grazie al fatto che l’impresa genera un reddito anche in assenza, o con una presenza ridotta, dell’imprenditore. Certo, perché ciò possa avvenire sono necessarie alcune condizioni: l’impresa deve essere stabile, o in una fase di crescita sostenibile, e affidata a soci o manager che possano limitare le conseguenze negative dell’assenza dell’imprenditore.

Ma allora siamo autorizzati a pensare che nel nostro Paese, affetto da una evidente propensione del ceto politico all’occupazione in pianta stabile di ogni spazio pubblico a proprio diretto beneficio, ci sono anche individui che fanno politica nell’interesse comune?

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