Pensioni: promesse, aperture e risposte dovute

Sui quotidiani di oggi grande evidenza al tema delle pensioni (Corriere e Messaggero ci fanno l’apertura, ma è in prima su tutte le principali testate). Il fatto che ieri ne abbiano parlato il Ministro dell’Economia e delle Finanze, il presidente dell’INPS e il sottosegretario con deleghe economiche ha scatenato ipotesi di grandi manovre sul sistema previdenziale. Alcuni titoli:

  • Pensioni: Padoan apre sulla flessibilità (Il Sole 24 Ore)
  • Padoan riapre il cantiere pensioni (Corriere della Sera)
  • Flessibilità, Padoan apre (Repubblica)
  • Padoan apre sulle pensioni “Ma servono 7 miliardi” (La Stampa)
  • Pensioni flessibili, Padoan apre (Il Messaggero)

Avvenire e Fatto Quotidiano non citano il Ministro nei titoli, Libero fa un catenaccio con “Padoan rilancia una vecchia proposta del governo Monti: un prestito per chi lascia il lavoro in anticipo”.

Il lettore si può chiedere quale iniziativa sarà stata presa per annunciare una iniziativa che giustifichi questi entusiasmi: in realtà, il ministro ha risposto alla domanda di un parlamentare nel corso di un’audizione (sul sito del Ministero il testo dell’intervento e il video della sessione) sul Documento di Economia e Finanza 2016 (DEF) alla Commissione Bilancio della Camera dei Deputati.

Ecco che cosa ha chiesto l’on. Marchi e quello che ha risposto il Ministro.

Domanda dell’On. Maino Marchi

Volevo chiedere se sulla flessibilità per le pensioni si sta pensando anche a un coinvolgimento di soggetti bancari o assicurativi per affrontare il tema dell’impatto che può avere nei primi anni – e che è la difficoltà  con cui ci stiamo confrontando per raggiungere questo obiettivo.

Replica del Ministro Padoan

È stata citata la questione del possibile ruolo del sistema creditizio relativamente alla flessibilità pensionistica. Su questo tema il DEF non si addentra più di tanto, ribadisce un concetto che sicuramente mi avete sentito esprimere più di una volta: il sistema pensionistico è uno dei pilastri della sostenibilità del sistema italiano e questo ci viene riconosciuto in sede europea. Siamo un paese ad altro debito – che peraltro sta scendendo ma siamo pur sempre un paese ad alto debito – quindi questo [la stabilità] è un valore fondamentale. Detto questo sicuramente ci sono margini per ragionare sia sugli strumenti che sugli incentivi che sui legami tra sistema pensionistico e mercato del lavoro in modo tale da migliorare le opportunità sia per chi sta per andare in pensione sia per chi deve entrare nel mercato del lavoro. Quindi io sono sicuramente favorevole a un ragionamento complesso e sono sicuramente aperto a fonti di finanziamento complementari che si possono studiare. Non mi soffermo di più perché il DEF non esclude queste cose, le rinvia al dibattito dei prossimi mesi.

Quando il Ministro accenna al DEF fa riferimento a un passaggio del Programma Nazionale di Riforma (costituisce una delle sezioni del Documento), a pag. 86:

Il Governo da ultimo valuterà, nell’ambito delle politiche previdenziali, la fattibilità di interventi volti a favorire una maggiore flessibilità nelle scelte individuali, salvaguardando la sostenibilità finanziaria e il corretto equilibrio nei rapporti tra generazioni, peraltro già garantiti dagli interventi di riforma che si sono susseguiti dal 1995 ad oggi.

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Dati, previsioni e titolazione #chisaleechiscende?

Ma il PIL aumenta o diminuisce? E con quale velocità rispetto al passato? Il deficit scende o sale?

Guardando i titoli sulle prime pagine dei giornali sembra che ci troviamo davanti a una prospettiva economica in peggioramento. Il Corriere della Sera: “Tregua con la Ue su debito e deficit. Ma cresciamo meno“. Il Sole 24 Ore: “Def, più deficit per 11 miliardi nel 2017“. Il Messaggero: “Sale il deficit ma niente manovra”. Un po’ più precisa La Stampa: “Nel Def il Pil sale più lentamente” (rispetto a che cosa?).

Leggendo i titoli dei quotidiani dunque sembra che la risposta alle domande sia chiara: i conti pubblici peggiorerebbero (il deficit aumenta) e l’economia andrebbe peggio (il PIL cresce meno di prima).

