comunicazione è relazione

il blog di Roberto Basso sulla comunicazione di pubblica utilità e varia umanità

I nostri soldi, Totò e Grillo

Civicom ha lavorato al fianco di cinque candidati sindaci per altrettante competizioni elettorali durante la tornata elettorale amministrativa della passata primavera. Budget scarsissimo ovunque (“la crisi, il rigore, i partiti non hanno soldi…”), pagamenti al rallentatore (in tre casi su cinque a distanza di quattro mesi i pagamenti non sono ancora arrivati).

Eppure le inchieste degli ultimi messi ci hanno spiegato dove vanno i finire i soldi dei partiti, cioè i nostri soldi: nelle case di Lusi, nelle auto e nelle lauree del Trota e più in generale nel sostegno di Belsito a the family, nei toga party finanziati da Fiorito ai colleghi del PDL laziali Battistoni & C.

Una immagine del toga party laziale

Una immagine del toga party laziale da Leggo.it

Mentre il governo tecnico imposta ed attua politiche per rimettere il Paese sulla giusta carreggiata, i partiti avrebbero potuto usare questo scorcio di legislatura per fare un paio di cosette: una legge elettorale che consenta ai cittadini di esprimere compiutamente la propria volontà, una legge sull’utilizzo dei fondi pubblici e sulla trasparenza dei finanziamenti privati. Macché.

Parafrasando Totò: poi dicono che uno si butta su Grillo.

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Fiorito siete voi. Cioè noi. La democrazia è faticosa

Ecco, la democrazia è imperfetta, è il peggiore dei regimi politici, se si escludono tutti gli altri (così pare dicesse Churchill). Presenta paradossi e contraddizioni. Lo spiega bene Michele Serra nell’Amaca di oggi su Repubblica: Franco Fiorito, “er federale de Anagni”, è uno di noi.
Altro che casta: la casta siamo noi, perché i Belsito e i Fiorito (tra nomi dei partiti e nomi dei professionisti che la praticano, da noi la politica non è una disciplina sociale, ma una branca della botanica) mica sono eredi di una monarchia, è gente che ha preso una strada, ha trovato un ascensore e si è trovata in cima – o quasi – a una piramide di privilegi. In un modo o nell’altro quell’ascensore lo abbiamo spinto noi elettori, con o senza preferenze, con listini bloccati e procellum e tutte le cose inventate per ridurre la contendibilità delle cariche elettive (e quindi la concorrenza tra candidati e la possibilità di scelta dei cittadini).
Ora, per carità, lungi da me la tentazione di fare di tutte le erbe un fascio: dire che siamo tutti colpevoli equivarrebbe a sostenere che nessuno è colpevole. Sappiamo che non è così, che ci sono gli onesti e i corrotti. Anzi: non dobbiamo farci prendere dalla tentazione, periodicamente, di buttare tutti a mare e fare salire a bordo una ciurma tutta nuova, sperando che per qualche mistero gaudioso si comporti meglio della precedente. Spazzati via da Tangentopoli i vari psdi, pli, pri, psi, dc qualcuno si è illuso della purezza etica della Lega, finita con Belsito e il Trota; poi il rigore magistrale di Di Pietro; adesso Grillo. Domani chissà.
La democrazia è fatica: discussione, verifica, informazione, partecipazione. E quindi selezione. Richiede ai cittadini la pazienza di separare il grano dal loglio, il discutibile dal rigoroso, il sano dal marcio. Perché Fiorito è in mezzo a noi, di Lusi sono piene le famiglie italiane, un figlio Trota può capitare a tutti. Dillo anche agli altri: chi non si impegna a selezionare, avvelena la politica, anche la tua.

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Rifare lo Stato dal basso

Dal capitolo L’utopia di Sindaci imprenditori, sul progetto politico di Adriano Olivetti.

L’ordine politico delle comunità è un progetto che lascia di stucco per la capacità di anticipare i problemi dello stato centralista ripresi della Lega negli anni Novanta del secolo scorso e oggi issati a vessillo a destra come a sinistra. Basta scorrere le parole pronunciate alla chiusura della campagne del Movimento Comunità per le amministrative del 1956:

[…] rifare lo Stato dal basso, dai Comuni alle Comunità per poi giungere dalle Comunità alle Regioni, dalla Regione allo Stato. […] Roma […] oggi significa soltanto uno Stato mediocre e corrotto, incapace di garantire quel rinnovamento morale e materiale che milioni di italiani attendono da dieci anni.

Il suo programma prevede di «abbattere l’idolatria dello Stato e l’egemonia dei partiti», di selezionare una nuova classe dirigente composta di sociologi, economisti, urbanisti. Al centro del progetto c’è un nuovo rapporto tra il singolo e la collettività, basato su quella Comunità che sarebbe stata come «un diaframma creativo tra l’individuo e lo Stato».

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Trieste, 10 settembre

Invito Trieste

Sindaci e imprenditori: innovazione politica tra partiti ed etica individuale

Intervengono, con l’autore: Alssandro Calligaris (presidente Confindustria Friuli Venezia Giulia), Roberto Dipiazza (sindaco di Trieste), Federico Pacorini (presidente B. Pacorini Holding)

Modera: Paolo Possamai (direttore “il Piccolo”)

Trieste, Auditorium Museo Revoltella, via Diaz 17

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Destra, sinistra o…?

Su 304 sindaci censiti come imprenditori, la stragrande maggioranza (195) è sostenuta da liste civiche di difficile collocazione nello spazio politico tradizionalmente inteso (cioè come un asse continuo destra-sinistra). Non c’è da stupirsi, perché una parte consistente dei comuni interessati ha piccole dimensioni, e nei piccoli comuni si trovano facilmente alleanze poco ortodosse come, per esempio, FI-DS (che oggi sarebbero più o meno PDL-PD) o giunte sostenute a braccetto da nazionalalleati e rifondaroli.

35 imprenditori-sindaci eletti in liste civiche sono dichiaratamente di centro-destra, 27 sono dichiaratamente di centro-sinistra, 7 dichiaratamente di centro.

Basta quindi fare due conti per realizzare che questi politici non professionisti sono associabili in modo univoco a un partito in misura minoritaria, anzi marginale, se si fa eccezione per le formazioni “territoriali” quali la Lega (che esprime 15 primi cittadini) e la SVP (8): il PDL/Forza Italia ha 3 esponenti, lo schieramento opposto ne conta 5 nelle sue varie denominazioni (DS, PD, Unione, Ulivo…), l’UDC 2 e il Movimento per le Autonomie 1. (Al conto totale mancano 6 sindaci registrati con denominazioni varie ma non esplicitamente associati a partiti o aree omogenee).

È difficile che uno di questi imprenditori-sindaci faccia appello a moti qualunquisti e quindi il fenomeno non è coincidente con il sentimento anti-politico che pervade una larga parte del Paese. Ciononostante questi protagonisti evitano di sposare esplicitamente un partito politico. Evidentemente sono consapevoli che il grado di fiducia nei partiti presso i cittadini è ai minimi storici e preferiscono non sfidare questo sentimento.

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