comunicazione è relazione

il blog di Roberto Basso sulla comunicazione di pubblica utilità e varia umanità

In fondo Grillo e il Cavaliere sono uguali

In fondo in fondo il cav. Berlusconi e il sig. Grillo hanno qualcosa in comune. La stessa cosa che hanno in comune tra loro l’ex magistrato Di Pietro e il sen. Umberto Bossi.

La loro comunicazione è fortemente spettacolarizzata grazie alla drammatizzazione delle loro performance pubbliche. A sua volta la drammatizzazione è ottenuta per via di una forte contrapposizione con un “nemico”: i comunisti per Silvio Berlusconi; Silvio Berlusconi per Antonio Di Pietro; tutti i politici per Beppe Grillo; Roma ladrona (sempre meno, visto che ne è diventata la seconda casa permanente) e gli extracomunitari per il senatùr.

I “nemici” del PD? Gli Americani non lo sono più da tempo, anzi con Barack Obama alla Casa Bianca sono diventati un modello dell’internazionle socialista. I padroni li si porta in Parlamento (anche se poi Calearo cambia gruppo). Molti leader hanno rinunciato all’anti-berlusconismo urlato perché farebbe perdere i voti degli elettori più moderati.

Troppo signore per avere nemici, quindi? No, piuttosto direi che se non hai definito un perimetro della tua identità fai fatica a indicare chi sta dentro e chi sta fuori. Col risultato che il partito liquido si sta svuotando.

Annunci

Archiviato in:Uncategorized, , , , , , , ,

Onorevole sdoganamento

Due settimane fa il presidente di una commissione parlamentare mi diceva

“sì sì, io credo proprio che i cittadini hanno la classe politica che si merita”.

Mi compiacevo della condivisione di questa convinzione con un parlamentare della Lega Nord: basta con la retorica della società civile, il ceto politico è espressione di tutti i problemi, di tutte le contraddizioni e i difetti della nostra cultura. Macché, avevo capito male, molto male: il parlamentare intendeva dire che il ceto politico va bene così com’è, che rappresenta la volontà della “gente”, i desideri della “gente”.
Ecco, da questo nodo passa un problema critico: la rinuncia a pensare che la società sia (debba essere) in continua evoluzione e che il ceto dirigente debba farsi carico di guidare un cammino, debba essere un’avanguardia. Insomma, che sappia interpretare sì “la pancia del Paese” ma che ne sia anche migliore, che sappia andare oltre. Che abbia una visione e la sappia tradurre in politiche.
Ho capito che la politica di oggi non è nulla di tutto questo: è piuttosto la legittimazione dell’esistente, anche del peggio, è lo sdoganamento dei sentimenti più beceri.

Archiviato in:Uncategorized, ,

Politico? No, giornalista

On. Fabrizio Cicchitto, dipendente di azienda privata

On. Fabrizio Cicchitto, dipendente di azienda privata

Nell’Italia della Casta i politicanti (giusto per affidare a un vocabolo sprezzante la sintesi della più neutrale espressione politici di professione, che personalmente preferisco) sono quanto mai impopolari. Nel senso comune sono ritenuti anche molto numerosi. A torto o a ragione? A leggere le statistiche ufficiali di Camera e Senato sembrerebbe a torto.

Secondo queste fonti, infatti, tra i nostri parlamentari i politici di professione (funzionari di partito e assidui rappresentanti del popolo in assemblee elettive) sarebbero una sparuta minoranza: 39 deputati e 15 senatori. Vogliamo includere nel conteggio i sindacalisti (operazione non azzardata, vista la permeabilità dei partiti a questi compagni di strada)? E magari gli amministratori locali, che pure a qualche partito saranno legati? Anche così arriviamo appena all’8,9% dei deputati e al 14,6% dei senatori.

Le professioni più diffuse tra i nostri parlamentari sarebbero tutt’altre: dirigenti e imprenditori, per esempio, costituirebbero la categoria più numerosa, capace di includere quasi uno su quattro tra deputati e senatori. Poi avvocati, docenti, giornalisti… altro che contrapposizione tra “casta” e società civile: nelle aule parlamentari i partiti sembrerebbero affidarsi a signori e signore prestati alla politica da ben altri impegni e dotati di ben altre competenze.