Che cosa dicono i dati? PIL: crescita effettiva registrata nel 2015 sul 2014 +0,8%; crescita stimata per il 2016 rispetto al 2015 +1,2%. In altre parole: non solo il PIL aumenta, ma la crescita nel 2016 sarà il 50% più elevata che nell’anno precedente. Per questo parliamo di “accelerazione”. Tutti vorremmo che fosse più sostenuta, ovviamente, perché questo renderebbe più rapido il processo di assorbimento della disoccupazione. Ma intanto si tratta di un miglioramento rispetto al passato (e non dimentichiamo che il paese è stato in recessione dal 2012 al 2014).

Numeri alla mano le risposte sono quindi incontrovertibili: il PIL aumenta e anche più velocemente che nel passato recente, il deficit diminuisce. Perché allora i titoli dei quotidiani trasmettono una informazione diversa? Manipolazione deliberata dell’informazione? No, almeno non per le testate citate. Si tratta piuttosto della propensione a ragionare all’interno di schemi mentali da addetti ai lavori, dimenticando il punto di vista del lettore. Gli addetti ai lavori confrontano le previsioni aggiornate del DEF con le previsioni formulate a settembre del 2015. Come minimo questo andrebbe chiarito nella titolazione (qualche testata lo fa, correttamente). Ma in ogni caso ci si dimentica che la prima informazione – ribadisco: informazione – da dare al lettore dovrebbe essere il confronto tra i dati effettivi e ciò che ci aspettiamo per l’anno in corso e per il futuro.

Il confronto tra previsioni può essere utile, per esempio per capire quanto sia affidabile il previsore. Ma è certamente secondario rispetto all’informazione principale (da dove veniamo, dove andiamo).

PS: sull’affidabilità delle previsioni è abbastanza facile fare confronti; sfogliando i DEF e le note di aggiornamento al DEF tra 2011 e 2015 per confrontare le previsioni con le serie ISTAT sui dati effettivi si ricava una tabella interessante. In questo periodo, lo scarto medio tra l’andamento effettivo del PIL e le previsioni del governo Berlusconi è pari a 2 punti percentuali; per il governo Monti lo scarto è di 1,3 pp; per il governo Letta di 0,6 pp; per il governo Renzi (l’unico ad avere formulato anche previsioni inferiori ai dati poi effettivamente registrati) di soli 0,2 punti percentuali.

Italy’s economic recovery is not what Münchau says

If country [Italy] fails to bounce back from recession, it is hard to see how it can stay in the eurozone.

This is the way FT summarises the opinion piece by Wolfgang Münchau on today’s edition. Welcome M. Lapalisse, would Italy fail to bounce back from recession the issue won’t be about remaining in the eurozone, rather rising unemployment, desperation of the poorest, permanent destruction of production capabilities.
According to the author, the 2.4 per cent deficit to GDP ratio forecast (in fact, it is 2.2 per cent) “could easily turn into 3.4 per cent or 4.4 per cent”. Now, in order to turn the deficit to GDP ratio from 2.4 into 3.4 a contraction in the economy by 0.6 per cent instead of the forecast growth by 1.6 should occur. Is that “easy” or likely to happen?
Münchau is worried about the global economy slowdown. The Italian government is wary of global risks (even if our export is performing positively so far), but we also share the viewpoint that at present the lack of growth primarily depends on weak demand. This analysis pushes us to policies that boost domestic demand. Many commentators are ignoring or underestimating that we are supporting growth in two ways: promoting competitiveness in the long run through structural reforms, while boosting domestic demand in the short term.
During the recent G20 meetings, one of the most credible leaders of the world stated that every government should undertake “active policy responses”, “sustain demand” and “put money into the pockets of workers”. It wasn’t Mr. Renzi, but the recipe seems the one the Italian government is currently adopting.
However, a number of assumptions in the recurrent criticism by Mr Munchau are surprisingly uninformed. For example:

Instead of reforming the public administration or the judiciary, he [Mr. Renzi] has opted for a cut in the housing tax.

 What motivates the use of the word “Instead”? The Italian government has already passed many radical reforms (in the labour market, in the banking sector, in the judiciary, in the tax administration, in the institutions) and is now undertaking a major public administration reform: a so-called “delegation act” approved by the Parliament provides the Government with criteria and the authority to implement the reform over the next few months. It’s worth spending a little time reading the report on reform implementation which the Italian Treasury regularly updates: there’s plenty of details. Furthermore is worth noting that the tax cuts are across the board so to support offer as well as demand.
Italy is succeeding to implement an ambitious structural reform program intended to increase competitiveness while consolidating public finances (the deficit to GDP ratio was 3.0 in 2014, is 2.6 in 2015 and will be 2.2 in 2016) while sustaining domestic demand in order to avoid the vicious circle experienced in the recent past (increase in taxation, contraction in disposable incomes, unemployment, and so forth). Such an outcome may surprise commentators but surprise doesn’t justify uninformed criticism based on old cliché. There’s no complacency among Italian government officials but it’s time to recognise that times are changing even if this requires to overcome intellectual laziness.

Caro titolista ti scrivo…

[…] sono soprattutto i titoli degli articoli a influenzare la nostra percezione del loro contenuto e ciò che ne conserviamo. […] in un sistema in cui il tasso di inaccuratezza dei titoli è molto superiore a quello già alto degli articoli, questo significa che ciò che conserviamo in termini di conoscenza della realtà e degli eventi accaduti è una grandissima quota di informazioni false. (da Notizie che non lo erano, di Luca Sofri)

All’esilarante (meglio riderne che piangerne come pure sarebbe legittimo) Notizie che non lo erano di Luca Sofri si potrebbero aggiungere tanti capitoli sui meccanismi sistematici attraverso i quali il sistema dell’informazione produce disinformazione.

Uno di questi è legato alla propensione sensazionalistica descritta dall’autore. In virtù (si fa per dire) di questa propensione, nelle redazioni è diffusa la convinzione che il conflitto faccia notizia. Il conflitto “Roma-Bruxelles” o “governo italiano – commissione europea” è quindi un genere mediatico molto popolare tra gli addetti ai lavori. Così che trovano grande spazio non soltanto le occasioni in cui gli esponenti delle istituzioni nazionali e di quelle comunitarie sono effettivamente su posizioni diverse, ma si cerca di forzare la realtà in modo che ogni situazione corrisponda al cliché. In altre parole, se non c’è conflitto bisogna sollecitarlo. O simularlo.

Un esempio fresco fresco: domenica scorsa il ministro Padoan afferma pubblicamente (al forum Ambrosetti di Cernobbio) che il lavoro per la realizzazione di una bad bank (lo strumento per affrontare il problema dei crediti in sofferenza che appesantiscono i bilanci bancari, limitando la capacità di erogare credito) prosegue bene ed esprimere l’auspicio che si arrivi “presto” a una conclusione dei lavori. Il giorno dopo si diffonde la notizia di una visita a Roma del Commissario europeo alla concorrenza. I giornali italiani annunciano così la missione e la notizia di incontri tecnici a Bruxelles:

  • Repubblica: Svolta sulla Bad bank: Domani e giovedì vertici decisivi alla Ue
  • Messaggero: Sulla Bad bank missione a Roma della commissaria Ue
  • Mf: Bad Bank e salvataggi, domani c’è l’occasione per un chiarimento con Bruxelles

Come recita il sito della rappresentanza italiana della Commissione europea, il Commissario verrà a Roma in realtà per una audizione parlamentare, e a margine di questo appuntamento coglierà l’occasione per incontrare alcuni membri del governo e tra questi il Ministro dell’economia e delle finanze, Piercarlo Padoan. Probabilmente allarmata da queste attese improprie, in una conferenza stampa di ieri pomeriggio il Commissario Vestager ha specificato che il lavoro per la bad bank in Italia non è ancora in una fase conclusiva, ma che procede, con incontri tecnici e politici, e che una soluzione compatibile con le regole UE è possibile, e a dimostrazione che sia possibile cita le operazioni fatte in Germania e Slovacchia.