Il ricercatore però, si sa, oltre ad essere curioso è scettico per metodo. Una questione epistemologica, insomma, mica di preconcetta diffidenza. Così sono andato a verificare sotto quale professione sono rubricate alcune vecchie conoscenze della politica italiana. Massimo D’Alema (già Presidente del Consiglio dei Ministri, ministro degli Esteri, segretario e presidente di un paio dei partiti che hanno traghettato il PCI nel PD) per esempio: giornalista. Ah. Fabrizio Cicchitto, capogruppo del PdL, già socialista: dipendente di azienda privata (l’informazione è autentica, vietato fare ironia). Luca Volonté, giovane democristiano e poi ex giovane UDC: libero professionista. Dario Franceschini, segretario a tempo determinato del PD: avvocato. PierFerdinando Casini, leader dell’UDC: dirigente (di che cosa?). Stranamente per il ministro Maria Rosaria Carfagna alias Mara non è indicata la professione. Boh. Il senatore Roberto Calderoli, ministro per le Riforme e braccio destro dell’altro Senatùr padano alla guida della Lega Nord: chirurgo maxillo-facciale. Gianfranco Fini, universalmente riconosciuto come il politico che gode della stima bipartisan della maggior parte degli italiani, delfino di Almirante e creatore di Alleanza Nazionale, forza di governo confluita nel PDL, già ministro della Repubblica e attualmente presidente della Camera dei Deputati: un altro giornalista.

Ma se tutti questi protagonisti della vita politica italiana sono riluttanti a segnalarsi come “politici”, perché dovrebbero i loro concittadini appassionarsi alla politica?

Archiviato in:Uncategorized, , , , , , , , , , , , , , , , ,

Par condicio

Per chi non ricordasse le vicissitudini sexy-psicotrope dell’ex onorevole Cosimo Mele rimando al suo profilo su Wikipedia. Non mi interessa qui una lettura morale, ma quella politica: che mi suggerisce un giudizio di ipocrisia e incoerenza su un politico iscritto a un partito che – in pubblico – fa della difesa dei valori della famiglia una bandiera, salvo poi ritrovarsi – in privato – a passare le notti del suo mandato romano con due prostitute e un po’ di droga in albergo.

Onore al merito al fiuto giornalistico di Gian Antonio Stella che è andato a scovare l’ex onorevole nel suo paese natale, Carovigno, in provincia di Brindisi, dove si candida al consiglio provinciale. L’intervista sul Corriere della Sera merita.

Tre affermazioni in particolare mi sembra che vadano sottolineate. La prima è che “in Parlamento non si fa un cazzo” (letterale). Ecco, siccome lui è un industriale “del calcestruzzo” trova che lì a Roma si faccia poco, ci si annoi. Per  questo, poverino, finiva le notti in compagnia di escort. La seconda affermazione riguarda i suoi ex compagni di partito dell’Udc, criticati perché secondo lui “un partito dovrebbe difendere i suoi deputati”. A prescindere, avrebbe detto Totò… La terza: “Pensi che su Face­book è nato perfino un club ‘ammiratori di Cosimo Mele’. Con 500 iscritti”. E’ vero (anche chi non ha un account su FB può verificarlo qui), ma si sarà reso conto che lo prendono per i fondelli?!

Ecco il caso di un imprenditore che farebbe bene a continuare ad occuparsi dei suoi affari privati lasciando stare la politica.

Lex deputato Udc Cosimo Mele

L'ex deputato Udc Cosimo Mele

Archiviato in:Uncategorized, , , , , , , , , , , ,

Ha ragione Silvio Berlusconi

“Il Parlamento è pletorico e inutile”? Ha ragione il presidente del Consiglio. Mille parlamentari privi di autonomia non possono che essere inutili. E diventano pletorici quando cercano di darsi un senso perché una minoranza ogni tanto reclama visibilità.

Ma la colpa non è dell’Istituzione: la colpa è di chi ha voluto una legge che depotenzia il ruolo degli elettori e trancia qualsiasi legame tra territorio e rappresentanti, tra mandanti e mandatario. Gli elettori sono ridotti a degli scommettitori che nella cabina elettorale puntano la fiche sul rosso o sul nero e gli eletti a un esercito da voto che marcia compatto a seguito del leader.