Ecco i titoli dell’ANSA che ne rilancia da Bruxelles le parole:

  • Bad bank: Vestager (Ue), non vicini a fase finale
  • Bad bank: Vestager gela attese,non vicini a fase finale

I titoli dei giornali di oggi? Ovvio…

  • Corriere: Bad bank italiana, frenata di Bruxelles
  • Stampa: L’Ue gela l’Italia sulla bad bank
  • Messaggero: Bad bank, la Ue si mette di traverso
  • Giornale: Bruxelles punta i piedi sulla bad bank

Gli articoli riportano in modo equilibrato l’evolversi della situazione, ma “Il titolismo è ormai una categoria a sé del giornalismo contemporaneo” scrive ancora Sofri, che continua così: “Lo è sempre stato, ma negli ultimi anni il distacco e l’autonomia dell’informazione trasmessa attraverso i titoli rispetto a quella propria degli articoli sono cresciuti straordinariamente” soprattutto a causa dell’aumento “del sensazionalismo allarmistico generato in parte dalla crisi di vendite e in parte dal fatto che l’enorme quantità di informazioni in circolazione ha alzato l’asticella dell’attenzione dei lettori, che i giornali cercano di coinvolgere con toni sempre più enfatici e spettacolari”.

Insomma, è come se il sistema mediatico si comportasse con i lettori così: “vi abbiamo detto una cosa non vera, siamo stati corretti, ma vi diciamo che si correggono loro”.

Update 1

Mi viene fatto notare che il mio post suggerirebbe che l’Ansa abbia forzato le parole del Commissario o che l’abbia sollecitata a forzare la risposta. Non è così in questo caso, e ho citato l’Ansa tra le altre agenzie, anche perché il titolo del commento serale cita quel “gelo” che compare il giorno dopo anche su un quotidiano. Le agenzie in questo caso fungono da meccanismo di trasmissione: Padoan ha detto una cosa a Cernobbio ed è lecito verificare a Bruxelles. In molti altri casi la ricerca del conflitto è frutto del conformismo (Roma contro Bruxelles è un genere di moda).

Resta il punto: il Commissario ha avvertito il bisogno di puntualizzare perché i giornali di quel giorno affermavano che la conclusione del dossier sarebbe arrivata proprio in prossimità della sua visita a Roma.

Avviso ai naviganti: ciò che il DEF è e ciò che non è

Molto rumore per nulla intorno all’approvazione del Documento di Economia e Finanza (DEF) 2015 in questi giorni.

I primi colpi a salve sono stati sparati sulla questione dei tagli ai comuni: ma i tagli ai comuni sono previsti dalla legge di stabilità 2015, presentata dal Governo a ottobre 2014 e approvata dal Parlamento in dicembre. Che c’entra il DEF?

Il DEF è il documento di programmazione economico e finanziaria, una programmazione di ampio orizzonte (il triennio successivo all’anno corrente) che serve a identificare i vincoli esterni, le prospettive macroeconomiche e i programmi del Governo, esplicitati in termini di obiettivi di finanza pubblica. Non contiene “misure” o “provvedimenti” di politica economica, cioè leggi che determinano più spesa (e relative coperture) o minori entrate. Individua gli spazi di manovra del Governo entro i quali sviluppare (con provvedimenti legislativi e altre azioni) la politica economica e di riforma.

Altri colpi a salve oggi, in attesa del Consiglio dei Ministri chiamato ad approvare il DEF 2015, slittato dalle 9:30 alle 20:00. Così strano che il Presidente del Consiglio voglia avere ancora un po’ di margine, e assicurarne ai ministri, per una lettura del testo completo? Troppo semplice. Infatti nascono invenzioni di contrasti, dimissioni, richieste da parte dell’UE e tutto un armamentario letterario frutto di fantasia che nulla ha a che fare con l’informazione.

Che cos’è allora il DEF, e a chi è destinato? Il DEF è composto di 3 sezioni:

  • Sezione I – Programma di Stabilità dell’Italia
  • Sezione II – Analisi e tendenze della finanza pubblica
  • Sezione III – Programma Nazionale di Riforma

E diversi allegati. Tutto è spiegato con molta chiarezza sul sito del Dipartimento del Tesoro, qui.

Le sezioni I e III (Programma di stabilità e Programma nazionale di riforma) vengono anche inviati al Consiglio e alla Commissione dell’UE entro la fine di aprile (il codice di condotta predisposto dalla Commissione indica il termine per la trasmissione intorno alla metà di aprile e comunque non oltre la fine del mese; il ciclo di programmazione nazionale individua il termine del 10 aprile per la trasmissione del DEF dal Governo alle Camere, in modo che queste possano avere il tempo per valutare ed esprimersi in tempo utile per la trasmissione dal Governo alle istituzioni europee entro il 30 aprile).