Restituire agli elettori la libertà di scegliere, e quindi agli eletti la responsabilità della rappresentanza.

Archiviato in:Uncategorized, , , , , ,

Niente di nuovo sotto il sole

Riprende la regolare pubblicazione di LibMagazine in e-dicola, più bello che pria, dal quale traggo il pezzo di inizio anno dalla consueta rubrica Sindaco SpA.

Tutte le lotte tra i partiti non si svolgono soltanto per fini oggettivi, ma anche e soprattutto per il patronato delle cariche. In Germania tutti i contrasti tra le aspirazioni particolaristiche e centralistiche gravitano anche e soprattutto intorno al problema di quali poteri – di Berlino o di Monaco, di Karlsruhe, di Dresda – debbano controllare il patronato delle cariche. I ridimensionamenti nella partecipazione alla distribuzione delle cariche vengono vissuti dai partiti come uno scacco ben più grave di qualsiasi insuccesso rispetto ai loro fini oggettivi. In Francia un’infornata di prefetti a opera di un partito politico è sempre stata considerata come un sovvertimento maggiore e ha provocato più chiasso di un cambiamento del programma di governo, il quale ha un significato quasi meramente retorico.

Così accade che si contrappongono l’un l’altro partiti privi di principi, pure organizzazioni di cacciatori di posti, le quali elaborano i propri programmi per le singole campagne elettorali a seconda della possibilità di raccogliere voti. Con il numero crescente di cariche prodotto dalla burocratizzazione e con la domanda crescente di esse in quanto forma di sostentamento particolarmente sicura, questa tendenza va crescendo presso tutti i partiti, i quali per i loro seguaci diventano sempre più un mezzo rispetto allo scopo di essere in tal modo sistemati.

Ci troviamo in presenza di “un’impresa di partito” organizzata dai vertici fino alla base, sostenuta anche da circoli estremamente saldi e organizzati, i quali puntano in modo esclusivo a realizzare profitti mediante il controllo politico soprattutto delle amministrazioni comunali, che costituiscono le più importanti fonti di lucro.

Il seguito del partito, soprattutto i funzionari, si aspettano ovviamente dalla vittoria del proprio capo un compenso personale: cariche o altri vantaggi. E se lo aspettano da lui, e non – o non soltanto – dai singoli parlamentari: questo è l’elemento decisivo. Essi si aspettano soprattutto che l’efficacia demagogica della personalità del capo nella lotta elettorale porti al partito il più possibile di voti e mandati, e quindi potere, e attraverso di esso la possibilità per i suoi seguaci di ottenere per sé lo sperato compenso.

Per questo è decisiva soprattutto la potenza del discorso demagogico, all’epoca presente, ove si opera assai frequentemente con mezzi puramente emozionali. Si può con buone ragioni definire l’attuale situazione come “una dittatura che si fonda sullo sfruttamento dell’emotività delle masse”. Qual è stato dunque l’effetto dell’intero sistema? Che oggi i parlamentari, con l’eccezione di alcuni membri del gabinetto (e di alcuni indipendenti irriducibili), di regola non sono altro che un gregge di votanti ben disciplinati.

Sembrano attuali queste righe? Sono state pronunciate per la prima volta il 28 gennaio 1919, novanta anni fa, dal sociologo tedesco Max Weber, all’indirizzo degli studenti dell’Università di Monaco, in una conferenza dal titolo “La politica come professione”. Così come le ho proposte sono il frutto di un collage assolutamente arbitrario ma altrettanto rigoroso tratto dal testo originale: non ho modificato nulla, se non per qualche “cucitura” del testo pubblicato negli Oscar Mondadori.

Un divertissement per dire che l’Italia ha molti problemi, e purtroppo non sono neanche troppo originali. L’auspicio per quest’anno – anno di elezioni: amministrative, europee – è che possa essere un po’ più originale almeno il dibattito sulle cause e, speriamo, sulle soluzioni.

Archiviato in:Uncategorized, , , , , , ,

robertobasso@twitter

Segui assieme ad altri 3.922 follower