Perché allora quest’anno c’è stata tanta agitazione intorno al DEF? La sensazione è che la risposta vada forse cercata nel clima che si è instaurato nel circuito politico-mediatico dopo quattro anni frenetici (dal 2011 al 2014) in cui si sono succeduti altrettanti governi (Berlusconi, Monti, Letta, Renzi), segnati dalla crisi finanziaria, dalla recessione economica, dall’instabilità politica. In questo clima c’è una caccia esasperata alla novità, alla rivoluzione, allo stravolgimento continuo. E invece.

Invece questo Governo è al suo secondo DEF e conta di fare anche i prossimi tre. Di conseguenza il DEF 2015 va letto in continuità con il DEF 2014, nella consapevolezza che l’economia la si imposta e la si modifica in un orizzonte temporale ampio – a meno che non ci si trovi in una situazione emergenziale, caso che non si pone quest’anno. E va letto nella prospettiva del triennio 2016-2018, impostato su tre linee d’azione:

  1. responsabilità di bilancio (riduzione progressiva del deficit, fondamentale per un paese ad alto debito come l’Italia)
  2. stimolo alla crescita attraverso la riduzione delle tasse
  3. riforme strutturali per migliorare in modo permanente la competitività del Paese e creare così le condizioni per una crescita a ritmo più elevato e sostenibile nel lungo periodo

Grecia-UE: tutta questione di linguaggio

Il popolo greco è prostrato dalla crisi economica e chiede soluzioni capaci di fare ripartire l’economia, per migliorare la qualità di vita dei cittadini. Soluzioni più efficaci di quelle finora adottate e che non avrebbero generato gli effetti attesi [1]. Una richiesta legittima.

Gli altri popoli europei, che con le loro tasse (e il proprio debito) hanno finanziato la Grecia, chiedono la restituzione delle proprie risorse. Anche questa richiesta è legittima.

Se entrambe le richieste sono legittime, si tratta di non metterle in concorrenza ma piuttosto di trovare una soluzione capace di conciliarle. Una soluzione che soddisfi soltanto una delle richieste avrebbe conseguenze gravi per il futuro.

Se la Grecia non restituisse il prestito ricevuto dagli altri popoli europei i suoi rapporti con il resto del continente sarebbero compromessi per molti anni a venire, e le proprie capacità di finanziamento sui mercati sarebbero danneggiate forse ancora più gravemente, con il risultato che l’economia greca non potrebbe riprendersi e i cittadini greci sarebbero bloccati in condizioni di vita peggiori. Se invece la Grecia fosse forzata a restituire il finanziamento nei tempi e con le modalità contemplati dall’accordo originale, la sua economia rischierebbe di ristagnare, il debito nel suo insieme non sarebbe sostenuto dalla creazione di nuova ricchezza e l’Euro continuerebbe ad essere considerato dai mercati una scelta reversibile, con gravi conseguenze per gli stessi creditori.

Occorre dunque trovare una soluzione che consenta alla Grecia di rilanciare la crescita e mettere il rapporto debito/PIL sulla strada della contrazione e del contenimento. Una crescita non drogata da misure insostenibili nel tempo ma piuttosto basata su riforme strutturali capaci di rendere il paese competitivo e di metterlo in condizione di utilizzare al meglio le proprie specializzazioni. Ma un programma di riforme strutturali richiede tempo: tempo per disegnarle, tempo per realizzare le necessarie innovazioni legislative, tempo per implementarle e raccoglierne i frutti. Le politiche di bilancio dovrebbero accompagnare in modo coerente le riforme strutturali, cercando un equilibrio tra lo spazio fiscale indispensabile a stimolare l’economia nel breve termine e una dinamica del deficit che indichi in modo inequivocabile la volontà del Paese di non accumulare nuovo debito per spese improduttive.
Dal canto suo l’Unione europea dovrebbe apprezzare pragmaticamente la prospettiva che la Grecia esca definitivamente dalla crisi con riforme che ne avvicinino le norme e le prassi ai migliori modelli dello scenario internazionale. E tradurre questo apprezzamento in un’applicazione dei trattati flessibile, ovvero compatibile con i tempi di ripresa e di attuazione delle riforme.
In Europa oggi ci sono le condizioni per conciliare le esigenze di debitori e creditori, il cui futuro è così integrato che nessuna delle due parti può pensare di perseguire i propri interessi esclusivi a danno dell’altra. Si tratta di principi validi per tutti gli Stati membri e per l’UE nel suo insieme, oggi affermatisi anche grazie al lavoro svolto dall’Italia durante il semestre di presidenza dell’Unione [2] e all’approccio pragmatico dimostrato fin dagli esordi dalla nuova Commissione insediatasi lo scorso novembre.
Quali sono allora gli ostacoli disseminati sulla strada di una soluzione? Ora come ora hanno la consistenza delle parole: effimere e pesanti al tempo stesso. Tsipras si rivolge al proprio elettorato per confermare con coerenza l’impegno a tenere fede alle promesse fatte durante la recente campagna elettorale. Ma ogni leader nazionale ha un elettorato davanti al quale ha preso impegni, e cancellare il credito vantato nei confronti di un altro paese non fa parte di questi. Per nessuno. Anche per questo, davanti alla cortina mediatica che ha preceduto qualsiasi proposta formale del nuovo governo greco, i leader di altri Stati membri dell’Unione europea hanno opposto una cortese fermezza preventiva.
In questo modo ciascuno parla innanzitutto alla propria constituency. E che ne è del nostro destino comune di paesi che hanno aderito all’UE? L’Italia ha praticato la paziente e difficile strada della conciliazione e dell’integrazione con pragmatismo politico, competenza tecnica e responsabilità nei confronti dell’ideale europeista. Le soluzioni che ha proposto difendono il nostro Paese nella misura in cui difendono un bene comune: le istituzioni comunitarie alle quali è affidata la missione di migliorare le condizioni di vita dei cittadini europei. I principi validi per l’Italia risultano validi anche per la Germania, la Grecia e gli altri Stati membri. Questo è lo spirito con il quale si è lavorato in Europa in questi mesi.
Le dichiarazioni enfatiche servono a poco: l’UE non può essere solo sanzioni e memorandum? Nessuno dissente. Nel solco delle ovvietà antidiplomatiche qualcun altro dirà che l’UE non può accettare che non si rispettino le regole della convivenza, a partire dal mantenimento degli impegni assunti. Chi può non essere d’accordo?
Così facendo, tra Grecia ed Europa è stato eretto in pochi giorni un muro di parole. Per abbatterlo occorre affermare ciò che vogliamo che l’Europa sia, a partire da ciò che è e riconoscendo ciò che è stato già fatto, anche negli ultimi mesi. Per esempio a proposito di flessibilità nell’applicazione dei trattati attraverso linee-guida che definiscono la relazione tra ciclo economico e aggiustamento strutturale, e gli incentivi alle riforme strutturali attraverso maggiore spazio per gli investimenti.
Su tutti i problemi tecnici del caso può vincere la buona politica, quella che sa manifestare una volontà ed esprimere una scelta. E in questo caso volontà e scelte devono dare spazio alla fiducia. Come non si stanca di ripetere il ministro Padoan, le soluzioni ai problemi che ogni giorno affrontiamo come paesi che fanno parte di una Unione sovranazionale potranno essere costruite soltanto nelle sedi delle istituzioni europee, attraverso uno sforzo fiduciario. Ma la fiducia non è un dono: è una strategia, è l’effetto della determinazione, è una scelta consapevole. Nessun assegno in bianco, nessuna ingenuità. Funziona meglio delle minacce e una volta instaurata dura più a lungo. Se i giocatori muovono un passo in questa direzione, possono anche accantonare la teoria dei giochi.

Note

[1] L’insuccesso di un programma di assistenza a un Paese in difficoltà dipende da molte variabili: la qualità del programma stesso, l’efficacia nell’implementarlo, condizioni interne ed esterne che evolvono in modo imprevisto. In ogni caso i dati e l’esperienza concreta nella vita di molti cittadini greci, a distanza di anni, dicono che il programma di aiuti e assistenza non ha prodotto gli effetti attesi e gli elettori – determinando un cambio di governo – hanno manifestato la loro richiesta di un cambiamento.
[2] Il lavoro svolto dalla presidenza italiana è stato serio, puntiglioso, contrassegnato da dossier e argomentazioni tecniche più che da dichiarazioni a uso dei media, e per questa via ha tracciato il solco per un programma politico-economico di legislatura. Solo chi pensa alla presidenza di turno dell’Unione come un momento per sconvolgere a proprio esclusivo vantaggio gli assetti istituzionali comuni maturati da 28 Stati può nutrire aspettative superiori ai risultati raggiunti dall’Italia nel secondo semestre 2014.